Lo Spirito Santo è già all’opera anche dove non lo immaginiamo

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 9,38-40)

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».
Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».

Audio della riflessione

L’esserci messi, noi piccoli o grandi credenti, al centro della vita cristiana, a decidere chi sta dentro e chi sta fuori, è un vizio che risale proprio alle origini, tanto che anche gli apostoli, dopo aver fatto una bella esperienza di Gesù, si sentono pure padroni di Lui. Non capita lo stesso nelle nostre parrocchie di oggi, quando facciamo la cernita di chi è dentro e di chi è fuori contando solo quelli che vengono a messa la domenica o quelli che circolano in parrocchia o che fanno parte del giro? Non è che lo Spirito Santo è un poco almeno più aperto di noi, perché lavora nel cuore già di tante persone che vivono un vangelo essenziale, o cercano Dio in ogni anfratto di povertà e di abbandono, o sono solidali con chi non ha niente dalla vita o in chi non ha mai smesso di cercare Dio senza essere minimamente intercettato da noi? Siamo sicuri che il nostro abbraccio alle persone che incrociamo per le strade della vita non sia troppo selettivo e che lo Spirito ne abbracci sempre di più, mentre le nostre braccia si chiudono su di noi senza nessuna apertura? 

Ancora peggio è una delle abitudini più diffuse quella di inventarci nemici a non finire, magari per delle incomprensioni, dei malintesi. Guardiamo solo a chi la pensa come noi, escludiamo chi ha un pensiero autonomo, una sua personalità, un suo modo di agire che si scosta dal nostro. Le differenze diventano contrapposizioni, i pareri sinceri un attacco, le visioni di mondo diverse una lite. Sotto ci sta sempre la falsa coscienza che noi siamo la verità e che gli altri si devono adeguare al nostro modo di pensare.  

Anche gli apostoli stavano entrando in questo modo di pensare. Al di fuori della loro cerchia stavano avvenendo cose straordinarie che solo Gesù sapeva compiere. Maestro noi glielo abbiamo vietato. Gli abbiamo intimato di non permettersi più di fare cose in tuo nome. Abbiamo noi il brevetto, il bene deve passare solo da qui. E Gesù, sempre comprensivo: hanno fatto del male? Sono stati ingiusti? Hanno perseguitato qualcuno, lo hanno fatto soffrire? No. Lo hanno liberato da un demonio. E allora!? Perché vi deve dare fastidio se qualcuno compie del bene, anche se non ha il vostro marchio? Chi è l’autore di ogni bene, se non Dio? Chi non è contro di noi, contro la bontà, la liberazione dal male, contro il Regno di Dio, è per noi.  

Lezione semplice, che potremmo applicare a tanti nostri arroccamenti e irrigidimenti. Il nostro sogno è che la bontà scoppi nel mondo, non importa da quale persona nasca. E’ sempre Dio che semina bontà nei cuori. E’ lui la sorgente della bontà. Nessuno ne ha l’esclusiva. Fossimo capaci di mettere insieme tutte le forze che fanno del bene veramente, che non fingono o non strumentalizzano, ma danno il contributo della loro generosità al bene di tutti. Questo può essere un buon principio anche per il dialogo tra le varie religioni: massimo rispetto, identità precisa di ciascuno e grande collaborazione a costruire un mondo di pace e di giustizia. Santa Rita da Cascia, che oggi ricordiamo, ha avuto il coraggio di andare controcorrente soffrendo la morte dei suoi figli pur di far terminare gli odi feroci tra famiglie che ricorrevano sempre e solo alla vendetta. 

22 Maggio – Memoria di S.Rita da Cascia
+Domenico

Il regno di Dio è dei cuori puliti e passa per la Croce

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 9,30-37)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».
Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande.
Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Audio della riflessione

Anche nei momenti più delicati e preziosi della nostra vita, anche quando si sta vivendo con generosità per una causa e ci si sta spendendo per degli ideali con dedizione, è sempre presente la prepotenza del nostro egoismo, del metterci al centro, del far ruotare la vita attorno a noi, del dare certamente il nostro contributo alla causa, ma di orientare tutto al nostro tornaconto. È raro trovare persone disinteressate nel fare il bene, capaci di vivere nel nascondimento, di mettere a disposizione la propria vita senza averne in cambio alcuna ricompensa. È così negli incarichi politici, amministrativi, anche in quelli ecclesiali. E questo agire per i propri interessi avvelena anche le cause migliori. Ma ancora di più è difficile capire che la strada della vita è quella della croce, della sofferenza da scegliere come punto di forza per dare senso vero alla vita. L’affidarsi alla volontà di Dio, al suo progetto di salvezza è proprio legato alla croce, al dare tutto se stessi per una causa più grande. 

