Zaccheo, vengo a casa tua

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19, 1-10)

Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

Audio della riflessione.

C’è gente caparbia che non cede mai. Si mette in testa una cosa e la persegue costi quel che costi. E’ il giovane che vuol, conquistarsi un record, è lo scalatore che si allena giorni e giorni per arrampicarsi sulle vette, è l’innamorato che non dorme finchè non ha scalato il balcone o dipinto il muro della stazione per dichiarare la pienezza del suo cuore, la pazzia dei suoi sentimenti. E’ anche il cattivo che si fa più furbo dei buoni nel perseguire i suoi obiettivi. 

Era così anche un riccone, più largo che alto, di nome Zaccheo, che voleva cavarsi a tutti i costi la voglia di vedere Gesù. Tutti ne parlano, tutti ne dicono bene, tutti quelli che vengono nella mia banca mi tormentano con le loro descrizioni. Lo voglio vedere anch’io. Non mi interessa più di tanto, ma mi voglio cavare la curiosità. E finisce su un albero, lui il notabile, il ricco che ha bisogno di nessuno, lui il frodatore del povero, lui il pallone gonfiato dai suoi soldi. 

L’operazione riesce, Gesù passa proprio sotto quell’albero che lui aveva oculatamente scelto. I momenti che si susseguono sono di una sequenza sorprendente. Lui passa, Zaccheo è soddisfatto, Gesù alza gli occhi, lo vede, lo chiama e gli dice di saltar giù da quell’altana, da quel podio da stadio, scatta una cosa impensabile per Zaccheo che credeva di aver concluso la sua avventura. 

Gesù gli dice: vengo a casa tua, mi interessi, non mi lascio vedere per curiosità, voglio che tu conosca la mia missione e entri nel mio Regno. Detto fatto, gioia e entusiasmo, efficienza di organizzazione, pasto assicurato, invitati a non finire, perché i soldi ci sono, la compagnia pure, la voglia di apparire ancora forte. E anche qui succede quel che Zaccheo non prevede. Aveva sì previsto l’invidia dei suoi colleghi di furto e vessazioni, che si meravigliano da ottimi farisei che Gesù vada a mangiare a casa di un poco di buono. Aveva sentito con un po’ di aria di rivincita la solita delusione dei poveri che speravano di vedere in Gesù uno che sferzava i ricchi sfruttatori e che invece va da loro pure a mangiare. 

Ma gli scoppia in petto una decisione perchè quel Gesù che voleva vedere ora gli cambia il cuore. Do la metà dei miei beni ai poveri, restituisco il quadruplo, mi voglio rovinare, ma non voglio perdere quella pace che la tua persona, Gesù, mi ha dato con questa tua visita. Avessimo noi una vista così: Dio ce la garantisce perché non ci abbandona mai.

21 Novembre
+Domenico

Se passa di qua Cristo non mi ferma più nessuno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18, 35-43)

Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». 
Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 
Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». 
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

Audio della riflessione.

Di solito siamo gente molto seria, compassata; ciascuno ha una sua vita, suoi pensieri. Quando giriamo per strada o salutiamo o siamo assorti. Se ci capita di discutere con qualcuno facciamo valere il nostro punto di vista senza polemica. Ci definiscono persone perbene, razionali, con qualche difetto e qualche sbandata, ma tutto sommato normali. 

Quando però ci capita qualche disgrazia, la normalità si sgretola, se abbiamo qualche malattia poco chiara, stiamo in ansia fino al risultato delle analisi. Che se poi il risultato è positivo (una parola che sembra bella, ma che si porta dentro una condanna) allora andiamo in crisi nera. Se c’è di mezzo la vita a che cosa ci aggrappiamo? La nostra razionalità, il disprezzo per gente che vive di rimedi, perde i colpi. Pur di recuperare una speranza siamo disposti a fare di tutto. Ci vanno bene anche i maghi o i fattucchieri, gli esorcismi e le benedizioni più strane. 

