L’uomo, la donna: il cristiano è luce e sapore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 13-16)

Il cibo non si gusta se non è saporito: Quanta pena hanno provato durante la guerra i nostri nonni a mangiare tutto senza sale!

Una vita insipida non serve a nessuno: Nello stesso modo, non si può camminare al buio, non avere un minimo di luce per evitare cadute o intoppi che ti feriscono o ti fanno cadere.

Lo sa bene chi deve viaggiare nella nebbia, quando deve cacciare fuori gli occhi dalle orbite per non uscire di strada: C’hai pure i fari, ma non sono sufficienti; oggi poi le rotonde ti fanno perdere pure l’orientamento.  

Il Vangelo dice, quasi come fosse una investitura solenne: Voi siete luce e sale.

Gesù ha sorprendente fiducia negli uomini, nelle persone.

Colpisce sentirsi dire: Siete il sale della terra e la luce del mondo.

Lo si può essere perché all’umanità, fatta a sua immagine, Dio ha regalato il suo sapore di novità che dà gusto, che da senso alla vita, il suo essere segno di Dio che dà orientamento al cammino di ogni esistenza.  

Nella nostra umanità c’è una promessa: ogni piccolo elemento divino che è in noi diventa sale e luce, e lo è per tutti!

Il Vangelo ci parla di terra, mondo, città sul monte …

Gesù è venuto per la salvezza di tutti: gli uomini e le donne ne devono diffondere il sapore e la luce per tutti!

A maggior ragione se siamo cristiani!La luce diventa ancora più sicura e penetrante ogni buio, e il sale si scioglie e invade ogni spazio. 

Ogni piccolo sforzo di bene non va perduto: è un filo d’erba che contribuisce a rendere verde il campo.  

Non si tratta di essere notati, evidenti, accecanti per l’intensità della luce o per la quantità del sale: Il sale dà sapore se si dissolve nel cibo, se scompare dando gusto e sapore.

E così la luce!

Dice Papa Francesco: non abbiamo bisogno di un faro; un cristiano non è un faro che acceca, magari in alto, al di sopra delle vite degli altri, lontano dalle fatiche di tutti; è meglio che sia una fiaccola, che sente il disturbo del vento, ma che si accompagna al cammino di ciascuno e dell’umanità.  

Il Signore non disprezza il benchè minimo apporto alla costruzione del regno: l’oceano è fatto di gocce … e ognuno mette a disposizione il suo essere goccia: non disturbiamo, ma assieme bagniamo!  

Ecco, questa consapevolezza noi tante volte la perdiamo: noi cristiani, che ascoltiamo tante volte il Vangelo ci siamo portati a dire “voi siete la luce e il sale” … certo questo è un bell’impegno, io non riesco ad esserlo, perchè non son cristiano fino in fondo, ma Dio lo dice alla nostra umanità!

La nostra umanità dev’essere quella che da sapore alla vita di tutti e che da luce … alla difficoltà di tutti di trovarsi la propria strada.

.. e se siamo cristiani ancora di più questo è vero …

9 Febbraio 2020
+Domenico

Vedere, provare compassione e annunciare

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 30-34)

Ci sono giornate o periodi che si è talmente impegnati o occupati in troppe faccende o responsabilità che desideri proprio “staccare la spina”, come si suol dire: trovarti uno spazio di silenzio, di raccoglimento, di pace, per poter prenderti in mano la vita.

Gesù questo lo pensava necessario per i suoi apostoli, che vedeva indaffarati e presi dalle tante attività soprattutto dopo che li aveva mandati a due a due a predicare e a fare gli annunciatori del Vangelo.

Lui stesso non disdegnava, anzi programmava notti in preghiera, momenti in cui si tirava fuori dalla folla.

Gesù, però, aveva però tre incombenze che teneva presente anche in questi momenti nella sua dedizione totale alla gente: vedere, provare compassione e parlare.  

Gli si presentavano tante persone, che per loro non erano mai una massa informe, tutti uguali, calcolati a numero o a ingombro, ma ciascuno aveva da Lui uno sguardo e su tutti trasformava lo sguardo in partecipazione intensa alla loro sete.

