Cuore immacolato della Beata Vergine Maria (Sabato dopo la solennità del Sacro Cuore di Gesù  – Memoria obbligatoria)

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 5-17)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito. Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva.
Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie”.

Audio della riflessione

Non possiamo non ricordare oggi che in molte parti d’Italia è la festa del cuore immacolato di Maria.

Abbiamo riflettuto, soprattutto il 25 di Marzo quando il Papa ha consacrato tutto il mondo al suo cuore immacolato, sull’importanza di questo nostro “atteggiamento” nei confronti della Madre di Gesù: il riconoscere il suo candore, il suo distacco assoluto da ogni ombra di male, il privilegio che Dio le ha dato di non avere nessuna parte del suo spirito, del suo corpo, della sua vita che fosse stato in possesso del demonio.

Il suo cuore è immacolato, e noi a Lei diamo tutta la nostra “stima” (ci mancherebbe!) ma anche il nostro affidamento, l’affidamento di tutte le nostre vite, l’affidamento di tutte le nostre grandi o piccole “difficoltà”, l’affidamento della Chiesa, l’affidamento del Papa, l’affidamento degli uomini in guerra, perchè nasca nel loro cuore un desiderio di pace e la volontà di pace, perchè nel cuore di coloro che hanno responsabilità risplenda sempre questo candore – infinito direi quasi – che ha voluto Dio per Maria, perchè nessuna macchia di peccato c’è stata in Lei, e quindi Lei è dentro nel paradiso di Dio, è dentro nella bontà del Signore da sempre e per sempre, e ci aiuti a raggiungerla nell’eternità beata!

25 Giugno 2022 – memoria obbligatoria del Cuore Immacolato di Maria
+Domenico

Non mi sento degno di averti in casa mia

 Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 8-9) dal Vangelo del giorno

Ma il centurione rispose: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa”.

Audio della riflessione

È sempre bello poter ospitare a casa nostra qualche persona, poterla accogliere nell’intimità di un rapporto informale: i rapporti di società spesso sono di ruolo, un po’ distaccati, ma tutti hanno un cuore e non c’è come il clima di una famiglia in una casa che permette di godere dell’amicizia, della familiarità, della distensione, delle confidenze e del rapporto alla pari, senza distanza.

Non è purtroppo sempre così, perché talvolta si invita a casa qualcuno per tendergli un tranello, per renderlo meno libero di fronte alle decisioni, per raccomandarsi, per strumentalizzare o forse anche per umiliare e per creargli imbarazzo di fronte alla nostra ostinazione.

Qualcosa di simile stava sullo sfondo quando Gesù si sente fare un’accorata richiesta da un capitano dell’esercito di occupazione romana, un centurione: “Mi sta male un servo, gli voglio troppo bene per vederlo scomparire dalla vita e per vedermelo soffrire tanto. Tu lo puoi guarire” … e Gesù, immediatamente lo mette alla prova: “Verrò a casa tua e lo guarirò”.  Poteva essere un’ottima occasione per il capitano per farsi un nome, Gesù stava spopolando per tutti i suc­cessi che aveva con la gente, creava invidia nei potenti … averlo a casa era sicuramente meglio di una promozione! Il centurione però si guarda addosso e vede quanto è grande la differenza tra lui, uomo di forza e Gesù, uomo di pace, tra la sua vita di pagano e la nostalgia di Dio che ogni gesto di Gesù innescava anche in lui; sa stare al suo posto, ha ancora da fare tanta strada per entrare in amicizia con Gesù ed esce in quella bellissima preghiera: “Signore non sono degno che tu entri nella mia casa, ma di’ solo una parola è il mio servo guarirà”. Da allora, in ogni Messa la si ripete sem­pre, forse distrattamente, forse solo formal­mente, spesso senza verità dell’essere, perché poi andiamo a fare la comunione senza badare a quanto siamo sbagliati dentro, magari per farci vedere e così strumentalizzeremo l’amicizia sincera di Gesù.

In quel contingente di soldati romani, c’erano senz’altro giovani delle nostre regioni del centro Italia, sotto l’impero romano, e mi piace pensare che il centurione sia uno dei no­stri: uno che ha capito di non usare Gesù per i suoi comodi, ma di desiderarlo come speranza vera della sua vita e dei suoi figli.

