Sei nostro papà

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 7-15)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Audio della riflessione

La preghiera è un atteggiamento tipico di ogni uomo. Ciascuno di noi prega qualche volta nella vita. È una reazione spontanea a un momento di dolore, un canto per un momento di gioia. Sentiamo che la vita non ce la siamo data noi, il mondo non è opera nostra; ci sentiamo regalati in ogni momento. Chi pensa al caso forse può fare a meno di pregare, allora si affida spesso alla scaramanzia, alla magia, a qualche pratica irrazionale.

Gesù pregava molto e passava notti in dialogo con Dio. Faceva impressione ai suoi discepoli vederlo assorto e beato in Dio, tanto che gli hanno chiesto: insegnaci a pregare. E ne è nata una preghiera che abbiamo imparato e che a fior di labbra ogni tanto diciamo. Padre nostro, né solo mio, né solo tuo, ma di tutti noi che viviamo su questa terra, che ci hanno preceduto e che ci seguiranno.

Per noi sei il papà; ci sentiamo bisognosi di essere sorretti dalle tue braccia forti e amorose, ci possiamo perdere, ma vogliamo essere sicuri che fuori dalle tue braccia non cadremo mai. Abbiamo un padre e una madre che tu ci hai regalato, ci sostengono nella vita, ci accompagnano, ma poi ci devono lasciare soli; anche noi diventiamo padre e madri a nostra volta, facciamo fatica ad esserlo sempre come vuoi tu, per questo delle tue braccia solide abbiamo sempre bisogno.

Sappiamo di stare a cuore a te, sappiamo che non ci abbandoni, anche quando non riusciamo a capire che cosa ci capita nella vita, quando siamo provati da sofferenze che pensiamo ingiuste e inutili, insopportabili e esagerate. Ma sappiamo che anche tu da padre hai visto soffrire tuo figlio e non lo hai abbandonato, lo hai sorretto e gli hai dato la risurrezione, gli hai regalato una vita piena, inimmaginabile, la vita che vuoi dare a tutti noi.

Non conosciamo la tua volontà, tu reggi il mondo, tu non sei amato da tutti, molti ti odiano e ti offendono, ma sappiamo che tu vuoi a tutti solo bene e la tua volontà è sempre e solo amore nei nostri confronti anche se non riusciamo a capirla e a viverla. Siamo sempre in attesa di un mondo nuovo che vogliamo costruire assieme con te e che tu ci regali oltre ogni nostro merito. Tu tienici sempre come tuoi figli, noi ci fidiamo di te, perché tu non ci abbandoni mai.

20 Gennaio 2024
+Domenico

Una compagnia che non ti molla mai

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6,1-6.16-18)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Audio della riflessione

Il culto della immagine è una sorta di malattia del secolo, anche se, per come ce ne parla il Vangelo, è una tipica trappola tesa ad ogni uomo di ogni tempo: fare del bene per farsi vedere, fare gesti buoni per accreditare una immagine bella di sé, fare elemosina per commuovere e ottenere riconoscimento, pregare per dare l’idea di essere religioso, evidentemente solo là dove questo atteggiamento è valorizzato.

La tentazione costante è quella di uscire da sé non per altruismo, ma per un bisogno di riconoscimento! Se non hai l’approvazione di chi sta fuori di te non ti muovi, non osi andare controcorrente, tutto deve essere omologato da altri: è la tentazione di un adolescente che sta ore allo specchio per immaginare che cosa gli altri penseranno di Lui, che non riesce ad andare contro la banda;  è una vita controllata, senza interiorità, senza spazio intimo di crescita e di dialogo con la propria coscienza, con quel sacrario interiore che giudica la nostra vita nella sua profondità.

È un atteggiamento subdolo di idolatria, perché si mette al centro se stessi e a sé stessi si sacrificano tutti i nostri pensieri e per il nostro vantaggio si intessono relazioni e calcoli … e da idoli, si subiscono i ricatti degli altri che diventano tiranni da servire.

