Domenico Sigalini (Dello, 7 giugno 1942) è un vescovo e giornalista italiano, Vescovo emerito della sede suburbicaria di Palestrina.
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Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 27-28) dal Vangelo del giorno (Gv 10, 22-30)
«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano».
Incontrare anche talvolta sulle stesse nostre strade asfaltate file di pecore … ti fanno perdere la pazienza, perché noi abbiamo calcolato tutto e compiangiamo quel pastore preoccupato che le fa spostare, aiutato da un cane … loro, seguono il pastore.
Ai tempi di Gesù la scena era del tutto normale per le valli e per i campi … si stabiliva una sorta di linguaggio comune tra pastore e pecore: le stesse abitudini, gli stessi percorsi, gli stessi orari, le stesse consuetudini, e … sopra tutte le faccende e tutto quello che capita … la voce che chiama, richiama, orienta, dirige, rimprovera, avverte, sferza, sospinge.
Una immagine dolce, ma di una vita dura; un quadretto forse troppo bucolico, ma denso di significato.
Gesù nel Vangelo spesso usa questa immagine per indicare l’amore che ha per le persone e la sua cura per aiutarci a trovare la strada della vita: Lui si spende per noi, vive la nostra stessa vita, ritma i suoi tempi sui nostri, ha cura di ciascuno e ci spinge a stare assieme, conosce i nostri passi e i nostri pericoli, prevede le nostre deviazioni e ci avverte; ci chiama, ci orienta.
Il dono che ci pone davanti, la meta cui ci orienta è la pienezza della vita: la nostra vita se non raggiunge la sua pienezza, tutta la sua capacità di espressione, tutta le possibilità di esprimersi non è degna di essere vissuta! E’ come se fossimo in una gara faticosa, esaltante e ci accontentassimo di giocare, senza l’ambizione non solo di giocare bene, ma anche di vincere.
Chi sta con Lui non ci sta solo per comodità, per essere garantito, per sicurezza gratuita, ma per la pienezza di quello che Gesù propone: è ancora vero che la vita cristiana o è bella, da santi o non val la pena di viverla.
Dentro questo stile, questa prospettiva, questo desiderio e questa certezza che Gesù ci dà vita piena, abbiamo dallo stesso Gesù una promessa: “nessuno rapirà dalla mia mano le pecore che ascoltano la mia voce e che io conosco”.
Spesso crediamo di essere sopraffatti dal male, dallo stesso male che nasce dentro di noi; abbiamo tante volte la sensazione che ci possa essere qualche giorno in cui per pazzia abbandoniamo la via della vita che Dio ci ha insegnato.
Troppe volte sentiamo di amici che hanno deciso di mollare: erano sempre stati dedicati alla famiglia e la abbandonano per una stupida avventura; avevano sempre avuto corretta generosità e ora sono sfruttatori; coltivavano la vita interiore e ora sono solo dediti ai soldi.
Ma Dio non ci abbandona, se noi ascoltiamo la sua voce.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 8-9) dal Vangelo del giorno (Gv 10, 1-10)
Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Audio della riflessione
Si possono spesso vedere scene agresti anche nel nostro mondo supertecnologizzato. In un prato verdissimo greggi di pecore che pascolano, un pastore, un cane che continua a serrare le fila, a orientare verso recinti, a tenerle unite. Basta un richiamo del pastore, un battere del bastone che le pecore si dispongono e si orientano. Da sole si disperderebbero, il pastore le sa tenere assieme e orientare. Gesù si presenta come pastore, come colui che si dedica al suo gregge, non in forma impersonale, ma accostandole ad una ad una. Di ciascuna conosce il belato e ciascuna conosce la sua voce. Difatti racconterà più tardi di quella pecora sbadata o cocciuta che lascia il gregge e che lui con pazienza, anche se stanco dopo il lavoro della giornata va a cercare e a ricondurre a casa.
Un occhio diverso per le pecore ha invece il ladro: quello le vuol solo ammazzare, se ne vuole solo impadronire, ne vuol fare carne da macello, guadagno sicuro. C’è tanta gente che si interessa degli uomini solo per approfittarne; non sempre si tratta di violenze eclatanti; si può far morire anche con i guanti bianchi, anche con il sorriso dell’inganno sulla bocca. Molti, dice Gesù, sono lupi rapaci, vogliono solo soddisfare i propri interessi, i propri istinti di potere nei confronti degli altri. Promettono vita invece offrono solo morte.