A questo mi fa pensare quel cieco che stava seduto a mendicare lungo la strada, come racconta il Vangelo di Luca. Che cosa poteva fare un povero cieco se non vivere della carità di tutti? lì seduto conosceva tutti i passi della gente: il bambino che andava a scuola, la signora che si affrettava per la spesa, il vecchio che trascinava i piedi, qualche giovane sempre di corsa. Qualcuno gli faceva una battuta, qualcuno lasciava cadere una moneta nel cappello. Sicuramente però molti gli devono avere parlato di un certo Gesù di Nazareth, che stava spopolando nei paesi vicini. Quello si che è bravo! Vedessi come sa far stare zitti tutti quelli che con noi si danno arie. Ma non solo: fa miracoli, guarisce gli ammalati, raddrizza le gambe agli storpi. L’altro giorno ha fatto saltare in piedi un uomo paralizzato. Immaginate che cosa stava nascendo nel cuore di questo cieco. 

C’è qualcuno che può mettere fine a questa condanna che ho addosso. Continua la sua vita da cieco, ma ha dentro una attesa. E un giorno finalmente sente un tramestio, un vociare che non è il solito della gente che torna dal lavoro o che va in sinagoga; è un correre, un chiamare e sente che c’è Gesù. Allora si mette a gridare, non sembra più il cieco tranquillo di tutti i giorni. Mi ha sempre fatto molta impressione questo gridare del povero cieco, ma anche la assoluta noncuranza della gente che stava vicino a Gesù. Da una parte il grido angosciato che proviene da una malattia e dall’altra lo stato di disinteresse di chi sta bene e vuol sequestrare Gesù per le sue curiosità anche sane nel volerne ascoltare le parole. Da una parte la sofferenza e dall’altra l’indifferenza. 

Da una parte un povero ammalato che non si vuol adattare alla sua solitudine, alla sua sofferenza, ad avere una vita sociale dimezzata, se non addirittura cancellata, un urlo, una invocazione di vita; dall’altra l’egoismo di chi sta bene, di chi forse ha interesse a mantenerlo così, comunque di chi non condivide la malattia. 

Gesù si fermò e ordinò che glielo conducessero. Due verbi assolutamente controcorrente, che sicuramente hanno disturbato la folla che aveva altri interessi. Gesù 

aveva un amore da esprimere e ha piegato l’evento che stava vivendo alla possibilità di esprimerlo. 

Non lo ferma più nessuno, getta il mantello, rischia di sbattere contro il muro, ma vuole incontrare Gesù. E Gesù gli dà la vista. Ha sperato e ha osato. Le aveva tentate tutte, ma questa volta ha trovato Gesù; non è un mago o un fattucchiere, ma la felicità piena della vita. Ha sperato, ha atteso ed è stato salvato. 

Anche noi abbiamo bisogno di questa speranza.

20 Novembre
+Domenico

Viviamo sempre con dignità la nostra esistenza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 26-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti.
Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà.
In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot.
Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva.
Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata».
Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».

Audio della riflessione.

I tempi della vita sembra scorrano spesso lenti, tediosi, tutti uguali. C’è sempre molto tempo per tutto e non ci si decide mai. Si direbbe che è la legge d’inerzia che comanda, non la dinamica della forza di un colpo di reni, di uno scatto. Eppure nella vita siamo spesso messi davanti a fatti improvvisi che ci cambiano radicalmente il modo di vivere, siamo spettatori di tragedie impensabili, di scomparse improvvise di amici, di parenti, di persone carissime. Sappiamo che tutto questo è vero, ma per una sorta di istinto di sopravvivenza dimentichiamo tutto e conduciamo la vita quasi che fosse sempre programmabile a nostro piacere. Soprattutto c’è da mettere in conto la morte, che non siamo noi a decidere. Dice Gesù: quella notte due saranno in un letto: uno verrà preso e l’altro lasciato. 

Allora dobbiamo avere paura? Neanche per sogno, dobbiamo solo vivere sempre con dignità la nostra esistenza sapendo di essere fotografati nella nostra coscienza in ogni istante. Ricordo che mio padre, una persona di una grande serenità, aveva appeso alle spalle del comodino un teschio ben disegnato a china, da lui stesso. Io all’inizio ero molto impressionato, ma poi lentamente capivo che doveva essere un elemento naturale che diceva una verità sacrosanta. Da bambino andavamo a portare la comunione col prete ai moribondi. Entravamo con le candele vicino al letto del morente, ma entro una atmosfera di grande serenità. Chi ha detto che i bambini hanno paura della morte? Certo se continuiamo a esorcizzarla, a nasconderla, a vederla come la disgrazia massima della vita e non come un fatto da mettere in conto su cui elaborare un atteggiamento profondamente umano, saremo sempre nella falsità e nell’inganno. 