Gli apostoli a questo riguardo sono messi a dura prova da Gesù. Li sente parlottare tra loro lungo la strada. Lui sta facendo di tutto per spiegare a loro che la missione cui stanno dando adesione è in salita, che il finale della sua vita non sarà certo da classico film americano della serie: e vissero felici e contenti; sta aiutandoli a entrare nel difficile discorso della croce, della disfatta di fronte alla stessa religione di Israele. Infatti, diceva loro: Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno… E loro? Non solo non comprendevano, ma avevano pure paura a chiedergli spiegazioni. È come quando stai intuendo una notizia brutta, grave, pesante, che ti destabilizza e ti nascondi dietro un dito, non vuoi conoscerla perché sai che è impegnativa e ti dà dolore. Non solo, ma discutono sui primi posti che sarebbero loro toccati in questo fantomatico regno di cui Gesù ogni tanto parlava. 

Non sapevano proprio di che morte dovevano morire! E Gesù con pazienza prende un bambino, lo mette in mezzo a loro e dice: o diventate così, o siamo proprio fuori del tutto dal regno di Dio. A me non serve gente che vuol primeggiare, che vuol farsi vedere, che si mette al centro a farsi servire: il regno di Dio è per chi è capace di mettersi a disposizione sempre, è di chi si aspetta da Dio tutto come questo bambino; il segreto della vita sta nella semplicità, in un cuore pulito e capace di affidarsi, non in chi sta a conquistare sedie e scranni di potere. E il passo obbligato per avere un cuore pulito è la croce. Gesù lo dice sempre e questo per molti di noi è sempre un mistero da scandagliare e fare nostro. 

21 Maggio
+Domenico

Una finestra, una porta aperta in cielo ci aspetta

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16,15-20)

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Audio della riflessione

Stabilito che la morte non è la parola conclusiva sulla vita, ma che è solo un passaggio ad una vita definitiva, non ha senso come fanno gli apostoli, stare a guardare in cielo scomparire Gesù che conclude anche simbolicamente la sua compagnia di uomo sulla terra, con l’Ascensione.

È l’immagine del nostro posto definitivo della vita: nelle braccia del Padre con una vita piena, nuova, innervata di Spirito, felice, senza dolore e pianto, in una pace e serenità infinite.

La processione dei corpi che entrano nella gloria di Dio è cominciata e non finirà se non con l’ultimo giusto che abiterà su questa terra. Ci fa bene forse stare a guardare in alto, o per lo meno oltre, perché spesso la nostra esperienza quotidiana è insopportabile; è di dolore di sfiducia, di piccolo cabotaggio.

Scriveva Flavio, un giovane universitario di Verona, stroncato da un cancro: “il mio cuore è spezzato, il mio cervello stanco il mio corpo invecchiato e non mi resta che pianto e amarezza… non so più se avere nostalgia della vita o desiderio della morte. Ti esonero dal ricordarmi la storia di Giobbe che si gratta la rogna, del figlio di Dio crocifisso, di Paolo che scioglie le vele: le conosco, ci credo e prego tutta questa storia a lieto fine… per ora indugio nel sepolcro, non svegliarmi…”

E alla fine, affascinato dalla vita piena di Gesù scriveva: “salirò in cielo e sarò per quanto ne sono capace, stella del vostro cammino; tutto il buono, il bello, tutto il vero, il giusto lo porto con me. Ora chiedo al Signore che mi lasci andare e chiedo una benedizione per te e la comunità. Tu, marinaio capace, mi troverai sempre nel cielo notturno. Me ne vado con la stessa pace nel cuore di Simeone. Lascia che il tuo servo vada in pace perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”.

