Domenico Sigalini (Dello, 7 giugno 1942) è un vescovo e giornalista italiano, Vescovo emerito della sede suburbicaria di Palestrina.
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Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8,18-22)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli rispose: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».
Audio della riflessione
E’ bello sapere che le nostre esistenze di persone, sono sempre state coinvolte da Dio in una chiamata: potrebbe sembrare che sia sempre io che decide della mia vita … c’è stata una evidente libertà di scelta, ma sappiamo che le scelte spesso sono collocate dentro una esperienza che ci precede o che non dipende tutta noi.
Il Signore sempre ci chiama ad essere e ci propone un modo di vivere.
Mettendosi alla sequela di Gesù non è come iscriversi a una scuola, di un maestro che mi dava una competenza, ma è stato sentirci risuonare dentro una chiamata che mi fa Lui stesso, metterci in rapporto vero e profondo con Lui e seguirlo; non siamo stati alunni di un maestro – anche bravo – ma discepoli del Signore!
Allora prima di tutto viene Lui: in Lui troviamo la perla preziosa, la novità assoluta, l’unico affetto della vita … riusciamo allora a capire anche oggi, perché tutte le nostre scuse, pure profondamente umane, non devono avere il sopravvento: devono essere poste a confronto con il Signore e non con una indicazione pedagogica.
La libertà dalle cose e dal piacere che procurano è il primo dono, è quello che Gesù fa al suo discepolo: lo fa uscire dalla madre, lo fa venire alla luce come il Figlio del Padre, un uomo libero!
Certo, anche se riusciamo a capire che Gesù è il Signore, avremo sempre le resistenze del cuore, affetti che vengono prima di Lui, ma il Signore non può essere secondo a nessuno: non sarebbe più il Signore!
Seguire Lui non è pretesa e volontà mia, ma chiamata e dono che Lui fa a me!
C’è un’arte che sta imperversando nei nostri giorni: quella di non decidersi mai, e tenere sempre i piedi in due scarpe, di rimandare all’infinito quello che è necessario fare oggi: è indeciso il giovane che non riesce a trovare la forza di distaccarsi dalla sua famiglia per crearsene una nuova (in Italia si arriva ancora a una media di 34 anni), è indeciso il giovane che si vuol donare a una missione radicale, chi vuol vivere la verginità per il Regno, chi deve orientare una comunità verso mete che esigono “prendere o lasciare”, è indeciso il “politico” che cerca di cavalcare tutte le possibilità e stare a galla sempre, è indeciso forse anche chi non ha il coraggio della verità, e fa il “tappezziere”, mette pezze a tutti, accontenta tutti, anche quelli che dicono e fanno il contrario.
Sarà forse l’arte di governare … non è certo l’arte del seguire Gesù!
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 51-62)
Lettura del Vangelo secondo Luca
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”.
Audio della riflessione
L’indecisione è una tentazione non piccola nella nostra vita: non sai che fare, non c’è chiarezza da nessuna parte e allora decidi “a vista” o aspetti che le cose si facciano da sole … ti lasci distrarre da minoranze agguerrite, da colpi di testa che sembrano risolutivi e invece sono un tergiversare ancora più deleterio, perché imbocchi strade sbagliate.
Avere una meta chiara davanti è un dono da chiedere a Dio e invocare sempre nella vita: ci saranno fragilità, pause, tradimenti, ma la strada è quella lì, non ce n’è un’altra! Se sbagliamo, ci ritorniamo con più forza, almeno con più esperienza!
Gesù è deciso: la meta Lui l’ha chiara … l’ha intuita nel deserto, l’ha intravista nelle diatribe con gli scribi e i farisei, l’ha vagliata nelle notti di intimità con il Padre … ha imboccato la strada più difficile, ma più decisiva della sua vita e va alla meta, costi quel che costi.
Gesù è un forte esempio di volontà, ricerca, determinazione nel decidere la strada che deve fare: per Lui questa strada è la volontà di Dio che ha progettato con Lui la sua vita umana; Gerusalemme si delinea in Gesù come la meta decisiva per realizzare il sogno fatto nella Trinità.
Ci si mettono di mezzo anche i samaritani per distoglierlo dal suo proposito: avrebbe potuto sfruttare queste minoranze o per avere altro pubblico attento o punirli per farsi stimare dagli scribi e i farisei … invece va deciso alla sua meta: si fida del Padre che lo attende su quel legno!