Noi cristiani sappiamo che alla fine della vita saremo messi di fronte alla sua dignità, conquistata facendo di essa un dono a chi abbiamo incontrato. Un giudizio verrà manifestato; non sarà mai una sorpresa, ma il punto di arrivo di tutta la nostra voglia di bene. Noi abbiamo veramente la speranza nell’aldilà, sappiamo che finiremo nelle braccia di Dio. Questa è più di una speranza. E’ la certezza della vita.

17 Novembre
+Domenico

Il regno di Dio è già tra noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 20-25)

In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».

Audio della riflessione.

Esistono almeno tre modi di guardare la realtà dal nostro punto di vista umano: fare delle fotografie che noi crediamo oggettive, ma ciò non è vero perché scegliamo noi l’angolatura, il colore, il lato, lo sfondo.. oppure farne una sorta di radiografia spirituale, cioè coglierne i vari significati, le emozioni, le riflessioni spontanee, studiarne le cause, le origini, farne insomma una storia. In questo secondo caso si esprime di più la nostra soggettività, ci possiamo ingannare, ma cerchiamo di sviscerare la realtà in molti dei suoi aspetti. Qui l’educazione, la formazione, la competenza hanno molto influsso, ma soprattutto lo ha un atteggiamento spirituale che sa forare la realtà per vederne il senso ultimo. Un terzo modo è quello che impone alla realtà un punto di vista esteriore ad essa, intenzionale, che risponde a logiche che la stessa realtà non ha, è quello di presentarla in forma esasperata, uno scoop, qualcosa di sensazionale, eclatante, meraviglioso, rivestito pure da forme colossali. Il regno di Dio invece è una realtà che sfugge a questi tre metodi, è già dentro tutto il reale che sperimentiamo, vi è nascosto. C’è un fiume sotterraneo che scorre e irriga tutta la realtà: è l’azione di Dio, il bene, che non ha bisogno di televisioni, non attira l’attenzione, scava, matura, si propaga in silenzio, si attesta nelle coscienze e non nei rotocalchi o nelle pagine web, non teme fake news. 

Tutti i discepoli erano curiosi di conoscere questo regno, questa nuova realtà e Gesù candidamente dice: guardate che il regno è già in mezzo a voi; diceva prima di tutto di sé, diceva dell’amore fatto persona che era Lui, e che loro non si accorgevano di avere. Avevano già cominciato ad adattarsi alla sua persona e non ne intuivano la novità. Lo ritenevano un buon maestro, un buon predicatore, un discreto taumaturgo, ma non certo il Regno di Dio fatto persona. 

E’ forse così anche oggi, quando non abbiamo occhi per vedere il bene che si diffonde silenzioso nelle coscienze, nelle vite dedicate di mamme e papà che lavorano in silenzio per il bene dei figli, nelle esistenze semplici e buone di giovani che vanno tutti i giorni a scuola e si preparano con coscienza a dare il loro contributo all’umanità, di ammalati che soffrono terribilmente nel loro letto ogni giorno in unione con la croce di Cristo e continuano così la sua opera di bonifica del mondo e a seminare energie di bene per tutti. 

E’ regno di Dio che sta in mezzo a noi la tenacia degli operatori di pace, dei missionari che sollevano i poveri dalla disperazione morale e dalla fame. E’ Regno di Dio in mezzo a noi il servizio quotidiano alla crescita dei ragazzi di tanti educatori che ricostruiscono vite distrutte dalla droga e dal vizio, lo è l’impegno onesto di chi crea lavoro per i giovani. E’ regno di Dio in mezzo a noi chi non si stanca di proclamare la verità andando controcorrente e paga duramente per quel che professa, di chi macina chilometri per portare speranza, di chi viene messo ancora in croce solo perché fa del bene agli altri. E’ regno di Dio chi fa ponti e non muri. Ci sarà un giorno in cui tutto verrà alla luce come un lampo, come capita a noi quando ci scoppia dentro una verità a lungo cercata e finalmente intuita. Prima però dice Gesù, occorre salire su una croce, 

occorre cioè farsi purificare fino in fondo dall’amore. E Dio, che non ci abbandona mai ce ne darà la forza.

16 Novembre
+Domenico

Ne abbiamo di lebbre addosso, Signore liberacene

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 11-19)

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Audio della riflessione.