Flavio, la tua nuova vita non solo ci interessa, ma ci attira. Apri qualche buco nel cielo e chiedi a Dio di guardare giù a tanti giovani che come te sono disperati, a tante persone che hanno bisogno di sentirsi anche solo un poco amati, almeno guardati con tenerezza e amore. Guarda ai nostri morti sul lavoro. Sono troppi, sono una infelicità per i loro cari. Supplica Dio che ci cambi il cuore perché teniamo in conto come preziosissima ogni vita e prima sempre di ogni nostro affare o guadagno o egoismo. Facci capire che la prima grande solidarietà nel lavoro è salvare ad ogni costo la vita e l’integrità delle persone. Allora il lavoro è il luogo in cui si realizza, si costruisce, si colora il regno di Dio. È il cantiere dello stesso regno di Dio, perché lì l’umanità si esprime nei suoi valori fondamentali e costruisce oltre che il risultato dei lavori la bellezza del regno di Dio.

Andate: il vangelo deve correre per le strade del mondo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16, 15-18)

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Audio della riflessione.

Marco è stato un grande evangelista che ha portato il vangelo, la persona di Gesù, al mondo romano di allora. La sua figura è ben rappresentata dalla conclusione del suo vangelo. L’uomo è per sua natura un pellegrino, un viaggiatore, lo è stato nei secoli più antichi, quando c’era solo il cavallo o la barca, lo è oggi con tutti i mezzi di trasporto più moderni. Fa parte della sua natura essere cercatore, scopritore, contemplatore del creato, della natura. Soprattutto è viandante perché ha dentro di sé una forza incoercibile che è quella di far sapere, di comunicare, di rendere partecipe l’altro della gioia che vive. L’uomo non è fatto per tenere per sé, ma per offrire e trova la sua gioia nel condividere. 

Per questo alla fine del vangelo di Marco c’è un comando perentorio di Gesù, un comando che destabilizza, che non permette di stare chiusi nel proprio egoismo, ma apre all’inedito di Dio, alla sua novità assoluta: andate. Non si può star fermi quando hai visto che è giunta la pienezza dei tempi. 

Gli apostoli hanno fatto molta fatica a entrare in questo ordine di idee. Già era sembrata di averla scampata bella quando hanno saputo che Gesù era vivo, che il Sinedrio non aveva detto l’ultima parola su di Lui; grazie a Dio lo avevano incontrato risorto, dopo i giorni bui della passione e morte. 

Ecco, si dicono i discepoli, adesso le cose sono state ben sistemate. Si sa chi ha colpa, si sa che Gesù è risorto e questo ci dà una grande serenità. Il male non vince, gli inferi sono spalancati. Questo Gesù ci ha veramente riconciliati con le nostre radici e ci ha anche aiutato a dare alla nostra vita la sua serenità. In questo stato d’animo si sarebbero adagiati i discepoli se non avessero avuto questo comando perentorio: andate. Non sono venuto al mondo solo per aggiornare la vostra vita religiosa, sono venuto a portare un fuoco e voglio che divampi. I confini del popolo di Israele sono troppo angusti, occorre prendere il largo; la mia casa è il mondo, la Parola deve correre ovunque, la salvezza è per tutti. 

Gli apostoli capiranno come obbedire a questo comando dalla vita, dalle persecuzioni. Paolo lo capisce quando in un processo che volevano intentargli i giudei si dichiara cittadino romano e per questo ha diritto di essere giudicato a Roma dall’imperatore e parte per Roma, dove annuncia Gesù, dove il vangelo prende casa, nel cuore del mondo di allora. Il mandato di andare è la scelta di Dio di abitare il mondo, dimostrando di non abbandonare nessun popolo, nessuna nazione.

25 Aprile
+Domenico

La risurrezione di ogni persona è la grande verità da dire a tutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16,9-15)

Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero.
Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro.
Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».

Audio della riflessione.

Una delle cose che ci sorprendono di più quando dobbiamo fare discernimento su alcuni fatti raccontati da testimoni che hanno visto, sentito, partecipato è la discordanza quasi naturale del racconto di ciascuno e soprattutto la grande diversità delle reazioni. Rilevare l’oggettività di un fatto è impossibile, accettarne una versione raccontata ancora di più. 

