Riuniti per un pane spezzato

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Audio della riflessione.

Che cosa lega i cristiani tra di loro tanto che dovunque vai, nel pieno delle ferie, al mare o sui monti trovi gente (forse oggi non molti) che si veste bene, organizza la giornata diversamente e converge in un luogo, in una chiesa, o nel campeggio attorno a un tavolo o in montagna attorno a una roccia imbandita per l’occasione a semplice mensa?  Tutti compiamo un gesto comune, tutti abbiamo una proposta, partecipiamo a un dono: abbiamo cercato vita, l’abbiamo trovata non soltanto con la fede in Gesù e nella sua parola, ma l’abbiamo accolta e condivisa con il dono del pane e del vino offerti come cibo. 

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Non si può parlare di vita senza parlare del rapporto con Dio vissuto attraverso Gesù e non si può parlare di vita se non in un contesto di dono, il dono fino alla morte che viene sempre rivissuto, offerto, partecipato nel rito, gesto, esperienza del pane spezzato e del sangue versato, nella  esperienza della Messa.  

I cristiani sono abituati a questo linguaggio, fa parte di ogni iniziazione cristiana. Chi non ricorda la prima comunione, l’entusiasmo che ci abbiamo messo nella preparazione, il candore dell’animo con cui facevamo domande e trovavamo piccole risposte vere per noi e capaci di rendere quel primo incontro una vera esperienza di vita? 

Oggi forse che per molti il ricordo si è sbiadito torna quella giusta domanda che hanno anche gli ascoltatori di Gesù. Come può costui darci da mangiare la sua carne? Ma che è questo concentrarsi di tanta gente attorno a un pezzo di pane e a un calice di vino? Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiamo in abbondanza. Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita piena. 

Su queste tre piccole frasi si sviluppa la fede e la vita del cristiano.  Da questo segno è interrogato ogni uomo che cerca vita piena. Noi oggi diamo a questo momento una rilevanza anche pubblica, non abbiamo vergogna o paura o timore di essere disprezzati e portiamo questi segni nella nostra vita civile, anche con una processione. 

Potremmo avere anche la sensazione che saremo pure gli ultimi che vivono questa esperienza, ma non verrà mai a mancare, finché c’è una anche piccola comunità cristiana, la fede in questo piccolo pezzo di pane che è per noi ancora quel corpo dato agli apostoli nell’ultima cena, il corpo di Gesù.

11 Giugno
+Domenico

Difficile da capire, ma necessario per vivere la fede

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-58)

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao

Audio della riflessione

Facciamo fatica, noi uomini del terzo millennio a credere che ci sia qualcosa che va oltre le leggi della natura. Noi calcoliamo tutto, misuriamo ogni cosa sappiamo dire tutte le cause, sappiamo prevedere tutti gli effetti, anche se non sappiamo ancora dominare la natura, non conosciamo fino in fondo la stessa nostra umanità, il nostro stesso corpo. Gesù è Figlio di Dio, è con il Padre creatore del cielo e della terra. Lui è il centro dell’universo e pone il mondo al servizio del suo piano d’amore. Le leggi della natura sono per Lui al servizio del grande messaggio di amore di Dio per l’uomo. Per questo ha moltiplicato i pani, per questo un giorno offre all’uomo una proposta sconvolgente: si offre come cibo per la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita piena.  

Gesù sta spiegando ai suoi apostoli la preziosità del dono del suo corpo e del suo sangue che sta offrendo con l’Eucaristia. Il discorso è duro da capire, difficile da immaginare, è provocatorio. Sangue è sinonimo di morte, è riferimento alla sua crocifissione, è necessità di confrontarsi con il suo dono fino all’ultima goccia. Il discorso è duro, ma su questo Gesù non transige. È pronto a restare solo. L’Eucaristia è una esperienza necessaria per la vita del cristiano, sia come modo di comunicare con il Signore, sia come modo di incarnare il suo messaggio. Dirà più tardi ai suoi discepoli che rimanevano esterrefatti come la gente che lo ascoltava: volete andarvene anche voi?  Qui occorre fare quel salto di qualità che spesso viene richiesto a tutti fedeli. 