Il ringraziare nella vita di ogni persona è gesto nobile, non solo rispettoso del galateo, ma anche capace di costruire relazioni positive tra le persone e soprattutto far crescere dentro ciascuno il senso della non autosufficienza, il riconoscere di avere avuto doni immeritati, gesti fuori dal tritacarne del do ut des, del commercio anche di sentimenti. Papa Francesco mette la parola grazie tra le tre più importanti di una vita familiare: per favore, grazie e scusa. Nella vita di Gesù, come ci riferisce il vangelo, capita che Gesù si incontri un giorno con 10 lebbrosi. Erano gente isolata da tutti, viveva in ghetti ben separati dalla comunità civile, condannati a morire oltre che di dolore, di solitudine e disprezzo. Qualche preoccupazione di igiene, di evitare contagi con il resto della comunità, ne era la causa. Così è stato fino a non molti anni fa. C’era un’isola, Molokai, che nel pacifico era il luogo in cui venivano relegati tutti i lebbrosi dell’arcipelago delle Hawaii e che fu il luogo privilegiato dell’apostolo dei lebbrosi san Damiano de Veuster. 

Ebbene Gesù li ode nelle loro grida da lontano, li avvicina e li guarisce; li invia, come recitava la legge, dai sacerdoti del tempio, autorizzati a dichiararli guariti e non più quindi reclusi e reietti. Immaginiamo la felicità dei dieci, sarebbe anche la nostra. Hanno una gioia incontenibile e riprendono la loro vita sociale insperata e tanto attesa, in cui non speravano più. Uno di loro però, oltre alla gioia e la felicità, fa alcune riflessioni e aiuta anche noi a farne. Questo Gesù mi ha guarito da un terribile malattia, ma io sento di essere stato guarito ancora di più nel mio intimo, sento di aver trovato un’anima libera, dei sentimenti mai provati, sento di essere stato liberato da rabbia, egoismo, desiderio di vendetta, disprezzo. 

Solo Dio mi può dare questo, Gesù non è solo o soprattutto un medico del corpo, ma soprattutto dell’anima e questo lo può fare chi è imparentato con Dio. E torna da Gesù a ringraziare, a riconoscere e a lodare Dio “a gran voce”; la sua guarigione si è arricchita di un atto grande di fede. Infatti Gesù gliela riconosce: la tua fede ti ha salvato, non solo guarito nel corpo, ma nella interezza della tua persona. 

Fossimo anche noi tutti guariti da tante nostre lebbre, che ci mutilano la vita, ce la segregano dal mondo dei buoni, ce la scrivono nei nostri pensieri e nei nostri comportamenti. Non abbiamo solo bisogno di far diventare i nostri moncherini delle mani che ancora stringono quelle degli altri, ma anche braccia levate a Dio nella lode e nella preghiera.

15 Novembre
+Domenico

Soltanto e soprattutto veri servi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 7-10)

In quel tempo, Gesù disse:
«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Audio della riflessione.

Si sentono spesso dire molti spropositi sul rapporto tra uomo e Dio. Lo mettiamo alla sbarra come se avesse commesso sopraffazioni nei nostri confronti, lo bestemmiamo senza ritegno e talvolta con cattiveria perché pensiamo di aver subito da lui dei torti. Ci permettiamo di insegnare a Lui come deve governare il mondo. Lo trattiamo da datore di lavoro e il nostro rapporto con lui è di tipo commerciale. Io faccio tanto e tu mi devi tanto, come se stessimo barattando con lui la nostra esistenza. 

Crediamo poi di aver acquisito diritti nei suoi confronti perché siamo finalmente riusciti a comportarci bene. Qualcuno crede di aver assicurato anche il paradiso perché ha bazzicato tanto tempo negli ambienti clericali. Dio invece si serve soltanto. Siamo servi e basta, siamo soltanto servi, soprattutto servi veri, nei suoi confronti. Acquisire una mentalità umile e serena nei confronti di Dio e un assoluto distacco dal rivendicare qualcosa perché ci sentiamo di accampare dei meriti, è segno di grande fede. 

Il cristianesimo non è una meritocrazia, non c’è una scalata nella fede data dai meriti acquisiti, dalle opere buone fatte. Non ci sono lapidi in paradiso, ci sono solo i gesti di amore gratuiti di Dio, il suo abbraccio, la sua intimissima compagnia. Verrebbe da dire: giù le mani da Dio, non crediamo di potercelo tirare dalla nostra, di poterlo fasciare per alcuni servizi che facciamo in parrocchia. La vita cristiana non è da far pesare a Dio per la restituzione di meriti, ma solo ed esclusivamente per aiutarci tutti ad essere buoni. Del resto se abbiamo il coraggio di guardarci dentro, troveremmo tante nostre incongruenze o tante approssimazioni. 