Si rendeva conto che desideravano un pastore e provava visceralmente apprensione, compassione per questa gente che non badava a tempi, a fame, a gratificazioni se non alla bellezza e bontà, fascino dell’annuncio e consolazione per le loro vite.

Avevano bisogno di una guida, di una direzione di vita, di una traccia di cammino: Si sentivano un popolo quasi sbandato, per mancanza di convergenza di tutti verso mete condivisibili. 

E questo Gesù lo offriva con la sua passione per loro e la comunicazione della buona novella con la sua Parola: <<E si mise a insegnare loro molte cose>>.  

La gente aveva seguito la barca con la quale Gesù portava gli apostoli lontani da loro per un momento di pace, e intuendo la direzione si è fatta trovare, con una camminata dove Gesù li portava.

Sono i tre verbi di un pastore, di una persona che si fa carico della gente. Non sono del tipo “Adesso mi faccio le ferie e non ci sono più per nessuno.”  

In Gesù si faceva sentire fisicamente la pressione implorante della gente, il desiderio di ascoltarlo, di godere dell’esperienza della salvezza anche momentanea che faceva provare.

Attentissimo osservatore: quel “vide” è alla base di tanti interventi di Dio anche nell’Antico Testamento; commosso fin nel midollo per la sete di grazia della gente; annunciatore instancabile del Regno.  

Ogni cristiano deve essere così per il prossimo, per la testimonianza del Vangelo, come lo permette la sua vita, il suo lavoro, la sua responsabilità sociale o familiare.

Siamo tutti impegnati sempre per comunicare la gioia del Vangelo: Non è un mestiere che si dà ferie, ma una vita che sgorga dalla Grazia di Dio che ogni battezzato si porta dentro.  

8 Febbraio 2020
+Domenico

Crudezza e voltastomaco di un martirio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 14-29)

Il martirio di Giovanni Il Battista ricorre nella liturgia eucaristica di un anno non poche volte e ci sconvolge sempre tutti la crudeltà dell’esecuzione: il contesto di una grande festa alla corte di Erode e la grande cattiveria di Erodiade.

La scena è rappresentata in tutta la sua crudeltà dal Caravaggio soprattutto nel grandissimo quadro (m 5,6 x m 3,20) che fa da pala dell’altare maggiore del Duomo di Malta. 

Martirio di San Giovanni Battista - Caravaggio

Compaiono nella tela il carceriere imperterrito, il boia che s’appresta a vibrare il colpo finale, una giovane che porta un bacile su cui raccoglierà la testa del Battista e una vecchia con le mani al volto per l’orrore; sulla destra, poi, due carcerati assistono da una grata alla scena. 

Ecco .. in questo quadro lo spazio in cui le figure  vengono rappresentate è grandissimo, la scena è immersa nella penombra e il sopravvento l’ha il grande vuoto in cui tutta l’azione viene rappresentata.  

Il Santo è colto negli ultimi spasmi di vita, con le mani legate dietro le spalle, il vestito che si intuisce è fatto dalle sue solite vesti di peli di cammello  intrecciati e da una tunica rossa che richiama la tunica che suo cugino, Gesù, presto indosserà nella prigione della flagellazione e che porterà fino al Calvario. 

Nella mente di Erode è già presente il disegno di ammazzare anche Gesù, dopo che si è messo al sicuro nella contestazione quotidiana del Battista. 

Ma il piacere glielo hanno anticipato i sacerdoti del tempio. 

Al centro della composizione ci sta quel pugnale corto, detto “misericordia“, col quale il boia s’appresta a staccare la testa dal busto; al di sotto del Santo la spada con cui era stato scagliato il primo colpo, mentre una corda recisa e fissata ad un anello sulla parete, a destra, fa intuire cos’era successo qualche istante prima, quando il Santo era stato slegato e portato avanti. 