I samaritani erano visti male da ogni ebreo, gli apostoli vorrebbero “bruciarli” per il loro impedimento al cammino di Gesù, ma Lui li aiuta ancora a uscire da qualsiasi acquiescenza a perdere anche solo le persone nemiche, perché si oppongono alla sua strada: anche i samaritani fanno parte del suo regno!
Sarà ancora più evidente la sua volontà quando racconterà la parabola del buon samaritano che era praticamente Lui in persona che andava verso Gerusalemme e si fermò proprio per salvare l’uomo lasciato mezzo morto lungo la strada.
Il suo cammino verso Gerusalemme non è un cammino che ha significato soprattutto geografico, ma è la realizzazione della sua missione, è il cammino che dà struttura a tutta la sua vita, è la spina dorsale della sua vocazione, della realizzazione del mandato trinitario per la salvezza dell’umanità: Lui sa che cosa gli sta capitando, sente la responsabilità del futuro di questi poveracci che gli credono, che ha chiamato dopo tanta preghiera e che hanno lasciato tutto per Lui … non può offrire solo i sentimenti tenui di una dolcissima compagnia: non reggeranno di fronte alla vita, alla piazza, al mondo! Li vede percossi dopo che il pastore sarà tolto di mezzo, legge nel loro cuore ancora le molteplici debolezze, le liti per chi avrà il posto più famoso, coglie in loro una troppo lenta comprensione del mistero della salvezza e li provoca a decidersi.
Il loro tergiversare, il loro accampare scuse, la loro indecisione a seguirlo sono la nostra immagine e Gesù con pazienza ci toglie la maschera di perbenismo con cui ci nascondiamo e fa nascere in noi soltanto sequela, il seguirlo, dietro a Lui fino a Gerusalemme, fino al Calvario, alla croce e Lui ci farà sempre da Samaritano vero, cambiato, sacrificato, ma vittorioso!
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 5-17)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito. Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie”.
Audio della riflessione
Non possiamo non ricordare oggi che in molte parti d’Italia è la festa del cuore immacolato di Maria.
Abbiamo riflettuto, soprattutto il 25 di Marzo quando il Papa ha consacrato tutto il mondo al suo cuore immacolato, sull’importanza di questo nostro “atteggiamento” nei confronti della Madre di Gesù: il riconoscere il suo candore, il suo distacco assoluto da ogni ombra di male, il privilegio che Dio le ha dato di non avere nessuna parte del suo spirito, del suo corpo, della sua vita che fosse stato in possesso del demonio.
Il suo cuore è immacolato, e noi a Lei diamo tutta la nostra “stima” (ci mancherebbe!) ma anche il nostro affidamento, l’affidamento di tutte le nostre vite, l’affidamento di tutte le nostre grandi o piccole “difficoltà”, l’affidamento della Chiesa, l’affidamento del Papa, l’affidamento degli uomini in guerra, perchè nasca nel loro cuore un desiderio di pace e la volontà di pace, perchè nel cuore di coloro che hanno responsabilità risplenda sempre questo candore – infinito direi quasi – che ha voluto Dio per Maria, perchè nessuna macchia di peccato c’è stata in Lei, e quindi Lei è dentro nel paradiso di Dio, è dentro nella bontà del Signore da sempre e per sempre, e ci aiuti a raggiungerla nell’eternità beata!
25 Giugno 2022 – memoria obbligatoria del Cuore Immacolato di Maria +Domenico
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15, 3-7)
Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
Audio della riflessione
L’amore e il perdono di Dio, la sua ricerca appassionata di ciascuno di noi che si allontana, che si perde, che scappa o si nasconde, che brucia il patrimonio di bene in cui è immerso per prendersi soddisfazioni stupide, è la storia di Gesù che ha un cuore squarciato per amore; un cuore che non si è mai più ricomposto perché la cattiveria dell’uomo è sempre grande e la sua libertà è un dono da cui Dio non si ritrae mai.
Sei libero, ti ritrovi a fare sempre quello che ti piace di più, non ti interessa più niente delle persone che ti vogliono bene, ne vuoi sfruttare tante altre, ma sappi che da me puoi sempre tornare, che io non ti mollo, io, tutte le sere prima di chiudermi in paradiso faccio la conta e mi accorgo si ci sei o no, se sei tornato dai tuoi insani percorsi, se ancora una volta ti sei fatto i tuoi giri perversi, il tuo sballo per sentirti vivo, le tue comode isole in cui seppellisci il tuo cuore. Ma il mio cuore è sempre aperto ad accoglienza, a tenerezza, a gesti d’amore. Vorrei che quando tornerai ancora da me, anche il tuo cuore resti sempre aperto perché chiunque ci possa scavare e trovi quello di cui ha bisogno per vivere bene e per essere veramente felice.