Quando non sai che strada prendere nella vita: io sono con te; quando hai bisogno di ritrovare senso e gusto nel vivere, io sono con te; quando cerchi una vera speranza, io te la posso far incontrare nel mio essere pane per te, perché speranza vera nasce quando uno si dona all’altro per amore fino in fondo. I suoi apostoli in seguito si rifaranno all’Eucaristia per avere speranza in ogni situazione di vita. 

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Non si può parlare di vita senza parlare del rapporto con Dio vissuto attraverso Gesù e non si può parlare di vita se non in un contesto di dono, il dono fino alla morte che viene sempre rivissuto, offerto, partecipato nel rito, gesto, esperienza del pane spezzato e del sangue versato, nell’esperienza della Messa. I cristiani sono abituati a questo linguaggio, fa parte di ogni iniziazione cristiana. Chi non ricorda la prima comunione, l’entusiasmo che ci abbiamo messo nella preparazione, il candore dell’animo con cui facevamo domande e trovavamo piccole risposte vere per noi e capaci di rendere quel primo incontro una vera esperienza di vita? Oggi forse che per molti il ricordo si è sbiadito torna quella giusta domanda che si sono fatti hanno anche gli ascoltatori di Gesù. Come può costui darci da mangiare la sua carne? Ma che è questo concentrarsi di tanta gente attorno a un pezzo di pane e a un calice di vino? 

Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiamo in abbondanza. Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita piena. Su queste tre piccole frasi si sviluppa la fede e la vita del cristiano.  Da questo segno è interrogato ogni uomo che cerca vita piena. 

28 Aprile
+Domenico

Il centro della vita cristiana è quotidiano come il pane  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,45-51)

In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo»
.

Audio della riflessione

C’è un elemento, un simbolo, molto comune nella vita di ogni uomo, capace di rievocare esperienze profonde di umanità, di identità, di comprensione di sé stessi e della nostra storia. È un simbolo che travalica la nostra vita, ci lega alla storia degli uomini. Simboli come questi ce ne sono tanti, non sono riducibili a parole, ma sono parole che squarciano significati, sono parole come casa, acqua, sale, fiore, mamma, babbo, pane. Hanno molte capacità di evocazione dell’esistenza umana. Prendiamo il simbolo: pane. Non è riducibile a nessuna forma di esso, a nessuna contraffazione moderna, a nessuna appropriazione di qualcuno o di qualche industria. 

Ti ricorda la casa, la famiglia, la fame, la semplicità, la terra, la sporta cui ti attaccavi, quando eri bambino, il fuoco, il panettiere, quell’odore fragrante di forno, quelle ore dell’alba, la gente che l’addenta, il calore di un gesto di dono, la semplicità e la naturalezza di un nutrimento, il compagno quotidiano di ogni vita, l’elemento necessario di ogni tavola. 

Può mancare tutto, ma non il pane. E Gesù sulla scia di una lunga tradizione di rapporto, di presenza di Dio tra gli uomini con il dono del pane, si presenta a noi perentoriamente e dice: Io sono il pane della vita. Io sono il pane vivo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. 

La portata di queste affermazioni è enorme: quel simbolo di vita, quell’elemento che ci definisce, che ci affratella, che ci riconcilia con noi stessi, che abita la nostra semplice vita quotidiana, che ci premette di ritrovare le nostre radici, che ci lega alla natura e al creato, agli uomini nostri fratelli è Lui, è Gesù Cristo. 

Non può mancare nella nostra vita, non può mancare nella nostra casa: senza pane ci pare di non nutrirci. Senza Gesù, manca il gusto, il senso. 

È il pane della vita, è la radice della vita; almeno lo si potesse mangiare! almeno lo si potesse avere nella bisaccia della nostra esistenza! Ma non è forse questo che ci ha promesso e dato proprio prima e nel morire?! Fare la comunione spesso è godere sempre di un nutrimento essenziale. 

27 Aprile
+Domenico

Io ti risusciterò sicuramente nel giorno definitivo della tua vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,35-40)

In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Audio della riflessione

Abbiamo spesso riflettuto in questo tempo pasquale sulla risurrezione di Gesù e siamo chiamati ancora a vedervi il nostro futuro che dà luce sempre più nuova al nostro presente. Dobbiamo fare i conti con la parola eternità, che non può far parte ancora della nostra mentalità umana 

Gesù promette a chi gliela domanda la vita eterna, chi crede in lui avrà la vita eterna. Eterno significa pieno, senza limiti, oltre ogni tempo, senza fine. Nella nostra vita facciamo esperienza di realtà che hanno tutte una vita breve, tutte le cose che vediamo sono limitate, di infinito ci sono forse dei pensieri ricorrenti. Tutto è caduco, tutto è finito: Sempre e mai non fanno parte della nostra esistenza o per lo meno sono riferite al tempo della nostra vita che non ha niente di illimitato, di eterno.  