La nostra storia è piena di profittatori, di uomini che hanno promesso felicità e hanno portato solo distruzione, dittatori che hanno ingannato con promesse e hanno portato fame e guerre, schiavitù e desolazione. Ma ne è piena anche la nostra storia personale, di singole persone attirate nella rete del male, della delinquenza da promesse allettanti.
Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano nella pienezza. Basterebbe credere in questo per dare un orientamento definitivo alla nostra esistenza, Credere che la vita sta da questa parte, dalla parte di Gesù, la vera vita è Lui. Spesso ci lasciamo ingannare dalle sirene, a volte vogliamo fare solo di testa nostra, ma in verità stiamo seguendo ladri anziché il pastore e non ce ne accorgiamo.
La nostra speranza è sempre e solo Lui, il buon pastore.
Una riflessione esegetica sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18,10-14)
Lettura del Vangelo secondo Matteo (capitolo 18, versetti 10-14)
Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. [È venuto infatti il Figlio dell’uomo a salvare ciò che era perduto]. Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.
Audio della riflessione
Per rendere ancora più concreta la figura di Gesù buon pastore. Abbiamo fatto seguire la lettura di un testo dell’evangelista Matteo che descrive un ottimo esempio di come Gesù Risorto, vive l’essere il nostro pastore e non un mercenario, un ladro, un qualsiasi guardiano, pure pagato per portare al pascolo le pecore.
L’amore e il perdono di Dio, la sua ricerca appassionata di ciascuno di noi che si allontana, che si perde, che scappa o si nasconde, che brucia il patrimonio di bene in cui è immerso per prendersi soddisfazioni stupide, è la storia di Gesù che ha un cuore squarciato per amore; un cuore che non si è mai più ricomposto perché la cattiveria dell’uomo è sempre grande e la sua libertà è un dono da cui Dio non si ritrae mai.
Sei libero, ti ritrovi a fare sempre quello che ti piace di più, non ti interessa più niente delle persone che ti vogliono bene, ne vuoi sfruttare tante altre, ma sappi che da me puoi sempre tornare, che io non ti mollo, io, tutte le sere prima di chiudermi in paradiso faccio la conta e mi accorgo si ci sei o no, se sei tornato dai tuoi insani percorsi, se ancora una volta ti sei fatto i tuoi giri perversi, il tuo sballo per sentirti vivo, le tue comode isole in cui seppellisci il tuo cuore. Ma il mio cuore è sempre aperto ad accoglienza, a tenerezza, a gesti d’amore. Vorrei che quando tornerai ancora da me, anche il tuo cuore resti sempre aperto perché chiunque ci possa scavare dentro e trovi quello di cui ha bisogno per vivere bene e per essere veramente felice.
Queste parole sembrano troppo gravi; allora immaginiamo Gesù il buon Pastore così: ha lavorato e dialogato tutto il giorno con le sue pecore che siamo noi, che siete voi; ha ascoltato, ha aiutato, ha tenuto il suo sguardo buono, lieto su tutti sempre e torna a casa parlando con qualcuno, sorridendo a qualcun altro e quando passa in rassegna tutti a uno a uno e sorride, saluta, ricorda qualche cosa di importante da fare o da chiedere, si accorge che manchi proprio tu. Hai fatto la tua cavolata, ti sei voluto prendere la tua libertà, la tua strada; ti hanno fatto fastidio o qualche dispetto i tuoi amici e li hai lasciati. Oppure qualcuno senza che tu lo volessi, ti ha ingannato, ti ha teso una trappola e tu ci sei cascato.
E Gesù che fa? Con un cuore già squarciato per amore non ci pensa due volte. Ti cerca, usa tutti gli strumenti: facebook, twitter, sms,tik-tok; chiede ai tuoi amici, ma loro nemmeno si sono accorti che manchi. E ti lancia messaggi: non fare lo stupido, torna a casa che ci sono sempre io che ti voglio un bene infinito. Non crederti disprezzata o ignorata, non stare a specchiarti in una pozzanghera, qui c’è quello che cerchi. E tu magari spegni il cellulare, rivedi un altro messaggio, lo spegni ancora; poi finalmente dici: ma che sto qui a fare da solo in mezzo ai guai? Chi mi credo di essere? Che felicità mi sono trovato, che tutti mi sfruttano, mi fanno complimenti poi mi tagliano le gambe, ne approfittano, mi fanno le moine, ma solo per avermi e per farsi belli di me.
