Una attesa stanca, sopportata e per alcuni inevasa

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 1-13)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Audio della riflessione.

La tendenza culturale del nostro tempo, caratterizzato dal pervasivo modello televisivo, dalla facilità con cui riusciamo a fare e spedire fotografie, dalla molteplicità di immagini senza di cui quasi non possiamo vivere, è quella della facciata, del farsi vedere, dell’apparire. Se vai in televisione allora esisti, altrimenti nessuno sa di te e se nessuno ti ha visto non ci sei. Le immagini hanno raccorciato le distanze, permettono di vivere in diretta fatti lontani, prendere coscienza di quello che avviene in ogni parte del mondo, aiuta la fantasia a galoppare, rende tutti capaci di immaginazione oltre le strettezze del luogo in cui si vive. Il pericolo però, non troppo calcolato è quello di dare importanza all’apparire e non all’essere, all’esteriorità e non all’interiorità.  

Il vangelo parla di 10 vergini, dieci ragazze, dedicate a fare corona a una festa di nozze. Tutte belle, tutte preparate, tutte ben vestite, ma solo cinque di esse vivono l’attesa come una molla della loro vita, le altre cinque invece si accontentano di esserci, di apparire, di fare coreografia, non pensano a vivere l’attesa dello sposo con intensità, con partecipazione, con occhio vigile. Non si preparano, danno tutto per contato, è un mestiere come un altro. E’ fin troppo facile cogliere l’insegnamento di Gesù.  

Capita così della nostra fede. E’ terribile pensare che sovente la facciata è salva, diciamo di essere credenti, cattolici pure, ma dentro l’amore è finito e con esso la speranza. Si continua a vivere la vita per abitudine, con stanchezza, per quieto vivere o per puntiglio, per tradizione o per contrapposizione, ma manca dall’interno l’attesa vigilante e operosa dell’incontro con lo sposo, dell’incontro con Cristo. La vita di fede è un invito a nozze, ma non ci interessa più niente dello sposo. Siamo come una coppia che non trova più motivi per stupirsi l’uno dell’altra. La religione è diventata una abitudine di facciata. Le parole di Gesù a queste cinque vergini sono tremende: “non vi conosco”, non mi interessa la facciata. Dio guarda il cuore e al posto del cuore c’è un sasso. 

Occorre riattivare la vita, il sentimento, occorre tornare a sperare, Dio la forza ce la dà sempre. Questa forza e questo amore a Dio ha caratterizzato la vita di Santa Teresa Benedetta della Croce, ebrea convertita ( Edith Stein), patrona d’Europa, profonda conoscitrice dei misteri di Dio che morì nel campo di concentramento, perché ebrea. Oggi l’abbiamo come potente intercessione presso il Signore della vita, lo sposo sempre da lei sognato, agognato e sempre atteso.

09 Agosto
+Domenico

Tradizioni e regole si, ma il bene viene dal cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-36

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti.

Audio della riflessione.

Una persona vive di tradizioni, di ciò che riceve e scambia con altri; non siamo regolati dall’istinto, ma dal cuore, dai desideri e da ciò che si è messa dentro lungo la  sua vita. La persona è cultura non deve ogni volta inventare il da farsi; lo trova già nella memoria, nella tradizione. Solo che bisogna capirla e usarla, non può farsi ingessare dal passato, non deve diventare un ripetitore chiuso nel suo passato. Il puro e l’impuro, il lecito e l’illecito. Il bene e il male, ciò che fa felici o rende infelici dipende dal cuore stesso: tutto è un bene nella misura in cui è vissuto con cuore puro. Il cuore puro vede Dio (beati i puri di cuore perché vedranno Dio), è libero dall’egoismo, riflette la sua bontà: il cuore impuro invece, lontano dal Signore produce morte. Il bene viene da un cuore vivificato dallo Spirito d’amore, il male viene invece da un cuore posseduto dallo spirito immondo. 

