Se passa di qua Cristo non mi ferma più nessuno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18, 35-43)

Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». 
Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 
Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». 
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

Audio della riflessione.

Di solito siamo gente molto seria, compassata; ciascuno ha una sua vita, suoi pensieri. Quando giriamo per strada o salutiamo o siamo assorti. Se ci capita di discutere con qualcuno facciamo valere il nostro punto di vista senza polemica. Ci definiscono persone perbene, razionali, con qualche difetto e qualche sbandata, ma tutto sommato normali. 

Quando però ci capita qualche disgrazia, la normalità si sgretola, se abbiamo qualche malattia poco chiara, stiamo in ansia fino al risultato delle analisi. Che se poi il risultato è positivo (una parola che sembra bella, ma che si porta dentro una condanna) allora andiamo in crisi nera. Se c’è di mezzo la vita a che cosa ci aggrappiamo? La nostra razionalità, il disprezzo per gente che vive di rimedi, perde i colpi. Pur di recuperare una speranza siamo disposti a fare di tutto. Ci vanno bene anche i maghi o i fattucchieri, gli esorcismi e le benedizioni più strane. 

A questo mi fa pensare quel cieco che stava seduto a mendicare lungo la strada, come racconta il Vangelo di Luca. Che cosa poteva fare un povero cieco se non vivere della carità di tutti? lì seduto conosceva tutti i passi della gente: il bambino che andava a scuola, la signora che si affrettava per la spesa, il vecchio che trascinava i piedi, qualche giovane sempre di corsa. Qualcuno gli faceva una battuta, qualcuno lasciava cadere una moneta nel cappello. Sicuramente però molti gli devono avere parlato di un certo Gesù di Nazareth, che stava spopolando nei paesi vicini. Quello si che è bravo! Vedessi come sa far stare zitti tutti quelli che con noi si danno arie. Ma non solo: fa miracoli, guarisce gli ammalati, raddrizza le gambe agli storpi. L’altro giorno ha fatto saltare in piedi un uomo paralizzato. Immaginate che cosa stava nascendo nel cuore di questo cieco. 

C’è qualcuno che può mettere fine a questa condanna che ho addosso. Continua la sua vita da cieco, ma ha dentro una attesa. E un giorno finalmente sente un tramestio, un vociare che non è il solito della gente che torna dal lavoro o che va in sinagoga; è un correre, un chiamare e sente che c’è Gesù. Allora si mette a gridare, non sembra più il cieco tranquillo di tutti i giorni. Mi ha sempre fatto molta impressione questo gridare del povero cieco, ma anche la assoluta noncuranza della gente che stava vicino a Gesù. Da una parte il grido angosciato che proviene da una malattia e dall’altra lo stato di disinteresse di chi sta bene e vuol sequestrare Gesù per le sue curiosità anche sane nel volerne ascoltare le parole. Da una parte la sofferenza e dall’altra l’indifferenza. 

Da una parte un povero ammalato che non si vuol adattare alla sua solitudine, alla sua sofferenza, ad avere una vita sociale dimezzata, se non addirittura cancellata, un urlo, una invocazione di vita; dall’altra l’egoismo di chi sta bene, di chi forse ha interesse a mantenerlo così, comunque di chi non condivide la malattia. 

Gesù si fermò e ordinò che glielo conducessero. Due verbi assolutamente controcorrente, che sicuramente hanno disturbato la folla che aveva altri interessi. Gesù 

aveva un amore da esprimere e ha piegato l’evento che stava vivendo alla possibilità di esprimerlo. 

Non lo ferma più nessuno, getta il mantello, rischia di sbattere contro il muro, ma vuole incontrare Gesù. E Gesù gli dà la vista. Ha sperato e ha osato. Le aveva tentate tutte, ma questa volta ha trovato Gesù; non è un mago o un fattucchiere, ma la felicità piena della vita. Ha sperato, ha atteso ed è stato salvato. 

Anche noi abbiamo bisogno di questa speranza.

20 Novembre
+Domenico

Abbiamo sempre doni da Dio per rendere il mondo migliore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 14-30)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.
A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”»

Audio della riflessione.

Non era sicuramente un giovane quel personaggio della parabola dei talenti che ricevutone uno lo è andato a seppellire perché lo voleva conservare e restituire a un padrone che si immagina esigente, ma ingenuo! 