Il muro vuoto della prigione interrotto dalle inferriate, i due prigionieri che osservano la scena ed il tono cupo dell’opera rimandano ad una spietata esecuzione, eseguita alle prime luci dell’alba. 

Questa cruda rappresentazione, su cui mi sono soffermato non poco,che sotto consiglio di san Carlo Borromeo è stata cosi icastica e verace, perché era invalsa ormai la mentalità che tutti i santi e anche i martiri dovevano essere ritratti senza la minima espressione di dolore tragico … ecco, questo è solo un assaggio della sconvolgente impressione che ha fatto e fa sempre questo racconto evangelico. 

… e per non  fare solo gli spettatori, ci immergiamo anche noi, prendiamo il nostro posto di adulti per esempio, che nel confronto dei giovani siamo sempre bravi a non apprezzare o a strumentalizzare.

Non sembrava vero a sua madre di chiudere sua figlia nel suo odio crudele, anziché aprirla a un futuro migliore del suo presente … oppure il posto di giovani che non sono capaci di reagire perché non allenati alla ricerca della verità, ma soltanto alla accondiscendenza.  

Questo quadro può fotografare la nostra vita.

7 Febbraio 2020
+Domenico

Decollazione di san Giovanni Battista (Caravaggio)dipinto di Caravaggio

La Decollazione di San Giovanni Battista è un dipinto di Caravaggio realizzato in olio su tela nel 1608. Grazie a questa opera Caravaggio ottenne l’onore della Croce di Malta. Quest’opera è conservata nell’Oratorio di San Giovanni Battista dei Cavalieri nella Concattedrale di San Giovanni a La Valletta (Malta). Quando il pittore fuggì dall’isola poco dopo, la bolla con cui veniva radiato dall’ordine fu letta proprio davanti a questo quadro.

Il Vangelo cammina sulle gambe dei “poveri”

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 7-13)

Chi porta il Vangelo ed esce nel mondo ad annunciarlo deve dare agli uomini il segno della povertà.

La Chiesa rende testimonianza alla povertà a un duplice livello:

  • attraverso ogni cristiano nella sua vita individuale;
  • attraverso la comunità ecclesiale stessa, nelle sue istituzioni e nei suoi mezzi di azione apostolica.  

Alcuni cristiani provvisti di abbondanti beni, intuiscono l’ambiguità della ricchezza materiale di cui dispongono: la ricchezza genera sicumera e nutre l’istinto del dominio, crea distanza dal mondo dei poveri, è un sottile coefficiente di materialismo. 

Ci possiamo allora domandare: la fedeltà al Vangelo implica allora la rinuncia alla ricchezza?

La ricchezza è una maledizione in se stessa? E’ intrinsecamente cattiva?

 C’è sempre da vedere come sono state accumulate, quale provenienza hanno, sono frutto del proprio lavoro onesto e utile alla vita umana? 

… e che parte della mia umanità mi hanno sottratto quando le ho ottenute?  

La rinuncia alla ricchezza è frutto di una vocazione, di una chiamata personale di Dio.

Non tutti hanno questa vocazione.

Tutti dobbiamo essere superiori alle ricchezze, ma c’è qualcuno che usa quelle per vivere.

San Francesco l’aveva al massimo questa “vocazione alla povertà” ed ha faticato non poco per farla accettare come scelta anche di una comunità, come di tutti i conventi.

Tutti però si devono chiedere come “liberarsi” dalla schiavitù delle ricchezze, come usare al meglio e per il bene di tutti i propri beni materiali, o di altro genere, in spirito di servizio universale. 

La povertà va “testimoniata”, personalmente, ciascuno deve farsi i suoi ragionamenti.

Però, deve essere anche testimoniata anche attraverso le istituzioni propriamente ecclesiali: stile della celebrazione liturgica, mezzi di apostolato, abitazioni, mezzi di trasporto… così che in un concreto contesto non appaiano come mezzi di prestigio e di potere. 