Invece Gesù ci dice che chi crede in Lui ha la vita eterna, la pienezza, l’infinito, la perennità. C’è una vita che è stata guadagnata a noi dalla sua croce che sarà il massimo di felicità e che non tramonterà mai. Lui solo è capace di donarcela, di farcela vivere, di renderci degni di goderla. Questo dono è anticipato e trasmesso attraverso Gesù che è il pane vero con il dono del suo corpo e del suo sangue. È la sua vocazione, è il compito che Dio Padre gli ha affidato. La sua volontà, da sempre stabilita sul mondo, è che non perda nulla di quanto egli mi ha dato. Dio è Padre e se ama, ama per sempre. C’è una vocazione per ogni uomo, un DNA che non tramonta e che caratterizza la vita: essere per sempre nella sua felicità. Sono pensieri che ci danno le vertigini, perché vanno al di là di ogni esperienza, ci inondano di stupore e ci immergono in una vita che non è quella che sperimentiamo, ma sicuramente quella che desideriamo e sogniamo.  

E per non farci solo sognare o siamo tentati di rimandare continuamente i nostri sogni di futuro ci dona anche i mezzi per poterlo impostare, attuare, contemplare: il cibo dell’eternità, il suo pane, il pane eucaristico. È come se iniziassimo a trasformare le nostre caducità in anticipazioni di eternità, mezzi infallibili per raggiungere la nostra meta finale. Il beato Carlo Acutis soleva dire che l’Eucaristia è una autostrada per il Paradiso, per la vita risuscitata felice e eterna 

E Gesù è incaricato solennemente da Dio Padre di non perdere nessuno di noi. Capiamo allora ancora di più quella sua decisione irrevocabile e sofferta di prendere la croce: Voleva bucare il cielo e farci tutti salire ad abitarlo per sempre e nell’ultima cena ce ne ha aperto l’autostrada., dandoci come nutrimento il suo corpo e il suo sangue, già collocati nell’eternità. 

26 Aprile
+Domenico

Domande umane e risposte di Gesù

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 6,22-29)

Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie.
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Audio della riflessione

Ogni persona nella vita si fa tante domande a partire da quelle più materiali di cibo, di bevanda, di persone che si cercano, di bisogni che nascono dalla vita fino alle domande più esistenziali: perché vivo? Che male ho fatto? C’è qualcuno che mi vuole bene? Le domande in noi creano un bisogno che va soddisfatto, una sorta di buco che va coperto con una risposta. Se chiedo un pane, chi me lo dà compie la domanda con una risposta. Ma ogni domanda si porta dentro altri bisogni più profondi, è una specie di scavo nella vita a cercare ragioni per crescere, cambiare, approfondire, trovare qualcosa che soddisfa fino in fondo.  

Gesù di solito di fronte alle domande che gli fanno ha sempre una grande considerazione di chi le fa e vuole andare più in profondità possibile. La gente gli chiede dopo averlo cercato invano: maestro quando sei venuto qui? Gesù sa che quelli erano stati da lui la sera prima e avevano fame. Lui li aveva sfamati con la moltiplicazione dei pani e quindi di rimando dice loro: voi mi cercate perché avete mangiato il pane; guardate però che c’è un cibo che voi non v’accorgete di cercare che vi toglie un’altra fame più profonda quella di una vita che non finisce mai, la vita eterna.  E loro: se ci fai capire bene che cosa vuoi da noi, siamo pronti a farlo. E Lui: Dio vuole solo che voi crediate che io sono colui che Dio ha mandato. 

Il pane che io vi darò è il pane che viene dal cielo, è il Padre mio che vi dà questo pane e ha dato a me il potere darlo a voi. Bellissima la risposta della gente. Signore dacci sempre di questo pane. Lo stesso metodo, e lo stesso discorso lo aveva fatto per l’acqua che chiese alla Samaritana. La sete di quella donna era una sete di molto altro, di un’acqua di vita eterna che solo lui poteva dare. Anch’essa disse: dammi sempre di quest’acqua, anche se non aveva ben capito che Gesù stesso si definiva essere quest’acqua.  