E’ questo atteggiamento che dobbiamo maturare nella attesa che ci proponiamo di approfondire di fronte alla accoglienza che dobbiamo a Gesù nella nostra condizione umana.

29 Novembre 2021
+Domenico

Da scribi a discepoli … perchè ci chiama di Gesù

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 8, 18-22)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva.
Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli rispose: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».

Audio della riflessione

Per capire qualcosa di più nei nostri linguaggi che tentano di spiegare il vangelo dobbiamo sapere che differenza fa tra uno scriba e un discepolo: lo scriba è chi si mette liberamente a scuola del maestro che lui stesso sceglie per imparare la Parola di Dio da seguire e diventare a sua volta maestro; discepolo invece  è colui che è chiamato direttamente da Gesù a seguire Lui nella sua vita e a fare i suoi percorsi.

Gesù non è il maestro, ma la Parola stessa, il Signore che viene prima di tutto.

Ciò che per lo scriba è Dio e la sua legge, per il discepolo è Gesù e il suo cammino: l’unico tesoro e l’unico affetto della sua vita.

Matteo è uno scriba diventato discepolo: ha trovato in Gesù la novità assoluta, il tesoro, la perla preziosa e con gioia vende tutto per entrarne in possesso.

Il tema di questo pezzo di vangelo allora è seguire Gesù, seguire la sua parola che attua per noi i miracoli appena descritti da Matteo: guarire dalla lebbra e mettersi a servire i fratelli come ha fatto Gesù.

Ecco perché questo Gesù, così attento alle povertà e alle debolezze, è severo, deciso nel fare la proposta del Regno: Non vuole mezze misure, è travolgente con la sua passione e decisione … il suo linguaggio non è per nulla accomodante, non è “politicamente corretto” … e purtroppo c’è un’arte che sta imperversando ai nostri giorni: quella di non decidersi mai, di tenere sempre il piede in due scarpe, di rimandare all’infinito quello che è necessario fare oggi.

E’ indeciso il giovane che non riesce a trovare la forza di distaccarsi dalla sua famiglia per crearsene una nuova (in Italia si arriva a una media di 34 anni), è indeciso il giovane che si vuol donare a una missione radicale, chi vuol vivere la verginità per il Regno, chi deve orientare una comunità verso mete che esigono prendere o lasciare, è indeciso il politico che cerca di cavalcare tutte le possibilità e stare a galla sempre, è indeciso forse anche chi non ha il coraggio della verità e fa il “tappezziere”: mette pezze a tutti, accontenta tutti, anche quelli che dicono e fanno il contrario.

Sarà forse l’arte di governare, non è certo l’arte della sequela di Gesù.

Ci provano in tre a presentare le loro tergiversazioni, le loro indecisioni a Gesù. Io ti seguirei… si sta bene con te. E’ un po’ che ti sento, ho visto quanto bene vuoi alla gente. Tu non ti lasci sopraffare dal dolore, ma lo vinci. E Lui “le volpi hanno tana e gli uccelli nidi, con me non c’è nessun loculo protettivo dove puoi stare tranquillo con il tuo stereo, la tua parabolica, il tuo fax, la tua mail e la tv a cristalli liquidi, il tuo cellulare, la tua raccolta di mpeg”.

E l’altro: ti verrei dietro, ma fammi sistemare i miei affetti, non voglio rompere così di netto, non vorrei ferire. E Gesù: “se hai deciso non continuare a voltarti indietro credi di fare il delicato, il sensibile, ma non t’accorgi che continui a rimandare, a lasciarti fasciare. Credi di decidere, ma continui a crearti alibi”.

E l’altro ancora: ho deciso di seguirti, ma prima devo seppellire mio padre. E Gesù: “guarda che la cosa più importante è che tu dia la tua vita per incendiare il mondo non per stare ad aspettare gli eventi. Sei una sentinella del mattino o il becchino di un cimitero?”

Gesù è così: non distrugge i sentimenti, ma non si adatta al buonismo; non spegne il lucignolo, lo stoppino che fa fatica ad ardere, ma vuole radicalità; non gli vanno le mezze misure, le nostre “melasse”.

