Un invito “alla grande”: e la nostra risposta?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 15-24)

In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Audio della riflessione.

Qui cominciamo alla grande: “larghezza”, magnanimità, generosità senza limiti. È il cuore di Dio, non è pidocchioso come il nostro, che continua a contare, a telefonare, a fare iscrizioni, a mettere termini per le iscrizioni, altrimenti gli restano in gobba i coperti. Non è come gli amici che conosci e che quando si sposano vorrebbero tutto il mondo, poi devono litigare con la suocera per ridurre, per selezionare, per mettere dentro tutti gli zii che non hanno mai nemmeno visto. Non è una cena qualsiasi, ma una grande cena, e molti inviti. Dio ha il cuore grande, nel suo cuore ci stanno tutti, non fa preferenze di persone, ogni uomo è per lui scopo della sua divinità, oggetto delle sue cure. La tua vita è scritta sulle sue mani, tu sei un palpito del cuore di Dio. Sei invitato sempre, dovunque tu sia. 

Ma c’è un altro versante della medaglia che spesso non pensiamo. Dio invita alla grande, ma non lo fa dalla sua onnipotenza, dalla sicurezza di avere ai suoi piedi tutti, non esercita potere, ma fa un invito e l’invito rende fragili, perché mette in condizione di potersi sentire rifiutati. ‘Invitare’ significa dire che posso ricevere una alzata di spalle, il rifiuto, più o meno cortese. È chi riceve l’invito, sono io, che ho in mano il potere, paradossalmente, perché io decido se accoglierlo o rifiutarlo, e l’altro è in balìa della mia risposta. Abbiamo tutti l’esperienza di inviti andati a vuoto, di attese inutili, di preparazione di feste, di impegno senza respiro, di tensione fino all’ultimo e di una festa vuota. Poi per consolarci si dice che è la qualità che conta non la quantità, ma ti resta una delusione, un dubbio su di te, una frustrazione, la percezione di essere stato abbandonato. Colui che invita è onnigeneroso, è onnipotente e onnifragile”, si espone senza esitare a tanti rifiuti e scortesie… Ha una sorta di vocazione al fallimento; già lo sospettiamo e, purtroppo, il sospetto si avvera. 

Ma Dio non demorde. Si vuol misurare col rifiuto. Ti ho lasciato libertà, mi vuoi dire qualcosa, vuoi guardarmi in faccia, vuoi pensare con me alla pesantezza del tuo rifiuto? Ci vuoi ripensare? Vuoi dire a te, alla tua coscienza, le ragioni della tua scelta libera? Libero tu di dire di no, ma libero io di dirti l’urgenza di quello che ti propongo, di metterti di fronte non a una cosa, ma a me direttamente. Non dirmi che non hai appetito, dimmi piuttosto che non ti interessa di me. 

È un invito pressante, urgente, inesorabile, irreversibile, che ti obbliga a prendere posizione. Se irremovibili saranno i primi invitati nel non volere partecipare, irremovibile sarà il padrone nel perseguire il progetto della grande e fastosa cena e nell’escludere i ritardatari. Accogliamo l’invito ne va della nostra felicità. E sempre l’invito alla vita.

07 Novembre
+Domenico

Non fare commercio della tua ospitalità e del mondo che Dio ti ha dato

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 12-14)

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Audio della riflessione.

Se non teniamo alto il nostro senso di umanità, tipicamente italiano, che ci fa essere un popolo generoso, altruista, bonaccione, cordiale e ospitale, a confronto di un modello imprenditoriale che sta caratterizzando giustamente le nostre attività produttive, perdiamo il valore della gratuità. Oggi tutto si calcola, tutto si deve programmare per vedere quanto spendo, come spendo, quanto guadagno e che utile massimo ne posso ricavare, come ottimizzare i tempi e calcolare le opportunità, come distribuire le energie e ricuperare i tempi morti. A parte che anche nella produzione occorre trattare la persona come tale entro un contesto non solo di calcolo, ma anche di distensione umana. Se è vero che per produrre e garantire ai dipendenti un lavoro sicuro occorre reggere alla concorrenza, è anche vero che la vita è fatta anche di spazi di gratuità. 