Di fronte all’annuncio della risurrezione di Gesù avviene la stessa cosa: lo vede Maria Maddalena, ma “non le credettero”, dice lapidario Marco. Lo raccontano con grande coinvolgimento e meraviglia gli apostoli a Tommaso, ma questi non si fida e vuol mettere mano e dita nelle piaghe prima di crederci. L’ho visto morire come un disperato con i miei occhi, non venitemi a raccontare visioni consolatorie per cancellare quel tremendo ricordo. Lo hanno visto i due di Emmaus, mentre erano in cammino per andare in campagna, ma non sono stati creduti. 

Finalmente Gesù si dà a vedere a tutti e li rimprovera di incredulità e durezza di cuore. Sono rimproveri che alla fine della settimana di Pasqua ci meritiamo anche noi. Ce li meritiamo come chiesa, quando non siamo disposti a fare un solenne atto di fede, con la vita e la testimonianza. Ce li meritiamo come singoli che non riusciamo a fare nostra la consapevolezza che la vita va oltre la morte, che la vita non viene tolta, ma trasformata e viviamo come se la vita terrena fosse per sempre. Risorgere non è solo immortalità dell’anima, ma una vita definitiva di tutto le persone e per tutte le persone. Non è una teoria filosofica, anche se deve essere detta con tutti gli elementi razionali che la rendono plausibile. 

Risorgere è la certezza che Gesù ci dà di poterlo seguire nella nuova vita, è vincere ogni disperazione, è essere convinti che la vita può giungere alla sua pienezza per sempre. Risorgere è dare ad ogni persona una dignità assoluta, un futuro definitivo, una speranza certa. Una certezza così non la si può tenere nascosta. Ecco allora il perentorio: “andate”, ditelo a tutti, annunciate che il male è vinto, fatevi messaggeri di questa grande novità, della vittoria della vita su qualsiasi morte, della forza del debole di fronte ad ogni ingiustizia, della vacuità e inconsistenza di ogni trama, di ogni guerra, di ogni violenza, della gioia di poter godere infinitamente della bontà di Dio.

06 Aprile
+Domenico

La risurrezione è la nostra vita vera  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16, 1-7)

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare ad ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande.
Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».

Audio della riflessione.

Abbiamo vissuto una settimana all’insegna dei ricordi, delle tradizioni, delle usanze ereditate dai nostri genitori, ci siamo improvvisati attori, registi, sceneggiatori di fatti più grandi di noi e siamo potuti risalire alla nostra infanzia, all’incanto di ogni fanciullezza. Abbiamo visto giovani interpretare Gesù Cristo, uomini maturi fare Pilato, anziani fare i sommi sacerdoti, il solito, segnato a dito, fare Giuda. Poi ci siamo fatti passare di mano in mano quella croce. Potevamo essere tentati solo di esprimere tradizioni, folklore, appuntamenti con la storia. Abbiamo potuto fare a anche a scuola qualche gesto. Stasera la cosa cambia di netto: ieri era possibile stare indifferenti, stare sulle nostre, non scomodarci troppo; oggi non è più possibile, dobbiamo fare il salto della fede. 

Stasera ci viene chiesta la fede.  Non possiamo appendere nelle scuole o negli edifici pubblici il risorto, ci vuole un atto di fede; appendiamo solo un crocifisso, che richiama solo storia e pietà, anche se molti ci negano anche quella. Stasera facciamo il salto nell’oltre. Riconosciamo che l’uomo della debolezza e della croce, l’immagine dei nostri infiniti dolori è il Dio della risurrezione, è il nostro liberatore, è la vita piena e senza fine. Colui che è morto così miseramente senza nessun stoico coraggio è il Figlio di Dio. Dice uno dei quattro vangeli nel racconto di questa giornata memorabile: Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa 

È un discorso difficile, perché occorre affidarsi; occorre avere il coraggio di leggere il terremoto di cui si parla nel vangelo come definitivo, come quello che ci toglie da ogni disperazione.  Questo terremoto ci consola, questo terremoto vogliamo chiedere a Dio. È il terremoto della vita che dà inizio alla costruzione di un nuovo mondo. 

