La storia è fatta dagli uomini, ma guidata da Dio  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,45-56)

In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. 
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». 
Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. 
Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. 
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».

Audio della riflessione.

Si stringe attorno a Gesù il cerchio della morte. Chi gli sta facendo terra bruciata attorno non è la mafia, non è il terrorismo, non sono i nemici della religione, gli altri, i senza Dio, ma sono proprio quelli che vedono sbriciolarsi le sicurezze di una religione senza cuore, ingessata, a servizio di un potere e di una stabilità politica. 

Gesù è un pericoloso concorrente delle ricette di religiosità dei sacerdoti del tempio. Li aveva previsti Dio nella legge data a Mosè per fare da parete tra la debolezza e la miseria del popolo e la infinita sua grandezza, ma senza rendersene conto il ponte si era spezzato, era crollato. Avete abbandonato me, fonti di acqua viva per scavarvi cisterne, screpolate; a pozzanghere andate a bere non alla sorgente.  

Se vogliamo tenere assieme il nostro culto occorre togliere di mezzo Gesù. È necessario che uno muoia per la salvezza di tutti. Caifa è rappresentante istituzionale del rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo e non perde nel suo peccato il ruolo di profeta, di uomo che ha più orizzonti, che permette di capire il senso della storia. 

Ma proprio nel suo freddo calcolo di odio, nella sua decisione politica Dio scrive il senso della storia. In questo verdetto assassino trova compimento il piano di Dio, la decisione trinitaria di amore fino alla fine di Dio per l’uomo. Chi andrà per noi? Eccomi manda me. Dio, mi hai dato un corpo, sia fatta la tua volontà, si concretizzi il tuo piano di salvezza. È il mistero della vita e della storia! Dio scrive diritto sulle righe storte dei nostri tradimenti e contorcimenti. La storia è fatta dagli uomini, ma guidata da Dio.  

Da quel giorno decisero di ucciderlo. E Gesù si sottrae. Ritorna in una regione vicina al deserto; in un altro brano si dice che Gesù tornò là dove Giovanni quando era in vita stava a battezzare. Ritorna alle origini della sua vocazione a ricollocarsi con coscienza nella definitiva storia del Regno di Dio.  

E la gente cercava Gesù. Verrà egli alla festa? C’è Gesù nelle nostre feste o le abbiamo cambiate in trappole per la nostra comodità. Il Gesù che cerchiamo nella festa è il morto e risorto, è il Signore. Questa Settimana Santa ci deve portare a desiderare Gesù, ma sappiamo che prima di entrare nelle nostre feste è venuto fuori del tempio, fuori della città, fuori dell’accampamento umano. C’è da uscire dalle nostre ingessature se lo vogliamo incontrare. 

23 Marzo
+Domenico

Uno deve morire per la salvezza di tutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,45-56)

In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. 
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». 
Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. 
Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. 
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».

Audio della riflessione

Si stringe attorno a Gesù il cerchio della morte. Chi gli sta facendo terra bruciata attorno non è la mafia, non è il terrorismo, non sono i nemici della religione, gli altri, i senza Dio, ma sono proprio quelli che vedono sbriciolarsi le sicurezze di una religione senza cuore, ingessata, a servizio di un potere e di una stabilità politica. 

Gesù è un pericoloso concorrente delle ricette di religiosità dei sacerdoti del tempio. Li aveva previsti Dio nella legge data a Mosè per fare da parete tra la debolezza e la miseria del popolo e la infinita sua grandezza, ma senza che i sacerdoti se ne rendessero conto il ponte si era spezzato, era crollato. “Avete abbandonato me, fonti di acqua viva per scavarvi cisterne, screpolate”; a pozzanghere andate a bere, non alla sorgente.  

Se vogliamo tenere assieme il nostro culto occorre togliere di mezzo Gesù. È necessario che uno muoia per la salvezza di tutti. Caifa è rappresentante istituzionale del rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo e non perde nel suo peccato il ruolo di profeta, di uomo che ha più orizzonti, che permette di capire il senso della storia. 