Immaginiamo Gesù il buon Pastore così: ha lavorato e dialogato tutto il giorno con le sue pecore che siamo noi, che siete voi; ha ascoltato, ha aiutato, ha tenuto il suo sguardo buono, lieto su tutti sempre e torna a casa parlando con qualcuno, sorridendo a qualcun altro e quando passa in rassegna tutti a uno a uno e sorride, saluta, ricorda qualche cosa di importante da fare o da chiedere, si accorge che manchi proprio tu. Hai fatto la tua cavolata, ti sei voluto prendere la tua libertà, la tua strada; ti hanno fatto fastidio o qualche dispetto i tuoi amici e li hai lasciati. Oppure qualcuno senza che tu lo volessi, ti ha ingannato, ti ha teso una trappola e tu ci sei cascato.
Gesù che fa? Con un cuore già squarciato per amore non ci pensa due volte. Ti cerca, usa tutti gli strumenti: facebook, twitter, sms; chiede ai tuoi amici, ma loro nemmeno si sono accorti che manchi. E ti lancia messaggi: non fare lo stupido, torna a casa che ci sono sempre io che ti voglio un bene infinito. Non crederti disprezzata o ignorata, non stare a specchiarti in una pozzanghera, qui c’è quello che cerchi. E tu magari spegni il cellulare, rivedi un altro messaggio, lo spegni ancora; poi finalmente dici: ma che sto qui a fare da solo in mezzo ai guai? Chi mi credo di essere? Che felicità mi sono trovato, che tutti mi sfruttano, mi fanno complimenti poi mi tagliano le gambe, ne approfittano, mi fanno le moine, ma solo per avermi e per farsi belli di me. Allora lanci un sms: arrivo subito, aspettami, ti voglio abbracciare.
E Gesù ti prende, ti accarezza, ti carica sulle spalle e ti porta a casa, convince i tuoi amici a volerti ancora bene e continui a vivere con Lui. Gesù non è una persona da internet, da twitter, da facebook, è una persona vera che abita in te. La vera vita è questa. Si può sbagliare, si può abbandonare qualche volta la chiesa, ma la casa è sempre questa! Ci sarà sempre qualcuno che aspetterà il vostro ritorno. E voi stessi diventerete dei buoni amici per tutti, racconterete la gioia che si ha a comportarsi bene, a seguire Gesù a diventare suoi amici, a sentirsi accolti da quel cuore squarciato, ma sempre aperto per scavare gioia e felicità per tutti.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1, 57-66.80)
Lettura del Vangelo secondo Giovanni
Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Audio della riflessione
Quando vivi degli avvenimenti intensi sembra che il tempo si fermi, l’attesa si fa spasmodica, conti i giorni, le ore, i minuti, poi ti guardi un attimo indietro e vedi che il tempo è passato, che gli avvenimenti procedono con una certa inesorabilità; la vita che è iniziata si radica, continua, ha i suoi ritmi che paiono lenti, ma che procedono inesorabili. E così avvenne anche per Elisabetta: la sorpresa, la vergogna di vedersi incinta alla sua età, la consolazione di avere Maria a farle compagnia, il grande evento che in Lei si sta compiendo…
Tutto continua e nessuno più ferma la nuova storia e viene il giorno in cui questo Giovanni nasce, le meraviglie, le incredulità, la sorpresa che pure ciascuno viveva nella sua interiorità prendono fuoco, perché ora Giovanni è lì, il suo pianto è vero, il suo corpo se lo coccola sua madre, se lo mangiano con gli occhi tutti. Zaccaria è muto, è un padre ancora senza parole, gli ripassa nella mente tutta la sequenza del Tempio, della promessa, tutte le attenzioni di questi nove mesi. Elisabetta si fa aiutare, Maria dopo tre mesi ritorna a casa sua. Ora la storia di Dio continua in Lei, anch’essa ha bisogno di rientrare nella sua intimità a custodire il futuro dell’umanità.