Quanto è bello essere gratuiti, invitare a casa un amico perché è un amico, fare un servizio a una persona conosciuta per sovrabbondanza di disponibilità, aiutare un povero senza preoccuparci di tenercelo legato, fare dei favori senza calcolare che prima o poi ne avrò bisogno io e gli chiederò conto. Aiuto qualcuno perché anche lui impari ad aiutare un altro meglio di come faccio io; offro la mia disponibilità in caso di bisogno senza fare l’elenco delle persone aiutate e stare a lamentarmi quando nessuno mi ricambia. Il bene è bello quando è bene gratuito fino in fondo. 

Dice Gesù: quando fai un banchetto invita tutti i più scalognati che non avranno mai la possibilità di ricambiarti, assicurati nella vita il respiro indispensabile della gratuità per vivere sempre da uomo e non da registratore di cassa. Dio ci ha amati così, ci ha lasciato liberi, ha sprecato alla grande il suo amore a fiumi per farne nascere una goccia tra di noi. Nella vita quotidiana abbiamo bisogno di gente che sciala nell’amore, che sperpera nell’accogliere, che si spende per fare buono il mondo. 

Se si calcola solo, i conti non tornano mai, se non si calcola se ne avrà in sovrabbondanza; non sarò io a goderne, ma sicuramente l’umanità e questo mi basta, come è bastato a Gesù far irrompere nel mondo l’amore e aspettarsi da una croce la risposta. Non è stata quella dell’uomo, ma quella sovrabbondante di Dio. Una speranza così ci riempie di gioia. 

Ci dicono i vescovi riguardo a questa festa del creato che vorremmo fosse non solo di una giornata, ma distribuita nelle mentalità quotidiana e tenuta viva dalle varie forze educative soprattutto della famiglia: “La cultura della custodia che si apprende in famiglia si fonda sulla gratuità, sulla reciprocità, sulla riparazione del male. 

Gratuità. La famiglia è maestra della gratuità del dono, che per prima riceve da Dio. Il dono è il suo compito e la sua missione nel mondo. È il suo volto e la sua 

identità. Solo così le relazioni si fanno autentiche e si innesta un legame di libertà con le persone e le cose. 

È una prospettiva che fa cambiare lo sguardo sulle cose. Tutto diventa intessuto di stupore. Da qui sgorga la gratitudine a Dio, che esprimiamo nella preghiera a tavola prima dei pasti, nella gioia della condivisione fraterna, nella cura per la casa, la parsimonia nell’uso dell’acqua, la lotta contro lo spreco, l’impegno a favore del territorio. “Ricordiamo tutti quello che ci raccontavano i nostri genitori su Gesù che per ricuperare una mollica di pane caduta nel mangiare era sceso da cavallo. Il rispetto di ogni tozzo di pane da non sprecare”. 

Viviamo in un giardino, affidato alle nostre mani. «L’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime e attua la dimensione di trascendenza», ricordava Benedetto XVI nella Caritas in Vertiate (n. 34), in «una gratuità presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza». 

In questo cammino ci guida il luminoso magistero di Papa Francesco, che ha esortato più volte, fin dall’inizio del suo pontificato, a «coltivare e custodire il creato: è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti… Il “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il creato, riguarda anche i rapporti umani. I Papi hanno parlato di ecologia umana, strettamente legata all’ecologia ambientale. Noi stiamo vivendo un momento di crisi; lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo… Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. Anche alla GMG di Rio de Janeiro il papa spesso è intervenuto a difesa dei giovani e degli anziani che sono ritenuti lo scarto dell’umanità, anziché la promessa e la saggezza di essa.

06 Novembre
+Domenico

Invita anche chi non può ricambiare alla mensa della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1.7-11)

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Audio della riflessione.

Un invito a qualche pranzo importante con tanti invitati è capitato a tutti. Tra amici ci si mette dove capita, a meno di calcolare di non finire con chi è più insopportabile; nei pranzi di gala il galateo vuole che ci sia una piantina dei tavoli con il tuo nome al posto ben preciso e a parte qualche difficoltà di orientamento, per cui giri e rigiri qualche volta la piantina, alla fine ci sei. Stai tranquillo, sei al tuo posto, non fai figuracce. 

La mensa è un po’ una immagine della vita e Gesù nel vangelo ha fatto scuola con i vari incontri a pranzo o a cena, tanto che una cena non finirà mai se non in cielo, l’Eucarestia. In essi ha compiuto tanti gesti decisivi per la sua vita e quella dell’uomo, del credente, del politico e del pubblicano, per il suo insegnamento e soprattutto svelando gli atteggiamenti fondamentali del suo regno. Nella vita è importante il posto e sono importanti i compagni di viaggio. 

