La Parola ascoltata e accolta è la vera parentela con Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 3, 31-35)

<<Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? ”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”>>.  

Titolo di consanguineità è essere figli della stessa madre o dello stesso papà, spesso però è anche far parte dello stesso popolo, della stessa famiglia, della stessa terra, delle stesse tradizioni.

E’ fare esperienze comuni, incontrarsi, essere amici, lavorare o studiare assieme, far parte della stessa squadra: Ti basta spesso avere una foto assieme a una persona importante per gloriarti con gli amici della tua dimestichezza con lei.  

La gente pensava che anche nei confronti di Gesù bastassero titoli di consanguineità per far parte della sua squadra, per sentirsi legati a lui, come biglietto da visita da presentare.

Se sono del suo giro, se appartengo al suo gruppo, posso accampare alcuni privilegi e alcuni diritti su di lui.

Posso rivendicare una maggiore intimità, magari anche qualche potere di raccomandazione o diritto di precedenza. 

Arrivano infatti la madre e i parenti e la gente crede che Gesù debba far loro posto nel suo programma di annuncio, debba in qualche modo mostrare deferenza, sospendere la sua predicazione per una simpatica rimpatriata. 

Gesù invece dice che il legame più vero e più bello che si può avere con lui non è tanto la consanguineità o la parentela, ma il fare la volontà di Dio, cioè l’impostare la vita sul progetto di Dio nella storia.

Si entra nell’intimità con Gesù non richiamando parentele, ma facendo un salto di qualità  abbandonandosi nelle braccia di Dio. 

Nessuno davanti a Dio è garantito per elementi esterni, perché magari va in Chiesa o fa parte della parrocchia, o bazzica sempre negli ambienti ecclesiali, perché conosce un cardinale o un vescovo, o ha parlato col papa, ma solo nella coscienza di lavorare assieme a Dio per la costruzione del suo piano d’amore.

La sua volontà è soltanto quella di far trionfare l’amore.

Diventi suo vero consanguineo se scorre nella tua vita la sua stessa linfa, la sua stessa parola, il suo piano di salvezza per tutti gli uomini 

L’atteggiamento dell’ascolto della Parola ci rende fratelli di Gesù, la ricerca di lui, l’atteggiamento di chi si converte interiormente a Lui, ogni giorno, perché ogni giorno dice: sia fatta la tua volontà e in questo modo sperimenta il Dio che non ci abbandona mai.

26 Gennaio 2020
+Domenico
 

Di Buon senso si può morire: Gesù il vero centro della vita

Se ne sentono tante idee oggi in giro anche riguardo alla religione: ti sembrava di avere acquisito qualche buona idea qualche taglio comportamento legato alle tradizioni, al buon senso, ad abitudini collaudate e invece ti senti dire … che non va più bene questo, non è più esatto quello: occorre comportarsi in maniera diversa, ogni tanto appare un predicatore che ti sconvolge e non so più a chi credere, se resti abbarbicato le tue idee passi per sorpassato non all’altezza dei tempi “moderni”, se cambia e ti adatti ti sembra aver tradito Qualcosa di grande che ti aveva promesso di vivere con onestà …

Era capitato qualcosa del genere alla gente che ascoltava Gesù: si domandavano “Ma questo, che dice?”

Ci fa nascere speranza quando parla ma non è proprio come quello che noi comunemente ci siamo imparati nelle nostre frequentazioni della sinagoga: è un insegnamento che esige una conversione dei nostri modi di pensare ma prima di cambiare dobbiamo vedere bene di che si tratta, potrebbe essere anche il demonio che si tenta …

Ecco: la prima grande accusa Gesù è un demonio che ti porta al male!

Forse perché era scomodo ascoltarlo, forse proprio perché metteva in discussione il loro modo di avere ingabbiato Dio nelle loro abitudini: e Gesù, con pazienza, a far capire che è troppo comodo chiamare “demonio” il suo invito alla conversione, è una buona scusa che non ti permetterà mai di uscire dalle tue sicurezze, dai tuoi peccati, dalle tue posizioni errate: dire che Gesù è un demonio è una bestemmia im-per-do-na-bi-le!