Ma proprio nel suo freddo calcolo di odio, nella sua decisione politica Dio scrive il senso della storia. In questo verdetto assassino trova compimento il piano di Dio, la decisione trinitaria di amore fino alla fine di Dio per l’uomo. Chi andrà per noi? Eccomi manda me. Dio, mi hai dato un corpo, sia fatta la tua volontà, si concretizzi il tuo piano di salvezza. È il mistero della vita e della storia! Dio scrive diritto sulle righe storte dei nostri tradimenti e contorcimenti. La storia è fatta dagli uomini, ma guidata da Dio.  

Da quel giorno decisero di ucciderlo. E Gesù si sottrae. Ritorna in una regione vicina al deserto; in un altro brano si dice che Gesù tornò là dove Giovanni quando era in vita stava a battezzare. Ritorna alle origini della sua vocazione a ricollocarsi con coscienza nella definitiva storia del Regno di Dio.  

E la gente cercava Gesù. Verrà egli alla festa? C’è Gesù nelle nostre feste o le abbiamo cambiate in trappole per la nostra comodità. Il Gesù che cerchiamo nella festa è il morto e risorto, è il Signore. Questa Settimana Santa ci deve portare a desiderare Gesù, ma sappiamo che prima di entrare nelle nostre feste è venuto fuori del tempio, fuori della città, fuori dell’accampamento umano. C’è da uscire dalle nostre ingessature se lo vogliamo incontrare. 

1 Aprile
+Domenico

La morte, mistero inquietante, ma non per Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,1-45)

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato.
Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Audio della riflessione

La morte resta sempre un mistero inquietante, di fronte alla morte siamo tremendamente impotenti, la nascondiamo più che possiamo, ma è l’unica certezza che sperimentiamo per tutti. Gesù si trova di fronte alla morte di un amico. È Lazzaro, colui che con le sue sorelle dà vita a una casa accogliente, dove Gesù passa spesso a riposare per tirarsi fuori dalla bolgia delle feste che si vivono al tempio nel frastuono e nei subbugli. Due atteggiamenti vengono messi in risalto da parte dell’evangelista Giovanni.  
Il primo è commozione profonda e turbamento, fremito del cuore e dell’intelligenza e sdegno. La morte, il male, la condanna che viene dal maligno è ancora lì a punire, a deturpare, a squassare la vita, il bene sommo di cui Dio è Signore. Nella potenza tragica della morte si annida il male oscuro e cieco dell’umanità. Gesù ha quasi una ribellione nei confronti di quella potenza beffarda che gli ha tolto l’amico, come tutti noi che non riusciamo a comprendere la morte dei nostri cari. La morte continua ad essere uno scandalo, un controsenso, una realtà incomprensibile; quando capita a noi, ai nostri amici o ai nostri cari facciamo sempre fatica a darcene una ragione. 
L’altro atteggiamento è il pianto. È lo sfogo dell’amico, il pianto liberatorio della partecipazione all’evento, la solidarietà con il dolore. Gesù è un uomo con tutti i più ricchi e delicati sentimenti delle esperienze più belle dell’umanità. L’amicizia è una di quelle. È la compagnia, il sostegno, lo scambio, il riferimento, l’affidarsi vicendevole, il farsi coraggio a vicenda. Ora, l’amico, che dava serenità ai ritorni snervanti dalla vita di Gerusalemme, non c’è più. Non risuona più la sua voce che lo rincuorava e gli dava forza per riprendere all’indomani un’altra battaglia nel tempio. 
Ma il pianto si cambia in lotta, in un grido liberatorio. Gridò a gran voce perché tutti lo sentissero, anche quelli che stavano a dirgli: bell’amico che sei stato! Non ti costava niente se lo salvavi prima. Ormai! 
Per Gesù non c’è nessun ormai: la vita deve sempre scoppiare e Lazzaro riprende vita e si sciolgono le bende. Gli ha ridato vita, ma per dare un segno di quella vita infinita che dopo la sua risurrezione diventerà patrimonio di tutti, di quel cielo che lui abiterà per dare alla terra la luce esplosiva del Risorto.

26 Marzo
+Domenico

La tua morte è la mia salvezza

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 11, 47-48) dal Vangelo del giorno (Gv 11, 45-56) nel Sabato della V settimana di Quaresima

Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione».

Audio della riflessione

Nel campo di sterminio di Auschwitz un giorno si procede a una decimazione. Devono essere messi a morte dieci prigionieri presi a caso. Capita un padre di famiglia, che piange sconsolato pensando ai suoi figli. Un frate p. Massimiliano chiede di poterlo sostituire e prende il suo posto. Muore per salvare una vita. E’ S. Massimiliano Kolbe.

E’ arrivato a questo gesto non per caso, Aveva alle spalle una vita di generosità, come non sono poche le mamme che preferiscono portare a termine una gravidanza che pensare alla propria salute: Muoiono per dare la vita.

Un giorno assolato, una spiaggia tranquilla, i ragazzi finalmente sono riusciti ad andare al mare, fanno un bagno “divertito”: Un’onda anomala li investe e li sta annegando tutti.

Il prete si fa in quattro e li porta a riva a uno a uno. Lui è un atleta, ha alle spalle tante ore di nuoto e ce la fa. Ma alla fine cade a terra stroncato dalla fatica: è morto per salvare i suoi ragazzi.

Il nostro mondo non è fatto solo di egoisti, ma anche di uomini e donne che sanno fare dell’amore la loro legge!

Gesù, uomo come noi, è dentro questa catena di bontà: è venuto a salvarci, ha condiviso in tutto la nostra vita e non poteva non offrire la sua per la vita di tutti.

Il vangelo di Giovanni narra come lentamente, ma inesorabilmente si sta stringendo il cerchio della morte attorno a Lui: ha toccato più di un nervo scoperto del potere dei sommi sacerdoti che, a pochi giorni dalla grande pasqua intensificano le loro sedute, diurne e notturne, pubbliche e mafiose, per poterlo fermare.

L’ultimo fatto inaudito è la risurrezione di un morto, molto noto, nobile, che abitava alle porte di Gerusalemme, Lazzaro: qualche uomo del potere era pure andato ai funerali, aveva visto sigillare la tomba … ma, inaudito, Gesù è arrivato quando già il cadavere aveva un odore insopportabile e lo ha riportato in vita.

Ma dove andremo a finire? Se Gesù continua così, noi possiamo andare tutti in pensione, ma quello che più conta finisce la nostra religione: occorre fermare questo Gesù, “E’ meglio che uno muoia per la salvezza di tutti.”

Mai profezia fu così precisa, mai odio fu così lucido nel decidere una strategia di sopravvivenza … e l’hanno fatto fuori, credendo di aver risolto il problema.

Ma Gesù ha spuntato con la risurrezione anche queste armi di morte, ed è diventato speranza per tutti noi.

27 Marzo 2021
+Domenico

Meglio che uno muoia per la salvezza di tutti!?

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 11, 49-50) dal Vangelo del Giorno (Gv 11, 45-56) 

Meglio che uno muoia per la salvezza di tutti!? (Gv 11, 45-56) 

<<Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera>> 

Ci sono sempre “tattiche politiche” che usano far fuori il leader per disperdere correnti di pensiero o di lotta, per fermare movimenti della gente che toglierebbero ai potenti il controllo sulle vite e sulle cose: in certi paesi si dice che si vuole la pace, ma quando è veramente prossima a qualche accordo che la potrebbe far balenare concretamente davanti agli occhi, si programma un attentato o si progetta un assassinio.

La nostra storia recente ce ne mostra tanti esempi: certi gruppi violenti vanno proprio a prendere le persone migliori, quelle che veramente anche nel nascondimento tessono le linee di un mondo diverso e le ammazzano per fermare la storia. 

Così il sinedrio pensa di Gesù: questo uomo sta portandoci via il popolo, sta sconvolgendo il nostro mondo religioso; già tanta gente lo sta seguendo: cominciano a risponderci male, come quel cieco di alcuni giorni fa che si faceva beffe di noi, che insinuava se anche noi eravamo discepoli di questo Gesù.

Occorre fermarlo!  

Un gruppo che esercita la violenza ha una necessità assoluta da cui partire: deve trovarsi d’accordo, completamente, tutto il gruppo; ciascuno deve essere possibilmente lui stesso l’autore dell’assassinio che si progetta, altrimenti si defila e rompendo la compattezza, rende perdenti. 

E’ meglio che muoia!

E’ la sentenza nei confronti di Gesù: la condanna di Pilato sarà una farsa, la morte di Gesù era già stata decisa molto prima.  

Qui la cattiveria dell’uomo si incontra con il progetto di Dio … “è meglio che uno muoia per la salvezza di tutti” … certo, la salvezza che pensava il sinedrio era quella dell’autoconservazione, del controllo sulle coscienze e sulla religione, invece nei piani di Dio la morte di Gesù è veramente il segno di un passaggio epocale da cui non si torna indietro: l’umanità viene salvata.

In quella sentenza c’è la prospettiva nuova che la morte e la risurrezione di Gesù porterà.  

Quel “meglio che uno muoia per la salvezza di tutti” è la scelta di dono radicale di sé di Gesù, è la sua scelta di amore, è la realizzazione del piano di Dio fino dall’eternità.

La cattiveria di questi uomini non solo non ferma il piano di Dio, ma si svuota dall’interno per far posto al più grande gesto d’amore della storia: su quella croce finirà l’amore di Dio che non ci abbandona mai.

Questa croce sarà sempre un segno di grande solidarietà del Signore con tutte le nostre sofferenze, che non devono portarci alla disperazione, ma a una nuova speranza, perché la sofferenza non è stata l’ultima parola anche per Gesù: che ci aiuti, e ci dia la gioia di poterci ritrovare assieme tutti a ringraziarlo del pericolo passato.

Questa nostra pasqua sia un passaggio dalla malattia alla salute, dal mare di sofferenza e di tribolazione alla ritrovata terra della salute e della consolazione. 

4 Aprile 2020
+Domenico

Il pianto di Gesù si cambia in un grido liberatorio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni dal Vangelo del Giorno (Gv 11, 1-45)

<<Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: “Dove l`avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”.  Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Vedi come lo amava!”. Ma alcuni di loro dissero: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?”. … E, detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare”.>>

La morte resta sempre un mistero inquietante: di fronte alla morte siamo tremendamente impotenti, la nascondiamo più che possiamo, ma è l’unica certezza che sperimentiamo per tutti.

Gesù si trova di fronte alla morte di un amico: è Lazzaro, colui che con le sue sorelle dà vita a una casa accogliente, dove Gesù passa spesso a riposare per tirarsi fuori dalla bolgia delle feste che si vivono al tempio nel frastuono, nei subbugli, nelle diatribe.

Due atteggiamenti vengono messi in risalto da parte dell’evangelista Giovanni: il primo è commozione profonda e turbamento, fremito del cuore e dell’intelligenza … e sdegno.

La morte, il male, la condanna che viene dal maligno è ancora lì a punire, a deturpare, a squassare la vita, il bene sommo di cui Dio è Signore.

Nella potenza tragica della morte si annida il male oscuro e cieco dell’umanità.

Gesù ha quasi una ribellione nei confronti di questa potenza beffarda che gli ha tolto l’amico Lazzaro, come tutti noi che non riusciamo a comprendere la morte dei nostri cari.

La morte continua ad essere uno scandalo, un controsenso, una realtà incomprensibile: quando capita a noi, ai nostri amici o ai nostri cari facciamo sempre fatica a darcene una ragione. 

L’altro atteggiamento che sottolinea l’evangelista Giovanni è il pianto: è lo sfogo dell’amico, il pianto liberatorio della partecipazione a questo evento, la solidarietà con il dolore.

Gesù è un uomo con tutti i più ricchi e delicati sentimenti delle esperienze più belle dell’umanità.

L’amicizia è proprio una di quelle: è la compagnia, il sostegno, lo scambio, il riferimento, l’affidarsi vicendevole, il farsi coraggio a vicenda.

Ora, l’amico dei ritorni snervanti dalla vita di Gerusalemme non c’è più: Non risuona più la sua voce che lo rincuorava e gli dava forza per riprendere poi all’indomani un’altra battaglia nel tempio. 

Ma il pianto si cambia in lotta, in un grido liberatorio.

Dice il Vangelo <<Gridò a gran voce>> perché tutti lo sentissero, anche quelli che stavano a dirgli: bell’amico che sei stato … non ti costava niente se lo salvavi prima? Ormai …

Ecco la “parolaccia” che non dobbiamo mai dire: per Gesù non c’è nessun ormai, la vita deve sempre scoppiare e Lazzaro riprende vita e si sciolgono le bende.

Gli ha ridato vita, ma per dare un segno di quella vita infinita che dopo la sua risurrezione diventerà patrimonio di tutti, patrimonio di quel cielo che lui abiterà per dare alla terra la luce esplosiva del Risorto.

29 Marzo 2020
+Domenica