Gesù è di altro avviso: “non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra; quando fai elemosina non suonare la tromba, quando digiuni non presentare una faccia triste, ma profumati il capo e le vesti”. Non è l’occhio dell’altro il tuo specchio, ma l’occhio di Dio, quello che ti penetra fin nel midollo, quello che sprofonda nella tua interiorità.

Noi dobbiamo scegliere da chi farci giudicare: non sono le lapidi l’attestato del nostro operare e della nostra vita. Quelle servono forse a fare la storia dei grandi, ma non il tessuto d’amore che tiene assieme la vita del mondo.

Siamo sempre chiamati a stare davanti a noi stessi e a stare davanti a Dio: lui è il nostro giudice, Lui è da contemplare per avere luce e discernimento su ogni nostra azione, Lui è il Signore di tutto e di tutti, Lui è la nostra felicità, Lui è anche la nostra strada della vita.

Lui ha detto: io sono la Via, la Verità e la Vita.

Non è un riferimento esterno, una indicazione di come orientarci, ma la certezza di una compagnia nell’esistenza di tutti i giorni: è il cielo aperto su di noi e dentro di noi sempre.

19 Giugno 2024
+Domenico

I cristiani amano anche i nemici

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 43-48)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo, e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Audio della riflessione

È così radicato in noi l’agire sempre per qualche forma di interesse che è importante prenderci tutto il tempo per fare una sorta di “vuoto” in noi, nelle nostre stesse fantasie, per riuscire a fare pensieri di gratuità.

Le nostre domande sono quasi sempre:

  • Questo che sto facendo che cosa mi fa guadagnare, mi porta qualche vantaggio?
  • Come potrei trasformare questo che sto facendo per guadagnare qualcosa?

L’amore di Dio Padre invece è gratuito con una tale assolutezza da darci le vertigini! Quando troviamo qualche riflesso di questo indicibile amore nelle persone che ci vivono accanto proviamo un qualcosa che ci commuove e che ci scuote.

La “legge”, il comandamento dell’amore ci presenta Gesù proprio come una rivelazione inaudita, sorprendente dell’amore gratuito del Padre.

Certo … noi siamo troppo meschini … ma questo amore non è qualcosa di nostro: è una corrente che scendendo dal Padre spinge la nostra coscienza, il nostro povero essere a farla arrivare attraverso di noi, a ogni “prossimo”.

Se la sorgente di questa inondazione di amore è il Padre non ci meraviglia che dobbiamo amare anche i nostri nemici, che cioè dobbiamo invadere anche quel campo delle nostre relazioni, che altrimenti sarebbe immerso in un odio o un rancore che … non è assolutamente degno di un cristiano.

I nostri nemici non devono essere sempre privati di questo flusso di amore del Padre che passa anche dentro di noi per loro … ecco perché uno dei momenti più belli e intensi, importanti e coinvolgenti, della celebrazione eucaristica – che significa appunto ringraziamento – è un atto solenne di lode, di gloria che rendiamo a Dio attraverso il Corpo e il Sangue di Cristo, che ci riempie di questa inondazione di amore! A questo “per Cristo, con Cristo e in Cristo” deve corrispondere un esplosivo “Amen” da parte di tutti i fedeli e per tutte le persone: non andiamo a Messa per prolungare le nostre lamentele, per continuare a lagnarci delle sfortune che ci assalgono, del male da cui non riusciamo a liberarci, ma per rendere grazie a Dio Padre e riconoscere la gratuità del dono d’amore che Dio ci ha regalato in Gesù Cristo.

Allora sarà più facile verificare la sincerità con cui riconosciamo la gratuità dell’amore di Dio Padre e lo facciamo arrivare ad ogni nostro fratello, nessuno escluso, nemici compresi.

18 Giugno 2024
+Domenico

Un gesto di coraggio: porgere l’altra guancia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 38-42)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio” e “dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pòrgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.
Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».

Audio della riflessione

Nel nostro mondo di oggi sta aumentando vertiginosamente il contenzioso: più una società diventa – per così dire – “civile”, più cresce il numero degli avvocati e degli assicuratori: vuoi essere garantito su tutto, perché l’altro lo vedi sempre in agguato contro di te.

Assistiamo a una esasperazione dei diritti del singolo contro la possibilità di far interagire le persone in una convivenza, possibilmente in una comunità.

  • C’è una divergenza? Faccio mandare la lettera dall’avvocato;
  • Penso di aver subito un torto? Mi consulto su quale potrei anch’io ritorcere per essere almeno alla pari.

Una volta questo comportamento lo chiamavano la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente; oggi lo si chiama rispetto dei diritti!

La legge del taglione ci fa tornare alla barbarie, anche se forse la situazione in cui viviamo è ancora peggio, perché lo strapotere di qualcuno a ogni occhio ne fa corrispondere due e a ogni dente rovinato si prende il diritto di devastare tutta l’arcata dentaria: ad ogni torto una condanna a morte; ad ogni sgarro una ritorsione che distrugge una vita.

Gesù anche qui è sempre grande: porgi l’altra guancia.

Non è un gesto di paura o di ignavia, ma di grande coraggio: rispondere col perdono al torto subito è l’unica possibilità spesso di fermare la catena di vendette, di guerre, di violenze che insanguinano paesi, nazioni e spesso famiglie.

Porgere l’altra guancia è togliere ogni ragione di continuare a fare del male: spegnere la lite con l’amore.

L’invito di Gesù è liberante! Sei tu che deve decidere che cosa significa per te porgere l’altra guancia; talvolta vuol dire resistere, altre volte accettare, altre ancora opporsi, ma sempre con l’intenzione di offrire pace, ravvedimento, perdono.

Il perdono esige forza: è un vero dono di Dio! Infatti, è nato da Lui e noi tutti siamo vivi, siamo felici, abbiamo speranza proprio perché siamo frutto del perdono di Dio!

Dio ha messo a nudo la sua guancia quando ha messo Gesù nelle mani dei suoi crocifissori … noi, del resto: Pensavamo di aver vinto, ma quel suo amore ci ha cambiati.

Possiamo sicuramente sperare di essere così anche tra di noi, sempre.

17 Giugno 2024
+Domenico

La forza del seme piccolo e quasi invisibile

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 4, 26-34)

Lettura del Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Audio della riflessione

Ogni persona custodisce in sé una grandezza unica. Ci sembra di essere nessuno, di sentirci pure ignorati o schiacciati, ma ogni persona ha la forza di un seme che il Creatore gli ha posto dentro con amore. E Dio ha tutto un suo modo di coltivare e far fiorire i semi, la sua parola che ci ha scritto dentro ogni vita, l’inizio invisibile del suo regno in noi.

Esso ha l’aspetto della piccolezza, ma la forza di una concretezza, la parola e l’amore diventano storici con una presenza povera, nascosta e silenziosa, come il sale che dà sapore se non è avvertito, come il lievito che fa fermentare la massa se si dissolve in essa e come la luce che illumina senza essere vista, una fiaccola che si accompagna nel cammino spesso tortuoso di ogni giorno; per il cammino della vita in profondità non serve un faro che acceca, ma una fiaccola che fa compagnia, così spesso ci dice papa Francesco.

Saper aspettare con pazienza è quello che ci dice Gesù del suo regno, del mondo bello da tutti sognato, della giustizia, della stessa felicità vera. Lui andava per ogni città a predicare, gettava il seme, ma poi si doveva aspettare che la Parola lavorasse con pazienza nella coscienza delle persone. E sembrava che non succedesse niente, che all’orizzonte non si vedesse nessun cambiamento, che la predicazione di Gesù fosse inutile. Noi vorremmo vedere subito i risultati, siamo malati di efficientismo, di produttività. Invece occorre sempre agire come se tutto di pendesse da noi, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio.