Capita anche noi oggi per le nostre comunità di opporci a ogni cambiamento, in meglio, della nostra vita di adagiarsi sul “buon senso” che anche un buon maestro, ma non è sufficiente a offrire ragioni vere di vita

Di buon senso si può morire! il buon senso ti dice che sono mai d’accordo in casa Puoi separarti se trovi anche un’altra persona ti rende felice e invece il tuo marito no, puoi tranquillamente cambiare … che se non puoi mantenere un altro figlio, perché non lo abortisci?

che se hai una buona occasione per far soldi Basta che non si veda anche se è disonesto non puoi fare che se hai occasione puoi anche arrotondare sempre

Che qualche avventura sentimentale “permessa”, ti muove un po’ la vita

Questo secondo voi sarebbe … cristianesimo perché questo si sente

La speranza nostra un’altra e di poter avere qualcuno che ti dà luce che ti dà convinzioni difficili da vivere, ma vere

Gesù in quella Sinagoga aveva fatto balenare davanti ai suoi compaesani la bellezza del Vangelo, che portava a compimento, e un grande cambiamento le loro abitudini più belle, ma non più sufficienti per la ventata di novità che portava lo stesso!

Ma loro non gli hanno creduto e ha cominciato a tentare di ammazzarlo.

27 Gennaio 2020
+Domenico

Decisi, corresponsabili e subito

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 4, 12-23)

Quando si imbocca una strada difficile non sempre si ha il coraggio di continuare: Le tentazioni di fermarsi, di lasciare tutto a metà, di non finire niente sono più di un raro episodio.

Lo vedi in certe regioni in cui si cominciano le case e le lasciano per decenni con le impalcature per l’ultimo piano; lo vedi nella politica che è l’arte di non decidere mai, di rimandare all’infinito; lo sperimenti nella tua vita privata quando sei convinto di dover prendere alcune decisioni per mettere ordine nella tua vita, nei tuoi affetti, nelle tue passioni che spesso debordano e rimandi continuamente. 

La dieta comincia sempre il giorno dopo. 

Allora ti capita come quando devi alzarti al mattino: non vorresti mai uscire dal letto, maledici la sveglia, la metti lontano per costringerti a uscire dal letto, spegni quella maledetta soneria, ma poi risalti nel letto, inventi tutti i ragionamenti possibili per convincerti che non è necessario alzarsi, che le cose si possono fare anche più tardi… nella vita invece ci sono momenti in cui occorre un colpo di reni che ti mette nella direzione giusta.  

Gesù ha dato una decisione definitiva alla sua vita da sempre, ma nella sua esistenza umana ha preso una decisione per il Regno di Dio e si è tagliato dietro tutti i ponti.

Lasciò Nazaret, il luogo della sua infanzia, la sua gente, il suo lavoro, i suoi amici, sua madre e venne ad abitare a Cafarnao.

Una cittadina sul lago, crocevia di genti e di affari.

Qui circolava tanta gente e quello che aveva in cuore da realizzare qui lo poteva comunicare a tutti.

Era preso da urgenza, non da fretta, non c’erano da fare tante cose, c’era da prendere una decisione, occorreva sbilanciare la propria vita, i propri affetti, i propri progetti, la stessa vita sociale e religiosa dalla parte del Regno di Dio, dalla parte del Vangelo.  

Subito  si sceglie una squadra di persone, quasi impossibili per vivere assieme tanto son diversi, ma tanto necessari per darci esempio di come essere tutti i battezzati: coraggiosi e decisi a  diventare collaboratori, anzi corresponsabili.

Tutti da amare, da lasciare liberi di decidersi senza voltarsi indietro.

Un avverbio la sua chiamata ha scatenato in tutti: “subito”, senza tentennamenti, decisi, disponibili, vite da reimpostare, ma dentro il suo grande amore e la sua accorata preghiera al Padre prima di sceglierli. 

La notizia sconvolgente che non doveva lasciare tranquillo nessuno era la grandezza e la paternità di Dio che si stava manifestando in Lui.