“Quando sei invitato a pranzo non andare al primo posto, ma mettiti all’ultimo”. Non è una concessione al galateo, ma un richiamare che il cristiano deve essere come Lui, uno che serve, uno che non ha in sé il fondamento del proprio vivere, ma l’ha in Dio. Non si tratta di deprezzare la nostra vita, le nostre qualità, le cose belle che siamo riusciti a fare, ma di avere netta la convinzione che tutto quel che siamo viene da Dio e per questo va messo a disposizione. Tutto ciò che siamo è per grazia, soprattutto l’essere chiamati a responsabilità e autorità nei confronti di altri. 

“Quando offri un pranzo, non invitare quelli da cui ti aspetti un contraccambio”. Se regali, dona davvero gratis. La tua vita non può essere ridotta a un giro di affari, di scambi, di investimenti, non è un calcolo strategico di vantaggi; non può essere un continuo gioco diplomatico di ricerca del tuo benessere. C’è gente che ha fame e non ti inviterà mai a pranzo, c’è gente che è sola e non ti farà mai compagnia, ci sono figli che hanno bisogno di affetto e non te lo restituiranno mai, ci sono giovani che non si sentono di nessuno, che vogliono uscire dalla solitudine e non potranno mai farti crescere in carriera; ci sono immigrati di cui hanno tutti paura e ti isolano dalla tua compagnia, ci sono anziani che aspettano di morire in un abbraccio e che ti lasceranno solo. “Sarai beato perché non hanno da ricambiarti”. 

San Carlo Borromeo, che oggi soprattutto in Lombardia celebriamo, ha portato alla sua mensa per mangiare, ma soprattutto alla mensa della Parola e della Grazia tantissima gente e si è consumato di inviti a tutti.

04 Novembre
+Domenico

Nella coscienza sei tu solo con Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1-6)

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?» Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Audio della riflessione.

Non si parla più tanto oggi di obiezione di coscienza. Non c’è più la coscrizione obbligatoria, oggi chi non vuol fare il militare non vi è obbligato e quindi il rifiuto di imbracciare le armi è una possibilità e non l’opposizione a una costrizione. Ci sono però oltre al rifiuto della guerra, che permane sempre, anche tante altre leggi cui una persona ha diritto di non sottostare con l’obiezione di coscienza, per esempio rifiutarsi di fare pratiche abortive. 

Un medico sente in sé la vocazione a servire la vita sempre, come è nel suo statuto deontologico, si può rifiutare di togliere la vita a un futuro nascituro. Certo è disposto a pagare le conseguenze per la sua carriera, non certo a subire discriminazioni. 

“La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio…” (GS16) È il rapporto con questo Dio, Signore dell’esistenza, con la sua voce; è il momento in cui Dio istituisce la persona e il suo mistero, la sua consistenza, la formula del suo vivere felice. Gli uomini anziché un istinto hanno una coscienza. È il luogo in cui si esprime davanti a me e su di me la legge divina. 

L’obiezione di coscienza che io faccio è l’espressione esterna dell’obiezione che la coscienza fa a me. In un certo senso non è il massimo di libertà, intesa come far quel che meno impegna o più piace, ma il massimo di “costrizione”. L’obiezione di coscienza che io faccio alla società o alla legge è l’espressione esterna dell’obiezione che la coscienza fa a me. Ho il diritto di trasgredire la legge, perché ho il dovere di seguire la mia coscienza. La mia disobbedienza non solo è possibile, ma necessaria. 

“La coscienza è una legge del nostro spirito, ma che lo supera, che ci dà degli ordini, che indica responsabilità e dovere, timore e speranza… la messaggera di Colui che, nel mondo della natura come in quello della Grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo.” 

Gesù spesso è tornato ad educare i suoi seguaci su questo punto, a stimolare la propria responsabilità nell’obbedire alle leggi, mettendo in crisi l’assolutezza della stessa legge del sabato che passava sopra le infelicità delle persone. Ma Dio è per la felicità, per questo la dona anche di sabato. Fa nascere così speranze nuove nella bontà di Dio.

03 Novembre
+Domenico

La forza sperimentabile dell’invisibile, come un seme o il lievito   

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 18-21)

In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Audio della riflessione.

Oggi i grandi paesi, le potenze evidenti e mostrate con i pugni, gli eserciti imbattibili delle cui bombe ogni tanto si fanno le prove, le distanze enormi e sorprendenti che i missili possono coprire in poco tempo, con grande capacità di distruzione, la quantità di mercati che si possono controllare imponendo dazi dalla mattina alla sera, le atomiche in continua proliferazione… sono le grandeur che si confrontano continuamente e che grandi leaders continuamente ingrossano per creare tensioni, paure, deterrenze. 

I brevissimi versetti del vangelo di Luca invece ci parlano di due realtà quasi invisibili: una, il granello di senapa, che si fa fatica a vedere nel palmo di una mano e l’altra ha poca consistenza e non si vede perché la massaia la nasconde addirittura nella pasta: è il lievito. Non sono missili, né bombe, ma hanno una forza invincibile che si può opporre a tutti i regni della terra. 

 Al tempo di Gesù c’era una bella differenza nell’ordine di grandezza materiale tra il piccolo Gesù che nasce in una grotta a Betlemme, e l’imperatore Augusto che nasce a Roma, tra il regno di Dio predicato dal Nazzareno e l’impero che reggerà l’imperatore Augusto. Il primo vive ancora, e siamo orgogliosi di appartenervi, del secondo si trovano tracce solo scavando sotto terra e sabbia e portando alla luce ruderi, che danno il segno della grandezza, ma ruderi sono. 

Queste due piccolezze e quasi nullità ci danno l’idea invece della rilevanza, importanze, definitività del Regno di Dio, che all’apparenza sembra un nulla, ma che alla fine mostra tutta la sua potenza interiore, e quindi racchiude per noi uno straordinario annuncio di speranza, che non è un vago presentimento, ma la forza di  un senso che siamo certi di dare ad ogni nostra vita e fatica. 

Siamo allora contenti di accogliere in noi il regno di Dio, la Parola del Signore, che è solo una Parola, che non ha gittata oltre gli oceani per colpire ovunque come i missili, ma forza interiore misteriosa di trasformare le vite di ogni persona e di mandare testimoni coraggiosi ovunque. 

 Certo la mentalità di oggi che vorrebbe tutto e subito chiede immediatamente conferme, manifestazioni che si possono provare, vedere, toccare, filmare, invece granello di senapa e pugno di lievito si mostrano solo a una attesa paziente e a un affidamento incrollabile per tutta la nostra esistenza, a ginocchia che pregano come ha fatto Gesù prima di scegliere e di mandare a due e due i suoi discepoli ad annunciare. Sono tornati con le pive nel sacco, ma hanno ridetto la loro fiducia nel Signore e hanno cambiato il mondo.  

Oggi a chi tocca ? Certo a ciascuno di noi. Sapendo che non siamo noi che fa crescere e che produce speranza, ma solo Dio e noi ci fidiamo di lui e attendiamo vigili, con le lucerne della vita in mano, consapevoli che Dio viene quando meno te l’aspetti, quando hai finito di fare calcoli e ti metti in contemplazione di Lui che viene e non ci lascia mai soli. 

31 Ottobre
+Domenico

Non mi strumentalizzare, io sono per la felicità

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 10-17

In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Audio della riflessione.

C’è sempre qualcuno che vuol salvare Dio con le sue intransigenze, quasi che Dio abbia bisogno di lui per esistere o per operare nel mondo. Capita così che qualcuno inventa una guerra in nome di Dio, sancisce condanne di persone in nome di Lui, perpetra torture, fa leggi che tolgono la libertà e la dignità alle persone, mantiene nella sofferenza anziché offrire gioia e libertà. Certo è difficile riuscire a far maturare la propria coscienza e quella dell’umanità che oscilla sempre tra la negazione di Dio e l’assolutizzazione dell’idea che noi abbiamo di Lui.  

Oggi nel nostro occidente è più facile vedere una esclusione di Dio dalla vita, mentre in Oriente sembra che prevalga il talebanesimo, cioè una imposizione su tutti di una irrazionalità assoluta nei riguardi delle esperienze religiose.  

Il responsabile del culto che ha incontrato Gesù quel giorno nella sinagoga era di questo secondo tipo. Gesù ha davanti a sé una donna piegata da un male, che da troppo tempo la teneva nell’infelicità, di sabato la guarisce e la restituisce alla gioia di vivere.  

Il sabato è un giorno sacro, dice il capo della sinagoga; la sinagoga non è un ambulatorio, non è di sicuro il luogo in cui si può andare contro la legge di Dio. Ma tu Gesù che tanto tieni a che il nome di Dio sia lodato e benedetto, tu che vedi quanto la gente si stia allontanando da Dio, anche tu vieni a mescolare il profano col sacro, vieni a far crescere la magia, a far correre la gente in sinagoga a trasformare la religione in un placebo per disperati. Dio va lodato e benedetto, non servito con medicine e chirurgie.  

Quello che Gesù invece vuol far capire guarendo questa donna, ammalata da 18 anni, è di tenere in grande dignità e considerazione la vita umana. Non ci può essere contrasto tra la vita e la legge di Dio, non ci può essere subordinazione della persona  alla legge, né contrapposizione tra  i precetti e la sete di felicità vera che ha l’uomo. Sarà Lui con la sua morte in croce a rimettere al centro della vita dell’uomo la vera libertà e il vero culto a Dio: comunione con Lui e solidarietà con i fratelli. 

 Assolutizzando Dio ideologicamente, noi lo allontaniamo dalla nostra umanità, che è stata costruita a sua immagine. Ai nostri giorni forse non c’è questo pericolo perché è da tempo che abbiamo tolto Dio dai nostri pensieri, dal nostro mondo di relazioni. Non lo si adora veramente però se lo si colloca come nemico della nostra umanità, della corporeità, della voglia di vivere, della libertà perché Lui è la verità, la vera libertà e quell’amore verso cui tutti aspiriamo. 

30 Ottobre
+Domenico

Siamo tutti chiamati da Gesù, a uno a uno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 12-19

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

Audio della riflessione.

Ogni scelta nella vita oggi diventa sempre più difficile, anche perché oggi si può sempre scegliere in una esasperazione dei beni godibili, tutti che ti sembrano necessari e ti tentano. Se poi devi scegliere persone che ti devono aiutare a governare è ancora peggio. 

Ecco, anche Gesù aveva da scegliere un gruppo di uomini decisi a tutto, a fare da nucleo di predicatori del vangelo, della bella notizia. E che ha fatto? Si è messo in orazione tutta notte. Si è messo in dialogo col Padre, in contemplazione della profondità dell’amore che sgorga dal cuore della Trinità per leggere in essa le vite di questi dodici uomini, le loro libertà, i loro sogni, i desideri di spendersi per gli altri. Immagino la preghiera per Pietro, per tutti i suoi slanci e le sue debolezze, la preghiera per Giovanni, il ragazzo entusiasta e fragile, deciso e bisognoso di cura, di sostegno, di fiducia come tutti i giovani, penso alla decisione di assumersi il rischio di scegliere Giuda. Lo vedeva entusiasta per una causa, lo sapeva legato a una visione di mondo violento, ma ha voluto rischiare nel dialogo profondo con Dio di puntare sulla sua libertà. Li ha scelti, ma non li ha forzati, li ha amati in Dio Padre e non li ha plagiati. Ciascuno ha presentato a Gesù la sua vita aperta al suo messaggio e nella propria libertà ha risposto. 

Con questa squadra si è messo subito all’opera, li ha coinvolti nella sua avventura, ha voluto aver bisogno di loro e ha affidato nelle loro mani il tesoro del suo corpo e del suo sangue, il futuro del suo messaggio. Lo Spirito Santo li avrebbe giorno dopo giorno forgiati e  temprati, avrebbe delineato in loro i tratti stessi di Gesù  

Così ha scelto anche gli apostoli Simone e Giuda, che oggi ricordiamo. Nel martirologio romano si legge : il 28 ottobre “In Persia il natale dei beati Apostoli Simone Cananeo e Taddeo detto anche Giuda. Di essi Simone predicò il Vangelo nell’Egitto, Taddeo nella Mesopotamia, poi, entrati insieme nella Persia, avendovi convertito a Cristo una innumerevole moltitudine di quel popolo, compirono il martirio” 

Tutti noi siamo chiamati così da Dio, nessun cristiano  è generico. Non siamo nel mondo a caso, ma soprattutto non siamo cristiani a caso, siamo sempre oggetto di una scelta personale di  Gesù. Per noi c’è un piano suo, una vocazione, una vita da vivere in un certo modo. Lui ci ha pensati per la nostra missione in una notte di preghiera, sempre, con quel Dio che non ci abbandona mai. 

Ogni annunciatore del vangelo, ogni cristiano, è stato e viene scelto così. Abbiamo fatto parte tutti delle preghiere di Gesù. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi. 

28 Ottobre
+Domenico

Non solo previsioni o emergenze, ma nuove speranze

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12, 54-59

In quel tempo, Gesù diceva alle folle:
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

Audio della riflessione.

Dove stiamo andando, che direzione prende la nostra vita, i giovani che futuro potranno godere, che cosa capiterà nei prossimi anni al nostro modo di vivere? Sono domande che ogni tanto mettono ansia a un papà e a una mamma di famiglia che pensa ai suoi figli, o a qualsiasi persona che vuol sentirsi responsabile della sua vita.  

Se guardiamo indietro agli anni che ci hanno preceduto e li confrontiamo con l’oggi registriamo cambiamenti impensabili del nostro modo di vivere. Penso alla rivoluzione nelle comunicazioni, nel lavoro, nella vita di famiglia, nella immigrazione. E siamo spesso impreparati ad affrontare i problemi. Gesù nel vangelo ci dice che dobbiamo scrutare con più attenzione i segni dei tempi. Purtroppo, dice,  tutta la vostra intelligenza la mettete nel fare previsioni. Utili anche quelle. Avessimo potuto prevenire lo tsunami! Potessimo prevedere i terremoti!  

C’è anche da avere una capacità di cogliere la presenza di Dio nella storia e i segnali di conversione che ci manda. Il futuro non sta nelle previsione, ma nella speranza e occorre soprattutto in questi tempi leggere i segni di speranza che nascono nel mondo per accoglierli, svilupparli, orientare il mondo alla sua naturale direzione che è il Regno di Dio. Il Concilio Ecumenico vaticano II ci aveva aiutati a questo esercizio di lettura dei segni dei tempi, dei luoghi, cioè, in cui si manifesta maggiormente la presenza di Dio, la sua storia di salvezza. Sono indicazioni di apertura a nuovi fatti che caratterizzano il cammino della nostra storia e in essi il cristiano deve seminare la Parola di Dio, li deve orientare nella direzione giusta. 

 

Esistono oggi tanti segni di speranza che vanno sviluppati: la valorizzazione della persona concreta, l’apprezzare le differenze, l’originalità, il pluralismo, la tolleranza, il crescente e diffuso interesse per la creatività, il simbolo, i riti, la dimensione estetica della vita; la particolare e generalizzata sensibilità alla festa e alla componente ludica del vivere umano; l’attenzione alla vita quotidiana, intesa come spazio minimo vitale che consente alle persone di costruire concretamente la propria esistenza; la nuova sensibilità verso la pace, la provocazione della migrazione dei popoli che non è più una emergenza, ma una situazione certa quotidiana, da affrontare assieme come mondo e, io dico, come chiesa universale, una certa nostalgia del sacro…  Non c’è che da farsi prendere da questa speranza che sale dalla vita. 

27 Ottobre
+Domenico

 

La fede in Gesù non è un galateo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12,49-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Audio della riflessione.

Eccettuato qualche fanatico, in genere chi imposta la vita secondo una religione è un tipo calmo, tranquillo, è uno che sta dalla parte dell’ordine, non offende nessuno, è trattabile, fa parte del sistema.  

Non doveva essere proprio così Gesù. Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; come vorrei che fosse già acceso. E tutti ricordiamo, noi adulti, come proprio nella GMG del 2000 il Papa congedava i giovani di Tor Vergata con le parole di S. Caterina da Siena: Se sarete quello che dovete essere metterete fuoco in tutto il mondo. Allora il cristianesimo non è un tranquillante, non è la codificazione del politicante corretto, non è un galateo, non è buonismo.  

Non sono venuto a portare la pace, ma la spada… Allora è tutta rivoluzione, trasgressione, ribaltamento dell’ordine costituito? Anche nel mondo degli affetti, che è per eccellenza il luogo della pace, Gesù entra con forza e porta scompiglio.  

Come sempre Gesù non lo si comprende con le nostre semplificazioni ideologiche, stringendolo nei nostri schemi di destra o di sinistra, di restaurazione o di rivoluzione. 

Quando Lui c’è, la sua presenza non si somma, non si confonde, ma determina, cambia, porta a verità, colora, dà sapore, crea anche crisi perché la pace che Lui dona non è frutto di accomodamenti o di falsità. Per accogliere la sua pace, perché questa è il grande dono di Gesù agli uomini, è necessario a volte prendere delle decisioni dolorose. 

Spesso sotto la copertura degli affetti anche all’interno della vita di coppia, della vita di famiglia si instaurano rapporti falsi, opprimenti, ingiusti. 

Gesù porta alla verità di te stesso, alla verità delle relazioni, per questo porta scompiglio, fuoco che brucia il male, l’ingiustizia, i soprusi. Gli uomini e le donne con lui acquistano dignità. E’ un acquisto sempre a caro prezzo. Chi paga e ha pagato per primo è Lui e il cristiano è un “trasgressivo” che porta su di sé la croce e non la impone agli altri. 

26 Ottobre
+Domenico

Nel nostro cuore è inscritta un’attesa impagabile  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12,39-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

Audio della riflessione.

Attendere un compimento, una completezza è la caratteristica più comune della nostra vita umana. Siamo crepacci assetati di infinito, inquietudini in attesa di appagamento, terre assetate in attesa di una sorgente, notti che attendono l’alba, nebbie che invocano il sole.  

Siamo proiettati verso qualcosa che ci viene incontro e non siamo felici finché non è avvenuto il contatto. Salvo a vedere che non c’è niente che ci appaga definitivamente. Ogni attesa ne ha in grembo un’altra, ogni desiderio è stato fatto per scavarne un altro; ogni aspettativa ne nasconde una successiva. E la nostra vita si snoda di attesa in attesa. Quando sarà compiuta l’attesa? E’ il supplizio senza fine di Tantalo, assetato e affamato, che vede giungere alla sua bocca l’acqua e il cibo e allontanarsene appena prima di toccargli le labbra in un eterno continuo inganno oppure c’è qualcuno che appaga i nostri desideri? Perché nel nostro cuore è inscritta una attesa inappagabile, perché arrivati a un orizzonte, se ne aprono davanti sempre di nuovi, raggiunti i quali se ne aprono ancora? “Siamo fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te!”  

L’attesa non sarà mai una delusione o un inganno se saprà veramente orientarsi al nuovo, al sorprendente;  il compimento non è turare un tombino con una botola, metterci sopra una pietra per non pensarci più, ma una nuova apertura della vita, una sfida, una impensabile prospettiva. Chi attende veramente è pronto a lasciarsi sorprendere, a predisporsi a una nuova configurazione di sé. Se il papà o la mamma aspettassero il loro figlio come un ingranaggio di una loro ruota già predeterminata e finita, lo soffocherebbero. Ma se lo aspettano come una sorpresa, come un dono, ribalta loro l’esistenza. Questo è il significato dell’essere vigilanti. Noi subito pensiamo che bisogna star svegli altrimenti ti fregano, ti sorprendono. Abbiamo il senso della vigilanza ridotto allo stare attenti per evitare l’autovelox. Essere vigilanti significa invece essere sentinelle del mattino e non becchini di un cimitero. Quando non c’è vigilanza viene a mancare una dimensione importante della fede: la capacità costante di passare da uno stato di provvisorietà a un altro. Immaginate quanto è necessario questo atteggiamento nelle precarietà cui siamo costretti a vivere oggi, soprattutto se giovani. 

Tutte le nostre più belle attese non ci hanno appagato, ma ci hanno ribaltato, ci hanno aiutato a dare alla nostra vita un’altra prospettiva, proprio perché le abbiamo accolte come un dono, come una vita. Anche i cimiteri sono pieni di loculi che attendono di essere colmati. Ma lì ci metteranno cadaveri. Noi spesso nella vita attendiamo come i loculi. Incaselliamo le persone, le vicende, le professioni, le speranze per cambiare tutto in delusioni, oggetti, scheletri. Ci sarà nella vita qualche altro modo di attendere? Come si può attendere Dio? Come Erode con la spada per ucciderlo? Come il potere per combatterlo, come il miscredente per metterlo alla prova o come Maria che ha messo a disposizione tutto: vita, pensieri, affetti, progetti, sogni, amore? 

25 Ottobre
+Domenico