In segno di libertà dalle preoccupazioni che superano le necessità quotidiane, ai discepoli è chiesta una povertà, personale e comunitaria, i cui segni sono l’essenzialità dell’abbigliamento, la precarietà e la modestia dell’alloggio, il carattere nomade della  missione, il non appoggiarsi o ritenere indispensabili le  tecniche e le possibilità umane, il rispetto della libertà di chi non crede … anche … il cuore e la porta aperta all’accoglienza.  

Insomma, occorre fantasia e passione per il Vangelo per liberarsi  e concretezza per farla diventare la scelta che connota la propria esistenza e il vasto mondo delle nostre relazioni, che mette sempre in primo piano la fiducia e l’abbandono in Dio e non nelle casette di sicurezza.

Così lo esige lo stesso centro della vita cristiana: la celebrazione dell’Eucaristia. 

6 Febbraio 2020
+Domenico

La fede ci fa vedere Dio nella nostra storia concreta

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,1-6)

Siamo un po’ strani come persone: quando siamo chiamati a credere ci portiamo sempre in un mondo non nostro, non quotidiano.

Abbiamo bisogno di cose grandiose, di fatti eccezionali, possibilmente inspiegabili, meglio ancora se favolosi.

Così è stata anche la mentalità dei compaesani di Gesù: Non riuscivano a credere che Dio si potesse manifestare in questo carpentiere, in questo semplice compaesano di cui tutti potevano dire data di nascita, famiglia, mestiere, abitudini, complicità.

Dio si manifesterebbe in questo giovane qualunque, in questo Gesù di cui si sa tutto?  

Ogni volta che siamo chiamati a fare un salto di qualità nella nostra vita per vivere la fede abbiamo bisogno di uscire dalle frontiere che la nostra vita quotidiana delimita e impone: Rischiamo di rifiutare Cristo e di imitare le durezze di cuore dei nazareni, che faceva fatica anche Gesù a capire ogni volta che mettiamo in atto una attesa straordinaria, un misticismo facile una sacralità forzata.

E’ la persona di ogni giorno che deve essere misurata sul metro di Dio e riconosciuta in Lui.

I compaesani di Gesù ammettono facilmente che le cose dette da Gesù e fatte da lui non hanno origine umana, sono un dono dall’alto, ma non riescono a capire che Dio sia strettamente legato a un uomo concreto.

Che Dio abbia agito in maniera definiva nella persona e nell’azione di Gesù è scandaloso.  

Ecco perchè anche nella nostra testa la rivelazione di Dio è sentita come un attacco alla nostra mondanità e carnalità: La carne e il sangue, la patria, il colore della pelle, il buon senso non superano lo scandalo della nostra fede che ci dice che la Parola di Dio si è fatta carne.

Dio non è il Signore astratto, generale della storia: Dio è scritto dentro un pezzo di storia concreta, in un brano di storia, quella di Gesù e da lì tutti vogliamo e dobbiamo passare.

Dio nessuno l’ha mai visto: Gesù ce ne ha fatto fare esperienza decisiva.

Così anche da noi oggi questo Gesù rischia di essere confinato in una sua umanità passata, invece che essere ancora oggi e sempre il vero volto di Dio, la nostra salvezza. 

5 Febbraio 2020
+Domenico

Fiducia e affidamento: qualità rare

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 5,21-43)

C’è un curioso episodio nel Vangelo di Marco: Gesù ha iniziato da poco il suo cammino deciso e travolgente. Dove passa crea speranza, scuote le persone dubbiose, trascina chi sa sognare.

Così chiama i suoi collaboratori, che lasciano, case, campi, mestiere e lo seguono.  

La sua visione della vita è affascinante, la sua capacità di leggere le aspirazioni profonde del cuore è sorprendente.

Ti senti interpretato dalla sua visione della vita, vieni trafitto dai suoi sguardi intensi, ti senti scosso dalle sue invettive, dai progetti, dalla novità delle sue intuizioni e visioni di futuro.

Alla gente non par vero di potersi togliere dal torpore di una vita monotona, dalla stessa cappa di una religiosità ridotta a riti scontati, a ripetitività di formule che lentamente hanno nascosto il volto di Dio. 