Siamo nel tempo dopo Pasqua stiamo imparando ad avere occhi di Pasqua, occhi che guardano sempre più in profondità nella nostra vita e nelle nostre domande, perché dobbiamo imparare a vivere da risorti, a pensare da risorti, a testimoniare che la vera vita piena ci viene donata da Gesù proprio perché ce l’ha guadagnata con la croce e si è configurata per ogni persona credente nel suo futuro di risurrezione. 

Abbiamo ancora molto da camminare e il cammino andrà sostenuto da un cibo di risorti e questo cibo è l’Eucaristia, che scandisce ogni giorno i passi verso la vita vera e ci fa tutti fratelli in questo lungo cammino. 

24 Aprile
+Domenico

Siamo sempre in una barca alla deriva  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,16-21)

Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao.
Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento.
Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!».
Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Audio della riflessione

Paragonare la nostra vita a una barca che solca i mari, che naviga a vista, che incontra difficoltà, che non sa bene orientarsi a una meta, che si sente spesso in balia delle onde, che cerca un porto sicuro per attraccare è una esperienza che viviamo ogni giorno e varie volte colora la nostra esistenza.  

Avere io navigato anche varie volte sul lago di Gennèsaret in Palestina pensando alla vita degli apostoli e soprattutto alla presenza con loro di Gesù, paziente, che conversa con loro, che dorme e che ne viene svegliato perché gli apostoli si sentono in pericolo, popola anche la mia fede. Trovare questo episodio inserito nel capitolo sesto di Giovanni che ci fa rivivere il dono del pane che è Gesù in tanti significati fino a quello sperimentabile in ogni Eucaristia e incontrabile come per i discepoli di Emmaus allo spezzare il pane, riempie la nostra vita di momenti decisivi della nostra esperienza di Gesù. Gli apostoli sono in barca in ricerca di Lui e lo siamo anche noi, ma non lo troviamo e, come sempre, è Lui che si fa trovare. 

 Nella nostra vita è sempre così: crediamo di essere sempre noi gli attori, i soggetti, le persone di riferimento, quelli che se vogliono, possono; invece è sempre Gesù che ci legge nel cuore e che ci precede; per noi cammina sempre sulle acque perché spesso gli facciamo terra bruciata attorno. 

Il lago per noi è quasi sempre in tempesta perché abbiamo la triste possibilità di fidarci solo di noi, di sentirci indispensabili, di non essere ancora in grado di vedere prima le tentazioni e ci accontentiamo sempre di farci trovare inadempienti. Sappiamo che senza Gesù non abbiamo la mentalità lucida e soprattutto un cuore che vede, che lo ama, che se si attarda è solo perché c’è un povero da soccorrere e ci ricordiamo troppo tardi che invece è lo stesso Gesù che ci cerca, che ha il volto di chi incontriamo nel bisogno, di chi desidera da noi che passiamo per gente che conosce Gesù, una parola di vangelo e noi gli propiniamo sempre le nostre parole di convenienza, insulse e spesso pure cattive. 

Chiediamo a Gesù che ci apra gli occhi sulle bufere della vita non solo nostra, ma anche della nostra società, della nostra chiesa, dei nostri fallimenti e pure dei nostri tentativi onesti e ingenui, che hanno sempre bisogno della sua presenza, del suo salire sulla nostra barca della vita e della nostra solare e grata accoglienza di Lui, Gesù, in qualunque persona si presenti. 

22 Aprile
+Domenico

Nella bisaccia di un ragazzo il segno del pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,1-15)

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Audio della riflessione

Possiamo farci aiutare a riflettere dalla fede di un giovane sconosciuto, ma importante del vangelo di oggi: spontaneo, concreto, generoso, mescolato alla gente con una bisaccia piena di pane e qualche pesce.  