Allora lanci un sms: arrivo subito, aspettami, ti voglio abbracciare.
E Gesù ti prende, ti accarezza, ti carica sulle spalle e ti porta a casa, convince i tuoi amici a volerti ancora bene e continui a vivere con Lui. Gesù non è una persona da internet, da twitter, da facebook, è una persona vera che abita in te. E quando ha deciso di prendere casa da te? Sappiamo che si è fatto persona, come uno di noi, che ha calcato tutte le strade della Palestina, per condividere gioie e speranze con tutti quelli che incontrava. Per questa sua tenacia nel voler bene a tutti, anzi il massimo bene che apriva le porte del cielo a tutti, anche ai più cattivi e profittatori di altre persone, lo hanno messo in croce, l’hanno fatto soffrire, ne hanno goduto tronfi di averlo fatto fuori, ma lui è fuggito anche dalla morte nella quale pensavano di aver chiuso la sua bontà. Stiamo ancora celebrando la sua risurrezione. Non saremmo però nel massimo della verità se Gesù con questa risurrezione non solo non ci avvicinasse a Dio Padre, ma non ci desse anche una presenza speciale, unica, viva, in ciascuno di noi con lo Spirito Santo. Credo che la giornata più brutta che hanno vissuto gli apostoli sia stata propria il giorno dopo il grande sabato. Gesù ammazzato brutalmente, sepolto come tutti; finita come per tutti prima o poi la vita. Lui invece si presenta vivo e fa fatica a convincerli, si ritirano ancora paurosi tra di loro, finchè non fa a tutti la sorpresa di donare lo Spirito, il coraggio, la forza, la gioia. Noi in questi giorni lo vogliamo contemplare risorto, vincente quelle brutture che gli hanno inflitto, ci siamo accostati al sacramento della penitenza, ma sentiamo ancora il peso della nostra vita che non cambia dalla mattina alla sera.
Siamo aiutati a capire che si può sbagliare, si può abbandonare qualche volta la chiesa, ma che la casa è sempre questa, che la sua presenza ci è garantita dallo Spirito Santo. Ci sarà sempre qualcuno che aspetterà il nostro ritorno. E noi stessi diventeremo dei buoni amici per tutti, racconteremo la gioia che si ha a comportarsi bene, a seguire Gesù a diventare suoi amici, a sentirsi accolti da quel cuore squarciato, ma sempre aperto per scavare gioia e felicità per tutti. Tanta nostra infelicità è dovuta all’appiattimento, alla prigione che ci siamo costruiti. Ci siamo collocati in un bicchiere d’acqua e continuiamo a sbattere contro le pareti, mentre il nostro vero habitat è il vasto mare della vita che viene dall’alto, dal misterioso mondo di Dio. C’è un vento dello Spirito che soffia su di noi e dà vita vera. La creazione lo ha atteso, Gesù lo ha inviato. Abbiamo bisogno di un’anima per tutte le cose. Quest’anima viene dall’alto. La risurrezione ha aperto i nostri confini, ha offerto gli orizzonti infiniti di quel Dio che ci ha creati
In questo tempo pasquale possiamo addentrarci anche noi in un dialogo serio con il Signore come hanno fatto tanti con Gesù; abbiamo bisogno di ritornare a casa, di sentirci trasportati sulle spalle del buon Pastore. Dove vai? Dove scappi? Non ti accorgi che scappi da te stesso. Che vita ti stai preparando, che dolori vai a creare a tutti quelli che ti stanno vicini? Ti vengo a prendere io. Fatti trovare, le novantanove che stanno a casa si sono dimenticate di te, ma non io
Anche noi abbiamo bisogno di rigenerare la nostra fede. Il nostro è un tempo che ci chiede di uscire allo scoperto, di prendere decisioni, di stare della parte della verità, di contemplare il Signore, ascoltare la sua parola.