Ebbene, attorno a Gesù si fa calca, né lui fa qualcosa per schivare la gente: Si ferma, dialoga, ascolta, alza la voce, richiama, conforta.

C’è pure una donna tra la gente che accorre a lui, è afflitta da  una malattia maledetta: perdita di sangue.  

Per questo tipo di malattia la legge è molto dura e categorica: è una situazione di “impurità” e deve assolutamente evitare ogni contatto umano.

Per la donna è una situazione invivibile. Ha fatto di tutto per uscirne, per ricuperare salute e soprattutto possibilità di vivere una vita normale nella società, nel mondo delle relazioni umane: ha speso tutti i suoi soldi.

Niente! Condannata all’isolamento oltre che alla sofferenza. 

Ma quando sente parlare di Gesù, di questo regno, di un Dio che non ha creato la morte, che non gode per la rovina dei viventi, che ha creato tutto per l’esistenza e che ha fatto in modo che tutte le creature del mondo siano portatrici di senso e di salvezza, si fa un suo progetto: «con questa malattia la legge mi imprigiona e non mi permette di toccare nessuno: ma questo Gesù è la salvezza: lo devo toccare, non oso parlargli, non sono all’altezza di una richiesta, ma non è giusta la prigione in cui sono chiusa: mi basta toccare la sua veste, il suo mantello». 

E quel tocco la guarisce: Gesù, che non sta facendo servizi davanti alle telecamere, ma che sta incontrando la grande sete di un Dio vero, si accorge e le dice che non è avvenuto niente di magico in lei: la chiama “figlia” annullando ogni distanza.

Quel che è avvenuto è dovuto al coraggio della sua fede, alla sua massima fiducia in un abbandono nelle braccia di Gesù. 

4 Febbraio 2020
+Domenico

Il male non è “generico”: ha l’identità PERSONALE di un angelo decaduto

Una riflessione sul vangelo secondo Marco (Mc 5, 1-20)

 

Non ci toglie nessuno l’idea che ai mali in cui siamo costretti ci dobbiamo pensare noi, che se ci mettiamo di impegno possiamo ben vincere tutte le suggestioni e tutte le cattiverie che abbiamo in corpo, che basta mettercela tutta, che alla fine riusciamo a superare tutto.

Il male, per alcuni, è una comoda invenzione dei preti per tenerti sotto e per avere potere su di te, magari per mangiarti i soldi con qualche Messa … salvo poi a non riuscire nemmeno a vincere una innocente abitudine che ti porta lentamente alla tomba, o una inclinazione che ti ha talmente stregato da farti rovinare una vita di famiglia serena, un vizio che ti manda in malora, un gioco che ti asciuga tutte le tue risorse, una sostanza che ti distrugge non solo la salute fisica, ma la consistenza di uomo e donna, l’alcool che ti brucia il fegato.   

Non occorre andare troppo lontano per capire che siamo posseduti dal male e che ci occorre una grande forza per uscirne: Il male, molte volte, siamo noi con le nostre meschinità volute e programmate, spesso però è anche qualcosa di sovrumano: è il demonio.

E’ facile vedere il demonio dappertutto, immaginarcelo ad ogni debolezza della vita, ma è pur vero che c’è un divisore, un personaggio, un angelo decaduto ci dirà la Bibbia, che tormenta la nostra esistenza e ci vuol portare al male.

Gesù nel Vangelo ha fatto i conti con questo principe della divisione,  della falsità, dell’odio e ha dimostrato la sua grandezza liberando la gente dalla sua possessione. 

Un giorno si trova sul lago e vede circolare tra le tombe un poveraccio, legato dal demonio e tenuto in una tomba ancora più mortale: E’ una figura di uomo violento, è indomabile, non è tenuto calmo da nessuno, urla, grida la sua prigionia con  pazzia e percosse di pietre; si fa del male e fa del male a tutti. Ha una forza sovrumana.  

Io ho potuto sperimentare in alcune esperienze di esorcismo quanta cattiveria si può costringere nel corpo di un uomo posseduto dal demonio, quanto livore, quanta rabbia, quanto odio.