Il vangelo ci dice che quando fai del bene al tuo prossimo, quando eserciti una servizio anche importante sei tu che deve ringraziare le persone beneficiate, perché ti hanno dato la possibilità di realizzare la tua vocazione, ciò per cui ti senti chiamato. Non sei stato in giro a partecipare a una ennesima festa, ma lavorando per gli altri hai realizzato lo statuto della tua umanità, quello che veramente ti rende felice. 

A Dio non si va mai con le pretese, ma sempre con la certezza che Lui ci riempie di tutto quello che veramente ci serve e che noi nemmeno sappiamo chiamare per nome. Per questo siamo servi soltanto, servi di un Dio che non ci abbandona mai.

14 Novembre
+Domenico

I bambini devono trovare sostegno per ogni tempesta della vita

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 17, 1-6)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!
Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».
Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Audio della riflessione.

Nella mentalità contadina da cui proveniamo c’era una grande attenzione allo scandalo nei confronti dei piccoli e in genere della gente. Se uno avesse combinato qualche guaio, avrebbe avuto il pudore di non mettersi in mostra e soprattutto di non essere di inciampo nella vita degli altri, di non trascinarli sulla sua stessa strada sbagliata. Contadini di mentalità ancora lo siamo, ma siamo diventati spavaldi nel mettere in mostra i nostri comportamenti devianti. 

Probabilmente è colpa della informazione che ci mette davanti la spudoratezza di una madre che si contende l’amante con la stessa sua figlia, solo per farsi quattro soldi o un po’ di notorietà; altre volte è il maschio latino che si vanta di avere rovinato tante ragazzine per apparire un conquistatore; spesso è chi ruba che si vanta di essere stato furbo e tutto questo di fronte a chi deve imparare a vivere, chi deve essere aiutato da valori a dare speranza alla sua esistenza fragile. 

Non ti permettere di fare osservazioni agli spettacoli che ti senti dire che sei un bacchettone, che oggi non si può censurare niente, che siamo liberi. Liberi certo di ingannare, di far soffrire, di deviare le vite innocenti di chi crede nella bontà. 

Le parole di Gesù al riguardo sono molto dure. “E’ meglio per lui che gli sia appesa al collo una grossa pietra e sia gettato in mare, piuttosto che scandalizzi uno di questi piccoli”. Se stessimo alla lettera di questa affermazione, non ci sarebbero pietre sufficienti per tenere a bada i pedofili, gli spettacoli senza il minimo senso morale, le leggerezze di tanti genitori con i loro figli, i violentatori domestici. Non si tratta di applicare nessuna shaarìa, ma di ricuperare un minimo senso di responsabilità soprattutto nei confronti delle giovani generazioni che non hanno bisogno di crescere sotto campane di vetro, ma di essere aiutati a superare le sfide della vita con proposte alte di bontà, con ideali di bellezza. 

Un adulto come Erodiade con sua figlia che le domanda: che devo chiedere ad Erode che mi ha promesso un futuro radioso anche la metà del suo regno? Lei l’adulta, la persona tutta casa e figli le dice con il massimo di malvagità: la testa di Giovanni il Battista qui su un piatto. Il suo rancore , la sua cattiveria, la sua vendetta invece del futuro di sua figlia. Siamo spesso così noi adulti con le giovani generazioni. 

E non si tratta di problemi legati solo alla sessualità, quasi che fossimo bacchettoni, ma a tutte le forme di degrado dell’umanità, al disprezzo del povero, dell’handicappato, del debole. I cristiani hanno un volto da far contemplare, il volto del Crocifisso risorto. Quella è la speranza di andare oltre gli scandali.

13 Novembre
+Domenico

Non si possono servire due padroni

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16, 9-15)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

Audio della riflessione.