Segno di questo nuovo che stava irrompendo nella storia erano le molteplici guarigioni che Gesù operava: faceva toccare con mano che la vita poteva prendere un’altra piega; se le malattie erano vinte, perché non lo doveva e poteva essere la malattia ancora più profonda che è il peccato, il cuore marcio. 

Era finito l’incubo della storia, l’uomo poteva ancora abitare una speranza.  

26 Gennaio 2020
+Domenico

Meglio una chiesa incidentata in uscita, che morta di inedia

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16, 15-18)

L’uomo è per sua natura un pellegrino, un viaggiatore, lo è stato nei secoli più antichi, quando c’era solo il cavallo o la barca, lo è oggi con tutti i mezzi di trasporto più moderni: Fa parte della sua natura essere cercatore, scopritore, contemplatore del creato, della natura.

Soprattutto è viandante perché ha dentro di sé una forza incoercibile che è quella di far sapere, di comunicare, di rendere partecipe l’altro della gioia che vive.

L’uomo non è fatto per tenere per sé, ma per offrire e trova la sua gioia nel  condividere.  

Per questo alla fine del vangelo di Marco c’è un comando perentorio di Gesù, un comando che destabilizza, che non permette di stare chiusi nel proprio egoismo, ma apre all’inedito di Dio, alla sua novità assoluta: andate.

Non si può star fermi quando hai visto che è giunta la pienezza dei tempi. 

Papa Francesco direbbe e ripete sempre: uscite 

Gli apostoli hanno fatto molta fatica a entrare in questo ordine di idee, come stiamo facendo noi che se, usciamo, torniamo subito indietro.

Già era sembrata di averla scampata bella quando hanno saputo che Gesù era vivo, che il Sinedrio non aveva detto l’ultima parola su di Lui; grazie a Dio lo avevano incontrato risorto, dopo i giorni bui della passione e morte.  

Ecco, si dicono i discepoli,  adesso le cose sono state ben sistemate. Si sa chi ha colpa, si sa che Gesù è risorto e questo ci dà una grande serenità.

Il male non vince, gli inferi sono spalancati.

Questo Gesù ci ha veramente riconciliati con le nostre radici e ci ha anche aiutato a dare alla nostra vita la sua serenità.

In questo stato d’animo si sarebbero adagiati i discepoli se non avessero avuto questo comando perentorio: andate.

Non sono venuto al mondo solo per aggiornare la vostra vita religiosa, sono venuto a portare un fuoco e voglio che divampi.

I confini del popolo di Israele sono troppo angusti, occorre prendere il largo; la mia casa è il mondo, la Parola  deve correre ovunque, la salvezza è per tutti. 

San Giovanni Paolo II ci ha lasciato questo invito come testamento nel 2000 

Gli apostoli capiranno come obbedire a questo comando dalla vita, dalle persecuzioni.

Paolo convertito mette in pratica definitivamente questo comando quando in un processo che volevano intentargli i giudei si dichiara cittadino romano e per questo ha diritto di essere giudicato a Roma dall’imperatore e parte per Roma, dove annuncia Gesù, dove il vangelo prende  casa, nel cuore del mondo di allora.

Il mandato di andare è la scelta di Dio di abitare il mondo, dimostrando di non abbandonare nessun popolo, nessuna nazione. 

Non saremo noi nella nostra piccineria a bloccare questo comando, a dire prima gli italiani, anche se tra noi c’è sempre bisogno di un nuovo primo annuncio. 

25 Gennaio 2020
+Domenico

Nessuno è a questo mondo a caso

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 3, 13-19)

<<Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì>>.  

Tutti abbiamo provato la spiacevole situazione di andare a un incontro, a una manifestazione, a un appuntamento con persone nuove e di restare in un angolo, senza essere presentato, senza nome, senza collocazione.

Magari non hai nemmeno un amico con cui condividere l’imbarazzo e trovarti un alibi.

Sei lì, solo, nessuno ti dice niente, imbarazzo assoluto.