Ebbene: Gesù lo snida, segno che sa di dover individuare come fosse una persona, non un male generico, e ne domanda il nome, lo caccia con un perentorio: esci, spirito immondo da quest’uomo.

E quella belva che l’uomo si dimostrava sotto queste catene del demonio si ritrova seduto sul ciglio della strada, tutto tranquillo e sereno, fatto nuovo dalla liberazione di Gesù. 

Lui Gesù non è nuovo a questi fatti, lui calma la tempesta, lui ammansisce quelli che stanno lapidando la donna peccatrice, lui con gli occhi ferma i compaesani che lo vogliono precipitare dalla rupe.

Lui è la salvezza, lui è ancora e sempre la nostra speranza.

Ma questa speranza la cerco ancora? 

3 Febbraio 2020
+Domenico

Mettiamoci definitivamente dalla parte di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,22-40)

Quando nasce un bambino prevalgono sempre sentimenti di stupore, di meraviglia, di delicatezza: Si dà spazio alle emozioni, ai sentimenti teneri della vita intima di un nido familiare ….

Forse è stato così anche per noi il Natale di Gesù: l’abbiamo vissuto .. così nella nostra fede, abbiamo provato gratitudine, abbiamo sentito stupore per questo Dio debole che ci è stato donato.

Oggi a 40 giorni da quel Natale, la festa è finita, la vita ha ripreso i suoi ritmi, siamo tornati alle occupazioni di sempre: Quel bambino, anche in famiglia, non è più solo stupore e meraviglia, ma un soggetto con diritti, esigenze, personalità, carattere, domande e provocazioni.  

Così Gesù viene portato al tempio, a Gerusalemme, all’anagrafe della storia: Non è mai stato … ma in questa occasione ancor meno … proprietà privata di Maria e Giuseppe, come non lo è nessun figlio su questa terra.

Ti sembra d’averlo fatto tu, ma quel che nasce da te è sempre più grande di te; la sua vita ha bisogno di te, dei suoi genitori, ma non è tua proprietà, non è un oggetto, ma un soggetto di relazioni, di rapporti; ti pone da sempre di fronte a delle scelte e pone tutto il mondo di fronte a delle responsabilità: la cittadinanza, la legge, la casa, il nutrimento, l’educazione, la società; La famiglia … prima, la parentela, i fratelli e le sorelle, le istituzioni si devono piegare o forgiare su questa nuova “presenza”.  

Ecco: Gesù è nato a questa vita, a questa terra, a questo nostro universo, a questo nostro tessuto di relazioni, alla nostra storia personale e collettiva, e diventa un segno di contraddizione per gli uomini del suo tempo e di tutti i tempi.

Gesù può essere rovina o risurrezione, dice il vegliardo Simeone che accoglie Gesù nel tempio. 

Lui divide la storia in due: prima e dopo Cristo, prima e dopo questo fragile bambino, prima e dopo la protervia umana che lo ha rifiutato; venne nella sua casa e i suoi non lo hanno accolto.

Gesù, solo per il fatto di essere nato provoca le coscienze, provoca i pensieri di molti cuori, a svelarsi, dice il Vangelo. 

Siamo sempre stati liberi di fronte a Lui, ma non possiamo tenere il piede in due scarpe.

Giuseppe (san Giuseppe) ha già scelto da che parte stare: la sua vita è segnata, non smetterà mai di avere per lui coscienziosa e coraggiosa cura.

Maria ha già messo a disposizione tutto quel che è e serba ogni mistero, ogni gesto di Gesù nel suo cuore.  

Insomma, collocarsi e prendere posizione davanti a Gesù non è indolore: <<a te una spada trafiggerà l’anima>>.

A noi non basta relegare Gesù nei ricordi come le statue del presepe che già da tempo sono state definitivamente tolte anche da Piazza S. Pietro, occorre metterci definitivamente dalla sua parte. 

2 Febbraio 2020
+Domenico

P.S. Di fronte a lui bisogna decidersi, bisogna schierarsi: occorre prendere posizione.