È un ragazzo che, come tutti, ha una vita davanti: va tutti i sabati in sinagoga a ripetere e cantare versetti, qualcuno ogni tanto lo prende e lo molla con qualche lavoro. Ma ha sentito parlare di Gesù. È uno che parla chiaro, che va giù duro, che non fa le solite raccomandazioni di galateo. Lo voglio sentire anch’io, voglio vederlo anch’io, voglio partecipare alla festa dell’esserci. E va, diremmo noi oggi, se non fosse irriverente, al suo grande concerto rock, all’incontro con qualcuno che lo infiamma, che lo fa sentire vivo. La quotidianità ritornerà ancora, non c’è dubbio: la ricerca di lavoro, il tirare a campare, lo stare a raccontarsi, il sentirsi addosso gli adulti con le loro infinite raccomandazioni… ma lasciatemi andare. 

E parte. Ma nella sua concretezza, poi dicono che i giovani sono sbadati, si prende una scorta di pane e due pesci seccati. Sa che gli viene una fame da morire certe volte, soprattutto quando la vita va a cento. 

Ascolta Gesù che parla, si mescola alla gente e gli viene fame; apre la sua bisaccia: è il momento in cui tra gli apostoli si diffonde il panico. Gesù li provoca: occorre dare da mangiare a questa gente. Sì! e noi che ci facciamo. L’unico che sta bene è questo ragazzetto qui, più saggio di tanti adulti. 

Il vangelo non racconta che cosa è successo in quel momento. Sta di fatto che quei cinque pani e quelle sardine arrivano a Gesù: il ragazzo nella sua concretezza, semplicità e generosità mette a disposizione. E tutti mangiano, e tutti si saziano, e tutti si scatenano e si scaldano. Erano solo la scorta di un ragazzo per la sua avventura in cerca di vita diventano il segno di un pane insaziabile, che è Gesù. Erano una debolezza, di fronte al problema, sono diventati per Gesù la forza. 

Quel pane eucaristico per noi oggi è la dolcissima presenza dello Spirito Santo. Siamo davanti a Dio come quel ragazzo che porta i suoi semplici pani e le sue secche sardine. Noi siamo questo, se l’opera è tua, noi ti mettiamo a disposizione il poco che abbiamo per la tua gloria. L’uomo di oggi ha bisogno di spirito e soprattutto di Spirito Santo. È il pane della speranza, della libertà, della santità che vogliamo chiedere anche oggi a Gesù.  

Il nostro pane è Gesù. È Lui che ci nutre, che fa rinascere speranza, che permette alle nostre deboli forze di sostenere le difficoltà della vita. Il pane è la Parola, è l’Eucaristia. Ma il pane ha bisogno dello Spirito per sfamarci, per farci crescere nella libertà. Si può mangiare un pane in schiavitù, un pane bagnato dalle lacrime della nostra cattiveria, delle guerre, dei soprusi degli uomini. Noi vogliamo che sia lo Spirito a santificare il nostro pane. Di fatto è con l’invocazione dello Spirito che il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo. 

Avere bisogno di pane significa avere fame. Forse noi oggi non abbiamo fame di Dio, ma di tante altre cose che non ci danno soddisfazione. Certa nostra infelicità non ha origine fisiologica, è bisogno di Dio. Occorre avere il coraggio di cercarlo e mettere la nostra semplicità davanti a Lui, lui sa moltiplicare non le nostre miserie, ma le nostre disponibilità. Sa cambiare la debolezza in forza, purché lo cerchiamo con sincerità. Lo Spirito ci guiderà a compiere l’opera e soprattutto a lodarlo per la sua immensa grandezza e amore. 

21 Aprile
+Domenico

Gesù, non abbiamo alternative: tu ci riempi il cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 60-69)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Audio della riflessione

Ci capita molte volte di sentirci chiamati dentro avventure più grandi di noi, di misurarci le forze per vedere se riusciamo ad affrontare la sfida; spesso è uno sport, molte altre volte invece è la vita, la famiglia, la casa, il lavoro. Spesso è un ideale che ci viene proposto da chi ha grandi mete, grandi sogni e vede in noi la possibilità di una risposta generosa e vera. San Giovanni Paolo II quando incontrava i giovani; li sapeva spingere a ideali alti, a imprese impossibili e a tu per tu li incoraggiava. Molti hanno fatto cose grandi nella loro vita, per la chiesa, per i poveri dietro la sua spinta.