Tutto questo toglie qualsiasi automatismo e schiavitù di comportamenti inveterati, di altri tempi, che avevano senso in situazioni diverse e particolari. Gesù è la nostra tradizione fondamentale, Lui è misura di ogni altra. E’ la fatica dell’aggiornamento continuo della nostra fede, che non significa dipendenza dalle mode, ma consapevolezza che Gesù è sempre una bella novità nel nostro vivere quotidiano. Possiamo allora dedicare un po’ di tempo alla vita di san Domenico, di cui oggi si celebra la festa, al grande dono che è stato per la Chiesa. 

Domenico nacque nel 1170 a Caleruega, un villaggio montano della Vecchia Castiglia (Spagna) da Felice di Gusmán e da Giovanna d’Aza.  A 15 anni passò a Palencia per frequentare i corsi regolari (arti liberali e teologia) nelle celebri scuole di quella città. Qui viene a contatto con le miserie causate dalle continue guerre e dalla carestia: molta gente muore di fame e nessuno si muove! Allora vende le suppellettili della propria stanza e le preziose pergamene per costituire un fondo per i poveri. A chi gli esprime stupore per quel gesto risponde: “Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?”  

Terminati gli studi, a 24 anni, il giovane, assecondando la chiamata del Signore, entra tra i “canonici regolari” della cattedrale di Osma, dove viene consacrato sacerdote. Nel 1203 Diego, vescovo di Osma, dovendo compiere una delicata missione diplomatica in Danimarca per incarico di Alfonso VIII, re di Castiglia, si sceglie come compagno Domenico, dal quale non si separerà più. 

Il contatto vivo con le popolazioni della Francia meridionale in balìa degli eretici catari, la grande ignoranza del clero e dei cattolici del tempo e l’entusiasmo delle cristianità nordiche per le grandi imprese missionarie verso l’Est, costituiscono per Diego e Domenico una rivelazione: anch’essi saranno missionari. Di ritorno da un secondo viaggio in Danimarca scendono a Roma (1206) e chiedono al papa di potersi dedicare all’evangelizzazione dei pagani.  

Ma Innocenzo III lo rimanda in Francia per contrastare  l’eresia Albigese molto accanita. Qui Domenico, perde il suo amico Diego e si consuma in pubblici e logoranti dibattiti, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione. Preghiera e penitenza occupano questi anni di intensa attività e riesce anche a raccogliere le donne che abbandonavano l’eresia, per farne un centro di predicazione. Ad essa vuol dare forma stabile e organizzata, perché vede troppa ignoranza nella gente cattolica. Riesce finalmente ad ottenere da Papa Innocenzo III e dal suo successore Onorio III l’approvazione ufficiale e definitiva di un suo Ordine che si chiamerà “Ordine dei Frati Predicatori”.  

Il 15 agosto 1217 il santo Fondatore dissemina i suoi figli in Europa, inviandoli soprattutto a Parigi e a Bologna, principali centri universitari del tempo. Poi con un’attività meravigliosa e sorprendente prodiga tutte le energie alla diffusione della sua opera. A  Bologna riesce a redigere la “magna carta” e a precisare gli elementi fondamentali dell’Ordine: predicazione, studio, povertà mendicante, vita comune, legislazione, distribuzione geografica, spedizioni missionarie. Sfinito dal lavoro apostolico ed estenuato dalle grandi penitenze, il 6 agosto 1221 muore circondato dai suoi frati, nel suo amatissimo convento di Bologna, in una cella non sua, perché lui, il Fondatore, non l’aveva.  

La fisionomia spirituale di S. Domenico è inconfondibile; egli stesso negli anni duri dell’apostolato albigese si era definito: “umile ministro della predicazione”. Dalle lunghe notti passate in chiesa accanto all’altare e da una tenerissima devozione verso Maria, aveva conosciuto la misericordia di Dio e “a quale prezzo siamo stati redenti”, per questo cercherà di testimoniare l’amore di Dio dinanzi ai fratelli. Il suo Ordine ha come scopo la salvezza delle anime mediante la predicazione che scaturisce dalla contemplazione.  S.Tommaso d’Aquino esprimerà l’ispirazione di s. Domenico e l’anima dell’Ordine con la felice formula: contemplata aliis tradere cioè offrire a tutti gli altri quello che abbiamo profondamente contemplato Per questo nell’Ordine da lui fondato hanno una grande importanza lo studio, la vita liturgica, la vita comune, la povertà evangelica. Ardito, prudente, risoluto e rispettoso verso l’altrui giudizio, geniale sulle iniziative e obbediente alle direttive della Chiesa, Domenico è l’apostolo che non conosce compromessi né irrigidimenti: “tenero come una mamma, forte come un diamante”, lo ha definito Lacordaire. 

Gregorio IX, a lui legato da una profonda amicizia, lo canonizzerà il 3 luglio 1234. Il suo corpo dal 5 giugno 1267 è custodito in una preziosa Arca marmorea. I numerosi miracoli e le continue grazie ottenute per l’intercessione del Santo fanno accorrere al suo sepolcro fedeli da ogni parte d’Italia e d’Europa, mentre il popolo bolognese lo proclama “Patrono e Difensore perpetuo della città;”. 

08 Agosto
+Domenico

Gesù è la nostra giuda: alziamo il nostro sguardo a Lui  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Audio della riflessione.

Leggendo i giornali ogni giorno e ascoltando le informazioni che, a tutte le ore, ci mettono in contatto con l’universo; guardando tanti programmi televisivi, mai come oggi ci accorgiamo di essere frastornati. Ti sembrava di avere quattro idee buone, poi ti mettono davanti dei casi pietosi che mettono in dubbio le tue verità: “perché non è una cosa giusta che un prete si sposi?”; “perché non abortire se nascerà un infelice?”; “perché star qui a litigare con la moglie se mi trovo benissimo con un’altra donna che ho trovato?”. “Perché due che si vogliono bene non possono mettere su famiglia senza tante storie?”; “perché non posso ridurre le spese licenziando quanto voglio mentre sono in difficoltà?”. “Perché non ritorcere con la violenza il male che continuiamo a ricevere?”.  

Potremmo continuare a mettere sul tavolo della vita i nostri problemi, i nostri bisogni, le nostre domande; vorremmo ogni giorno ricostruire il mondo a seconda del problema che affrontiamo nel caso pietoso che ci si presenta… Vorremmo decidere, si dice, “col cuore”, col sentimento, con la fantasia, cose belle, ma spesso incomplete e unilaterali.  

Ci sentiamo un po’ confusi anche perché tutti vogliono dire la loro e vince chi ha maggiore possibilità di costringerci ad ascoltare. Siamo sbandati nella mente, vorremmo sentire una parola di Verità. I ragazzi, nella loro semplicità chiedono: “c’è qualcuno che ha qualcosa di vero da vendere?”. 

Gesù, così ha sentito la sete della gente che lo seguiva: “Sentì compassione per loro” e loro lo seguivano anche perdendo il senso del tempo, dimenticandosi quasi di mangiare; e i discepoli dicono a Gesù: “ti rendi conto che questi ci stanno addosso tutto il giorno? Dovranno ben pensare a sé stessi: hanno in testa che tu devi dar loro anche da mangiare!”  

E’ troppo intrigante la scena e il discorso, e quello che fa Gesù: lui si sente come Mosè nel deserto, si fa carico di tutta la loro vita; è il loro nuovo condottiero, la Guida, la Luce, la Legge. Mosè ha dato da bere e da mangiare ad un popolo affamato, perché non lo deve poter fare anche Lui?  

Gesù è la nostra guida: se ci sentiamo pecore senza pastore, alziamo lo sguardo a Lui, tendiamo l’orecchio alle sue parole; basteranno quelle a darci vita e a sfamarci. La vera fame per noi oggi non è proprio quella del cibo, se passiamo un sacco di tempo a preoccuparci di non ingrassare… La vera fame è quella della Verità e Gesù ce la offre nel suo Vangelo. 

Lui è sempre la nostra speranza di non restare confusi in questo mondo di predicatori e di ingannatori. 

07 Agosto
+Domenico

Contempliamo il suo volto

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17,1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Audio della riflessione.

A che cosa servono i cristiani in questo mondo? Che bisogno c’è della Chiesa in una società organizzata come la nostra?  Sanno organizzare bene la carità e l’assistenza! ma lo potrebbe far meglio uno stato più efficiente.  

Sanno elevare il livello materiale della gente verso mete più spirituali, meno materialiste! ma questo lo può frequentare la scuola, l’università, i circoli culturali se si organizzassero più capillarmente.  

I cristiani hanno molte attività aggregative e formative per i giovani! Ma questo lo dovrebbe fare la società come già in alcune amministrazioni pubbliche avviene se ci si preoccupasse di più del proprio futuro! E potremmo continuare.  

Allora che cosa deve fare un cristiano? Il papa e i vescovi italiani ce lo hanno sempre proposto chiaro: tenere fisso lo sguardo su Gesù. Belle le attività, importante rimboccarsi le maniche e condividere le pene e le sofferenze, le attese e le speranze degli uomini di oggi, ma un cristiano è soprattutto uno che è chiamato a contemplare il volto di Gesù e a vedere i volti degli uomini trasfigurati nel suo volto. 

È di questo volto glorioso e sofferente di Gesù che ha bisogno il mondo di oggi. Ne ha bisogno chi ha nel cuore un odio indomabile, che lo porta a fare pazzie; chi vive nella sua carne una sofferenza insopportabile, che lo porta alla disperazione; chi non riesce a capire il senso della vita, chi ha bisogno di Dio ed è stufo marcio e non ce la fa più ad andare avanti da solo.  

Se i cristiani fossero solo degli attivisti, l’umanità non saprebbe che farsene. Se fossero solo le crocerossine della storia sarebbero destinati a scomparire alla prossima riforma sanitaria della convivenza umana. Il dolore e la prova è nella vita di tutti e per trapassarli, per passarci in mezzo, occorre aver contemplato il suo volto. Gesù ha aiutato così i tre apostoli che lo avrebbero visto sudare sangue e gridare la sua disperazione al Padre nell’orto degli Ulivi. Avevano tenuto anche per poco fisso lo sguardo su Gesù trasfigurato.

06 Agosto
+Domenico

Giovanni muore martire  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,1-12)

In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!».
Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta.
Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista».
Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre.
I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.

Audio della riflessione.

Si dice spesso che gli adulti sono preoccupati dei giovani e che non sanno più che fare per loro, per contenerli. Forse è vero, ma il problema non è di controllare, ma di mare, di spendersi per loro. Incrocia la vita di Giovanni, una ragazzina, bella, agile, elegante, armoniosa. Vuole sfondare con la sua bellezza e la sua leggiadria. Si allena e finalmente arriva la sua grande occasione. Non si tratta del solito saggio col papà, la mamma, gli zii, i nonni alla festa di compleanno, ma oggi c’è tutto il governo, i notabili. E danza. Se la mangiano tutti con gli occhi. Erode stravede, i giovani sono sempre sorprendenti, ti incantano, meritano tutto: la metà del mio regno è tua, dice Erode folgorato dalla bravura di questa ragazzina.  

La ragazza è saggia, i complimenti non le danno alla testa. La sua danza è una sfida con se stessa, non con gli adulti. Sa di aver bisogno di tutti per crescere, per decidere e va da sua madre. 

“Mamma è il momento più bello della mia vita”. Sono riuscita a superarmi; ti ricordi quanti allenamenti, quante volte volevo smettere e tu mi hai aiutato? Se non ci fossi stata tu starei ancora a divertirmi con l’orsacchiotto di pelouche. Il re è disposto a darmi la luna. Ho un avvenire sicuro, non sono in casa sua solo perchè vuole bene a te. Ho un  posto anch’io”. Non si sente più una vita da scarto, come capita a tanti giovani, non è destinata alla discarica, ma le si è aperta nella vita una strada. Non vuoi che sia questa anche l’aspirazione degli adulti che le vogliono bene, di colei cui tra una coccola e l’altra si confida? 

E la madre, l’adulta, il maturo, quella che vede bene, che calcola, che è navigata nella vita, colei che si è lasciata indurire il cuore dall’interesse, che non sa più sognare e cambia i sogni dei giovani in incubi, dice tutto il suo odio per la vita, e per il futuro dei figli: la testa di Giovanni Battista. Una sentenza che prima di ammazzare Giovanni, distrugge speranza e uccide l’anima di sua figlia che non ha ancora il coraggio di ribellarsi, è ancora soffocata dall’affetto predatore di sua madre, dell’adulto senza scrupoli. Non sono così gli adulti che servono ai giovani. Di questi fanno volentieri a meno, anzi sono tanto bravi alcuni figli che possono pure aiutare i genitori a diventare saggi. 