Il bambino di Elisabetta è nato e arriva anche il giorno della Legge, il giorno della circoncisione. Questo figlio fa parte di un popolo, non nasce in un deserto di relazioni e di storia, è dentro un nobile casato sia per parte di Zaccaria che di Elisabetta. Di nomi da ereditare ce n’è tanti e tutti nobili, tutti capaci di rievocare gesta, ruoli elevati, funzioni eminenti. A cominciare dai capostipiti Abia, per Zaccaria e Aronne per Elisabetta. Ma il bambino è destinato a far scoppiare il futuro, non a clonare il passato.
“Chiedevano con cenni a suo padre”… i muti ora sono tutti, come si fa di solito con chi non parla, con chi deve esprimersi a cenni. Pensano forse che Zaccaria sia sordo e lo seppelliscono nell’isolamento, lo privano di qualsiasi normalità. Zaccaria esprime ancora per l’ultima volta la sua tensione di non essere capace di dire e scrive: Giovanni sarà il suo nome. Lui deve annunciare la novità assoluta, definitiva per l’umanità, non sarà cultore del tempio, non si metterà in fila come tutti a ripetere un passato anche glorioso, non farà come suo padre i turni settimanali dell’offerta dell’incenso, intuirà invece e indicherà con forza la venuta del Salvatore, brucerà di ardore per l’attesa del compimento. E il vangelo conclude la narrazione della sua nascita: Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Zaccaria torna a parlare e la gente, noi, a riflettere a domandarci: ma Dio che vuole da noi? Che vuole da noi con tutti i doni che ci fa?
23 Giugno 2022 – Natività di San Giovanni Battista +Domenico
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7, 21. 24-27)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Audio della riflessione
Si continua a dire che oggi mancano i valori, mancano i riferimenti, i giovani non hanno nessuna certezza cui aggrapparsi, ciascuno naviga a vista, senza bussola, senza sapere dove sta andando. Mai come oggi si sente la necessità di ancorare l’esistenza a qualcosa di solido, di incrollabile, a qualcosa che ti dà sicurezza.
Vuoi affrontare la vita di famiglia, vuoi affrontare un nuovo lavoro, ti vuoi impegnare in una attività sociale, ma vuoi sapere su che basi solide. Quando si applicano queste ansie al mondo economico, alla vita fisica, agli interessi della produzione si esce il prima possibile dall’incertezza. Le banche si abbarbicano a principi solidi di credito, non si possono permettere avventure, anche se qualcuno le tenta ingannando tutti. Nella conduzione delle nostre piccole o grandi economie domestiche si cercano punti solidi, lavori sicuri, impegno di piccoli o grandi capitali con tanta oculatezza e spesso si sperimenta il fallimento, manca il lavoro, vengono meno le solidarietà.
E nella vita spirituale? Purtroppo ci adattiamo a tutto, seguiamo la moda, ci facciamo ingannare dalle pubblicità, da stili di vita ingannevoli, i classici specchietti per le allodole. Il mondo dei mass media spesso è complice a ragion veduta, distribuisce ricette di felicità insospettabili, ti fa balenare davanti agli occhi una falsa felicità.
Gesù ha una immagine che stigmatizza molto bene questa situazione: stiamo costruendo la casa sulla sabbia. Stiamo costruendo la nostra vita sul niente, sull’effimero, sull’inconsistenza, sui disvalori, sull’inganno. Non regge, non è possibile avere futuro. Puoi stare a galla in tempi normali, forse, ma basta una piccola difficoltà che tutto crolla. E siamo sufficientemente smagati per vedere quanto maggiori sono i tempi di burrasca nella vita che i tempi di tranquillità. Sembriamo gente che si mette in viaggio con un bel cielo sereno e crede che sia sempre così, non si ricorda del vento, della pioggia, del freddo, della bufera. Crede sufficiente la solita maglietta, affronta l’inverno in maniche di camicia.
Altra sabbia è far la pace con le armi, con la sopraffazione, con la menzogna, con il pugno di ferro. Prima o poi la pace crollerà di nuovo.
La nostra vita va fondata sulla roccia, non può rischiare di franare per il primo colpo di vento. E la roccia, i valori, il riferimento, la sicurezza è Gesù, è la sua parola, accolta, messa in pratica, stimata, diffusa; queste sono fondamenta solide. È fondare la vita su Gesù. Se facciamo questo stiamo sicuri che la roccia che è Dio non cederà. Il suo amore è per sempre.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7, 15-20)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete».