Questo è vero in tutte le attività in cui viene interpellata la libertà e la coscienza delle persone, soprattutto in campo educativo. Educare significa far crescere e la crescita ha il ritmo del seme. L’amore ha il ritmo del seme, del dono paziente e dell’attesa vigile, della accoglienza e della disponibilità. Una delle cose che mancano di più oggi è proprio la pazienza, la capacità di attendere fiduciosi, la consapevolezza che se si è seminato, i frutti verranno.

Occorre però saper guardare molto in avanti, non avere la vista corta, sempre ripiegata sui nostri piccoli problemi, avere la forza di progettare e non sempre soltanto di farci travolgere dai problemi dell’oggi. Sedersi assieme genitori e figli e sognare il futuro, mettere le basi di una intesa profonda serve di più che litigare ogni giorno per le incomprensioni che costellano la nostra vita. 

16 Giugno 2024
+Domenico

Il valore della parola data

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 33-37)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”; “No, no”; il di più viene dal Maligno».

Audio della riflessione

Che valore hanno le parole che diciamo?

Quando a un amico diciamo una parola, la parola diventa legge: la manteniamo – caschi il mondo – ma vi rimaniamo fedeli!

I nostri padri facevano contratti sulla parola: bastava una stretta di mano, una parola detta e non c’era niente che potesse scalfirla … oggi invece la parola è usata per imbrogliare, per dire e non dire, per prolungare inutilmente le incertezze e gli inganni, per nascondere la propria incapacità di prendere posizione …. ti pare spesso di cozzare contro un muro di gomma: le parole promettono, attutiscono, sentono il colpo e lo deviano, ti imboniscono e alla fine hai la netta sensazione di aver parlato con nessuno, di non essere in grado di ottenere una risposta.

È una parola che ti lega: ti paralizza ogni azione!

Il Vangelo è deciso: il vostro parlare sia sì se è sì, no se è no … invece molta gente moltiplica le parole, per trarre in inganno, per promettere, legare a sé, far nascere speranze e poi seminare delusioni e far crescere odio.

L’insegnamento del vangelo parte dal comando di non giurare, perché giurare è chiamare a testimone Dio: se quel che si dice è una falsità allora si offende Dio perché lo si porta a dare valore alle nostre menzogne; se quel che diciamo è vero, Dio è già dentro questa verità, perché Lui è la verità in persona.

Non si chiama Dio a testimoniare di noi, ma siamo noi che parliamo per testimoniare Lui, la sua Verità, la sua Parola.

I mass-media sono spesso un esempio di questa confusione: dell’insinuazione, del dire e non dire … lanciare una notizia non vera per trarre in inganno, dire mezze verità perché trionfi l’interesse personale, moltiplicare le parole per non farsi capire, per tendere trappole … invece ogni parola che esce dalla bocca dell’uomo deve essere un servizio alla verità, alla comunione, all’intelligenza per aprirla, al cuore per amare, alla sensibilità per scatenare solidarietà … ricerca del bello, del vero, del bene.

Per questo la Parola si è fatta carne:

  • perché non passasse inosservata e potesse essere incontrata accolta, capita e amata;
  • perché potesse entrare come una spada a doppio taglio per dirimere il vero della nostra vita dal falso che la disorienta,
  • perché tornasse a Dio dopo avere provocato in noi quella felicità per cui è stata mandata.

15 Giugno 2024
+Domenico

Adulterio nel cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 27-32)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio».

Ricordo che un giorno fece molto scalpore una frase di Giovanni Paolo II, che cito a memoria, in cui diceva che può esserci adulterio anche nel rapporto intimo tra marito e moglie, quando cioè uno dei due pensa che l’altro sia solo oggetto di un possesso e non dell’amore, quando il rapporto di amore diventa solo un modo per costringere, sopraffare, dominare. Il rapporto di amore è sempre cosa del cuore, è sempre altamente delicato, profondamente libero e appassionato.