Oggi a Roma si celebra la dedicazione della prima grande basilica dell’occidente dedicata a Maria, la basilica di santa Maria Maggiore, molto cara a tutti i papi e a papa Francesco in particolare, le cui fondamenta sono state indicate da una prodigiosa nevicata in agosto, una festa popolarmente nota come Madonna della neve. A lei affidiamo questo mese di agosto che al centro ha proprio la festa dell’Assunta.

05 Agosto
+Domenico

La speranza è sempre Gesù; non è un dato scontato  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 54-58)

In quel tempo, Gesù venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Audio della riflessione.

Forse è capitato anche a noi di parlare, di ascoltare, di dialogare, di stare accanto senza accorgersi a persone meravigliose che abbiamo conosciuto solo più tardi vedendole in TV che erano importanti, famose, notissime. Ci hanno parlato al cuore, abbiamo sentito che la loro vita era un dono per noi, che quello che dicevano ci aiutava a star meglio, ma li abbiamo ritenuti uno dei tanti contributi, non quello determinante per dare una svolta alla nostra vita . 

Per valutare una persona abbiamo sempre bisogno purtroppo di attribuirgli qualche miracolo, qualche notorietà, abbiamo deciso che il bene sta sempre lontano da noi. È irraggiungibile, lo portano solo i personaggi straordinari. Abbiamo un papà e una mamma che sono la fine del mondo, ma abbiamo occhi e orecchie solo per i santoni, teniamo un prete in parrocchia che è pieno di grazia di Dio, e andiamo a far chilometri per accontentare il nostro palato, abbiamo un compagno di lavoro abilissimo, ma dobbiamo imparare solo da qualche estraneo.  

Una volta si diceva molto banalmente che la minestra della zia è sempre più buona di quella della mamma. Nessuno è profeta in patria. Gesù era tutto d’un pezzo, era la Parola di Dio viva, efficace, piena di misericordia e invece i suoi compaesani dicevano: ma questo che vuole? Non è il figlio del carpentiere? Non sappiamo già tutto quello che può dire? Che novità ci sarebbero nella sua vita che noi già non conosciamo? 

Davano Gesù per scontato, come noi diamo sempre per scontate le persone con cui viviamo. Siamo stati talmente tante volte assieme che pensiamo di possederle. Abbiamo fatto un cassetto, uno schema in cui incasellarle. Fanno così i genitori coi figli, i figli coi genitori, i maestri con gli alunni, tutti.  

In questo modo diamo per scontato anche Gesù. Quando si parla di lui, ci appare sulla faccia quella espressione…cose già sentite, non hai niente di nuovo da dirci? Sei fermo ancora lì? Tanti vorrebbero sentire il vangelo e noi che l’abbiamo a disposizione lo abbiamo buttato.  

Occorre invece lasciarci sorprendere sempre da Gesù che passa ogni giorno da noi e noi non riusciamo ad accoglierlo perché abbiamo sempre la testa piena delle nostre sicurezze. San Giovanni Maria Vianney, che oggi la Chiesa celebra, il santo curato d’Ars, nella sua grande semplicità stava ore e ore in preghiera per lasciarsi affascinare da Gesù e portarlo agli altri che lo cercavano nel confessionale a riceverlo come perdono vivente, crocifisso per questo e risorto.

04 Agosto
+Domenico

La vita non si dissolve, ma è raccolta in una rete   

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 47-53)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.

Audio della riflessione.

Si parte a notte fonda, a tempo debito si buttano le reti e lo scandaglio ti permette di seguire il fondo, che viene raschiato alla lettera. E la rete cava sempre di tutto: sassi, plastiche, erbacce, tronchi d’albero e pesci. Ogni tanto si impiglia, si fermano i motori, viene districata e poi si continua. I pesci sono di tutti i tipi; grande è la meraviglia quando viene issata sull’argano e svuotata all’interno. E’ un miscuglio di morte e vita, di pezzi inanimati e di guizzi e salti, di boccheggi e di contorsioni. E il pescatore guarda con attenzione e comincia: questo si, questo no; questa finalmente è una fortuna, questo buttarlo subito altrimenti mi inquina gli altri.  

Questa immagine ha davanti Gesù sul lago con i suoi pescatori. Vita dura, vita tesa, lavoro attento e tensione sempre alta. Il regno di Dio è come questa vita in fondo al mare. E’ popolato di tutto, subisce violenza da tutti, è luogo di avventure per tutti, poi un giorno arriva una rete, gli eventi arrivano alla loro conclusione e si fa la verità. 

Oggi abbiamo la sensazione che nella vita stia bene tutto e il contrario di tutto, il bene e il male, il profittatore e l’indigente, senza distinzione, senza coscienza, senza morale, senza merito o colpa. Sarà perché forse il mondo adulto proviene da una generazione sempre messa di fronte al giudizio di tutti. Iniziavano i genitori, poi i maestri, poi i preti, poi le autorità, poi i professori. Insomma non posso farmi io un giudizio su di me? Non sono libero di fare quel che più mi piace?  

Oggi come reazione nessuno osa dare voce alla coscienza che interiormente ti rimprovera, ti suggerisce che cosa è bene e che cosa è male. Invece Gesù dice che la rete, la fotografia definitiva del vivere colloca nella loro verità tutte le cose e ogni realtà viene giudicata se buona o cattiva, non certo si giudicano le persone. Non si tratta di un giudizio esterno, appiccicato addosso alle persone, ma della realtà stessa dei fatti che ha un suo DNA preciso.  

Tu la puoi stravolgere, piegare alle tue mire, ma il gesto, il fatto resta sempre un bene o un male. E il bene deve essere evidenziato, premiato, accolto e continuato, mentre il male va condannato e messo da parte. Dio non ci abbandona mai, ma rispetta la nostra libertà e sa se lo stiamo ascoltando profondamente o se non lo vogliamo assolutamente nella nostra vita.

03 Agosto
+Domenico

Il tesoro nascosto  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,44-46)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».

Audio della riflessione.

Scoprire qualcosa per cui valga la pena di vivere è la cosa più bella che può capitare a un uomo ed è la cosa necessaria che dà a tutti la forza per affrontare il rischioso mestiere di vivere. Tante vite sono annoiate perché di fronte a un massimo di possibilità da realizzare, non hanno una molla interiore per decidersi. E questa scatta nell’uomo quando è folgorato dalla verità. Libertà si, ma prima la verità. Essere veri, cioè essere posseduti da uno sguardo bello sulla vita da far scattare dedizione assoluta a una causa e in essa incanalare tutte le energie possibili, comprese quelle nuove che si innescano proprio per la soddisfazione di aver trovato qualcosa di bello che ti incanta. E’ così per lo sportivo, per il ricercatore, per gli stessi innamorati.  

Gesù è stato così nella sua vita. E’ stato un uomo in cui sono letteralmente scoppiati ideali alti e per questi ha dato la sua vita. E paragona l’uomo a un cercatore di tesori, a un appassionato di cose belle, sorprendenti, capaci di creare felicità. Non smettere di cercare nella vita, devi stanare da essa i tesori che Dio vi ha messo. Solo così sarai felice. I primi cristiani hanno dato la vita per la fede che avevano trovato e che aveva riempito la loro esistenza. 

Quando il cercatore di tesori, non il classico tombarolo, come capita da noi, intuisce che in un luogo c’è qualcosa di grande valore, fa di tutto per venirne in possesso. Il vangelo dice: vende tutto quel che ha e compra il campo in cui sa di trovare il tesoro e questo lo fa non con tensione, con avidità, con la furbizia dell’inganno, ma pieno di gioia. La bellezza per cui siamo creati ha una forza di attrazione incoercibile in noi. Di queste esperienze di assoluta dedizione nella gioia è fatto il Regno di Dio. La vita cristiana non è la concentrazione degli scontenti, ma è un popolo gioioso che sa di avere davanti grandi mete capaci di dare felicità e ad esse orienta tutta la sua esistenza, in essa pone i suoi pensieri, per essa costruisce nuove relazioni, comunica quel che ha trovato, coinvolge ogni persona che incontra e condivide con lei passione per il Regno di Dio e chiama tutti a fare festa, la festa della vita.  

La fede è un tesoro, ma ti deve dare felicità, altrimenti è un’altra fuga, un altro inganno, un tesoro falso. Il vangelo dice che quel fortunato cercatore di tesori, dopo averlo trovato, se ne va pieno di gioia a vendere tutto. Trova la gioia nel puntare tutto sul tesoro, nell’investire, nel tagliarsi i ponti dietro le spalle, nel pensare a una scelta senza ritorno.  

Che aveva intuito di così grande? Che tipo di tesoro era? Che vita di fame devastante aveva alle spalle? Che intuizione gli era folgorata nel cervello? Che sguardo aveva incrociato per decidersi così? Aveva trovato non una botola che metteva a tacere tutto, ma una pienezza che rilanciava la sua vita.  

Aveva trovato Gesù! Non un equilibrio, ma un fuoco; non un placebo o una medicina, ma una forza risolutiva; non l’ultima spiaggia per disperazione, ma la provocazione a scegliere nel massimo della libertà. E ha scelto con gioia. Gesù così si propone ai suoi discepoli, perché anche Lui aveva lasciato tutto con gioia per buttarsi nell’avventura del Regno del Padre.  

Gli apostoli stanno ancora a tergiversare, a misurare col bilancino, a calcolare vantaggi e fatiche. E Lui spara a tutti le sue raffiche di verbi: va, vendi, regala, vieni e seguimi; taglia, butta in mare, cava ‘sto occhio che ti intorbida la vita. Chi l’ha fatto non è rimasto né zoppo, né cieco, ma è diventato gioia incontenibile per tutti.

02 Agosto
+Domenico

Assieme, ma non mescolare bene e male

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 36-43

In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Audio della riflessione.

La parabola di Gesù del buon grano e della zizzania ci dice chiaramente che devono convivere fino a quando sarà Lui a giudicare e separare. Qualunque sia l’esperienza, il quadro che abbiamo davanti agli occhi, delle condizioni morali del nostro tempo, della società, degli esempi che ci vengono offerti, mai dobbiamo perdere il senso del bene e del male; nemmeno devono esistere confusioni nella nostra anima; il nostro giudizio sia sempre preciso, nettissimo: sì, si; no, no. Convivere non vuol dire che bene e male si possono mescolare; anche se la realtà li mostra come frammisti l’uno all’altro. 

Il giudizio morale, per un cristiano, deve essere severo, rettilineo, costante, limpido e, in un certo senso, intransigente. Bisogna dare ai fatti  il loro proprio nome: questo si chiama bene, quello si chiama male. E cioè: la coscienza non dev’essere mai indebolita e alterata, o resa indifferente, impassibile, poiché non è lecito applicare indistintamente i criteri del bene e del male alla realtà sociale che ci circonda. Questo non contiene nessun giudizio sulle persone, che soltanto Dio sa giudicare 

Il Vangelo ci raccomanda pure di immunizzarci a vicenda; di conservarci buoni anche se siamo in una società o in un ambiente contrari al bene; di non lasciare che l’infezione ci raggiunga e si propaghi in noi; ma di essere pronti ad anestetizzare, a immunizzare, operare disinfezione fin dove è possibile: nelle nostre case, nei nostri ambienti, nella nostra anima, e particolarmente nel nostro cuore. Il vangelo ci invita a mantenere limpido non tanto l’ambiente esterno quanto l’intimo del nostro cuore. Lì deve risplendere la purezza, devono abitare la luce, la rettitudine, l’amore; non è consentita alcuna forma di male nemmeno nei desideri: il cuore deve essere salvato dal contagio della perversità che ci circonda. 