Era così anche Gesù: proponeva ai suoi discepoli cose grandi, oltre ogni possibilità umana, ma molta gente lo abbandonava: “molti si tirarono indietro e non andavano più con Lui”, dice il vangelo. Era sta fatta loro la proposta dell’Eucaristia, del nutrirsi del suo corpo e del suo sangue. Inaudito, impossibile, troppo arduo da capire. E Gesù che vuole sempre il massimo di libertà quando fa le sue proposte, dice con molta franchezza ai suoi discepoli: volete andarvene anche voi? Volete ritirarvi? Sentite che non ce la fate? Vi cedono le forze? non riuscite a fidarvi di me? Avete in cuore l’idea che io vi abbandoni, che vi lasci soli? Non ve la sentite di osare tanto?

Non posso qui non ricordare che questo brano di vangelo che si propone oggi nelle messe era quello che san Giovanni Paolo II propose nella messa conclusiva della GMG2000, di fronte a 2 milioni di giovani, andando contro alla tradizione della GMG che alla messa conclusiva propone sempre  il brano di vangelo, che ne contiene il motto, in quel caso Gv 1, 1ss in cui era scritto “Il verbo si è fatto carne e venne ad abitare tra noi”. Aveva davanti un mondo giovanile entusiasta, coltivato in tutte le giornate mondiali che anche con sofferenza aveva presieduto, poteva raccogliere il frutto del suo lavoro accarezzandolo di più, addolcendo il vangelo con altre belle frasi, che sempre vangelo sono. Invece no! Fece risuonare di fronte a quella gioventù entusiasta, che divenne pure profetica, la domanda cruda e provocatoria del vangelo Volete andarvene anche voi,?

La tentazione dei discepoli di girare i tacchi a Gesù è forte. Il giovane cui aveva indicato la strada della vita piena lo aveva lasciato, Giuda lo abbandonerà tradendolo; qualcuno che gli dice si, ma poi se ne va lo ha incontrato, molti al momento giusto sono fuggiti. La debolezza va messa in conto e non spaventa Gesù, Lui sarà sempre pronto a raccogliere la fragilità per cambiarla in cammino di ripresa. Infatti Pietro che ha capito che nella sua vita l’unico che gliela può riempire è Gesù, dice con ingenuità: Signore che credi? Che noi abbiamo alternative alla tua pienezza, alla gioia che ci doni, alla pienezza di vita che ci hai fatto balenare davanti agli occhi? Tu hai parole di vita piena, oltre ogni limite, una parola che ci riempie il cuore di gioia oltre ogni misura. Tu sei la pienezza di Dio, la santità di Dio, il cielo della nostra aspirazione quotidiana e decidiamo di stare sempre con te. E Pietro nella figura di papa Francesco continua come tutti i suoi predecessori anche oggi ad alzare tutti noi alle parole più impegnative di Gesù.

7 Maggio 2022
+Domenico

Carne e sangue: la grande sfida

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv  6, 52-59)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

Audio della riflessione

Facciamo fatica, noi uomini del terzo millennio a credere che ci sia qualcosa che va oltre le leggi della natura. Noi calcoliamo tutto, misuriamo ogni cosa sappiamo dire tutte le cause, sappiamo prevedere tutti gli effetti, anche se non sappiamo ancora dominare la natura, non conosciamo fino in fondo la stessa nostra umanità, il nostro stesso corpo. Gesù è Figlio di Dio, è con il Padre creatore del cielo e della terra. Lui è il centro dell’universo e pone il mondo al servizio del suo piano d’amore. Le leggi della natura sono per Lui al servizio del grande messaggio di amore di Dio per l’uomo. Per questo ha moltiplicato i pani, per questo un giorno offre all’uomo una proposta sconvolgente: si offre come cibo per la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita piena.

Gesù sta spiegando ai suoi apostoli la preziosità del dono del suo corpo e del suo sangue che sta offrendo con l’Eucaristia. Il discorso è duro da capire, difficile da immaginare, è provocatorio. Dire a un ebreo che occorre bere il suo sangue è blasfemo, va contro tutte le norme del suo vivere. Ma sangue è sinonimo di morte, è riferimento alla sua crocifissione, è necessità di confrontarsi con il suo dono fino all’ultima goccia. Il discorso è duro, ma su questo Gesù non transige. E’ pronto a restare solo. L’Eucaristia è una esperienza necessaria per la vita del cristiano, sia come rapporto con Dio, sia come modo di impostare la propria vita, sia cioè come modo di comunicare con il Signore, sia come modo di incarnare il suo messaggio.