E’ difficile che un giovane seppellisca i suoi talenti; lui scatta, lavora, briga, è furbo, ha fantasia, creatività, non sta mai fermo, si entusiasma. Chi si tiene il suo talento stretto e lo va a sotterrare, proprio non lo capisco: è un poveraccio. E’ vero; tu hai sempre moltiplicato le doti che ti trovi in corpo: la bellezza, la giovinezza, l’intelligenza, l’affetto, la vivacità. Quando eri in compagnia era una gioia averti dei nostri. Spontaneità è la parola giusta. Un giovane è spontaneo, gli viene facile esserci simpaticamente. Non ha bisogno di sforzi e ascesi faticosa per lanciarsi. 

Ma possiamo farci una domanda? Per chi ha moltiplicato tutte le sue qualità questo giovane, che possiamo essere stati anche noi, quando avevamo la sua età? Quale era il motore di questa spontaneità? Quando si è trovato con la catena della vita a terra che ha fatto? Ha cambiato compagnia. Allora non moltiplicava che per sè, si faceva i fatti suoi, aveva le sue mire; secondi fini no, ma incoscienza molta, autocentratura massima e specchi a non finire. Era sempre lui il centro di tutto. Ha continuamente spostato il tempo delle sue decisioni, perché gli sembrava di andarsi a seppellire se decideva di sposarsi o di prendere un impegno serio nella vita. Forse non aveva sepolto i suoi talenti, ma li andava tutte le mattine a lucidare, a vedere se ancora c’erano, a calcolare che non si svalutassero, a mostrarli in vetrina per convincersi che il loro valore non diminuisse. 

Se abbiamo fatto così anche noi è come se li avessimo sepolti; quando Dio ci chiamerà non potremo dire: eccone altri cinque o altri due o altri dieci, perché ce li siamo usati e moltiplicati solo per noi e saranno ancora gli stessi. Ci sembrerà di averli moltiplicati, ma li abbiamo solo guardati con una lente di ingrandimento, sono sempre e solo quelli di partenza. 

Potevamo e possiamo tenere per noi l’amore? Potevamo e possiamo tenere per noi gli affetti, l’intelligenza, il sorriso, la gioia, la stessa giovinezza? Potevamo far girare attorno a noi tutto il mondo? Potevamo vivere continuamente di rendita, senza mai metterci a disposizione di tutti? Come abbiamo fatto a pensare che il mondo potesse diventare migliore senza il nostro semplice, ma necessario contributo? Donare non è seppellire, ma moltiplicare. Scegliere di donare la vita non è bruciarsi, ma ritrovarla sempre piena. 

Duro alla fine il padrone: li abbiamo sprecati e quindi ce li siamo giocati. E’ meglio che li passi a qualcun altro che li metta a disposizione. Spesso ci sentiamo vuoti anche per questo, per un nostro passato poco generoso. Dio non smette mai di volerci bene, ci accoglie ancora e ogni giorno di vita che ci dà è per rendere il mondo più buono e aiutare i giovani a vivere generosi sempre.

19 Novembre
+Domenico

La fede è pienezza di adesione, che non va mai incrinata

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)

Subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.

Audio della riflessione.

Ti capita spesso di partire deciso, spavaldo, senza calcoli, convinto e poi perdere ogni ragione valida del tuo percorso. Resti fermo a metà strada, perdi ogni stimolo, cerchi invano motivi, ti senti vuoto e ti fermi. È il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro. Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che deciso aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua; lo guardava fisso ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù. Era stato in intimità con Gesù, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo si cambiò in domanda, la domanda in passi sicuri. A un certo punto però gli vengono meno tutti i motivi dell’entusiasmo, abbassa gli occhi su di sé, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare. 

Solo la fede in Gesù lo sosteneva. Ma poco a poco è venuto meno quello sguardo fiducioso, si è incrinata la certezza, si è inscritto il dubbio. E Gesù, non solo in questa occasione, ma anche altre volte gli si rivolge, e si rivolge a tutti noi, chiamandolo uomo di poca fede. Siamo di poca fede, quando ci vogliamo sostituire a Dio, quando crediamo di essere noi i padroni della nostra vita, quando ci sentiamo il centro di tutto. Siamo di poca fede quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, ostentazione delle nostre sicurezze. Allora svanisce l’abbandono in Dio, non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, ma lo abbassiamo alle nostre debolezze, ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia. Pietro forse voleva tentare il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni in Lui 

La fede non è una quantità, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, ad abbandono convinto senza riserve. E noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci abbandona mai.

18 Novembre
+Domenico

Viviamo sempre con dignità la nostra esistenza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 26-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti.
Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà.
In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot.
Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva.
Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata».
Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».

Audio della riflessione.

I tempi della vita sembra scorrano spesso lenti, tediosi, tutti uguali. C’è sempre molto tempo per tutto e non ci si decide mai. Si direbbe che è la legge d’inerzia che comanda, non la dinamica della forza di un colpo di reni, di uno scatto. Eppure nella vita siamo spesso messi davanti a fatti improvvisi che ci cambiano radicalmente il modo di vivere, siamo spettatori di tragedie impensabili, di scomparse improvvise di amici, di parenti, di persone carissime. Sappiamo che tutto questo è vero, ma per una sorta di istinto di sopravvivenza dimentichiamo tutto e conduciamo la vita quasi che fosse sempre programmabile a nostro piacere. Soprattutto c’è da mettere in conto la morte, che non siamo noi a decidere. Dice Gesù: quella notte due saranno in un letto: uno verrà preso e l’altro lasciato. 

Allora dobbiamo avere paura? Neanche per sogno, dobbiamo solo vivere sempre con dignità la nostra esistenza sapendo di essere fotografati nella nostra coscienza in ogni istante. Ricordo che mio padre, una persona di una grande serenità, aveva appeso alle spalle del comodino un teschio ben disegnato a china, da lui stesso. Io all’inizio ero molto impressionato, ma poi lentamente capivo che doveva essere un elemento naturale che diceva una verità sacrosanta. Da bambino andavamo a portare la comunione col prete ai moribondi. Entravamo con le candele vicino al letto del morente, ma entro una atmosfera di grande serenità. Chi ha detto che i bambini hanno paura della morte? Certo se continuiamo a esorcizzarla, a nasconderla, a vederla come la disgrazia massima della vita e non come un fatto da mettere in conto su cui elaborare un atteggiamento profondamente umano, saremo sempre nella falsità e nell’inganno. 

Noi cristiani sappiamo che alla fine della vita saremo messi di fronte alla sua dignità, conquistata facendo di essa un dono a chi abbiamo incontrato. Un giudizio verrà manifestato; non sarà mai una sorpresa, ma il punto di arrivo di tutta la nostra voglia di bene. Noi abbiamo veramente la speranza nell’aldilà, sappiamo che finiremo nelle braccia di Dio. Questa è più di una speranza. E’ la certezza della vita.

17 Novembre
+Domenico

Il regno di Dio è già tra noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 20-25)

In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».

Audio della riflessione.

Esistono almeno tre modi di guardare la realtà dal nostro punto di vista umano: fare delle fotografie che noi crediamo oggettive, ma ciò non è vero perché scegliamo noi l’angolatura, il colore, il lato, lo sfondo.. oppure farne una sorta di radiografia spirituale, cioè coglierne i vari significati, le emozioni, le riflessioni spontanee, studiarne le cause, le origini, farne insomma una storia. In questo secondo caso si esprime di più la nostra soggettività, ci possiamo ingannare, ma cerchiamo di sviscerare la realtà in molti dei suoi aspetti. Qui l’educazione, la formazione, la competenza hanno molto influsso, ma soprattutto lo ha un atteggiamento spirituale che sa forare la realtà per vederne il senso ultimo. Un terzo modo è quello che impone alla realtà un punto di vista esteriore ad essa, intenzionale, che risponde a logiche che la stessa realtà non ha, è quello di presentarla in forma esasperata, uno scoop, qualcosa di sensazionale, eclatante, meraviglioso, rivestito pure da forme colossali. Il regno di Dio invece è una realtà che sfugge a questi tre metodi, è già dentro tutto il reale che sperimentiamo, vi è nascosto. C’è un fiume sotterraneo che scorre e irriga tutta la realtà: è l’azione di Dio, il bene, che non ha bisogno di televisioni, non attira l’attenzione, scava, matura, si propaga in silenzio, si attesta nelle coscienze e non nei rotocalchi o nelle pagine web, non teme fake news. 

Tutti i discepoli erano curiosi di conoscere questo regno, questa nuova realtà e Gesù candidamente dice: guardate che il regno è già in mezzo a voi; diceva prima di tutto di sé, diceva dell’amore fatto persona che era Lui, e che loro non si accorgevano di avere. Avevano già cominciato ad adattarsi alla sua persona e non ne intuivano la novità. Lo ritenevano un buon maestro, un buon predicatore, un discreto taumaturgo, ma non certo il Regno di Dio fatto persona. 

E’ forse così anche oggi, quando non abbiamo occhi per vedere il bene che si diffonde silenzioso nelle coscienze, nelle vite dedicate di mamme e papà che lavorano in silenzio per il bene dei figli, nelle esistenze semplici e buone di giovani che vanno tutti i giorni a scuola e si preparano con coscienza a dare il loro contributo all’umanità, di ammalati che soffrono terribilmente nel loro letto ogni giorno in unione con la croce di Cristo e continuano così la sua opera di bonifica del mondo e a seminare energie di bene per tutti. 

E’ regno di Dio che sta in mezzo a noi la tenacia degli operatori di pace, dei missionari che sollevano i poveri dalla disperazione morale e dalla fame. E’ Regno di Dio in mezzo a noi il servizio quotidiano alla crescita dei ragazzi di tanti educatori che ricostruiscono vite distrutte dalla droga e dal vizio, lo è l’impegno onesto di chi crea lavoro per i giovani. E’ regno di Dio in mezzo a noi chi non si stanca di proclamare la verità andando controcorrente e paga duramente per quel che professa, di chi macina chilometri per portare speranza, di chi viene messo ancora in croce solo perché fa del bene agli altri. E’ regno di Dio chi fa ponti e non muri. Ci sarà un giorno in cui tutto verrà alla luce come un lampo, come capita a noi quando ci scoppia dentro una verità a lungo cercata e finalmente intuita. Prima però dice Gesù, occorre salire su una croce, 

occorre cioè farsi purificare fino in fondo dall’amore. E Dio, che non ci abbandona mai ce ne darà la forza.

16 Novembre
+Domenico

Ne abbiamo di lebbre addosso, Signore liberacene

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 11-19)

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Audio della riflessione.

Il ringraziare nella vita di ogni persona è gesto nobile, non solo rispettoso del galateo, ma anche capace di costruire relazioni positive tra le persone e soprattutto far crescere dentro ciascuno il senso della non autosufficienza, il riconoscere di avere avuto doni immeritati, gesti fuori dal tritacarne del do ut des, del commercio anche di sentimenti. Papa Francesco mette la parola grazie tra le tre più importanti di una vita familiare: per favore, grazie e scusa. Nella vita di Gesù, come ci riferisce il vangelo, capita che Gesù si incontri un giorno con 10 lebbrosi. Erano gente isolata da tutti, viveva in ghetti ben separati dalla comunità civile, condannati a morire oltre che di dolore, di solitudine e disprezzo. Qualche preoccupazione di igiene, di evitare contagi con il resto della comunità, ne era la causa. Così è stato fino a non molti anni fa. C’era un’isola, Molokai, che nel pacifico era il luogo in cui venivano relegati tutti i lebbrosi dell’arcipelago delle Hawaii e che fu il luogo privilegiato dell’apostolo dei lebbrosi san Damiano de Veuster. 

Ebbene Gesù li ode nelle loro grida da lontano, li avvicina e li guarisce; li invia, come recitava la legge, dai sacerdoti del tempio, autorizzati a dichiararli guariti e non più quindi reclusi e reietti. Immaginiamo la felicità dei dieci, sarebbe anche la nostra. Hanno una gioia incontenibile e riprendono la loro vita sociale insperata e tanto attesa, in cui non speravano più. Uno di loro però, oltre alla gioia e la felicità, fa alcune riflessioni e aiuta anche noi a farne. Questo Gesù mi ha guarito da un terribile malattia, ma io sento di essere stato guarito ancora di più nel mio intimo, sento di aver trovato un’anima libera, dei sentimenti mai provati, sento di essere stato liberato da rabbia, egoismo, desiderio di vendetta, disprezzo. 

Solo Dio mi può dare questo, Gesù non è solo o soprattutto un medico del corpo, ma soprattutto dell’anima e questo lo può fare chi è imparentato con Dio. E torna da Gesù a ringraziare, a riconoscere e a lodare Dio “a gran voce”; la sua guarigione si è arricchita di un atto grande di fede. Infatti Gesù gliela riconosce: la tua fede ti ha salvato, non solo guarito nel corpo, ma nella interezza della tua persona. 

Fossimo anche noi tutti guariti da tante nostre lebbre, che ci mutilano la vita, ce la segregano dal mondo dei buoni, ce la scrivono nei nostri pensieri e nei nostri comportamenti. Non abbiamo solo bisogno di far diventare i nostri moncherini delle mani che ancora stringono quelle degli altri, ma anche braccia levate a Dio nella lode e nella preghiera.

15 Novembre
+Domenico

Soltanto e soprattutto veri servi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 7-10)

In quel tempo, Gesù disse:
«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Audio della riflessione.

Si sentono spesso dire molti spropositi sul rapporto tra uomo e Dio. Lo mettiamo alla sbarra come se avesse commesso sopraffazioni nei nostri confronti, lo bestemmiamo senza ritegno e talvolta con cattiveria perché pensiamo di aver subito da lui dei torti. Ci permettiamo di insegnare a Lui come deve governare il mondo. Lo trattiamo da datore di lavoro e il nostro rapporto con lui è di tipo commerciale. Io faccio tanto e tu mi devi tanto, come se stessimo barattando con lui la nostra esistenza. 

Crediamo poi di aver acquisito diritti nei suoi confronti perché siamo finalmente riusciti a comportarci bene. Qualcuno crede di aver assicurato anche il paradiso perché ha bazzicato tanto tempo negli ambienti clericali. Dio invece si serve soltanto. Siamo servi e basta, siamo soltanto servi, soprattutto servi veri, nei suoi confronti. Acquisire una mentalità umile e serena nei confronti di Dio e un assoluto distacco dal rivendicare qualcosa perché ci sentiamo di accampare dei meriti, è segno di grande fede. 

Il cristianesimo non è una meritocrazia, non c’è una scalata nella fede data dai meriti acquisiti, dalle opere buone fatte. Non ci sono lapidi in paradiso, ci sono solo i gesti di amore gratuiti di Dio, il suo abbraccio, la sua intimissima compagnia. Verrebbe da dire: giù le mani da Dio, non crediamo di potercelo tirare dalla nostra, di poterlo fasciare per alcuni servizi che facciamo in parrocchia. La vita cristiana non è da far pesare a Dio per la restituzione di meriti, ma solo ed esclusivamente per aiutarci tutti ad essere buoni. Del resto se abbiamo il coraggio di guardarci dentro, troveremmo tante nostre incongruenze o tante approssimazioni. 

Il vangelo ci dice che quando fai del bene al tuo prossimo, quando eserciti una servizio anche importante sei tu che deve ringraziare le persone beneficiate, perché ti hanno dato la possibilità di realizzare la tua vocazione, ciò per cui ti senti chiamato. Non sei stato in giro a partecipare a una ennesima festa, ma lavorando per gli altri hai realizzato lo statuto della tua umanità, quello che veramente ti rende felice. 

A Dio non si va mai con le pretese, ma sempre con la certezza che Lui ci riempie di tutto quello che veramente ci serve e che noi nemmeno sappiamo chiamare per nome. Per questo siamo servi soltanto, servi di un Dio che non ci abbandona mai.

14 Novembre
+Domenico

I bambini devono trovare sostegno per ogni tempesta della vita

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 17, 1-6)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!
Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».
Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Audio della riflessione.

Nella mentalità contadina da cui proveniamo c’era una grande attenzione allo scandalo nei confronti dei piccoli e in genere della gente. Se uno avesse combinato qualche guaio, avrebbe avuto il pudore di non mettersi in mostra e soprattutto di non essere di inciampo nella vita degli altri, di non trascinarli sulla sua stessa strada sbagliata. Contadini di mentalità ancora lo siamo, ma siamo diventati spavaldi nel mettere in mostra i nostri comportamenti devianti. 

Probabilmente è colpa della informazione che ci mette davanti la spudoratezza di una madre che si contende l’amante con la stessa sua figlia, solo per farsi quattro soldi o un po’ di notorietà; altre volte è il maschio latino che si vanta di avere rovinato tante ragazzine per apparire un conquistatore; spesso è chi ruba che si vanta di essere stato furbo e tutto questo di fronte a chi deve imparare a vivere, chi deve essere aiutato da valori a dare speranza alla sua esistenza fragile. 

Non ti permettere di fare osservazioni agli spettacoli che ti senti dire che sei un bacchettone, che oggi non si può censurare niente, che siamo liberi. Liberi certo di ingannare, di far soffrire, di deviare le vite innocenti di chi crede nella bontà. 

Le parole di Gesù al riguardo sono molto dure. “E’ meglio per lui che gli sia appesa al collo una grossa pietra e sia gettato in mare, piuttosto che scandalizzi uno di questi piccoli”. Se stessimo alla lettera di questa affermazione, non ci sarebbero pietre sufficienti per tenere a bada i pedofili, gli spettacoli senza il minimo senso morale, le leggerezze di tanti genitori con i loro figli, i violentatori domestici. Non si tratta di applicare nessuna shaarìa, ma di ricuperare un minimo senso di responsabilità soprattutto nei confronti delle giovani generazioni che non hanno bisogno di crescere sotto campane di vetro, ma di essere aiutati a superare le sfide della vita con proposte alte di bontà, con ideali di bellezza. 

Un adulto come Erodiade con sua figlia che le domanda: che devo chiedere ad Erode che mi ha promesso un futuro radioso anche la metà del suo regno? Lei l’adulta, la persona tutta casa e figli le dice con il massimo di malvagità: la testa di Giovanni il Battista qui su un piatto. Il suo rancore , la sua cattiveria, la sua vendetta invece del futuro di sua figlia. Siamo spesso così noi adulti con le giovani generazioni. 

E non si tratta di problemi legati solo alla sessualità, quasi che fossimo bacchettoni, ma a tutte le forme di degrado dell’umanità, al disprezzo del povero, dell’handicappato, del debole. I cristiani hanno un volto da far contemplare, il volto del Crocifisso risorto. Quella è la speranza di andare oltre gli scandali.

13 Novembre
+Domenico

Attendere Gesù non è un mestiere ma tutta una vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 1-13)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”.
Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.
Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose:
“In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Audio della riflessione.

La tendenza culturale del nostro tempo, caratterizzato dal pervasivo modello televisivo, dalla facilità con cui riusciamo a fare e spedire fotografie, dalla molteplicità di immagini senza di cui quasi non possiamo vivere, è quella della facciata, del farsi vedere, dell’apparire. Se vai in televisione allora esisti, altrimenti nessuno sa di te e se nessuno ti ha visto non ci sei. Le immagini hanno raccorciato le distanze, permettono di vivere in diretta fatti lontani, prendere coscienza di quello che avviene in ogni parte del mondo, aiuta la fantasia a galoppare, rende tutti capaci di immaginazione oltre le strettezze del luogo in cui si vive. Il pericolo però, non troppo calcolato è quello di dare importanza all’apparire e non all’essere, all’esteriorità e non all’interiorità. 

Il vangelo parla di 10 vergini, dieci ragazze, dedicate a fare corona a una festa di nozze. Tutte belle, tutte preparate, tutte ben vestite, ma solo cinque di esse vivono l’attesa come una molla della loro vita, le altre cinque invece si accontentano di esserci, di apparire, di fare coreografia, non pensano a vivere l’attesa dello sposo con intensità, con partecipazione, con occhio vigile. Non si preparano, danno tutto per contato, è un mestiere come un altro. E’ fin troppo facile cogliere l’insegnamento di Gesù. 