La cultura nella quale siamo esalta troppo la componente fisica, materiale, corporea. Certo non c’è vero amore tra due sposi se non nella unione dei corpi, ma senza lo spirito potrebbe diventare solo abitudine e cavarsi la voglia. L’amore non è mai cavarsi la voglia, ma è disponibilità a un dialogo e a un dono. È talmente deviante certo nostro parlare di amore che della vera capacità di dono non si parla più, l’erotismo, che pure è una componente essenziale, ha soppiantato l’amore.

La carne ha spento l’anima. E Gesù non teme di andare controcorrente quando richiama l’importanza delle intenzioni, del cuore, dei significati che diamo ai nostri gesti, del contesto in cui collochiamo le passioni. Lo sbaglio è già nel cuore prima che essere nei gesti. Dice Gesù: Chiunque guarda una donna per desiderarla già ha commesso adulterio con lei nel suo cuore.

Siamo in un tempo che valorizza poco i sentimenti tenui, le attenzioni delicate, i pensieri. È forse frutto della pubblicità che ha sempre bisogno di cavare stimoli dalle dimensioni più intime della vita delle persone. È anche la deriva dell’educazione che non sa andare ai significati delle cose.

Due ragazzi si baciano, ma del bacio non sanno il significato; mettono assieme i corpi, ma non sanno che il corpo si porta dietro l’anima. Si sentono infelici, perché non sanno che la felicità non è seguire l’istinto: quello è appagamento, c’è ancora tanta strada per arrivare alla felicità. La felicità la si gioca con l’anima, con l’interiorità, e io, che credo, dico anche che la si gioca con la sua sorgente, che è sempre e solo Dio.

È possibile cambiare le abitudini perché la sorgente dell’amore è sempre Dio e ne costituisce l’unica speranza.

14 Giugno 2024
+Domenico

L’altro è sempre fratello

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 20-26) nella memoria di Sant’Antonio di Padova, Presbitero e Dottore della Chiesa

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».

Audio della riflessione

I rapporti tra di noi spesso sono senza un minimo di gentilezza, di rispetto, di accoglienza reciproca; sono i toni della vita di relazione in famiglia, tra gli amici, a scuola o sul lavoro, spesso nella politica o nel mondo degli affari. Gli uomini sono sempre in lite. Liti verbali, si dice, ma sicuramente di rapporti tra di noi avvelenati si tratta. Non è questione di galateo, anche se un po’ di educazione non guasterebbe, ma di dignità delle persone. È sempre violenza che si scatena e che pone le basi per una impossibilità di convivenza pacifica.

Il discorso della montagna parte da un altro punto di vista, non sta a vedere quali sono i comportamenti essenziali per poter sopravvivere in rapporti passabili, ma ci dice che siamo tutti figli di Dio, che il nostro ideale è la perfezione del Padre. Per questo l’ira con il proprio fratello è un omicidio del cuore. Se l’altro è il nemico da abbattere, non è più un fratello e quindi io non sono più figlio. Il disprezzo è già l’uccisione dell’altro; descrivermi l’altro dentro di me come non degno di vivere è già prepararne la morte. Fanno così tutte le campagne che vogliono accreditare la guerra: inventano delitti orribili, nefandezze, stragi che il nemico dovrebbe aver fatto così che si è autorizzati a uccidere. Descrivono l’altro, il fratello come un assassino, un senza cuore, un ingiusto per poter avere il diritto di ammazzarlo.

Ma l’altro è sempre un fratello, è sempre un figlio di Dio come me. Per vivere da fratelli occorre fare un salto di qualità nei rapporti; è necessario passare dalla sopportazione o dalla convivenza all’amore.

E Gesù nel vangelo si propone con grande autorità. Qui si vede che è il Figlio di Dio, non un profeta qualunque. Gesù si esprime come un legislatore della nuova legge: Avete sentito che fu detto…ma io vi dico

Un profeta non si poteva permettere di parlare in prima persona, doveva sempre e solo riecheggiare nei suoi discorsi la Parola di Dio; era un mandato che trasmetteva. Invece Gesù è l’inviato, il Cristo che ha la stessa autorità di Dio. Questa sarà la grande accusa per farlo morire, ma questa è la consolante verità che ci consegna Gesù come il Figlio dell’eterno Padre, il Salvatore, il Dio che non ci abbandona mai. 