Peggio ancora quando con amici si decide di fare qualcosa di interessante, tutti hanno un ruolo da svolgere, una parte da fare, un incarico da sostenere e tu sei lasciato lì inerte: nessuno ti dice niente, nessuno ritiene di darti una qualche responsabilità; sei proprio il due di coppe. 

Non trattava proprio così nessuna persona, Gesù nella sua missione.

Ciascuno nella vita ha un posto.
Nessuno è a questo mondo a caso.

Siamo tutti destinatari di una chiamata, di una “vocazione” diciamo noi in “ecclesialese”: Vuol dire che tutti abbiamo un posto, non un destino!

Tutti abbiamo una missione che ci viene proposta e che noi possiamo accettare o meno, dipingere con la nostra creatività o sopportare, caricare delle nostre energie e del nostro entusiasmo o lasciar cadere.  

E’ stata la prima cosa che ha fatto Gesù quando ha iniziato la sua vita pubblica: ha chiamato dodici persone a far da gruppo stabile che vivesse con lui e li ha chiamati tutti per nome.

Era sicuramente la compagnia più impossibile che potesse esistere: lenti nel capire, incapaci di collaborare, qualcuno poi si è rivelato un traditore, qualcun altro aveva solo interessi personali.

Ma Lui Gesù li ha chiamati tutti a uno a uno e ha fatto loro la proposta del regno e ciascuno ha giocato la sua libertà e la sua vita.

Sono passati attraverso entusiasmi, tradimenti, sperimentazioni, paure, ma alla fine quella chiamata personale li ha visti tutti rispondere con decisione: Tutti hanno visto naturale seguire il maestro, stare dalla sua parte, ciascuno con la sua caratteristica umana che è già una strada che Dio ci indica per farci capire chi siamo e come siamo originali. 

Qualcuno invece se ne è andato e ha tradito. 

Non siamo fatti con lo stampino, ma ogni uomo è un capolavoro originale e a questo capolavoro partecipiamo con la nostra risposta. 

E’ così per tutti: all’esistenza siamo chiamati, non ci siamo a caso, non siamo al mondo per un preservativo rotto, ma tutti chiamati a una speranza viva. 

24 Gennaio 2020
+Domenico

Lo voglio toccare, non mi basta vederlo e ascoltarlo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 3, 7-12)

La gente si sposta per i mercati, si sposta per i divertimenti, si sposta per sentire persone significative… Ma molta gente si sposta soprattutto in cerca di speranza: I malati sono spesso questa gente.

La ricerca di sollievo alla sofferenza mette in tutti i malati una grande attesa; quando sentiamo che da qualche parte di questo mondo c’è qualcuno che può risolvere le nostre angosce o le nostre malattie facciamo tutti i sacrifici possibili per tentare una possibile strada che ci dà guarigione, che risponde alle nostre sofferenze.  

Gesù nel suo pellegrinare spostava le popolazioni che venivano a contatto con la sua Parola, con il suo messaggio nuovo, con la forza con cui accompagnava quanto diceva.

E la gente era talmente interessata a Gesù che lo travolgeva, voleva un contatto fisico con lui, dice il Vangelo: <<gli si gettavano addosso per toccarlo>>.

Si è fatto come pulpito una barca così che almeno, parlando da qualche metro dalla riva dal lago, non lo schiacciassero: Non era fanatismo, ma desiderio di dare salvezza alle loro vite, certezza di essere a contatto con Dio e di poterglisi affidare.  

Noi guardiamo con supponenza a questa folla che si stringe attorno a Gesù, perché crediamo di essere autosufficienti, di non aver bisogno di un salvatore, perché crediamo che ci salvi la scienza, o il progresso, l’avere denaro e amici.

Per le malattie abbiamo gli ospedali, per le depressioni le medicine, per la solitudine le città e le piazze, per i problemi tecnici il progresso, per i contenziosi i tribunali, per gli imprevisti le assicurazioni.

Eppure ci riduciamo ancora miseramente a fare la fila dai maghi o dagli spacciatori, ci facciamo incantare dagli imbonitori, abbocchiamo all’ultima moda che ci promette la felicità e l’eternità. 