  Dirà più tardi ai suoi discepoli che rimanevano esterrefatti come la gente che lo ascoltava: volete andarvene anche voi?  Qui occorre fare quel salto di qualità che spesso vi chiedo.

E’ un dono che supera non solo le leggi della natura, ma anche la fantasia degli uomini. Quando non sai che strada prendere nella vita: io sono con te; quando hai bisogno di ritrovare senso e gusto nel vivere, io sono con te; quando cerchi la vera speranza della vita, io te la posso far incontrare nel mio essere pane per te, perché speranza vera nasce quando uno si dona all’altro per amore fino in fondo. I suoi apostoli in seguito si rifaranno all’Eucaristia per avere speranza in ogni situazione di vita.

5 Maggio 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

In verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 44-51)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Audio della riflessione

La ricerca di una presenza viva, un contatto con la persona cui si vuole bene, avere la possibilità di un suo sguardo che ti penetra, almeno un vedere senza filtri come le foto e le riprese, le sequenze di parole e sguardi, di sorrisi e pianti, una stretta di mano che mette in contatto la nostra stessa corporeità è un punto di arrivo necessario per la nostra umanità … e vediamo quanto ci è costato e ci costa ancora in questa epidemia stare sempre a distanza anche fra di noi: fa scaturire una esigenza pressante che si scrive nella nostra stessa corporeità: si può chiamare, fame, sete, solitudine, carenza di qualcosa di specifico per la nostra natura umana.

Deve essere molto alta la motivazione che ti fa sopportare tutto questo e lo stiamo facendo volentieri pensando a chi è intubato, isolato, sofferente e spesso morente, rimasto solo negli affetti.

Questa esigenza ha una sua validità anche nelle esperienze spirituali, soprattutto cristiane: non a caso nel dialogo di fede con Gesù esistono i sacramenti, cioè degli incontri certissimi con Cristo proprio veicolati da elementi sperimentabili, come l’acqua, il pentimento, l’amore, il pane e il vino che si fanno corpo e sangue di Cristo, il crisma che consacra e dà la concretezza di una immissione dello Spirito Santo nella persona, la comunione tra gli stessi cristiani che si chiama chiesa, ben visibile, sperimentabile, ne è il primo e sorgivo sacramento dell’incontro con Gesù Cristo … e Lui stesso si propone con una affermazione inconfutabile: “Io sono il pane della vita“, e prima di morire si offre in quell’ultima cena, la prima definitiva del Testamento nuovo.

Si capisce allora la difficoltà che noi cristiani proviamo se ci si toglie questa concretezza della mensa eucaristica: le chiese le abbiamo costruite non soprattutto per andare a pregare, ma perché si facesse comunità che si nutre di Cristo e se ne ospitasse la sua presenza sacramentale! A questo corpo e a questo sangue dovremmo costruire ovunque un duomo di Orvieto, ma soprattutto un popolo di credenti che si nutrono di Eucaristia.

E Gesù si dà tre obiettivi con questa presenza eucaristica, sono tre verbi del vangelo di Giovanni: non respingere, non perdere, risuscitare! Siamo accolti sempre da Lui, non rischiamo di perderci e di perderlo e avremo vita per sempre: questo ci garantisce l’Eucaristia, e questo non è per noi una abitudine, ma l’accoglienza di una scelta che Gesù fa per ciascuno! Non è una “convenienza”, ma frutto di un innamoramento; non è terrore per una fine incombente, ma certezza di una vita che non finisce e va oltre.

Certo, spesso abitudine, convenienza e fatalismo ci incatenano in una “pratica” che non ci dice più niente come la messa domenicale per tanti cristiani … il coronavirus ci ha fatto  fare un “digiuno” forse salutare per tornare alla Eucaristia, come a una presenza e contatto  indispensabile per la nostra fede.

Proprio perché l’Eucaristia non è un sacrificio  di animali come avveniva nel primo testamento o una folata di incensi profumati o un fastidio obbligatorio da subire ogni domenica, ma la presenza vera di Gesù Cristo, noi  finalmente di nuovo possiamo fare la comunione, col mangiare la concretezza di un pezzo di pane, un corpo, e un calice di vino, un sangue che ci dice l’amore infinito di Dio per ogni persona, che la bontà di Dio non ci fa mai mancare.

5 Maggio 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico