Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 44-50)
In quel tempo, Gesù esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».
Audio della riflessione.
Abituati ad ascoltare o leggere il vangelo ogni giorno, ci capita di non badare ad alcuni particolari, molto importanti e definitivi della figura di Gesù. Oggi il brano di vangelo inizia con un netto “Gesù esclamò”, tradotto anche “gridò a gran voce, fece “clamore” … sono tutte traduzioni dello stesso verbo greco, usato da Gesù almeno quattro volte, per designare una sua autopresentazione. In tutte proclama che Lui agisce a nome di Dio Padre; Lui si presenta come agente di Dio nel mondo, uno che non fa nulla di propria iniziativa, perché Lui agisce in assoluta dipendenza dal Padre e con una totale obbedienza a Lui. Perciò la nostra fede in Gesù è sempre fede nel Padre, al quale Gesù ubbidisce e dal quale ha avuto la più assoluta approvazione. In questo brano del vangelo Gesù in pratica riassume tutte le sue presentazioni:
Credere in Gesù, vederlo, significa credere e vedere chi lo ha mandato: Io e il Padre siamo una cosa sola; quindi, Gesù riflette Dio e lo avvicina all’uomo, lo fa conoscere, lo comunica.
Gesù è la luce, è venuto per portare la luce contro le tenebre dell’incredulità, così che possiamo credere in Lui ed essere salvi
La sorte e il destino dell’uomo si risolve tra fede e incredulità, tra salvezza e condanna e questo dilemma si risolve accettando o rigettando Gesù.
Il principio di riferimento nel giudizio finale sarà la parola di Gesù, perché Lui dall’inizio alla fine non ha insegnato nel proprio nome, non è stato mai indipendente dal Padre. Il Padre che lo ha mandato è la fonte di tutto quello che Gesù ha detto. La parola di Gesù è la parola del Padre. Per questo gli scribi e i farisei gli hanno dichiarato guerra totale.
La parola di Gesù, che è la parola del Padre aveva un unico scopo: comunicare la vita: questo è il comandamento che ha ricevuto dal Padre e la croce è il sigillo di questa sua volontà e della volontà di Dio Padre.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 1-11)
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Audio della riflessione.
È bello ascoltare storie, evocare sentimenti, osservare descrizioni di personaggi, vedersi rispecchiare in figure che ci aiutano a leggere più in profondità le nostre stesse emozioni e a dare voce ai nostri sentimenti … la settimana più decisiva della vita di Gesù ce ne presenta tanti.
Sei giorni prima della grande festa ancora tutto è normale: non è ancora esplosa la cattiveria umana che porterà Gesù in croce, c’è una scena intima di amicizia, dove si mescolano tenerezza e triste presagio.
Gesù sente di essere braccato: quell’ingresso trionfale a Gerusalemme ha messo in allarme il sinedrio … non staranno con le mani in mano a farsi cogliere di sorpresa … “O adesso o mai più” – pensano i sommi sacerdoti – “Quel che Gesù ha fatto è troppo!” … e Gesù si concede un momento di intimità con gli amici: va a Betania nella casa dell’amico Lazzaro.
La casa è piena di tanti amici, ma la scena è occupata da due persone: Maria, la sorella di Lazzaro e Giuda; da una parte la tenerezza, un cuore ansioso, pieno di presagi, una sensazione di qualcosa di irreparabile che sta capitando, dall’altra un freddo calcolatore pieno di sicurezza e di disprezzo, frustato e tentato di tradimento.
Maria rompe un vaso di nardo preziosissimo e riempie la sala di profumo: sono i piedi di Gesù che meritano tanto, ma è tutta la casa che ne viene saturata, la vita di quel gruppo di disperati che viene inondata da un profumo che nei loro ricordi resterà indimenticabile! È un gesto d’amore, è l’ultimo vero gesto d’amore che viene rivolto dall’umanità a Gesù.
Ce ne sarà tra poco un altro, il bacio di Giuda, quello non sarà amore, ma tradimento! C’è un conteggio che passa per la mente di Giuda: un profumo sprecato questo unguento, con tutti i poveri che ci sono e che potrebbero avvantaggiarsi del suo valore: vale ben trecento denari.
Il prossimo conteggio lo farà ancora il Sinedrio, quando gli conterà trenta miseri denari come prezzo del tradimento …
La nostra vita si snoda tra un atto di amore e un tradimento: siamo Maria che si vota a Cristo e nello stesso tempo siamo Giuda che calcola.
Per Maria e per noi spesso Gesù è tutto, ma purtroppo abbiamo la tragica possibilità di essere anche Giuda, di non capire Gesù, di vendicarci su di Lui con la nostra cattiveria.
È la Settimana Santa … dobbiamo prendere posizione: o contro Gesù o con Lui, il Dio che non ci abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,20-33)
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.
Audio della riflessione.
Sono tante le cose necessarie nella vita: avere una buona famiglia, un papà e una mamma che ti vogliono veramente bene, un marito o una moglie che è felice di vivere con te, avere un lavoro che ti permette di campare, condurre una vita onesta, star bene di salute. L’elenco potrebbe anche continuare, ma soprattutto deve orientarsi anche a qualcosa di più profondo che è il sapere di stare a cuore a Dio. L’esperienza religiosa non è secondaria nella vita di una persona, le permette di salire su un albero per capire quale è il proprio posto nella vita, le permette di avere un punto di riferimento per dare senso a quello che capita ogni giorno.
Ebbene, un giorno si avvicinano al gruppo dei discepoli che stanno accanto a Gesù, alcuni stranieri. Sicuramente sono stati colpiti da quanto si dice in giro di Gesù. Un tam-tam popolare lo aveva reso celebre, tutti ne riconoscevano la grande personalità, si sentivano consolati e affrancati dalla sua parola. Ecco allora naturale la richiesta di questi stranieri: Vogliamo vedere Gesù. Vogliamo parlargli, incontrarlo, conoscerlo; vogliamo anche noi poter stare con Lui.
È la domanda che ogni cristiano si deve fare ogni giorno. Spesso invece, ne portiamo il nome, ci adorniamo dei suoi segni, mettiamo al collo una croce, ma lui resta il grande sconosciuto; diventano più importanti le cose secondarie, gli stessi precetti di buon comportamento, che conoscere Lui. Sì, due o tre nozioni imparate al catechismo, qualche parabola, qualche sentimento vago a Natale o a Pasqua, ma la sua vita, la sua missione, quello che gli ardeva nel cuore, spesso non lo conosciamo.
E Gesù a quei greci che lo volevano conoscere dice subito quello che lo caratterizza: sono un chicco di grano che ha il coraggio di morire nella terra per poter risorgere a vita nuova; presenta a loro subito il centro della sua vita: il dono di sé fino alla consumazione, ma nella consapevolezza di una risurrezione. Nella vita non si può vivere per sé stessi; ci si diverte pure, ma si rimane soli, con un cuore rinsecchito di egoismi. Invece chi ha il coraggio di dare la sua vita, di perderla, la ritroverà piena, sovrabbondante, incontenibile. Questa è la nostra speranza, a questa speranza ci orienta sempre la vita di Gesù.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 24-26)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».
Audio della riflessione.
Doveva essere ridotto proprio male l’impero romano se per fermare il cristianesimo ha dovuto fare scempio della gioventù di allora. Oppure dovevano essere proprio bravi e decisi i giovani di allora se per fermare il cristianesimo hanno dovuto ammazzare loro, i più incoscienti, i più entusiasti, i più radicali, i più fedeli. Oppure hanno voluto colpire gli adulti privandoli del loro futuro e lasciandoli a vivere senza speranza.
Sta di fatto che la persecuzione della seconda metà del terzo secolo si è scatenata sui giovani. Avevano fatto prigioniero tre giorni prima, il 7 agosto del 258, il papa Sisto II. Stava dicendo messa nel cimitero di Callisto, era rischioso allora; aveva attorno i giovani. Ne fecero una strage. Felicissimo e Agapito erano morti in analoghe circostanze. Le nostre chiese del circondario di Roma hanno quasi tutte come fondatore un giovane martire, Lorenzo, Cesareo, Agapito, Vito, ragazzi coraggiosi che hanno testimoniato con la vita la fede che avevano: credere in Cristo interessava loro di più che le lotte dei gladiatori negli anfiteatri, che le parate nel tempio della dea fortuna di Palestrina, che le estati folli dell’impero romano. Questi ragazzi andavano ad ascoltare messa. Vi immaginate se dichiarassero una persecuzione oggi, quanti giovani troverebbero in chiesa ad ascoltare messa.
Che è successo? Come mai non siamo più capaci di offrire ai nostri giovani la bellezza della vita cristiana? Perché non ci sono più ragazzi che preferiscono il vangelo alla playstation, la bibbia ai concerti rock, l’eucaristia alle sedute spiritiche o alle messe sataniche?
Sono senza ideali, non hanno spirito di sacrificio, sono smidollati oppure noi adulti abbiamo ingessato la fede, l’abbiamo ridotta a soprammobile, l’abbiamo ritenuta secondaria rispetto alle cose più urgenti della vita: il lavoro, gli interessi, i soldi, il divertimento, la nostre stesse passioni?
Eppure se guardiamo bene, se non ci facciamo incantare dal mondo delle informazioni che preferisce parlare dei delinquenti piuttosto che dei galantuomini, esistono ancora molti giovani che sanno offrire la propria vita per gli altri, che sanno pagare con la vita la loro fede, che vivono estati alternative a servizio dei poveri e nei paesi di missione, che, per esempio stanno tornando dalla GMG di Lisbona. Forse non molti abitano tra di noi, ma il mondo è grande e la fede è ancora una forza vitale.
Lorenzo era col papa a garantirgli che la chiesa non dimenticava mai i suoi poveri, come diacono, li curava a nome della comunità cristiana. Per questo non lo hanno ammazzato subito, speravano di entrare in possesso dei tesori della chiesa.
Quando il persecutore si accorge che i tesori non sono ori o vasi di argento, pietre preziose o monili, ma poveracci che, ignari della persecuzione, tornano a far la fila per poter avere un altro giorno di vita attraverso la carità della chiesa, ammazzano anche i diaconi e bruciano Lorenzo. Questi giovani sono decisi a tutto: hanno scoperto la bellezza del vangelo, sanno che Dio ama chi dona con gioia e la loro vita è tutta per una causa: l’amore tra le persone, il soccorso ai deboli, alimentare ogni piccolo segno di vita perché diventi piena. Sanno che Gesù faceva così e lo vogliono imitare.
La cattiveria si scatena, ma inutilmente, perché Lorenzo sa che chi perde la sua vita per la cattiveria del male la ritrova piena nel Signore. Torturato e bruciato, perché la cattiveria dell’uomo è impensabile, quando si accorge di non riuscire a scalfire la gioia del perseguitato si accanisce sempre più, assume contorni demoniaci, per ottenere la morte. Lorenzo viene sepolto sulla via Tiburtina.
Tanti giovani anziché impaurirsi lo seguirono e la chiesa si irradiò ancora di più. Si verificava ciò che dice il vangelo: se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore, produce molto frutto. E’ una legge della natura. La vita passa sempre attraverso una sorta di fine inutile, un consumarsi che all’apparenza sembra una sconfitta, non dà l’idea della continuità, ma ha dentro una forza incoercibile. Sgretola perfino la roccia, ha spaccato le montagne e fatto nascere la terra. E’ così anche della nostra esistenza umana: per continuare a vivere o, meglio ancora, per dare alla vita una felicità vera, occorre saper morire all’indolenza, alla comodità, alla superficialità, alla soddisfazione immediata, alla faciloneria, al disimpegno, all’ozio.
Il problema è che forse noi adulti dobbiamo ricominciare a sperare, ad adattarci di meno, a dare fiducia, a dare esempi di vita pulita, generosa, a smettere di collocare il danaro al di sopra di tutto. Dobbiamo rigenerare la nostra fede, ci siamo adattati per troppo tempo, abbiamo creduto che con la modernità i nostri vecchi valori dovessero tramontare. Ma la bontà, l’amore, la fede non tramontano mai. Abbiamo in genere i giovani che ci meritiamo.
Assistiamo molte volte a tanti giovani purtroppo che perdono la vita per incidenti stradali. Noi vorremmo che la amassero la vita, la donassero per una grande causa, la offrissero come segno di amore a una famiglia.
Chiediamo a San Lorenzo che ci aiuti a trovare fiducia nella vita, a trovare forza nella fede e a investire sul futuro delle giovani generazioni.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,1-11)
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Audio della riflessione
È bello ascoltare storie, evocare sentimenti, osservare descrizioni di personaggi, vedersi rispecchiare in figure che ci aiutano a leggere più in profondità le nostre stesse emozioni e a dare voce ai nostri sentimenti. La settimana più decisiva della vita di Gesù ce ne presenta tanti.
Sei giorni prima della grande festa ancora tutto è normale, non è ancora esplosa la cattiveria umana che porterà Gesù in croce, c’è una scena intima di amicizia, dove si mescolano tenerezza e triste presagio. Gesù sente di essere braccato, quell’ingresso trionfale a Gerusalemme ha messo in allarme il sinedrio; non staranno con le mani in mano a farsi cogliere di sorpresa. O adesso o mai più, pensano i sommi sacerdoti. Quel che Gesù ha fatto è troppo. E Gesù si concede un momento di intimità con gli amici. Va a Betania nella casa dell’amico Lazzaro. La casa è piena di tanti amici, ma la scena è occupata da due persone: Maria, la sorella di Lazzaro e Giuda.
Da una parte la tenerezza, un cuore ansioso, pieno di presagi, una sensazione di qualcosa di irreparabile che sta capitando, dall’altra un freddo calcolatore pieno di sicurezza e di disprezzo, frustrato e tentato di tradimento. Maria rompe un vaso di nardo preziosissimo e riempie la sala di profumo. Sono i piedi di Gesù che meritano tanto, ma è tutta la casa che ne viene saturata, la vita di quel gruppo di disperati che viene inondata da un profumo che nei loro ricordi resterà indimenticabile. È un gesto d’amore, è l’ultimo vero gesto d’amore che viene rivolto dall’umanità a Gesù.
La sua vita stava arrivando al termine cruento e violento. Alla sua nascita aveva avuto la cura delicata di sua madre, in quella estrema povertà, ma sicuramente in un abbraccio d’amore, il più bello che possa immaginare l’umanità, l’abbraccio di Maria. La sua vita poi era proseguita, aveva provato tutti i sentimenti umani: l’affetto di coloro che si era scelto, il desiderio di ascoltarlo di molti poveri, la sincera gratitudine dei miracolati, l’odio strisciante dei suoi oppositori. Proverà tra poco il massimo di cattiveria che il cuore umano può esprimere, quando viene strattonato da una cella all’altra del palazzo del potere, nella passione, sul Calvario, lungo le vie della città, con qualche gesto di umana pietà. Ma ce ne sarà tra poco un altro, il bacio di Giuda, quello non sarà amore, ma tradimento.
Quel bacio viene preparato da un conteggio che passa per la mente di Giuda: un profumo sprecato questo unguento, con tutti i poveri che ci sono e che potrebbero avvantaggiarsi del suo valore. Vale ben trecento denari. Il prossimo conteggio lo farà ancora il Sinedrio, quando gli conterà trenta miseri denari come prezzo del tradimento.
La nostra vita si snoda tra un atto di amore e un tradimento, siamo Maria che si vota a Cristo e nello stesso tempo siamo Giuda che calcola. Per Maria e per noi spesso Gesù è tutto, ma purtroppo abbiamo la tragica possibilità di essere anche Giuda, di non capire Gesù, di vendicarci su di Lui con la nostra cattiveria. È la Settimana Santa dobbiamo prendere posizione. O contro Gesù o con Lui. C’è un uomo di Cirene che viene coinvolto all’inizio senza spontaneità, ma poi un po’ alla volta con amore, ci sono i ladri crocifissi con Lui: uno ci sta, l’altro si ribella, c’è il centurione che alla fine crolla nella sua indifferenza e fa il primo atto di fede; c’è Giovanni ai piedi della croce, c’è Maria, ci sono gli apostoli in fuga. Ecco noi dobbiamo prendere questa settimana la nostra posizione. Gesù ci aspetta. Decidiamo di fare Pasqua non nei negozi a comprare regali, ma nella coscienza ad assumere la nostra responsabilità di fronte a Lui.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv12, 24-26)
Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».
Audio della riflessione
Sono tante le cose necessarie nella vita: avere una buona famiglia, un papà e una mamma che ti vogliono veramente bene, un marito o una moglie che è felice di vivere con te, avere un lavoro che ti permette di vivere, condurre una vita onesta, star bene di salute … l’elenco potrebbe anche continuare, ma soprattutto deve orientarsi anche a qualcosa di più profondo che è il sapere di stare a cuore a Dio.
L’esperienza religiosa non è secondaria nella vita di una persona: le permette di salire su un albero per capire quale è il proprio posto nella vita, le permette di avere un punto di riferimento per dare senso a quello che capita ogni giorno.
Ebbene, un giorno si avvicinano al gruppo dei discepoli che stanno accanto a Gesù, alcuni stranieri … sicuramente sono stati colpiti da quanto si dice in giro di Gesù: un tam tam popolare lo aveva reso celebre, tutti ne riconoscevano la grande … personalità, si sentivano consolati e affrancati dalla sua parola … ecco allora naturale la richiesta di questi stranieri: “Vogliamo vedere Gesù. Vogliamo parlargli, incontrarlo, conoscerlo; vogliamo anche noi poter stare con Lui!”.
E Gesù a quei greci che lo volevano conoscere dice subito quello che lo caratterizza: “sono un chicco di grano che ha il coraggio di morire nella terra per poter risorgere a vita nuova”; presenta a loro subito il centro della sua vita: il dono di sé fino alla consumazione, ma nella consapevolezza di una risurrezione.
Nella vita non si può vivere per se stessi: ci si diverte pure, ma si rimane soli, con un cuore rinsecchito di egoismi … invece chi ha il coraggio di dare la sua vita, di perderla, la ritroverà piena, sovrabbondante, incontenibile! Questa è la nostra speranza, a questa speranza ci orienta sempre la vita di Gesù.
Il chicco che muore non si consuma in una terra cruda e spietata, ma nelle braccia di un padre che dà vita! Avessimo tutti un padre così!
Ma la preghiera che tutti ricordiamo, che abbiamo imparato da bambini, dice proprio: “Padre nostro” … ci possiamo contare allora!
San Lorenzo, il diacono fatto martire con Papa Sisto II e i suoi compagni diaconi, qualche giorno dopo però, perché pensavano che custodisse le ricchezze della chiesa: era verissimo, ma le ricchezze che presentò San Lorenzo erano tutti i poveri di Roma che lui serviva portando – da buon diacono – a tutti, con il pane, il Vangelo di Gesù.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 44-50)
Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».
Audio della riflessione
Siamo sempre un cerca di verità, di uscire dagli inganni della vita che abbiamo spesso sperimentato e che ci hanno intorbidato l’esistenza: infatuazioni, esasperazioni, scorciatoie, illusioni, promesse false di felicità, persone stimate e seguite oltre ogni ragione di plausibilità, consapevoli pure di sentirci ingannati.
Insomma esiste chi mi può dare certezze di coscienza nella vita? Nel vangelo Gesù si presenta così e quel che ha detto l’ha pagato con la vita, in una morte assurda, crudele e accettata per amore. Ecco perché il suo grido è liberatorio per la sua missione nel mondo e soprattutto un grande dono per noi: Giovanni l’evangelista lo usa altre tre volte con solennità, sempre riferito a Gesù. Gridò, esclamò a voce alta, disse con clamore: chi ha sete in me, beva, io sono mandato da Dio, io sono venuto nel mondo come luce… Possiamo allora fare chiarezza dentro di noi e tra noi del contenuto di questo molteplice grido:
Credere in Gesù vederlo, significa vedere il Padre che lo ha mandato. Lui e il Padre sono una cosa sola. Gesù ci riflette Dio e lo avvicina all’uomo e alla donna, all’umanità, lo fa conoscere, lo comunica. Basta cercare Dio solo nella filosofia o nelle sole facoltà di conoscenza umane
Gesù è la luce, nella confusione delle nostre tenebre, nella incredulità di cui molti si vantano e si sentono superiori in umanità, e seguendo questa luce possiamo dare significato vero e definitivo alla nostra vita. Come dice sant’Anselmo di Aosta: “O somma e inaccessibile luce, o totale e beata verità…Tu sei tutta presente in ogni luogo e io non ti vedo. In Te mi muovo e sono in Te, e non posso accostarmi a Te, Sei dentro di me e attorno a me, e io non ti sento. Fa o Dio che io ti conosca, ti ami per gioire di Te… qui la mia gioia sia grande nella speranza e di là sia piena nella realtà”
Il dilemma fede-incredulità gira intorno alla accettazione o rigetto di Gesù e questo significa anche salvezza o perdizione, vita riuscita o vita fallita, vivere in pienezza o vivacchiare
La venuta di Gesù, la sua azione, la sua predicazione, il suo farsi uomo condividendo tutto della nostra esistenza, eccetto il male in sè, il peccato (perché di male ne ha subito se l’hanno crocifisso) aveva un unico scopo, non condannare, ma comunicare la vita; questo è il Progetto, (il vangelo dice comando e noi purtroppo lo pensiamo sempre una imposizione di qualcuno su un altro, qui il Padre sul Figlio), il progetto che Padre Figlio e Spirito Santo si sono dati per amore dell’umanità
Valeva proprio la pena che Gesù lo gridasse, lo annunciasse con clamore, lo facesse capire al di sopra di tutto e noi gliene siamo grati, in questo tempo pasquale di gioia, di speranza, di invocazione a Dio che ci purifichi dalla guerra e da tutti gli strascichi che si porta dietro.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,1-5) dal Vangelo del Lunedì Santo (Gv 12, 1-11)
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?».
Audio della riflessione
Sei giorni prima, proprio come oggi, proprio nell’imminenza degli eventi definitivi che sono tanto attesi, ma che si consumano quasi come un lampo nella velocità e caducità del tempo … sei giorni prima di Pasqua.
Abbiamo vissuto tutti noi certe settimane decisive … oggi è tutto “normale”, tra sette giorni può essere tutto diverso! Così è la nascita di un bambino, così la morte che si porta via tutto e lascia la settimana dopo solo stupore e confusione, così sono le scelte banali, i campionati, la partite … sembra quasi che la tensione vissuta nella preparazione, la stessa importanza del fatto che vivi … non sia affatto “ripagata” dalla brevità e dalla velocità in cui tutto avviene.
Ebbene, sei giorni prima di Pasqua Gesù ritorna in un luogo caldo di amicizia e sentimento: non lo incantano le manifestazioni di successo … Ieri era stato osannato, ma sa bene la fragilità dell’audience, dell’immagine: oggi sei al centro, domani non ti guarda nessuno! O sei qualcuno tu, o sei niente se ti affidi e pensi che sia la notorietà a darti sostanza!
Gesù si affida all’intimità di una famiglia: vuole passare i suoi ultimi giorni nell’amicizia e nel tepore di una accoglienza … ma anche questa non è nessuna isola: scoppia il grande amore di Maria, la sorella di Lazzaro, che stavolta serve a tavola … non sta allampanata a guardare e a contemplare, e decide un gesto di amore estremo, delicatissimo, foriero di presagi che non si possono dire a parole: unge di profumo i piedi di Gesù.
Il timore che a Gesù sarebbe capitato qualcosa di grave è nell’aria: nessuno lo dice per delicatezza, per amore, per “godere” pur in un’incoscienza voluta quei momenti intensi. È Gesù stesso che li esprime: “Mi hai anticipato con il tuo gesto di amore la sepoltura”.
È sempre il dolcissimo Gesù che accoglie nella verità e offre strade per accettarla.La verità della situazione è fatta emergere in termini ancora più crudi dall’intervento e dalla presenza di Giuda: profumo sprecato, poveri abbandonati, lusso ingiustificabile. Lui, col cuore ormai inaridito dalla delusione e dall’incapacità di stare dalla parte di Gesù.
La coda del diavolo c’è sempre e ci ricorda che la vita è sempre in salita e che occorre sempre affidarsi a Dio come fa Gesù … ma Maria, la sorella di lazzaro, la “contemplativa”, è riuscita a offrire a Gesù l’ultimo gesto di amore dell’umanità prima della sua morte.
Ce ne sarà un altro di gesti d’amore, sarà il bacio di Giuda, ma quello è tradimento … questo è l’ultimo gesto di amore dell’umanità a Gesù.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 24-26)
Audio della riflessione
Qualche anno fa sono stato su un costone di roccia della valle di Gressoney, vicino a Pont Saint Martin, a celebrare con una messa un anniversario: si trattava della morte di un giovane partigiano, un ragazzo pulito, entusiasta della vita, innamorato dello Sport e della vita, ma soprattutto innamorato di Gesù. Aveva deciso di servire così la patria e in una imboscata ai nemici – che poi erano sempre persone della stessa sua provincia, ma la guerra ci mette sempre contro gli uni gli altri e siamo sempre tutti uomini e figli di Dio – ebbene in questa imboscata su quel ponte era stato ferito un ragazzo come lui di soli 16 anni, e questi continuava a lamentarsi a gridare aiuto e spezzava il cuore.
Era un nemico, ma aveva solo 16 anni.
Gino Pistoni, così si chiamava quel giovane, insistendo con il suo capo, riesce a strappare il permesso di andare a soccorrerlo. La scelta è fatale, arrivano i tedeschi che sparano all’impazzata nel bosco: una scheggia lo colpisce alla gamba e gli taglia l’arteria femorale; perde sangue, non riesce più a fuggire, i suoi amici lo lasciano. Il sangue continua a uscire, si sente la vita fuggire.
Allora con le sue dita intinte nel sangue abbondante che gli cola dalla gamba scrive sullo zainetto: offro la mia vita per l’Azione Cattolica e per l’Italia. Viva Cristo Re.
Il giorno dopo gli amici ritornano a vedere che cosa era successo e trovano lui morto, ne seppeliscono il cadavere e conservano lo zaino con la scritta fatta col suo sangue.
Quello zainetto insanguinato ancora oggi è custodito nella cappella del vescovo di Ivrea: il chicco che cade in terra, muore e dà frutto, è la vita del cristiano, è la vita di Gesù.
Ancora in questi tempi in varie parti del mondo i cristiani sono perseguitati e bruciati: Lorenzo è stato bruciato così, perché era cristiano.
Le statue belle e decorate che raffigurano san Lorenzo non rendono l’orrore che ha segnato gli ultimi istanti della sua vita: noi li abbiamo trasformati per non offendere la nostra sensibilità, ma la sua fu morte vera, tragica, in dispetto della sua fede, delle sue scelte.
I carnefici erano arrabbiati perché Lorenzo lo avevano tenuto come ostaggio per farsi dare i soldi dalla chiesa, le sue ricchezze di cui tutti anche oggi favoleggiano … ma la vera ricchezza della chiesa erano i poveri e Lorenzo non ebbe più scampo.
Così era stato ucciso papa Sisto II, con i suoi diaconi, così Agapito, Vito, Cesareo: tutti giovani decisi a seguire Gesù Cristo, e in quella estate avevano sferrato un attacco mortale alla chiesa … ma la chiesa pur privata delle sue vite migliori rifiorì.
Ci sono ancora oggi giovani così? Esistono cristiani che sanno pagare con la vita la loro fede? Sono domande che dobbiamo porci come adulti per vedere se abbiamo offerto ai giovani una fede solida o solo le cianfrusaglie della nostra vita che non ha sapore, che si preoccupa di tutt’altro, che viene buttata nella superficialità e nel disinteresse per tutti.
La legge della vita comunque rimane sempre quella: se la vuoi conservare la devi regalare e ci sono tanti modi per fare della nostra vita un regalo.
Dio ce li suggerisce e voglia darci anche la forza di attuarli.
I malati lo fanno con le loro sofferenze, noi un poco nell’aiutarli a portarle, i loro parenti amandoli ogni giorno senza sosta.
Non siamo la loro graticola e loro non lo sono per noi, ma siamo tutti sulla stessa graticola, che è la vita, e che Dio ci aiuta a vederla come un pegno del nostro futuro nella sua pace.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 44-50)
Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me».
Audio della riflessione
Mai il mondo ha conosciuto una potenza di illuminazione come il nostro: abbiamo capacità di assorbire ogni energia in energia luminosa; le nostre città non ci permettono più di guardare le stelle, le nostre luci ci confondono.
Siamo sul palco della vita con un faro puntato negli occhi: non vediamo nient’altro, tutto attorno è nelle tenebre e sperimentiamo solitudine.
Non vediamo niente, mentre tutti vedono noi; la luce ci abbaglia e non ci permette di guardare la vita.
Abbiamo occhi, abbiamo cose, c’è la natura ancora bella, un creato meraviglioso, ma non lo sappiamo più vedere perché la luce giusta: è come se avessimo rubato colori dell’arcobaleno: invece di uomini e donne vediamo spettri, ne fotografiamo pezzi per venderli, vediamo solo quello che appare, non sappiamo andare oltre … soprattutto penetrare il mistero della vita.
Gesù è la luce vera: è venuto nel mondo proprio come luce perchè non ci siano più tenebre.
Lui non ci acceca! Lui non ci abbaglia: la Sua Luce colora ciascuna creatura della Sua bellezza, ci permette di andare in profondità, di scegliere il punto di vista più giusto, più capace di far vedere il bene,
Le vicende dell’esistenza hanno bisogno della luce giusta, per essere gustate e capite … è come quando andiamo a comprare un vestito: non ci fidiamo dei colori del negozio, usciamo in strada per vedere la realtà, non una finzione.
è così anche nella vita: solo Gesù ci da i colori giusti, tutti quelli che servono, anche quelli che ci fanno capire il male, quello che noi siamo, per sentirci bisognosi della sua misericordia è quello che abita nel cuore degli altri, perché li amiamo ugualmente, li perdoniamo, gli aiutiamo a vincerlo, siamo per loro l’aiuto sicuro.
Se una luce ti illumina sai trovare la strada della vita, la sai percorrere, capisci quando stai sbagliando!
Gesù è sempre questa luce della Vita, e con la luce dona anche la sua parola: è una parola di consolazione e non mai di condanna, è una Salvezza, un sostegno e mai giudizio: ne tenebre, ne condanne, ma luce e forza, vita piena, cielo aperto su di noi, sulle nostre strade spaesate.
E … non è una luce abbagliante: preferisce farci da “torcia”, perchè sta camminando con noi.