La vita incontra “tempeste” e bisogno di salvezza, bisogno di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 4, 35-41)

Quando siamo depressi e “stritolati” dalle difficoltà della vita, come gli apostoli nella tempesta che si scatenò su lago mentre lo attraversavano in barca, andiamo … a cercare aiuto, vogliamo trovare qualche riferimento che ci permette di stare in piedi, di capire, di dare un senso a quello che ci capita …

Quel Dio che prima ritenevamo un soprammobile, ora lo cerchiamo, lo accusiamo, lo chiamiamo in causa: Ma tu dove sei? Perché mi fai capitare tutto questo?

… e scopriamo che Dio è assente dalla nostra vita.  

Abbiamo sempre vissuto come se non esistesse, lo abbiamo ritenuto ininfluente, abbiamo programmato sempre la vita senza di Lui … oppure “dicevamo” ogni giorno le preghiere, ma erano appunto le preghiere, le formule, non LA preghiera.

Abbiamo giocato soltanto, insomma.

I discepoli avevano Gesù a disposizione tutti i giorni, vi si erano quasi abituati: Lui doveva risolvere tutti i loro problemi, quasi si sentivano in diritto di restarne protetti; Invece stavolta non se ne cura, sta dormendo beatamente: E’ assente; non risponde, non risolve un bel niente, è solo un peso.

Ma che fai? Come ti permetti di giocare sulle nostre vite? Che significa questa tuo assoluto estraniamento?

E’ la domanda di molti giovani e non più giovani di fronte al male del mondo, di fronte alle sfortune della vita, di fronte alle morti degli amici, di fronte alle ingiustizie.

Molti ragazzi cominciano ad abbandonare la Chiesa, la pratica, la parrocchia perché si ribellano all’assenza di Dio, perché credono che Dio dorma sulle loro vite e le loro vicende.

Il sonno, il silenzio, o l’assenza di Dio suscita in noi paura e disappunto, più che una domanda che va alla radice del problema.

Non abbiamo il coraggio di domandarci prima: ma io credo in Dio?

Ho fede in Lui?

Ho sperimentato la bellezza dell’abbandono nelle sue braccia? So di stare a cuore a Dio? Ci credo davvero? Mi sono mai affidato a Lui con qualche preghiera? Il cero che vado ad accendere per il compito di matematica è scaramanzia, paura, o affidamento?  

Ecco .. in questo dolore che si prova Dio è sparito, ma non c’era già più da un pezzo: E’ da una vita che va avanti, questo … tale, senza riferirsi veramente a Lui, senza interpellarlo sul suo futuro, sulla sua vocazione.

Si è già ridotto a pensare la vita come un “destino” e spera di essere “fortunato”: Fortuna si chiama la presenza di Dio, non fede.

Siamo tornati ai tempi della “dea fortuna”, siamo tornati indietro di secoli: Allora, a Palestrina un ragazzino Agapito, il giovane martire prenestino, con la sua tenacia, la sua testardaggine, la sua decisione d’amore per Gesù morto e risorto, aveva cambiato la storia di un popolo: noi la facciamo tornare indietro di diciotto secoli. 

<<Lo svegliano e lo rimproverano>>.

No, qui tu non ci stai a farti i fatti tuoi, ci hai tirato dentro e adesso ti dai da fare con noi: Non ti permettiamo di affogare senza accorgerti, devi vedere anche tu la morte in faccia come la vediamo noi. 

<<Non ti importa che moriamo?>>

E’ un grido, e un rimprovero, è una disperazione, è una rabbia, è una constatazione e una pressante richiesta.  

Tu sei un palpito del cuore di Dio, e vuoi che a me non importi niente di te?  Io ti ho amato fino a morire per te e tu credi che Io abbia abbandonato la mia missione? Tu mi sei stato affidato da Dio, mio Padre e credi che Io non sia deciso a fare tutto quello che è necessario per te?

Sono io che dormo o sei tu che non hai fede? 

1 Febbraio 2020
+Domenico