Gesù è tutto per il suo discepolo e nessuno deve essere anteposto a Lui: Lui è la salvezza, non è un maestro che deve sbarcare il lunario, vuole che ogni suo discepolo metta Lui al primo posto, perché è mettere Dio al centro della tua vita, come deve fare ogni vero discepolo.

Il padre un giorno nella vita va lasciato se vuoi essere te stesso, la madre pure! Se vuoi fare una nuova famiglia devi anteporre altre persone e non aver paura di essere in contrasto con il comandamento “Onora il padre e la madre”: li onori seguendo la tua chiamata e loro ne saranno pure contenti

28 Giugno 2021
+Domenico

Il centurione, deciso, concreto, ma credente

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 8,5-17)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente». Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò». Ma il centurione riprese: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa». All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, e sia fatto secondo la tua fede». In quell’istante il servo guarì. Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie.

Audio della riflessione

Lui è un militare: sa che cosa significa comandare e obbedire, Gli hanno sempre detto che lui non deve pensare, sono i suoi superiori che pensano per lui. Lui deve eseguire. Ci mancherebbe anche che i soldati si mettessero a votare su come difendersi o attaccare, su che cosa è necessario fare per conquistare una postazione invece che un’altra.

“Io dico a uno fa questo e lui lo fa, a un altro scatta e vieni qui e lui corre. Ho obbedito anch’io per tanti anni e ora so comandare.”

Ma il centurione ha un cuore, ha una famiglia, ha un servo … forse un figlio che gli muore. La vita non è così schematica: al cuore non si comanda, agli affetti non si può dire di tacere, a una morte non si può reagire attaccando o difendendo, comandando o distruggendo: il tuo cuore è a pezzi e non c’è più niente che puoi fare … puoi rendere la tua faccia dura come  la pietra, ma il tuo cuore sanguina!

Allora il centurione cerca al di fuori della sua sicurezza una speranza: ha visto Gesù tante volte, lo ha dovuto pedinare per lavoro, spesso lo hanno mandato a sedare tumulti, a fare deterrenza, perché dove passava Gesù la vita non procedeva troppo tranquilla … suscitava speranze là dove c’era assuefazione e la speranza mette movimento, attiva le coscienze, turba la quiete del dormitorio anche nella lontana provincia di Palestina.

Il centurione doveva vigilare, sedare, contenere … ma la speranza che Gesù gli faceva nascere in cuore era grande anche per lui. Abituato a comandare e a mettere sull’attenti, a dirimere le questioni con la forza, a puntare tutto sulla strategia, sulla repressione, sul potere e spesso la violenza, il terrore, la paura … si trovava davanti un uomo, Gesù, inerme, dolce, calmo, sorridente eppure persuasivo, ascoltato, seguito, ammirato, osannato, soprattutto amato.

Per questo appunto, quando vede il suo servo in pericolo di vit,a pensa immediatamente a Gesù e va da lui: non fa più il calmiere di tumulti, ma si mette umilmente in fila e chiede “Se vuoi, puoi guarirmi il servo, se vuoi puoi ridare pace a questo mio cuore, se vuoi, so che a te non è impossibile niente. Hai una forza nel tuo mondo come io credo di avere con i miei soldati, sei una sicurezza per me come io con il mio lavoro lo voglio essere per gli altri. Ho studiato e insegnato tante strategie, ma davanti a questa morte falliscono tutte, non mi dicono più niente. Ho qualcosa nella mia travagliata esistenza che non posso controllare, solo tu hai la chiave della mia vita. Ti metto a nudo il mio cuore, è tuo: Sollevalo, dagli speranza, fallo cantare ancora d’amore per il mio servo.”

… e Gesù ne legge in profondità l’abbandono fiducioso: “Va’ come hai creduto avvenga per te.”

Lui va sicuro della sua fede e Gesù gli ridona il  servo guarito, la sua vita poté tornare a cantare a partire dalla fede profonda che ha avuto!

Quando ci si sente crescere dentro questa sete … sappiamo ora dove trovare la sorgente: lasciamo perdere le tattiche di mimetizzazione, abbandoniamo le cisterne screpolate e le paludi, e lasciamo sgorgare questa sorgente limpida che lo Spirito di Gesù fa nascere dentro di noi.