È il cambiamento radicale del nostro modo di pensare, degli stili della nostra esistenza, della speranza oltre ogni paura e dolore. Non è il terremoto che ci fa paura e che ogni tanto colpisce il nostro mondo e soprattutto l’Italia. È questo terremoto di Pasqua, il terremoto della vittoria sul male e sulla morte, il terremoto che ha fatto saltare i macigni dalle tombe e dal cuore.  “Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all’imboccatura dell’anima che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro. È il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione, del peccato”  

È questo terremoto che noi vogliamo augurare a tutti, che imploreremo con forza da Dio per tutti i martiri. Non posso dimenticare quei ragazzi copti sgozzati e crocifissi solo perché cristiani, ricordati da papa Francesco in questi giorni, ma nemmeno quei giovani incontrati in una scuola che a fatica hanno fatto un segno di croce, per non farsi tirare in giro dopo dai compagni. Questo spesso è il coraggio della nostra fede, il nostro coraggio quando siamo nella movida o nelle nostre vite private, la nostra fede per mestiere, il nostro forzato credere per non creare problemi dove siamo. 

Ma Dio è grande e ci dimostra continuamente il suo amore e la sua misericordia. Risurrezione è sapere che abbiamo un futuro più grande di ogni nostra attesa, più forte delle nostre miserie, più autentico dei nostri giuramenti. Resurrezione è non permetterci in nessuna situazione di dire la parolaccia “ormai”. Perché risurrezione significa che c’è sempre più futuro che passato, perché la vita non è la quantità di giorni che ci rimangono, ma la qualità dell’esistenza che viviamo e che si prolungherà senza fine nelle braccia di Dio. Resurrezione è uno spazio di futuro che ci garantisce da ogni morte definitiva e questo ce lo ha regalato Gesù, il Nazzareno, il condannato a morte, sepolto e risuscitato. 

30 Marzo
+Domenico

Le Palme, i giovani fanno festa a Gesù  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 11,1-11)

Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli e disse loro: “Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito””. Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: “Perché slegate questo puledro?”. Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano:

Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
1Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!
Osanna nel più alto dei cieli!“.

Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.

Audio della riflessione.

Le feste ci attirano sempre. Veniamo da giorni di dolore, talvolta di noia, spesso di routine. Vedere qualcuno felice, vedere gente che si scioglie uscendo dalla sua solitudine in atteggiamenti di festa ci fa sempre piacere, per lo meno ci incuriosisce. Vediamo i particolari del tragitto di Gesù. Sono partiti da Betania, a pochi chilometri da Gerusalemme, un villaggio sul versante orientale del monte degli ulivi, dov’era la dimora ospitale delle sorelle Marta e Maria, e del loro fratello Lazzaro, da poco risuscitato da Gesù, e dove la gente curiosa si addensava stupita ed eccitata: vi erano gli amici, i discepoli con quelli che ammiravano Lazzaro redivivo per la popolarità che Gesù andava acquistando, c’erano anche quelli che erano decisi a sopprimere tanto Gesù, quanto Lazzaro, per mettere fine al successo crescente del Maestro (Io. 12, 10). In quest’atmosfera, carica di entusiasmo esplosivo da una parte e di odio radicale e segreto dall’altra, partendo da Betania si formò un corteo, e con grande gioia dei seguaci di Gesù. Gesù, contrariamente ad altri momenti ci sta e dà un ordine insolito ai discepoli: procuratemi una cavalcatura per proseguire festosamente verso Gerusalemme. A Betfage infatti, fu preso a prestito un asinello, non mai prima d’allora cavalcato da alcuno, e vi fu fatto sedere il Maestro stesso; e immediatamente la scena si trasformò in una manifestazione popolare, resa solenne nella sua povera semplicità da due circostanze: la ressa di popolo accampata intorno a Gerusalemme per la Pasqua ebraica, e proveniente dalla città rigurgitante di popolo e di forestieri, e accorsa tutta verso la comitiva in arrivo; e, seconda circostanza, le acclamazioni spontanee e gaudiose di tutta quella gente, dei giovani e dei ragazzi soprattutto, che applaudiva con grida assai significative, e per i nemici di Gesù assai fastidiose: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore». 