13 Giugno 2024
+Domenico

Barnaba: testimone coraggioso di vita cristiana

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 17-19)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.
In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

Siamo in tempi di grandi cambiamenti, ancora più destabilizzanti perché avvengono in fretta. Noi adulti facciamo fatica a adattarci. Ieri i nostri genitori ci facevano da maestri per tutte le cose della vita, oggi con i giovani dobbiamo farci insegnare tutto: a fare gli sms sul cellulare, a usare il computer, a leggere Internet, a fare la spesa più conveniente, a impostare la stessa azienda. Ma papà non si fa più così oggi. Sei fermo ancora al secolo scorso. È vero anche se non sono passati ancora 25 anni. Quello però che ci mette più in difficoltà è questa liquidazione del passato, questo continuo orientarsi al moderno quasi fosse per natura sua sempre più adatto, più bello, più vero perché è di oggi.

Gesù vive in tempi di grandi cambiamenti, di assoluta novità. È Lui che lo provoca, è lui che continuamente annuncia la buona notizia, la novità assoluta, la presenza di Dio nel mondo nella sua persona. Lui è il nuovo per eccellenza e spinge gli uomini a cambiare tutto, a fare nuove tutte le cose, a non vivere di pezze come sempre ci si accontenta di fare.

Ma una cosa chiara dice Gesù: il nuovo che lui porta non è trascurare la legge che Dio da sempre ha scritto nel cuore degli uomini, non è liquidare il passato con il suo bagaglio di esperienze necessarie per capire il futuro. Lui non disprezza nessun comandamento che Dio nella sua delicatissima pedagogia ha voluto come tappe di un cammino di crescita. Si mette nella stessa linea e la porta a compimento.

I figli portano a compimento ciò che i genitori hanno iniziato e lo volgono al meglio, come appare alle loro nuove esperienze, non disprezzano il passato, le tradizioni; sanno andare in profondità a cercare le ragioni che hanno dato calore a quei comportamenti che oggi nella loro attuazione sembrano superati, ma sempre utili per superare eventuali semplificazioni o sviste. Il mondo va avanti così. Il presente è la necessaria elaborazione del passato per creare un vero futuro, è il discernimento di tutti le energie, i doni che Dio ha fatto crescere nella storia per far crescere il suo Regno. La speranza è proprio basata sulla certezza che Dio sta sotto questa continuità e la fa crescere verso nuove mete. A noi apprezzarle, non buttarle e imparare nuove soluzioni, tenendo conto di un creato che dobbiamo sempre curare e custodire.

12 Giugno 2024
+Domenico

Festa di San Barnaba

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 7-13)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi».

Audio della riflessione

Oggi riflettiamo sulla figura di san Barnaba, che ha realizzato nella sua vita alla lettera il brano di Vangelo di oggi, che invita ogni annunciatore del Regno di Dio di offrire gratuitamente e con coraggio la propria vita intera per testimoniare Gesù.

Uno dei termini che ricorrono più volte negli Atti degli Apostoli, che descrivono la chiesa primitiva dei primi tempi dopo la morte e risurrezione di Gesù Cristo, è il termine franchezza, una parola che ricorre spesso quando si parla di primi cristiani, un po’ meno quando si parla di noi cristiani del 2000. In greco si dice “parresia”, per noi significa coraggio, forza, decisione, dinamicità, franchezza, radicalità…, metterci la faccia, resistere, affrontare, guardare in faccia le situazioni, prenderle di petto, sapersi sacrificare… E vorremmo essere tutti così.

Invece noi ci specializziamo nel contrario, cioè paura, rispetto umano, compromesso, debolezza, nascondersi, mimetizzarsi, scantonare, far finta di niente, cedere, adattarsi, usare verbi al condizionale, infarcire il discorso e la vita di tanti “se” e tanti “ma”, attutire le frasi forti, optare per la mediocrità. 