26 Giugno 2021
+Domenico

Ne abbiamo ancora di lebbre da guarire

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 8, 1-4)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì. Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita. Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

Audio della riflessione

Oggi è raro che si parli di lebbra tra le malattie che preoccupano l’organizzazione mondiale della sanità, forse perché la pandemia ha assorbito in se tutte le malattie del mondo e fino a che non ne siamo liberati non se ne parla. Indubbiamente però – la lebbra – è una malattia che non fa più paura, anche se sacche di resistenza ce ne sono ancora nel mondo.

C’è un episodio nel Vangelo che pone al centro un malato di lebbra che si presenta a Gesù; per capire il bellissimo dialogo e rapporto che si stabilisce tra il lebbroso e Cristo, analizziamone l’incontro: ai tempi di Gesù la legislazione ebraica era molto severa nei confronti dei malati di lebbra, che è sempre stata curata attraverso segregazione totale dei malati per evitare ogni contaminazione e impossibilità di un loro incontro con gruppi di persone o partecipare a degli incontri, dei convegni.

La guarigione nel caso fosse avvenuta, andava comunicata alle autorità religiose del luogo, perché era vista come quasi un castigo di Dio, e i sacerdoti del tempio erano incaricati di non ospitare nessuno di loro, se non riceverli, a guarigione avvenuta,  per garantire a tutti che la lebbra era stata superata e quindi potevano essere riammessi nella società, anche civile. 

Il lebbroso è l’impuro per eccellenza: nella sua carne, progressivamente consumata dal morbo, è visibile la condizione cosciente di ciascuno, la vita, che è l’unica malattia incurabile, anzi mortale. Il lebbroso è un morto ambulante è la visibilizzazione del male che essa denuncia.

Avviene però che l’impuro si presenta davanti al puro, senza alcuna mediazione e adora Gesù; adorazione è all’inizio e alla fine del vangelo di Matteo: inizia con l’adorazione dei magi e termina con quella dei discepoli a Gesù risorto.

Il lebbroso vuole guarire, ma questo è impossibile e lo chiede umilmente al Signore, ha fede che Gesù è il Signore, non lo pretende e gli dice “se vuoi puoi guarirmi”.

Gesù tende la mano: la mano tesa indica l’intervento di Dio per salvare l’uomo; è sempre dono che aspetta che lo accolga la mano di colui cui è rivolta.

Il Signore toccò l’intoccabile, Dio tocca la nostra miseria: questa è la sua santità per noi, perchè per noi è padre e madre non divide i buoni dai cattivi, non rimprovera, è vicino ad ogni bisogno del figlio.

Toccare è gesto fondamentale di reciproca conoscenza e scambio. La fede è essere toccati da Gesù, ma se Lui ti tocca anche tu lo tocchi.

Lui ti tocca dentro e ti cambia l’esistenza: “Vuoi guarire?” aveva domandato anche al paralitico.

Noi purtroppo non vogliamo perché pensiamo che sia impossibile e che lui, Gesù, non lo voglia. Invece lui libera i nostri desideri e dice quel “sii mondato”, la lebbra non è più immonda, non insidia più col suo veleno la nostra esistenza, perché Lui è sorgente di vita, Il tocco interiore della sua parola ci libera  dalla morte, ci guarisce, ci fa figli di nuovo e fratelli sempre.

“Non dirlo a nessuno, mostrati al sacerdote; la vita vera che ti dono ha bisogno di un altro passaggio decisivo: non si può conoscere il Signore della vita prima della croce. Intanto però testimonia ai sacerdoti che c’è uno che può dare quella vita che la Legge solo può dare, perché questo Uno, questo Gesù, è il compimento della legge.”

Quanto è bello pensare e ricordare nell’ascolto di questo miracolo, il gesto di san Francesco quando abbraccia il lebbroso, incarnando lo stesso gesto e la stessa figura di Gesù oppure la scelta coraggiosa di san Damiano de Veuster di andare a convivere fino alla morte con i lebbrosi di Molokai, mostrando loro la tenerezza di Gesù, il tocco di Gesù e la sua accoglienza nella salvezza definitiva.

25 Giugno 2021
+Domenico

E’ possibile avere paura di Gesù e ritenerlo indesiderabile

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 28-34)

Audio della Riflessione

Non si può glissare sul tema del demonio: qualcuno per principio lo ha cancellato dalla sua esperienza di fede e … la vuole cancellare da tutti, perché teme che le persone non si prendano le proprie responsabilità di fronte al male che compiono. 