Che cosa significava questa accoglienza, così gioiosa e così clamorosa? Questo è importante notare. Il momento si fa drammatico, e acquista il suo significato, decisivo per la storia e per la comprensione del Vangelo: si tratta del riconoscimento e della proclamazione del carattere messianico di Gesù. Per noi è consuetudine, ma per gli ebrei che avevano sempre vissuto con nel cuore, nella storia, negli studi, nelle preghiere una attesa infinita, finalmente sono con Colui che doveva venire. Egli è qui, Egli è il figlio di David! Egli è il Cristo! Gesù è il Cristo, il mandato da Dio, il Salvatore, il Messia, è il centro della storia, è il Re dei Giudei (Che aveva scritto Pilato sulla tavoletta della sentenza di morte, affissa sopra la Croce di Gesù? «Gesù Nazareno Re dei Giudei»). «Questo è il punto ove s’incontrarono . . . il messianismo delle plebi e quello di Gesù». Non era soltanto un momento eccezionale; era un destino, che riassumeva la vita privilegiata e travagliata del Popolo eletto, che concentrava in sé il compimento delle profezie e che apriva gli orizzonti del tempo futuro, che celebrava un avvenimento d’inesauribile salvezza, la Redenzione, e che impegnava tutta l’umanità ad una scelta suprema, quella nuova alleanza tra il mondo e Dio, quella del cristianesimo sì, o no. Questa celebrazione, che riguarda la proclamazione di Gesù Messia, di Gesù il Cristo, di Gesù, nostro Salvatore, riguarda anche il nostro destino, la nostra scelta primaria. Ripensate all’episodio decisivo, che stiamo celebrando: Gesù riconosciuto dal Popolo, e nello stesso tempo, Gesù osteggiato e poi fatto uccidere dai capi del Popolo stesso, che non vollero accoglierlo e prestargli fede, neppure dopo la risurrezione di Lazzaro, neppure dopo il suo ingresso trionfale ed umile quale Messia in Gerusalemme. Ci vengono in mente le parole profetiche pronunciate dal pio e vecchio Simeone, quando Gesù bambino, fu presentato al tempio: Egli sarà «segno di contraddizione»? (Lc 2,34) Sì, segno di contraddizione: intorno a lui vi sarà una lotta; gli uomini saranno divisi ed opposti fra loro. Questa lotta si perpetuerà nei secoli. Questo è uno dei misteri più difficili e più dolorosi della storia umana: l’unità d’intorno al Cristo, centro, polo, salvatore dell’umanità, non sarà né spontanea, né facile; egli sarà un bersaglio di fiera e dura opposizione da una parte; Egli sarà tuttavia punto di fedelissima convergenza dall’altra.  Permettetemi di farvi una domanda: chi è o chi sono quelli che in quel giorno fatidico ebbero l’intuizione che Gesù di Nazareth, un Maestro di cui tutti o quasi conoscevano che era saggio, faceva miracoli, era molto buono con tutti, che da un po’ di tempo pellegrinava per la Palestina, chi aveva capito che era Lui il Messia, era Lui il figlio di David, era Lui il Salvatore atteso e promesso? Sicuramente è stata la gente, e fra la gente chi erano i più entusiasti ed attivi? I giovani. Loro capirono che quella era l’ora di Dio, l’ora sospirata e benedetta dell’arrivo del Messia; e fu allora, che agitando rami degli alberi, rami d’olivo e di palme, decretarono a Gesù, il Maestro, il Messia, il Cristo, il Principe della pace (Cfr. Is 9,6), il suo primo trionfo, popolare ed incontenibile (Cfr. Lc 19,39-40). Gesù fu visto piangere in quel momento, che presagiva: a Lui la passione e la croce, e alla città che non avrebbe risposto alla sua suprema chiamata messianica una futura rovina. Sarebbe stato lasciato solo. Noi come vivremo questa settimana? Davanti alla passione che adesso continueremo a leggere dobbiamo deciderci. Ma una decisione l’abbiamo già presa. Noi lo vogliamo adorare, assumere, mangiare come il nostro pane di vita: non per caso abbiamo voluto sospendere il racconto della passione, perché lì abbiamo sentito che cosa ha fatto Gesù nella cena; ci ha dato il suo corpo e il suo sangue, cioè ci ha offerto il suo sacrificio e la sua morte rappresentandola nel pane e nel vino diventati il suo corpo e il suo sangue.

24 Marzo
+Domenico

Non separare mai l’amore di Dio dall’amore del prossimo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,28-34

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Audio della riflessione.