Non solo, ma se il male è vistoso, rendiamo ancor più potente il bene. Tutte le storture che vediamo intorno a noi e che lamentiamo, dipendono spesso   da una certa viltà di noi che ci riteniamo buoni, dalla nostra debolezza. Occorre praticare, anche nella piccola cerchia della esistenza di ognuno, il saggio apostolato e cercare di far progredire la conta delle opere buone: in tal modo la vita di tutti sarà certo migliorata. 

Alla fine nessun desiderio o sforzo per dare al bene la sua energia ed espansione andrà perduto: giacché il premio eterno è assicurato a coloro che porteranno il buon frumento nei granai del cielo.

01 Agosto
+Domenico

La vita in sé stessa si porta dentro il suo futuro  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,31-35)

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

Audio della riflessione

La vita in sé stessa si porta dentro il suo futuro, la sua pienezza, la sua meraviglia, lo stupore e la gioia piena. È tutto lì in un piccolo seme, in un ovulo e uno spermatozoo, con una forza incoercibile seppur fragile; tutti la possono cancellare, distruggere sfruttare per altro. La vita però vince, ha dentro la forza di Dio. Attorno a questo granello ci stiamo noi, ci sta la nostra voglia di vivere, ci stanno tante persone, una cultura, un orizzonte, un amore tenace, un papà e una mamma, un amico, un prete, una religiosa. Questo piccolo seme si trova al crocevia delle autostrade dell’esistenza. All’inizio è puro dono, pura gratuità, invocazione, attesa poi un po’ alla volta ha dentro di sé capacità di decisione, di risposta, di accoglienza, di affidamento. A chi affidiamo la nostra vita? In che mani la mettiamo ogni giorno che comincia?  

Questo seme però, proprio perché è vita, ha dentro una legge di crescita assolutamente strana: si sviluppa, cresce, diventa albero se si dona, se si apre, se si decentra da sé, se è capace di spendersi, non di trattenere, di accogliere non di confiscare. Per chi vogliamo spenderla? Di chi diventa casa, rifugio, ristoro, consolazione? 

Gesù la sua vita l’ha vissuta così: piccolissima, nella provincia più fastidiosa e improbabile dell’impero; in un paese da cui far uscire qualcosa di buono era una pietosa bugia; in una vita del tutto misurata da quotidianità ripetitiva. Coltivava dentro di sé una tensione costante, aveva attorno gente di fede, abbandonata alla grandezza di Dio e ai suoi sogni, non certo attaccata ai suoi progetti che pure occorre avere. Maria e Giuseppe custodivano questo piccolo seme, ignari del suo futuro, ma sicuri di avere tra le mani la grandezza di una vita, che è sempre il respiro di Dio. 

Il regno dei cieli, il meglio della vita, il suo segreto, la sua grandezza è un lievito, è un disturbo alla statica, alla consumazione degli equilibri, all’adattamento; è una forza interiore che solleva, alza, allarga; è un vento che gonfia le vele della vita e la fa correre per il mondo. È sempre soprattutto una forza interiore. 

Lavorare per l’interiorità è lavorare per la vera forza, il vero cambiamento, l’energia necessaria. La mia mente ritorna a quel ragazzo di cui ho commemorato la morte proprio nel luogo dei suoi ultimi momenti di vita, in cui ha lanciato a tutto il suo piccolo mondo il suo dono: offro la mia vita per l’AC e per l’Italia: viva Cristo Re. Era un ragazzo di venti anni Gino Pistoni. Una persona non si attarda a scrivere con il suo sangue sul sacco dei viveri questa decisione se non l’ha maturata nella sua vita ogni giorno, se non ha lievitato in lui il soffio dello Spirito. Una crescita così non è mai a caso, ma è sempre un dono da custodire e coltivare. In questa estate i giovani alla GMG di Lisbona si stanno dicendo una regola, uno stile; lo esige il regno dei cieli, lo esige il piccolo seme che sono e il tocco di lievito che si portano dentro; altrimenti perdono vita e forza, grinta e decisione, abbandono e speranza. 

E chi partecipa alla GMG non è piccolo seme frustrato in attesa di esplodere; il regno dei cieli è sempre seme e lievito. Il mondo, la realtà diventerà grande, ma noi vogliamo fare da seme e lievito, essere pronti a realizzare quello che Dio vorrà.

31 Luglio
+Domenico