Certo, sarebbe sempre facile attribuire a una forza esterna a me il male che compio, ma il Vangelo è assolutamente chiaro su questo punto: esiste un principe del male, esiste satana, esiste il divisore. 

Non esiste un principio del male, il demonio, e un principio del bene, Dio che si fanno guerra alla pari: il demonio è dell’ordine delle creature e sta sempre sotto Dio.  

Un segno che Gesù è proprio il Messia, a partire dalla cultura e religione ebraica, è che l’atteso delle genti, colui che deve venire, il mandato da Dio per salvare il mondo ha il potere di cacciare i demoni, di vincerli, di essere il signore anche del principe del male. 

Nell’episodio che ha per scenario il territorio dei Gadareni  Gesù si imbatte in due indemoniati, ed è un drammatico scontro sapere che i demoni lo riconoscano e sentano che li sconfigge, li caccia, li vince e che invece gli uomini liberati dal demonio non riconoscano Gesù come il salvatore, anzi lo vogliano ancor di più allontanare da loro: “Lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio”.  

Gesù è espulso come indesiderabile: aveva loro aperto la via verso Dio, perché i demoni ora non potevano più ostruirla, ma gli uomini si rifiutano di impegnarsi a percorrerla, anzi giungeranno prima ad accusarlo di essere un emissario del demonio o lo stesso demonio, lo perseguiteranno e lo metteranno a morte in croce. 

Il nostro mondo è troppo supponente rispetto all’esistenza del demonio e al suo influsso sul mondo, ma nessuno non può non restare impressionato del male che dilaga paurosamente sulla terra. Il cristiano sa che la vittoria di Cristo sarà completa alla fine dei tempi, quando tutti gli uomini avranno combattuto e vinto insieme con Gesù. 

Noi siamo chiamati a lottare serenamente, ma costantemente contro il male e prima di tutto quel male che sentiamo dentro di noi: Cristo Gesù sicuramente non ci lascia mai mancare la sua forza, perché Lui ha vinto il mondo e ha vinto il male.  

1 Luglio 2020
+Domenico

Una tempesta capita a tutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 23-27) 

Audio della Riflessione

Nella nostra vita spesso c’è un piattume soffocante, una ripetitività che ti toglie anche la fantasia, sempre le stesse cose, gli stessi orari e altre volte invece ti capita l’imprevedibile e, se non sei allenato, trionfa la paura, la fatalità, la rabbia e combini ciò che non saresti mai riuscito nemmeno a pensare.  

E’ una notte di questo tipo che capita agli apostoli dopo giornate belle di rapporto con la gente, di segni di salvezza compiuti da Gesù, di miracoli, diciamo noi oggi. 

E’ una tempesta improvvisa che mette in pericolo la vita di tutti gli apostoli che con Gesù stanno andando da una riva all’altra del lago di Tiberiade: Si scatena la paura ed è panico assoluto.   

E’ l’immagine della nostra vita, dei nostri sentimenti, dei  tessuti di relazione con il nostro prossimo, che improvvisamente sfocia in una esperienza di dolore: in questo stato andiamo a cercare aiuto, vogliamo trovare qualche riferimento che ci permette di stare in piedi, di capire, di dare un senso a quello che ci capita.  

Quel Dio che prima ritenevi un soprammobile ora lo cerchi, lo accusi, lo chiami in causa: “Dio, tu dove sei? Perché mi fai capitare tutto questo?” E scopriamo che Dio è assente dalla nostra vita: abbiamo sempre vissuto come se non esistesse, lo abbiamo ritenuto ininfluente, abbiamo programmato sempre la vita senza di Lui.

E sì che dicevamo ogni giorno le preghiere! Ma erano appunto le preghiere, le formule, non La preghiera: abbiamo giocato soltanto! 

Anche i discepoli avevano Gesù a disposizione tutti i giorni, ma vi si erano quasi abituati: Lui doveva risolvere tutti i loro problemi, quasi si sentivano in diritto di restarne protetti; invece stavolta non se ne cura, sta dormendo beatamente. E’ assente, non risponde, non risolve un bel niente, è solo un peso.  