Ma che hanno queste ricchezze da mettere continuamente in allarme il cristiano? “Non potete servire Dio e il denaro”, dice Gesù in maniera perentoria. Se ne andò via triste (quel giovane ricco) perché aveva molti beni. È difficile, quasi impossibile che un ricco entri nel regno dei cieli. E avanti di questo passo. Ma che male c’è se son stato capace col mio duro lavoro di procurarmi benessere, se non sono stato con le mani in mano e ho aiutato la fortuna? Che colpa ne ho se sono nato dalla parte giusta? Non tolgo niente a nessuno, non uso male quel che ho, faccio anche qualche carità quando serve. Se tutti fossero capaci di darsi da fare nella vita come ho fatto io, il mondo non sarebbe pieno di barboni, di lavavetri, di accattoni. 

Potremmo continuare anche con teorie economiche più elaborate per nascondere non i principi di una sana imprenditorialità o aggressività nell’affrontare la vita con tutta l’intelligenza possibile, ma una verità che il Vangelo ci pone davanti con pacatezza e fermezza: la ricchezza tende a diventare idolo. Essa finisce per richiederti una sorta di adesione di fede, ti domanda a poco a poco un attaccamento del cuore che ti toglie libertà e si pone nella tua vita come un assoluto, diventa come signore alternativo all’unico Signore. 

Chi segue Cristo non è di questo parere, non solo perché alla fine ce ne dovremo staccare, ma perché il centro della nostra vita è Dio, lui è la nostra felicità, lui è colui che solo ci può riempire l’esistenza. 

“Nessun servo può servire a due padroni o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro”. E non abbiamo bisogno di far vedere quanto questo è vero ogni giorno! quanto il denaro, l’avidità, la ricerca di esso rovina la vita degli uomini. Per il denaro si tradiscono gli affetti più cari, si ammazza, si vendono le persone, si calpestano i diritti, si sterminano i poveri, si sporca il nome di Dio, si inquina la religione. Per la ricchezza si perde la propria dignità, si distrugge il creato, si affossano i sogni, si fa morire di fame. Il denaro, le ricchezze fasciano il cuore, tarpano le ali, spengono i desideri. Quello che è impossibile all’uomo, è possibile a Dio. Basta, come sempre, sentirci e vivere da servitori solo di Lui, di Dio. 

E questa è la scelta che ha fatto san Martino di Tours che oggi celebriamo, non ha servito a due padroni, ma nella sua vita ha deciso di servire Dio solo. La vita di un pastore è questo, è fare di tutto se stessi, della propria missione, del proprio corpo, dei propri gusti, di tutte le proprie espressioni una freccia puntata verso il regno dei cieli e mettersi a servizio fino alla morte della sua chiesa e della sua gente. 

Lo ha fatto con la castità, aiutandoci a capire che l’amore ha la sua vera sorgente in Dio, lo ha fatto con l’obbedienza a Dio quando sentendosi morire di fatica disse se vuoi che stia ancora in vita anche se a stenti, lo farò, ma sono pronto e desideroso di morire, facendoci vedere che se si fa la volontà di Dio, ciò che lui dice nel vangelo, si è felici, lo ha fatto con la povertà, distaccandosi dai beni che oggi non gli servirebbero e facendoci capire che si può vivere felici affidandoci alla provvidenza di Dio. Tutti ricordano l’episodio del mantello tagliato in due per coprire un poveraccio intirizzito di freddo. San Martino intercedi presso Dio per noi perché siamo sempre fiduciosi in Lui e nel suo grande amore.

11 Novembre
+Domenico

Fatti furbo se vuoi essere santo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16,1-8)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

Audio della riflessione.

Per la vita spirituale, nemmeno un po’ di furbizia, tutta routine, tutto scontato, tutto scialbo, tutto slavato, tutto dovuto. I ritagli di ogni cosa: del tempo, dell’interesse, della preoccupazione, della progettualità, delle risorse, delle amicizie, della professionalità. In oratorio è la stessa cosa: gli ambienti più sciatti, le stanze più buie, il disordine più organizzato, l’umidità più penetrante, lo sport più svogliato. Per il gruppo solo le battute che ti vengono spontanee, le solite frasi, le preghiere della serie: dico quello che secondo me voi vi aspettate di sentire; la puntualità con un chi quadro nella media da cinque punti, una dedizione agli amici da talk show. Per la vita di fede, qualche bella emozione ogni tanto, una frase di vangelo da mandare in sms, una preghierina prima dell’esame, la solita domanda del perché occorre confessarsi a un prete che è un uomo come me e i soliti dubbi, ormai ampiamente messi a tacere, sui rapporti prematrimoniali. 