Non ho mai capito perché molte volte si entra in crisi di fede e di vita cristiana accampando tanti motivi strani: la ricchezza della chiesa, il comportamento dei preti, la severità dei comportamenti, la opposizione politica, la mancanza di modernità, la complessità dei comportamenti che richiede. Ma Gesù ha detto soprattutto che essere cristiani è amare Dio e amare il prossimo. È solo e soprattutto questione di amore. Questa è una affermazione che ci deve mettere il cuore in pace e nello stesso tempo trasferire nella vita cristiana tutte le leggi, i comportamenti, i sentimenti, le intuizioni, le emozioni dell’amore.  

Essere cristiani è essere presi dall’amore verso Dio e verso il prossimo e non separarlo mai. Le separazioni sono tutte un tradimento; molti si rifugiano in un astratto amore di Dio che non tiene conto del prossimo, che taglia fuori tutti in un isolamento che non è contemplazione di Dio, ma adorazione di sé; molti altri invece si danno da fare per il prossimo, ma su un orizzonte chiuso, incapace di dare slancio e apertura all’infinito. Prima o poi è un amore che si chiude su orizzonti ristretti e non permette di volare, di stimare il vero bene dell’altro.  

Se non hai come orizzonte Dio non riesci a fare il bene massimo dell’uomo, ci si adatta troppo ai condizionamenti, si abbassa la guardia. È un esempio di questa necessità quel filantropismo che non bada troppo a limitazione delle nascite con qualsiasi metodo, a soppressione di vite prima di nascere, a limitazioni di fertilità attraverso mutilazioni, a disprezzo della cultura dei poveri… 

Ma Gesù con molta determinazione ci ripropone il grande precetto di Israele, con questa accentuazione sul prossimo che diventerà il distintivo di ogni cristiano. Da qui nasce il perdono, da qui la dedizione fino alla morte, da qui il famoso esame finale della nostra vita. Non mi avete dato da mangiare, non mi avete dato da bere, non mi avete visitato…Quando mai Signore? Noi ti abbiamo adorato, abbiamo cantato le tue lodi, di abbiamo fatto posto tra le nostre case. Quello che non avete fatto ai più piccoli è a me che non lo avete fatto 

La vita cristiana è della massima coerenza. Proprio perché in ogni persona Lui è presente e non ci abbandona mai.  

08 Marzo
+Domenico

Ci si apre già ora uno squarcio di cielo  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 9,2-10)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. 
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. 
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Audio della riflessione.

Ci sono delle giornate nella nostra vita in cui fai fatica a tirare a sera, sembra di non trovare la motivazione vera per affrontare tutte le piccole e grandi difficoltà; tutto ti appare piatto, tutto sempre uguale, senza slanci, senza possibilità di vedere un risultato. Avevi sognato, ma i sogni si sono confusi e talora infranti. La vita sembra tutto un grigiore. E siccome non siamo capaci di sopportare o ancora peggio di guardare oltre, di salire su un baobab per guardare la vita da un punto di vista superiore, usiamo antidepressivi pensando che la questione sia di tipo chimico.  

Anche i discepoli di Gesù spesso erano smarriti; avevano seguito Gesù, li aveva entusiasmati, aveva fatto nascere in loro modi nuovi di affrontare la vita, anche se non aveva nascosto loro previsioni di prova e di dolore. 

 Avevano bisogno di uno squarcio di cielo nel grigiore della nuvolaglia della vita. Un giorno ne ha presi tre, i tre che nel Getsemani non riusciranno nemmeno a star svegli quando Gesù soffrirà le pene dell’inferno, prima di essere tradito, li ha portati su un monte, dal quale si domina una bellissima pianura e lì ha mostrato il suo vero volto di uomo perfetto, di culmine della creazione, di connaturalità con Dio, perché ne è Figlio. Ha anticipato per gli apostoli il paradiso. Li ha resi felici, ha squarciato davanti a loro le nebbie del dubbio, della routine, della indifferenza e li ha portati per poco nel suo mondo di bellezza. 

È stato solo per poco. Certo loro volevano che continuasse sempre. Ma la pienezza di Dio è oltre la nostra vita. Facciamo qui tre tende, ci mettiamo qui con te. Chi ce la fa a tornare a casa con il solito marito, i soliti figli, il solito tran-tran? Quanti piatti devo ancora lavare nella mia vita? Quanti treni devo ancora prendere per poter essere felice? Quante liti devo ancora sopportare? Io starei bene qui, fuori dal mondo, a guardarti.  