Ma alla fine sentiamo che tutto quanto è in nostro potere non basta. Abbiamo bisogno di un salvatore, anche noi uomini e donne del terzo millennio abbiamo bisogno di Dio, cerchiamo anche inconsciamente, un contatto con Lui.  

E Dio in Gesù si lascia toccare, già da allora, ma anche oggi, Dio si presenta all’uomo e si fa incontrare in Gesù.

Lui si fa incontrare nella quotidianità della nostra vita, nel rapporto tra di noi, nel volto del povero, nella vita sacramentale, nella sua Parola.

Le chiese possono essere vuote, ma la sua presenza non si contrae: viene lui a cercarci, perché Dio non ci abbandona mai. 

Soprattutto dobbiamo rivalutare quegli incontri con Gesù che sono i sacramenti dove il toccare, il vedere, il provare la concretezza di un segno, di un sentimento, di un contatto fisico ci dà la certezza che l’incontro con Gesù è vero non è nessuna illusione o fantasia. 

23 Gennaio 2020
+Domenico

I cristiani sono sempre persone a vita “piena”

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 3, 1-6)

<<Entrò di nuovo nella sinagoga. C`era un uomo che aveva una mano inaridita, e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. Egli disse all`uomo che aveva la mano inaridita: “Mettiti nel mezzo!”. Poi domandò loro: “E` lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?”. Ma essi tacevano. E guardandoli tutt`intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell`uomo: “Stendi la mano!”. La stese e la sua mano fu risanata>>. 

Trasgressivo, impetuoso o provocatore.

Chi?

Il solito rivoluzionario datato, che esce da qualche centro sociale? Uno squatter che sogna ancora di potersi opporre alle decisioni della globalizzazione? Un giovane senza piedi per terra e arrabbiato con tutti?

No, stavolta, non solo ora e non a caso, è Gesù.

Dice il vangelo che proprio di sabato Gesù stava in una sinagoga.

Proprio di Domenica, diremmo noi, Gesù stava in Chiesa per le sue funzioni. 

Tra i banchi c’è un importuno che crede di essere arrivato in un ambulatorio con una mano rinsecchita, brutta da vedere, inutile e ingombrante.

Non prende, né stringe, non lavora né accarezza, non è più umana: È un peso.

Ha sentito parlare di Gesù, sa che fa cose straordinarie e lo insegue.

Chi sta male non bada a niente, va pure dal fattucchiere, sperpera tutto quello che ha per ritornare sano, per godere della vita. 

Gesù lo vede proprio mentre sta vivendo un momento religioso, liturgico, alto, pieno di dignità. “Mettiti nel mezzo” gli dice.

Gira uno sguardo che raggela molto più del professore in cerca della vittima da interrogare.

Gli faccio sto regalo della salute, o no?
Rimetto vita in questa mano, o no?

Tacciono tutti! Stavano pensando: ma non può aspettare domani? Questa sorta di monco non può tener duro ancora un poco?

E tu Gesù che vedi quanto la gente ormai va in Chiesa solo per interesse, per trarre vantaggi, non puoi farlo aspettare, farlo pregare, fargli capire che Dio sta al di sopra di tutto, che la malattia più grave è quella dello spirito, è il peccato, che una mano rattrappita, a cui si è da tempo abituato, può ben aspettare? 

Che ne sarà di questa nostra religione se la scambiano per una spalla su cui piangere? Che ne sarà della Chiesa se la scambiano per un ambulatorio? Che ne sarà della fede se la si baratta per un tornaconto?

Gesù s’arrabbia e si rattrista, si altera, perde la calma olimpica dei cinema: occhi azzurri, capelli biondi, passo danzante.

Perde il sorriso, si fa triste, non vede amore vede solo formalismo, la presunzione per principio, vede difensori di un Dio che hanno incastrato in comodità umane e dice «stendi la mano». La stese e fu guarito

Guarda! la religione di Gesù è l’uomo a vita piena ma soprattutto è lui il Signore che dispone anche del sabato. Ma se si va avanti così, che cosa resta? Resta Lui da interrogare sempre, su ogni questione della vita. 

Resta la nostra umanità da riportare alla sua piena dignità e scoprire e ringraziare Dio perché siamo fatti a sua immagine e dobbiamo ridiventarlo sempre, non solo nelle mani. 

22 Gennaio 2020
+Domenico

L’uomo non per la legge, ma è il centro anche di essa

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2,23-28)

C’è stato un tempo in cui tutto il nostro comportamento era definito da leggi, regole, precetti: Per la vita morale si mettevano in evidenza i comandamenti, per la vita sociale c’era una galateo o buona educazione che prevedeva regole minuziose.

Poi la spontaneità ha cominciato a dilagare, ma con la spontaneità anche la diseducazione, lo smarrimento, la mancanza di rispetto e l’incapacità di vivere serenamente assieme.

Nel formarci una propria personalità e nell’edificazione di sè come soggetto umano maturo ed adulto, la legge, le norme, le regole hanno un ruolo ineliminabile: insegnano a non rimanere prigionieri delle proprie pulsioni e dei bisogni immediati e danno, così, l’accesso alla vera libertà. 

Se la legge diventa un idolo, fine a se stessa si trasforma in una gabbia, toglie la verità ai fatti, fa prevalere una visione ideologica, non vera della vita, dà la stura a partiti presi, a incapacità di ragionare sulla verità.

Era diventato così l’attaccamento al sabato da parte di molti ebrei al tempo di Gesù.

Il sabato per loro, come per noi la domenica, è un giorno grande, bello, rappresentativo.

Era l’irruzione del tempo sacro nel tempo profano, il giorno della pace donata da Dio, della pienezza della visione della gioia del suo volto, segno del tempo finale.  

Invece un po’ alla volta divenne una legge, come la nostra domenica che è diventata un precetto anziché essere un regalo di Dio, una finestra aperta sull’eternità.

Gesù riporta invece tutto alla centralità della persona umana.

La religione non è un insieme di riti, di osservanze, di precetti, di obblighi, ma è un aiuto alla verità piena dell’uomo

L’uomo non è per la legge, non è per il rito, non è per l’autorità o le istituzioni.

Tutte queste realtà sono dei valori, ma sempre relativi all’uomo.

Al sistema di osservanze esteriori Gesù oppone una religione fondata sull’amore e sulla libertà.

L’equilibro non è facile, va sempre cercato nel massimo della verità di se stessi. 

Se questo principio salta si diventa fanatici, si fa della religione un motivo di guerra, si creano talebani disposti anche a uccidere per salvare le strutture.

Noi cristiani fondiamo la religione sull’amore e per amore siamo capaci anche di morire, mai di far morire.

Abbiamo l’esempio in Dio, che ci ha amato fino al dono supremo della vita, per non abbandonarci mai. 

21 Gennaio 2020
+Domenico

Vita cristiana è essere felici in compagnia dello sposo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2,18-22)

  

Col rimescolamento dei popoli, delle tradizioni e delle religioni cui stiamo assistendo, con la relativizzazione di ogni valore anche quello che ci ha aiutato finora a tenere in piedi la nostra vita, con questa post-modernità liquida in cui sembra che tutto perda forma, si adatti, si squagli  ci ritorna spesso la domanda: che significa oggi essere cristiani?

È la domanda dei figli, che crescono con altre abitudini, riferimenti, prospettive, ai genitori.

È la domanda che ciascuno fa alla propria coscienza di fronte alle situazioni nuove e dirompenti e agli interrogativi che esse fanno nascere.  

Qualcuno osa dire semplicemente che è meglio non credere in niente, perché pensa che la fede sia vendere la propria umanità a qualche fondamentalismo sottratto all’uso della ragione.

Poi, però, non sa a quale principio ancorare la propria vita.

Erano forse le domande che i discepoli di Giovanni il Battista e la gente che li vedeva così impegnati in una sorta di radicalismo, facevano a Gesù.

La questione era il digiuno, l’affrontare la vita con un impegno personale più definito di fronte a una impressione di leggerezza o di superficialità che sembrava caratterizzare i discepoli di Gesù.  