I figli di questo mondo nel trattare le cose fra di loro, sono più scaltri dei figli della luce. Il Signore non ha mezzi termini nel fotografare questo nostro esserci abituati alla vita cristiana, come al colore delle pareti. Ci si è spento dentro l’entusiasmo e vogliamo fare i missionari, pensiamo di poter aiutare chi sta in ricerca a trovare la strada vera della vita. Presentiamo un cristianesimo senza anima e speriamo che il mondo possa darsi una svolta. Offriamo una domenica da precetto e ci lamentiamo che si preferisca il supermercato o un qualsiasi week end al mare. La gente sfida le code interminabili in automobile perché noi non siamo più capaci di presentare una comunità viva in cui esploda la gioia del Risorto. Tutte le ditte si mettono in cordata per sopravvivere o per proporre i loro prodotti, noi ci dividiamo continuamente in tanti gruppi e gruppetti. Ogni idea una fondazione, ogni sottolineatura una struttura. 

Certo noi non siamo una catena di commercio, non dobbiamo andare a porta a porta a vendere un prodotto, non siamo una massa, ma potremmo presentare il dono grande della comunione se non fossimo tanto addormentati e svuotati dal di dentro. 

Il vangelo non si merita tanta nostra svogliatezza, tanto pressappochismo, tanta impreparazione. Per prendere una laurea ti metti di lena a studiare, tagli le amicizie, ti chiudi come in gabbia. Per conoscere il vangelo ti fermi ai ricordi del catechismo della Cresima di tanti anni fa? 

Adulti e giovani, se vogliono, possono oggi darci un soprassalto di furbizia, di scaltrezza, di entusiasmo, di autentica professionalità, che è la santità, nel vivere la vita cristiana e nell’annunciare il vangelo.

10 Novembre
+Domenico

Oggi essere cristiani oggi è soprattutto una scelta radicale

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Audio della riflessione.

Una vita riuscita sta nelle scelte di mezzo tra lo slancio entusiasta del giovane e la ponderatezza eccessiva dell’adulto? Sta nel politicamente corretto che si preoccupa delle sensibilità, delle reazioni, dei malumori da non esasperare, che si prefigge di accontentare tutti? Oppure sta in scelte decise, radicali, senza mezze misure, sbilanciate da una qualche parte e quindi provocatorie, non convenzionali e attendiste? 

Fatta salva la classica prudenza e il rispetto di tutti, soprattutto dei più deboli, esclusa ogni forma di giudizio, la vita cristiana che è sempre vita di un uomo riuscito e pienamente realizzato nella sua vera dignità umana, secondo il vangelo, non sta nelle scelte di mezzo, ma nella decisione anche provocatoria di dedicarsi senza riserve al Regno di Dio, di sbilanciarsi dalla parte della giustizia e delle esigenze profonde di verità e libertà da tutti i condizionamenti del galateo. 

Per questo Gesù non teme di offendere i sentimenti tenui e dice: chi non odia padre, madre fratelli e sorelle, chi non si butta senza rete di protezione non può essere mio discepolo, chi non osa abbracciare la sua croce, il suo supplizio, la sua sofferenza, il suo dolore non è degno di stare dalla parte del vangelo. Non si tratta di odio, tomba dell’amore, ma di assoluto primo posto di Dio nella vita di ogni credente, di precedenza assoluta dell’amore su ogni legame o calcolo, di centralità di Dio in ogni vita e convivenza umana. 

Non si tratta di nessun talebanesimo o fondamentalismo, ma di aver chiaro che la fede cristiana ha in sé la forza di ridare significato profondo a tutta la vita, di ridire la sua vera dignità, di essere atto intellettualmente onesto, laicamente dignitoso e umanamente capace di dare senso all’intera esistenza personale e del mondo. La fede in Gesù ha una sua dignità di razionalità che sta alla pari di ogni ricerca umana, non teme alcun giudizio, né si colloca nell’irrazionale. 

Essere cristiani è stare dalla parte del vangelo, dalla parte del fuoco che Gesù viene a portare sulla terra e che desidera ardentemente che si accenda e porti calore al povero e sostegno al debole. Il cristiano è uomo di parte, non perché fonda un partito, ma perché sceglie di stare sulla croce come Gesù, di stare dalla parte della bontà contro la malvagità; non avrà mai vita facile, ma vita piena di dignità, felice e beata.

08 Novembre
+Domenico