Capita così della nostra fede. E’ terribile pensare che sovente la facciata è salva, diciamo di essere credenti, cattolici pure, ma dentro, l’amore è finito e con esso la speranza. Si continua a vivere la vita per abitudine, con stanchezza, per quieto vivere o per puntiglio, per tradizione o per contrapposizione, ma manca dall’interno l’attesa vigilante e operosa dell’incontro con lo sposo, dell’incontro con Cristo. La vita di fede è un invito a nozze, ma non ci interessa più niente dello sposo. Siamo come una coppia che non trova più motivi per stupirsi l’uno dell’altra. La religione è diventata una abitudine di facciata. Le parole di Gesù a queste cinque ragazze sono tremende: “non vi conosco”, non mi interessa la facciata. Dio guarda il cuore e al posto del cuore c’è un sasso. 

Occorre riattivare la vita, il sentimento, occorre tornare a sperare e Dio la forza ce la dà sempre.

12 Novembre
+Domenico

Non si possono servire due padroni

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16, 9-15)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

Audio della riflessione.

Ma che hanno queste ricchezze da mettere continuamente in allarme il cristiano? “Non potete servire Dio e il denaro”, dice Gesù in maniera perentoria. Se ne andò via triste (quel giovane ricco) perché aveva molti beni. È difficile, quasi impossibile che un ricco entri nel regno dei cieli. E avanti di questo passo. Ma che male c’è se son stato capace col mio duro lavoro di procurarmi benessere, se non sono stato con le mani in mano e ho aiutato la fortuna? Che colpa ne ho se sono nato dalla parte giusta? Non tolgo niente a nessuno, non uso male quel che ho, faccio anche qualche carità quando serve. Se tutti fossero capaci di darsi da fare nella vita come ho fatto io, il mondo non sarebbe pieno di barboni, di lavavetri, di accattoni. 

Potremmo continuare anche con teorie economiche più elaborate per nascondere non i principi di una sana imprenditorialità o aggressività nell’affrontare la vita con tutta l’intelligenza possibile, ma una verità che il Vangelo ci pone davanti con pacatezza e fermezza: la ricchezza tende a diventare idolo. Essa finisce per richiederti una sorta di adesione di fede, ti domanda a poco a poco un attaccamento del cuore che ti toglie libertà e si pone nella tua vita come un assoluto, diventa come signore alternativo all’unico Signore. 

Chi segue Cristo non è di questo parere, non solo perché alla fine ce ne dovremo staccare, ma perché il centro della nostra vita è Dio, lui è la nostra felicità, lui è colui che solo ci può riempire l’esistenza. 

“Nessun servo può servire a due padroni o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro”. E non abbiamo bisogno di far vedere quanto questo è vero ogni giorno! quanto il denaro, l’avidità, la ricerca di esso rovina la vita degli uomini. Per il denaro si tradiscono gli affetti più cari, si ammazza, si vendono le persone, si calpestano i diritti, si sterminano i poveri, si sporca il nome di Dio, si inquina la religione. Per la ricchezza si perde la propria dignità, si distrugge il creato, si affossano i sogni, si fa morire di fame. Il denaro, le ricchezze fasciano il cuore, tarpano le ali, spengono i desideri. Quello che è impossibile all’uomo, è possibile a Dio. Basta, come sempre, sentirci e vivere da servitori solo di Lui, di Dio. 

E questa è la scelta che ha fatto san Martino di Tours che oggi celebriamo, non ha servito a due padroni, ma nella sua vita ha deciso di servire Dio solo. La vita di un pastore è questo, è fare di tutto se stessi, della propria missione, del proprio corpo, dei propri gusti, di tutte le proprie espressioni una freccia puntata verso il regno dei cieli e mettersi a servizio fino alla morte della sua chiesa e della sua gente. 

Lo ha fatto con la castità, aiutandoci a capire che l’amore ha la sua vera sorgente in Dio, lo ha fatto con l’obbedienza a Dio quando sentendosi morire di fatica disse se vuoi che stia ancora in vita anche se a stenti, lo farò, ma sono pronto e desideroso di morire, facendoci vedere che se si fa la volontà di Dio, ciò che lui dice nel vangelo, si è felici, lo ha fatto con la povertà, distaccandosi dai beni che oggi non gli servirebbero e facendoci capire che si può vivere felici affidandoci alla provvidenza di Dio. Tutti ricordano l’episodio del mantello tagliato in due per coprire un poveraccio intirizzito di freddo. San Martino intercedi presso Dio per noi perché siamo sempre fiduciosi in Lui e nel suo grande amore.

11 Novembre
+Domenico