Avere fede, per noi oggi credere in Gesù Cristo, non è forse impegnarsi in una vita che sa sacrificarsi per gli altri, sforzarsi di controllare le passioni, comportarsi correttamente, andare a Messa la domenica, seguire principi morali impegnativi, darsi da fare per la parrocchia, scrivere nelle nostre abitudini una legge di buon comportamento? Digiunare, insomma. 

Gesù dice in maniera sconcertante:  Si può far diventare il digiuno la cosa più importante quando si fa festa a uno sposo?

La vita cristiana non è prima di tutto ascetica, sforzo titanico di  superamento di sé, ma mistica, contemplazione, essere felici in compagnia dello sposo.

Oggi, ci dice papa Francesco, ci ripetono spesso i Vescovi Italiani, dobbiamo metterci di più in contemplazione di Gesù.  

Abbiamo ridotto la vita Cristiana a una somma di impegni, al tormento di un’agenda sempre più fitta e abbiamo dimenticato di far festa con lo sposo, di lasciarci affascinare da Lui, di farci conquistare dal suo volto martoriato e risorto, dalla sua umanità, dalla sua bellezza.

Solo dopo questo incanto si scatena e diventa possibile ogni sforzo, ogni digiuno, ogni penitenza, ogni sacrificio finanche il dono della vita. 

20 Gennaio 2020
+Domenico

Perdono VERO, non terapia contro il rimorso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 29-34)

Quante volte vorremmo che il male da noi fatto ad una persona  amata non fosse mai stato fatto.

Abbiamo sbagliato, ci rendiamo conto che tutto è capitato in piena coscienza, ma entro una visione sbagliata della vita, in un soprassalto di ira, di cattiveria.

E le conseguenze rimangono, spesso sono irrecuperabili.

Pensi a chi ha ammazzato per odio o per rubare, per idee politiche o per affari, ma anche a noi che grazie a Dio non uccidiamo, ma ci sentiamo spesso egoisti e cattivi, stracciamo affetti e sentimenti, vite e dedizioni.  

Potremo ancora ritornare innocenti?

Molti credono che l’unica possibilità sia il castigo, l’occhio per occhio, la vendetta.

Se anche la giustizia deve fare il suo corso, resta sempre un cuore ferito, una vita spenta, un’angoscia mortale.

“Peccato” chiamiamo noi cristiani  questa colpa che oltre a distruggere sentimenti, legami e vita distrugge lo spirito, l’anima; spegne speranza e cancella l’innocenza. 

Si alza un grido tra la folla al di là del Giordano.

E Giovanni il Battista, il battezzatore che vede Gesù e lo indica dicendo: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo. 

E’ il gesto che ad ogni Messa viene preposto alla comunione: ecco l’agnello di Dio.

Non è un ricordo, ma una storia che si ripete ad ogni celebrazione eucaristica. 

È lui che ha la possibilità di sradicare dal cuore il peccato, di ridare l’innocenza perduta.

I tuoi peccati se anche fossero come scarlatto diventeranno bianchi come la neve.

Non è una medicina psicologica per far passare il senso di colpa, o una terapia contro il rimorso: È Dio l’unico che sa ricucire le ferite che il male provoca in noi, è lui che va oltre ogni riparazione, ogni castigo, è Lui che cambia il male della nostra vita nella prima tappa della rinascita. 

Gli ebrei nell’Antico Testamento credevano di potersi liberare dal male con questo rito: veniva preparato un capro da ammazzare e sgozzare.

Il rito consisteva nello stendere le mani  sul  capro per scaricare su di esso ogni colpa, ogni peccato, un capro da far cacciare nel deserto lontano da tutti caricato dei loro peccati. 

Toccò in forma definitiva fare il capro espiatorio proprio a Gesù. Infatti fu cacciato fuori dalle mura di Gerusalemme sul Golgota, crocifisso e ucciso. 

Dal primo Natale e sempre anche oggi invece è nessun capro, ma lo stesso Gesù che prende su di sé il nostro male, il cumulo dei nostri odi, delle nostre cattiverie infinite e ci ridona salvezza, serenità e innocenza. 

19 Gennaio 2020
+Domenico