In quella stanza al piano superiore, imbandita a festa c’è stata l’ultima cena, Gesù ci ha dato il suo corpo e il suo sangue. Siamo stati liberati dal peccato e nutriti della vita di Gesù. Deve ancora accadere qualcosa di grande in quel cenacolo; è Gesù deve ancora raccattarci dalle nostre fughe finchè dentro di noi scoppierà un fuoco che brucerà ogni male , ci riempirà di doni e ci aprirà a un’altra presenza di Dio: lo Spirito Santo. Il buon Pastore non si accontenterà di portarci solo nell’ovile, sotto protezione, nella sua compagnia ritrovata, ci darà con lo Spirito una forza di vincere ogni paura e coraggio di portarlo in ogni parte del mondo e in ogni tratto della nostra vita.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,11-18)
Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».
Audio della riflessione
Ricorderò sempre quel mosaico che da ragazzo vedevo spesso in una chiesetta di una casa per incontri spirituali: una fitta siepe di zampe da cui ogni tanto sporgeva una testa di pecora e in mezzo Lui, il buon pastore, una dolce immagine di Gesù.
L’attenzione principale di noi ragazzi era di contare le zampe e vedere se ad ogni quattro corrispondeva una testa: i conti non tornavano mai, qualche pecora probabilmente non stava “attenta” e abbassava la tesa per farsi i fatti suoi, ma la cosa più importante erano le parole del predicatore … “vedete ragazzi? Voi siete come i tasselli di quel mosaico: ciascuno ha il suo posto fissato e assieme agli altri completa questo bellissimo ritratto, bucolico, della vita di Gesù, del pastore con le sue pecore. Se ne mancasse uno di questi tasselli non sarebbe più un bel mosaico.” … e per coinvolgerci – secondo lui – ancora di più, più a fondo, continuava … “Voi per esempio potreste essere l’unghia di quella pecora laggiù.”
Pensa che bello – dicevo io – l’unghia di quella pecora laggiù?! Era la mia esclamazione delusa: la mia vita già inscatolata in un destino, per lo più da pecora e in un’unghia, neanche in un corpo da potersi sentire la gioia di stare sulle spalle di Gesù, se mi fossi perduto, perché avevo già iniziato a fare delle marachelle. Quella sarebbe la mia vocazione fin dall’eternità?
Ritornavo allora alla faccia di quel buon pastore: no lui non mi condannava a fare l’unghia, mi prendeva sulle spalle … mi aveva rincorso perché me ne ero scappato e mi aveva caricato con amore.
Gesù non è un mercenario che vende le sue creature a un cieco destino: la nostra vita è nelle sue mani, sì, ma la accoglie con la nostra creatività, la ascolta con le nostre petulanze, la rincorre nei nostri colpi di testa, la riscrive con noi in un progetto di amore.
Noi facciamo fatica a scoprirlo, consumiamo troppo tempo allo specchio credendo di riuscire a guardarci dentro di più, a capirci chi dobbiamo essere; invece … basta tendere l’orecchio alla sua voce che chiama, basta sentirla viva nella vita delle persone che incrociamo: talvolta sono urla, grida di aiuto; sguardi di disperazione; altre volte sono sentimenti d’amore.
Gesù da quando è risorto è nostro contemporaneo e la sua voce chiama e si fa incontrare nella vita, nelle nostre qualità e doti, negli stessi nostri gusti confrontati con la sua parola, nei gesti di carità che facciamo verso i più poveri.
Con un Gesù così, che mi vuole bene così, che mi cerca e mi capisce, che mi accetta sempre pieno di amore immeritato, che mi vuole con sé a vivere da pastore come lui….. mi basta e avanza essere l’unghia delle pecora che sta sulle sue spalle.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 60-69)
Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio». Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Audio della riflessione
Ci capita molte volte di sentirci chiamati dentro avventure più grandi di noi, di misurarci le forze per vedere se riusciamo ad affrontare la sfida: spesso è uno sport, molte altre volte invece è la vita, la famiglia, la casa, il lavoro … Spesso è un ideale che ci viene proposto da chi ha grandi mete, grandi sogni e vede in noi la possibilità di una risposta generosa e vera…
San Giovanni Paolo II quando incontrava i giovani, soprattutto nelle giornate mondiali della gioventù; li sapeva spingere a ideali alti, a imprese impossibili e a tu per tu li incoraggiava. Molti hanno fatto cose grandi nella loro vita, per la chiesa, per i poveri, per la loro nazione, dietro la sua spinta.
Era così anche Gesù: proponeva ai suoi discepoli cose grandi, oltre ogni possibilità umana, ma molta gente lo abbandonava; dice il Vangelo “molti si tirarono indietro e non andavano più con Lui”: era sta fatta loro la proposta dell’Eucaristia, del nutrirsi del suo corpo e del suo sangue, inaudito, impossibile, troppo arduo da capire … e Gesù che vuole sempre il massimo di libertà quando fa le sue proposte, dice con molta franchezza ai suoi discepoli: “Volete andarvene anche voi? Volete ritirarvi? Sentite che non ce la fate? Vi cedono le forze? non riuscite a fidarvi di me? Avete in cuore l’idea che io vi abbandoni, che vi lasci soli? Non ve la sentite di osare tanto?”
… e non posso qui non ricordare che questo brano di Vangelo che si propone oggi nelle messe era quello che san Giovanni Paolo II propose nella messa conclusiva della Giornata Mondiale della Gioventù del 2000 – ormai 21 anni fa – di fronte a 2 milioni di giovani, andando contro alla tradizione della Giornata Mondiale della Gioventù che alla messa conclusiva propose sempre il brano di vangelo che ne contiene il motto; in quel caso, dell’anno 2000, era un pezzo del Vangelo di Giovanni, il primo capitolo, in cui era scritto “Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare tra noi” … aveva davanti un mondo giovanile entusiasta, coltivato in tutte le giornate mondiali che anche con sofferenza aveva presieduto … poteva almeno raccogliere il frutto del suo lavoro accarezzando di più questo mondo giovanile, addolcendo il vangelo con altre belle frasi, una qualche bella parabola, commovente che sempre vangelo è …
Invece no! Fece risuonare di fronte a quella gioventù entusiasta, che divenne pure profetica, la domanda cruda e provocatoria del Vangelo: Volete andarvene anche voi?
La tentazione dei discepoli di girare i tacchi a Gesù è forte: il giovane cui aveva indicato la strada della vita piena lo aveva lasciato, Giuda lo abbandonerà tradendolo; qualcuno che gli dice si, ma poi se ne va lo ha incontrato … molti al momento giusto sono fuggiti!
La debolezza va messa in conto e non spaventa Gesù: Lui sarà sempre pronto a raccogliere la fragilità per cambiarla in cammino di ripresa … infatti Pietro che ha capito che nella sua vita l’unico che gliela può riempire è Gesù, dice con ingenuità: “Signore, che credi? Che noi abbiamo alternative alla tua pienezza? Tu hai parole di vita piena, oltre ogni limite, una parola che ci riempie il cuore di gioia oltre ogni misura. Tu sei la pienezza di Dio, la santità di Dio, il cielo della nostra aspirazione quotidiana e decidiamo di stare sempre con te.”
… e San Giovanni Paolo II alla messa conclusiva di quella Giornata Mondiale della Gioventù del 2000 disse “Nella domanda di Pietro: “Da chi andremo?” c’è già la risposta circa il cammino da percorrere. E’ il cammino che porta a Cristo. E il Maestro divino è raggiungibile personalmente: è infatti presente sull’altare nella realtà del suo corpo e del suo sangue. Nel sacrificio eucaristico noi possiamo entrare in contatto, in modo misterioso ma reale, con la sua persona, attingendo alla sorgente inesauribile della sua vita di Risorto …”
L’Eucaristia è il sacramento della presenza di Cristo che si dona a noi perché ci ama: egli ama ciascuno di noi in maniera personale ed unica nella vita concreta di ogni giorno, nella famiglia, tra gli amici, nello studio e nel lavoro, nel riposo e nello svago.
Ci ama quando riempie di freschezza le giornate della nostra esistenza e anche quando, nell’ora del dolore, permette che la prova si abbatta su di noi: anche attraverso le prove più dure, infatti, egli ci fa sentire la sua voce.
“Sì – diceva il papa – cari amici, Cristo ci ama e ci ama sempre! Ci ama anche quando lo deludiamo, quando non corrispondiamo alle sue attese nei nostri confronti. Egli non ci chiude mai le braccia della sua misericordia. Come non essere grati a questo Dio che ci ha redenti spingendosi fino alla follia della Croce? A questo Dio che si è messo dalla nostra parte e vi è rimasto fino alla fine?
E Pietro, nella persona di papa Francesco, continua come tutti i suoi predecessori anche oggi ad alzare tutti noi alle parole più impegnative di Gesù.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 52-59) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 52-59)
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.
Audio della riflessione
Facciamo fatica, noi persone del terzo millennio a credere che ci sia qualcosa che va oltre le leggi della natura: noi calcoliamo tutto, misuriamo ogni cosa, sappiamo dire tutte le cause, sappiamo prevedere tutti gli effetti, anche se non sappiamo ancora dominare la natura, non conosciamo fino in fondo la stessa nostra umanità, il nostro stesso corpo.
Gesù è Figlio di Dio, è con il Padre creatore del cielo e della terra: Lui è il centro dell’universo e pone il mondo al servizio del suo piano d’amore.
Le leggi della natura sono per Lui al servizio del grande messaggio di amore di Dio per l’umanità: per l’uomo e per la donna; per questo ha moltiplicato i pani, per questo un giorno offre all’uomo una proposta sconvolgente: si offre come cibo per la vita.
“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha una vita piena!”: Gesù sta spiegando ai suoi apostoli la preziosità del dono del suo corpo e del suo sangue che sta offrendo con l’Eucaristia.
Il discorso è duro da capire, difficile da immaginare, è provocatorio: dire a un ebreo che occorre bere il suo sangue è blasfemo, va contro tutte le norme del suo vivere … ma sangue è sinonimo di morte, è riferimento alla sua crocifissione, è necessità di confrontarsi con il suo dono fino all’ultima goccia di sangue.
Il discorso è duro, ma su questo Gesù non transige: è pronto a restare solo.
L’Eucaristia è una esperienza necessaria per la vita del cristiano, come rapporto con Dio, come modo di impostare la propria esistenza, come modo di comunicare con il Signore, come modo di incarnare il suo messaggio … e dirà, più tardi, ai suoi discepoli che rimanevano esterrefatti come la gente che lo ascoltava “volete andarvene anche voi?”
Qui occorre fare quel salto di qualità che spesso noi cristiani dobiamo esigere, ciascuno per se stesso, ciascuno per tutti: è un dono che supera non solo le leggi della natura, ma anche la fantasia delle persone …
Quando non sai che strada prendere nella vita: Io sono con te;
quando hai bisogno di ritrovare senso e gusto nel vivere, Io sono con te;
quando cerchi la vera speranza della vita, Io te la posso far incontrare nel mio essere pane per te …
… perché speranza vera nasce quando uno si dona all’altro per amore fino in fondo.
I suoi apostoli in seguito si rifaranno all’Eucaristia per avere speranza in ogni situazione di vita, e noi cristiani, che seguiamo Gesù, su questo non possiamo “stare assenti”.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 47-48) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 44-51)
47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna. 48 Io sono il pane della vita.
Audio della riflessione
In tempi di grande confusione come sono i nostri non è raro farsi domande del tipo: chi è che ha ragione di tutti questi che ci imboniscono? I politici, le televisioni, i talk show, i nostri vecchi saggi, i rivoluzionari? La religione è ancora una prospettiva da seguire o è ormai da lasciare all’angolo, perché siamo autosufficienti? Dove sta il segreto per avere una vita vera, non succube delle strane teorie che ogni tanto qualcuno vende per definitive? E’ possibile trovare pienezza di vita o dobbiamo accontentarci sempre di ritagli, di piccoli adattamenti?
Il Vangelo non ha dubbi: la vita piena, bella, felice, completa, degna di essere vissuta, determinante, definitiva ce l’ha solo chi crede, chi si affida, chi mette la sua vita nelle braccia di Dio, di chi ha colto in Dio la direzione del suo percorso e lo continua a seguire, a cercare, a percorrere.
Per essere felici occorre avere una fede: noi cristiani diciamo occorre avere la fede nel Dio di Gesù Cristo.
Purtroppo molti dicono … che la fede provoca fanatismi e intolleranze, è meglio starsene tranquilli, senza esporsi, facendosi ciascuno i fatti propri … la felicità quindi starebbe nel lasciarsi fare la vita dai più furbi, mettersi in balia di chi ha la capacità di farci ragionare come lui vuole, perché è potente, è persuasivo, ha tutte le immagini possibili di felicità da propinarci per svariate ore ogni giorno …
A parte che è sempre meglio qualche litigio che la “pace del cimitero” … è altrettanto vero però che l’uomo ha una sete di vita che non può passare con l’adattamento: l’uomo è un vulcano di energie, di amore, di intelligenza, di forza e deve trovare direzioni verso cui esprimerle.
La direzione che il Vangelo ci dice è quella della fede … e per prendere questa direzione Dio si pone nella vita come il pane, il nutrimento di base, la solida possibilità di crescere nella prospettiva di Lui.
Questo pane è il sapore della vita, il sapore è Lui: è la forza della vita e la forza è Lui.
Dice ancora Gesù: «Io sono il pane della vita», “io sono a disposizione per ogni vostra fame, io sono una forza che si mette dentro nella vostra esistenza, che si lascia immedesimare, che prende quasi ad essere il vostro sangue, la vostra linfa … sono dentro di voi per questo … e, se vi nutrirete di me pane di vita, vivrete sempre!”
Una riflessione su Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 39-40) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 35-40)
«E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Audio della riflessione
Ci sono parole che nella nostra esperienza facciamo fatica a capire … faccio qualche esempio: infinito, eterno, sempre, mai, illimitato, perpetuo, perenne … le usiamo per dire alcune esagerazioni o alcune esigenze che stanno nella nostra vita.
Vogliamo amore eterno, possibilità senza limiti, promettiamo per sempre, diciamo che non ci dimenticheremo mai … soprattutto se si pensa all’esperienza del tempo, che finisce, ci perdiamo alla ricerca dei significati.
Gesù usa uno di questi termini con grande enfasi: eterno; promette a chi gliela domanda la vita eterna, chi crede in lui avrà la vita eterna. Eterno significa pieno, senza limiti, oltre ogni tempo, senza fine.
E’ possibile per noi pensare qualcosa che non finisce mai, che continua per sempre? Nella nostra vita facciamo esperienza di realtà che hanno tutte una vita breve: tutte le cose che vediamo sono limitate; di infinito ci sono forse dei pensieri ricorrenti … tutto è caduco, tutto è finito: Sempre e mai non fanno parte della nostra esistenza o per lo meno sono riferite impropriamente al tempo della nostra vita che non ha niente di illimitato, di eterno.
Invece Gesù ci dice che chi crede in Lui ha la vita eterna, la pienezza, l’infinito, la perennità: c’è una vita che è stata guadagnata a noi dalla sua croce che avrà il massimo di felicità e che non tramonterà mai. Lui solo è capace di donarcela, di farcela vivere, di renderci degni di goderla … è la sua vocazione, è il compito che Dio Padre gli ha affidato: la sua volontà, da sempre stabilita sul mondo, è che “non perda nulla di quanto egli mi ha dato”.
Dio è Padre e se ama, ama per sempre! C’è una vocazione per ogni uomo, un dna che non tramonta e che caratterizza la vita: essere per sempre nella sua felicità.
Sono pensieri che ci danno le vertigini, perché vanno al di là di ogni esperienza, ci inondano di stupore e ci immergono in una vita che non è quella che sperimentiamo … ma sicuramente quella che desideriamo, che sogniamo, e Gesù ce l’ha presentata: Lui è incaricato solennemente da Dio Padre di non perdere nessuno di noi.
Capiamo allora ancora di più quella sua decisione irrevocabile e sofferta di prendere la croce: voleva bucare il cielo e farci tutti salire ad abitarlo per sempre, per questo ha iniziato il discorso sull’eternità dicendosi pane della vita, una vita che va ben oltre l’esperienza che abbiamo … della nostra.
Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
Audio della riflessione
Fame e sete sono bisogni che assillano ancora molta parte dell’umanità: fame e sete di pane, di nutrimento, di acqua, degli elementi fondamentali della vita umana dividono ancora l’umanità in ricchi e poveri, in affamati e sazi, in denutriti e obesi.
Parole come pane e acqua, in alcuni nostri contesti non dicono niente, in altri sono ancora e sempre l’assillo quotidiano: il bisogno di pane e di acqua, la fame e la sete non sono solo di un momento, ma tornano sempre finché viviamo, ci accompagnano per tutta la vita, sono segno di salute, di voglia di vivere …
.. e Gesù parte da questa esperienza determinante per aprire l’uomo a una prospettiva più ampia della sua esistenza: tutto il capitolo sesto di Giovanni, iniziato con una moltiplicazione dei pani, ci comunica il progetto di Gesù “pane di vita” che è culminato nel discorso eucaristico dell’ultima cena … e questa settimana la liturgia ce lo presenta ogni giorno fino alla completezza.
C’è una fame e una sete che non passa col cibo e con l’acqua; ci sono dei bisogni profondi che non si possono esaudire con cibo e bevanda; ci sarà una sorgente di acqua zampillante che è fatta per un’altra sete … un pane che è fatto per un’altra fame? E’ la sete di felicità, è la fame di amore: per questi bisogni occorre un altro pane, un’altra acqua.
Aveva provato quella donna al pozzo in Samaria a dialogare con Gesù di acqua, di pani, ma Gesù subito la smaschera: “Non ti nascondere dietro questi bisogni, tu hai un’altra sete più profonda dentro. Abbi il coraggio di guardarti nella coscienza e di leggere che hai una vita da alimentare con lo Spirito.”
Gesù si pone davanti … agli uomini come il pane della vita, il sostegno vero, il nutrimento necessario, normale, quotidiano: “vai cercando felicità ovunque, perché non la cerchi nella mia vita, nella mia Parola? Perché non ti decentri dal tuo continuo guardarti addosso e non alzi lo sguardo a me per aprirti alla bellezza di Dio, alla pienezza della felicità?”
Gesù risorto si presenta al mondo proprio così: il pane della vita, il sapore dei nostri giorni, il nutrimento della nostra fame di verità, di gioia, di amore, ma anche di solidarietà, di carità, di disinteresse … non solo, ma si rende presente in questo pane e ogni chiesa è la casa, la custodia del pane della vita, che è il pane di un Dio che non ci abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 26-27) dal Vangelo del giorno (Gv 6,22-29)
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Audio della riflessione
C’è un istinto fortissimo nella nostra vita che è quello della conservazione: scatta dentro di noi per sopravvivere, fin dai primi istanti di vita ci fa piangere, urlare, chiedere perché abbiamo fame e vogliamo essere nutriti.
Un bambino non sente ragioni finché non lo si soddisfa … poi l’istinto modifica i suoi modi di esprimersi, usa la ragione, l’intelligenza, la furbizia, l’ingegno, si organizza, produce, accumula: insomma … diventa un interesse che non ti abbandona mai nella vita, tanto che se non ti lasci educare da valori più alti rischi di non uscire dal circolo vizioso che mette te al centro della vita e tutti gli altri attorno, e magari in dipendenza: allora anziché istinto diventa calcolo, cattiveria, sopruso, sfruttamento, disumanità.
L’amore deve farsi strada entro questa prepotente tendenza!
Gli ebrei del tempo di Gesù erano stati sfamati da quella prodigiosa moltiplicazione dei pani: “Che bello! Con Gesù abbiamo risolto il problema della fame. Che vuoi di più? Noi lo seguiamo e lui ci mantiene; parla bene, dice delle cose belle, è buono, sa aprirci il cuore e ci permette pure di vivere.” … e Gesù non manca di farlo notare alla gente che lo segue: “voi mi cercate perché vi siete riempiti la pancia; quello era un segno e voi vi fermate al segno; dovete fare uno sforzo per andare oltre. Non si vive per mangiare, ma si mangia per vivere. Non solo, ma c’è una vita da nutrire che non è soddisfatta dal cibo materiale; la vostra vita ha bisogno di fare un salto di qualità, dovete coltivarvi un’altra tensione, più forte dell’istinto della fame, che vi apre spazi di bellezza, di amore, di generosità, di poesia, di spiritualità.”
L’uomo non ha bisogno solo di pane e di cose materiali per dare significato al suo vivere, ma soprattutto ha bisogno di dare risposta alla fame di verità, di libertà, di felicità che sente continuamente crescere dentro: ha un cuore che non si può fermare a girare attorno a se stesso, ha uno spirito che lo tende sempre verso qualcuno che sta oltre, ha sete di Dio … e la sete di Dio la si soddisfa solo con la fede.
Gesù si pone al crocevia di questa sete e si offre come sicura speranza di pienezza di umanità, quella cui tutti aspiriamo, e la sua preoccupazione è quella di aiutarli a mano a mano a pensare a un altro pane che è Lui stesso, e che è l’Eucarestia.