Proviamo invece a trapanare la nostra vita; sotto ci sta la possibilità di contemplare la bellezza del creatore. Abbiamo bisogno sempre più spesso di contemplare il Signore, di metterci in silenzio a comunicare con l’infinito, di fissare il suo volto per poter prendere forza per vivere, nutrire la nostra speranza. È il cammino che abbiamo iniziato in quaresima, che troverà qualche via Crucis, su cui qualche Cireneo ci aiuterà o noi stessi lo potremo fare per chi sta peggio di noi, ma siamo sicuri che la morte non dirà per sempre l’ultima parola sulle nostre vite.

25 Febbraio
+Domenico

Festa della cattedra di san Pietro

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mt 16, 13-19

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Audio della riflessione

Oggi si celebra in ogni comunità cattolica la festa della cattedra di san Pietro, cioè della autorevolezza di verità dell’insegnamento del papa, oggi di papa Francesco. Il vangelo ricorda Pietro come colui che tra gli apostoli intuisce che Gesù è il figlio di Dio, dirà tu sei il Cristo, il figlio di Dio e questo lo dovrà testimoniare al mondo. C’è nell’abside della basilica di san Pietro una sedia solenne (una cattedra, appunto) in grande evidenza, elevata come fosse una pala d’altare proprio ad indicare la funzione di servizio alla verità di ogni papa, assistito in questo dallo Spirito Santo. La basilica di san Pietro è un santuario e quindi quella cattedra che sta nell’abside è solo un puro simbolo che oggi viene messo all’attenzione di tutti, perché la vera cattedra del papa di Roma è nella sua cattedrale che è San Giovanni in Laterano. Lui è papa proprio perchè è vescovo di Roma, non perché abita a san Pietro.  

La cattedra è simbolo dell’insegnamento. Tale, quindi, è la funzione primaria del papa e lo sarà di tutti i vescovi nella loro diocesi in comunione col papa. Anche in ogni diocesi c’è una chiesa che custodisce la cattedra e che si chiama appunto cattedrale. Ciò che interessava in primo luogo i Padri era il dovere di ascoltare la parola di Dio e come capire spiritualmente il Lógos di Dio che s’incarna sotto la specie delle parole umane. Questa funzione, infatti, papa Gregorio la rivendica come propria: “Sono servo del Verbo, attaccato al ministero della parola; che io mai acconsenta ad essere privato di ciò. Questa vocazione, io la apprezzo e la gradisco e mi dà più gioia di tutte le delizie che un uomo comune potrebbe mettere insieme” (Or. 6,5). Predicare la fede cristiana dalla cattedra vuol dire insegnare ciò che dice Dio agli uomini, è esercitare il dono profetico. Agli inizi della Chiesa cristiana, san Pietro assicura i fedeli: “Voi siete figli dei profeti” (At 3,25). La profezia vera deve tornare ad abitare la chiesa e il suo primo passo deve avere spinta dalla cattedra.  

Le cattedrali in se stesse nella loro costruzione, nella esaltazione della storia della salvezza fatta con gli elementi architettonici, pittorici, scultorei sono una esplicazione della fede, sono il dispiegarsi armonioso della cattedra del vescovo, della grande missione che la chiesa particolare ha di insegnare e di aiutare a incontrare e vivere la Parola di Dio, di mettersi in ascolto dello Spirito, di lasciarsi di nuovo rigenerare alla fede dal Dio Padre, di farsi salvare dal Figlio e di farsi illuminare dallo Spirito. 

Tutti i cristiani devono almeno una volta visitare la propria cattedrale (perché non farvi una visita in settimana?), per provare le forti emozioni di chi con cuore aperto sta a lasciarsi invadere dalla luce della verità che trasuda da tutta l’armonia artistica della cattedrale. Nelle più belle e primitive in ogni capitello, in ogni riquadro è come se parlasse il vescovo dalla sua cattedra. Abbiamo bisogno di simboli e soprattutto di bellezza. E’ soprattutto a questa bellezza che noi vogliamo accostarci entrando nelle chiese, che oggi forse sono più povere, per celebrare le nostre liturgie. Da questa bellezza è attratta ogni persona, credente o non credente, perché è di ogni uomo accostarsi al mistero e contemplarlo, sentirsi amato e accolto: è la condizione per riuscire a vivere e imparare a offrire speranza ai fratelli. 

22 Febbraio
+Domenico