E’ la domanda di molti di fronte al male del mondo, di fronte alle morti degli amici, di fronte alle ingiustizie. Molti ragazzi, per esempio, cominciano ad abbandonare la chiesa, si ribellano all’assenza di Dio, perché credono che Dio dorma sulle loro vite e le loro vicende. Il silenzio di Dio suscita in noi paura e disappunto, però non abbiamo il coraggio di domandarci prima: “ma io credo in Dio? Ho sperimentato ancora la bellezza dell’abbandono nelle sue braccia? So di stare a cuore a lui?  Mi sono mai affidato a Dio in maniera sincera?” 

In questo dolore che si prova, Dio è sparito, ma non c’era già più da un pezzo: è da una vita che andiamo avanti senza riferirci veramente a Lui. 

Gli apostoli allora lo svegliano e lo rimproverano: “Non ti importa che moriamo?” Che significa questa tuo assoluto estraneamento? E’ un grido e un rimprovero, è una disperazione e una rabbia, è una constatazione e una pressante richiesta. 

E Gesù pensa: “Tu sei un palpito del cuore di Dio e vuoi che a me non importi niente di te? Io ti ho amato fino a morire per te e tu credi che io abbia abbandonato la mia missione? Tu mi sei stato affidato da Dio, mio Padre e credi che io non sia deciso a fare tutto quello che è necessario per te? Sono io che dormo o sei tu che non hai fede?”

Allora destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati! ”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia: in realtà non è Gesù che dorme, ma la nostra fede in colui che salva che manca. 

30 Giugno 2020
+Domenico

La nostra religiosità è una formalità svuotata di fede?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 5-17)

Audio della riflessione

Forse siamo degli “abituati” al cristianesimo e abbiamo bisogno di qualche scossone da parte di chi è lontano dalla fede le mille miglia e che da questa sua posizione, mosso dalla grazia di Dio, scopre la bellezza della vita cristiana a cui non ci siamo troppo abituati: il suo slancio è un grande stimolo per riflettere sul nostro essere abituati alla fede come al colore delle pareti, perché la fede è sempre novità.

Con Dio non ci si può abituare: se non ci sentiamo bisognosi di salvezza davanti al Signore c’è proprio da temere che la nostra religiosità sia una pura formalità svuotata di fede.  

Gesù, con insistenza quasi irritante, sottolinea la fede di un centurione comparandola espressamente a Israele che è l’immagine esatta di tanti di noi: i paragoni sono sempre odiosi, ma Gesù non ha paura di scalzare quella comoda opposizione sprezzante tra noi e loro, quelli dentro e quelli fuori, quelli che vanno in chiesa e quelli che non ci vanno mai, i cattolici e i laicisti, il nostro giro ben affiatato e questi appena venuti …   

Un ufficiale dell’esercito romano, che seguiva da lontano Gesù nella sua predicazione, probabilmente si doveva mescolare alla folla per dovere di vigilanza, e sentendo Gesù era rimasto colpito della sua visione del mondo, dell’amore che cercava di accendere, del potere di sconfiggere il male.

Si decide, pur sapendosi troppo lontano dal mondo che intuisce praticato da Gesù, gli va incontro e gli dice: “Ho un servo che mi sta morendo, paralizzato, e soffre terribilmente. Tu puoi fare qualcosa. Io non  sono del tuo mondo, sono qui per dovere, ho mansioni da eseguire, ma anch’io ho un cuore, ho degli affetti, ho una casa dove non sempre tutto è tranquillo. Ho anche potere perché a uno dico fa questo e lui lo fa, vai là ed egli ci va. Ma ci sono problemi più grandi di me: la salute per esempio non è sicuramente in mio potere. Gli altri mi vedono forte, perché sono un soldato, ma non sono le armi che contano nella vita. Ho bisogno di Te per la vita di questo servo che desidererei non si spegnesse.

E Gesù non manca di far notare a tutti quelli che lo ascoltavano, tra i quali c’erano anche i signori della legge: “trovassi una fede così in Israele, ma nemmeno un pizzico ne ho veduta. Vi devo portare ad esempio un romano, non certo tenero con le nostre tradizioni? Questi, che voi dite pagani, vi soppianteranno nel regno di Dio e dice al centurione: vengo da te, vengo a casa tua.”  