Ma sia ben chiaro che non siamo chiamati ad essere talebani, fondamentalisti, violenti, gente che conosce solo imposizione, costrizione, togliere libertà, stressare, fare ricatti…

È l’esperienza e la forza tipica che gli apostoli si trovano regalata da Dio e accolta con radicalità dopo la risurrezione, o meglio, dopo la discesa dello Spirito Santo nel Cenacolo a Pentecoste.

Parlano con franchezza gli apostoli che, dopo aver ricevuto umiliazioni e torture, sono lieti di averle subite nel nome di Gesù; ha questa franchezza san Paolo di fronte ai puri della fede d’Israele; riprende coraggio Pietro, dopo che era bastata una serva nel pretorio per demolire tutta la sua boria, che scambiava per fede in Gesù. È storia di coraggio e franchezza quella di Stefano che affronta la lapidazione per dire alto il nome di Gesù, come Signore. È coraggio quello di Giacomo che affronta il martirio a Gerusalemme, ancora prima che la comunità degli apostoli si disperda.

È franchezza quella di un altro personaggio poco noto della prima comunità cristiana, ma molto amato, e patrono di tante comunità cristiane: Barnaba, uno che infonde coraggio, come significa il nome. Era talmente entusiasta della vita, capacedi compagnia, convinto di quel che viveva, attento alle cose belle nell’esistenza, che gli amici l’avevano soprannominato così, nonostante si chiamasse Giuseppe, un nome di tutto rispetto e significato.

Con lui non potevi stare col morale ai tacchi, non potevi lasciarti andare alla lagna, al rimpianto: dovevi riprenderti, ritentare, osare. Avere coraggio nella vita è non lasciare dire l’ultima parola su di te a nessuno. Vuol dire convivere col rischio e l’incertezza, decidere di vivere sul trapezio della vita senza rete di protezione.

Avere un animo giovanile che guarda più al futuro che al passato, che affida la riuscita nella vita più ad una fionda che a un’armatura, come Davide contro Golia.

Avere coraggio è farsi conquistare dal discorso della montagna, avere quella marcia in più che una fiducia assoluta in Dio, ti dà.

Avere coraggio è aver dentro un fuoco che vuoi che bruci tutte le incertezze che ti tarpano le ali.

Avere coraggio della fede è sapersi amati da Dio senza riserve e sapere di avere la sua forza per affrontare l’esistenza.

Avere coraggio è essere contenti di vivere per un ideale e portarlo a tutti, farlo cantare nella tua vita perché diventi forza per tutti.

Ebbene Barnaba era fatto così.

Decide subito: ha un campo, un legame concretoe solido, un’àncora per la sua vita; un ebreo prima di rinunciare a un campo si faceva passare un esercito sul suo corpo: va, lo vende e pone il ricavato a disposizione. Non ha mezze misure. Mette in pratica alla lettera le parole di Gesù. Non si ritira triste nella sua tana, nella sua bellissima compagnia, coi suoi soldi, i suoi amici, il suo computer, i suoi CD, le sue notti brave, il suo sballo; parte deciso con i classici elementi di stile di ogni credente:

  • la gratuità: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
  • la libertà da pesantezze e da organizzazioni, da fasciature e da sentimenti intriganti; ha sentito Gesù dire: lascia che i morti seppelliscano i morti, io non ho tana, né nido come gli animali e gli uccelli, se mi vuoi seguire devi avere un animo libero
  • la fiducia in chi incontra: ogni uomo e donna che gli si para davanti è sempre un messaggio di Dio, un dono da accogliere piuttosto che una persona da convertire.
  • gli occhi fissi su Gesù, la speranza che non delude, la contemplazione della verità che fonda ogni libertà.

È tale il coraggio di vivere che con Paolo diffonde, che ad Antiochia per la prima volta, chi segue questa ventata di aria fresca viene chiamato Cristiano.

C’è sempre una prima volta e c’è sempre, dietro, uno che dà coraggio: o Barnaba o qualsiasi cristiano che ci crede.

11 Giugno 2024
+Domenico