Ma il centurione non ha una casa in ordine per un ospite così grande, per quel Gesù che gli sta sconvolgendo la vita, e dice: “ho osato troppo, nella mia casa non saresti onorato come ti meriti. Mi basta una parola, dì soltanto una parola: tu sì che veramente hai in mano le chiavi della vita. Mi devo cambiare dentro, devo togliermi dal cuore il male che per troppo tempo ha avuto tutte le possibilità di rovinarmi i sentimenti e i pensieri. Ti vorrei avere, ma con un cuore nuovo. Mi basta la tua parola potente.

Gesù lo ascolta, coglie la grande delicatezza del soldato, ne vede la gratuità, ne avverte l’adorazione e dice la parola che salva: “Va e sia fatto secondo la tua fede“.

In quell’istante il servo guarì: quella allora era fede autentica!

Ed è il secondo dei dieci miracoli di questo “ciclo” di Gesù. 

27 Giugno 2020
+Domenico

Toccò il lebbroso e lo guarì

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8,1-4)

Audio della Riflessione

La malattia della lebbra non fa più parte delle nostre conoscenze popolari: è malattia che a noi da ragazzi veniva spesso presentata, perché figure di uomini santi e donne sante li hanno sempre curati – questi lebbrosi – con grande dedizione e seppero sensibilizzare le società di quel tempo perché non segregassero questi malati dal mondo civile e dalle stesse nostre nazioni.

Ricordo san Damiano de Veuster, nell’isola di Molokai, tutte le iniziative che convergono alla giornata dell’ONU per debellare la lebbra, inventata praticamente da Raoul Follerau

Gesù li sa confinati al di fuori della comunità giudaiche per motivi di contagio, rifiutati dai benpensanti, ritenuti peccatori e castigati da Dio … e Gesù sceso dal monte quasi novello Mosè, porta al popolo di Israele non più le dieci parole, i dieci comandamenti, ma la forza risanatrice del corpo e dello spirito attraverso dieci azioni, dieci miracoli, che portano salvezza a dodici destinatari come se fossero le dodici tribù di Israele, e il primo di questi miracoli è l’ascolto accorato e immediato di un lebbroso, l’impuro per eccellenza.

Nella sua carne progressivamente mangiata dal morbo è visibile la condizione di ogni persona da quando si nasce. La vita – se volete – è l’unica malattia incurabile, anzi mortale, perché finisce.

Il lebbroso è un morto civile e religioso che non può aver parte con gli altri per non infettarli. Questo lebbroso invece si avvicina senza nessuna mediazione, adora Gesù e lo chiama Signore, che non è un titolo di cortesia come lo si usa tra noi, ma una professione di fede.  

Vuole guarire: lo chiede al Signore, non lo pretende, lo attende dalla sua libera volontà … e allora Gesù tende la sua mano: lui è sempre dono che attende chi lo accoglie.

Lo tocca: Gesù tocca l’intoccabile; Lui è Dio  proprio per la sua grande misericordia.

La fede è toccare, meglio … essere toccati da Gesù.  

Dio non è legge che vieta il male e divide buoni da cattivi, non è nemmeno coscienza che rimprovera, ma è padre e madre vicino sempre ai bisogni del figlio. 

Gesù ti tocca dentro, ti cambia l’esistenza, con la sua parola ti tocca il cuore e te lo rifa nuovo.

“Se vuoi, puoi mondarmi”: “Lo voglio, sii mondato”.

Come con la sua parola Dio ha creato l’universo, così quel lebbroso subito fu mondato dalla lebbra ed ogni persona è mondata dal suo peccato.  

Il tocco interiore della sua parola, ci libera dalla morte, ci guarisce, ci fa figli e fratelli in un processo che dura tutta una vita. Con Gesù non siamo più schiavi della paura della morte che domina la vita, ci libera dal veleno del peccato.

Quell’invitare il lebbroso guarito ad andare dal sacerdote del tempio è mettersi nel solco del compimento della legge, e Gesù è un buon ebreo e non salta mai il dettato della Torah, della legge, ma la apre a un suo compimento più largo, più profondo, nuovo come la sua vittoria sulla morte, come l’effusione sulla comunità dello Spirito Santo. 

26 Giugno 2020
+Domenico