Audio della riflessione
Distinguere il vero dal falso è un grande problema soprattutto da quando, ma forse è sempre stato così, le parole non vengono più caricate di impegno di verità. Si parla, si dice, si approssima, si sospende, si ammicca, non c’è quasi mai un parlare responsabile. La persona spesso si difende e mente, fa il fabulatore, ti giura sul suo onore cose non vere. Se sei abituato a dare fiducia resti ingannato. Deve allora nascere qualche criterio di verità, di discernimento, di affidamento a quello che dicono di essere le persone che incontri o che collaborano con te. Il vangelo dice molto semplicemente: li potrete riconoscere dai loro frutti. Possono parlare e dire, incantare e affascinare, ma se non si vedono frutti, se non c’è una vita coerente con quello che si predica, se non appaiono cose ben fatte, esperienze di cambiamento radicale, comportamenti oggettivi che si possono valutare, non cresce la fiducia e si rimane nell’incertezza.
Si può ingannare anche con qualche frutto provvisorio, con qualche messa in scena, ma, una vita donata è diversa. Gente falsa ce n’è sempre, e persone ingenue che si fidano pure, ma la vita cristiana è una forza che risana alla radice ogni malizia, toglie ogni maschera, permette al bene e alla verità di splendere.
Il discernimento ha bisogno di intelligenza, ma soprattutto di comunione, di scambio, di confronto, di comunità. Da soli saremo sempre in balia della malvagità, assieme potremo dare forza alla voce dello Spirito, aiutarci gli uni gli altri ad ascoltarla, a individuarla tra le tante sirene che spesso ci ingannano.
Il tornare con impegno e stima alla vita di comunione che ogni parrocchia a fatica sta ritessendo dopo la pandemia è più di un impegno, è una scelta che porta frutti di pace e di sostegno vicendevole sia per la vita che per la fede.
Di questi tempi è troppo facile cadere vittime di promesse di salvezza, proprio perché o siamo disperati o abbiamo perso fiducia in tutto. Anche San Paolo rimproverava le prime comunità cristiane di essere troppo facili a farsi accarezzare le orecchie da vanità e falsità. Molti dicono il Signore è qui o è là, in base a fenomeni strani. Abbiamo bisogno di stranezze, di miracoli, di fenomeni sorprendenti o ci deve bastare solo al Parola di Dio come è annunciata e vissuta nella chiesa e tra la gente semplice? Al cristiano basta constatare i frutti dello Spirito che vengono dall’ascolto obbediente della Parola di Gesù.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7, 13-14) dal Vangelo del giorno (Mt 7, 6.12-14)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!
Audio della riflessione
La porta è una fessura in un muro che divide, difende, separa, chiude, ostacola. La porta è il luogo in cui si affaccia l’amico, la madre, l’ospite che ti accoglie, la porta è un varco che apre a un futuro o chiude a un passato. C’è una porta larga facile da passare, che non ti impone nessun cambiamento, nessuno sforzo, non è quasi un passaggio o una entrata, ma ancora una parte della strada; e c’è una porta stretta invece che ti obbliga a orientarti, a cambiare, a riflettere se ne val la pena, a che cosa cambiare per entrare e a come disporsi. La porta larga è quella che porta verso il male: tutto è facile, tutto scorrevole, non devi opporti a niente, anzi sei invitato da tante lusinghe, poi però lentamente ti stringe la vita fino a togliertela. I colpi di fortuna spesso sono questa porta larga, che ti fanno entrare nel successo senza fatica, senza averlo sudato, senza aver reso il tuo corpo e il tuo cuore forte contro ogni avversità. Basta una difficoltà per distruggerti, per lasciarti solo.
Invece la porta stretta ti chiede sacrificio all’inizio, ma poi ti allarga la vita, te la rende spaziosa, piena di luce. Gesù dice che occorre decidersi per quale porta entrare nell’esistenza; è stata stretta anche la porta da cui siamo entrati nella vita umana. La nostra nascita ha procurato dolore a nostra madre, ma l’ha riempita di gioia.
Gesù non risponde come se fosse un quiz alla domanda se in paradiso, nel regno dei cieli c’è tanta o poca gente, ma dice solo che la porta è stretta, come tutte le porte della vita e si propone lui stesso come porta. Bisogna passare da Cristo per avere la vita, la religiosità trova risposta in Gesù, la ricerca del senso dell’esistere trova approdo in Lui. E’ Lui, la sua carne crocifissa, la porta stretta di ogni vita. Purtroppo molti cristiani si costruiscono un cristianesimo senza Cristo, fatto di visioni e devozioni strane, di apparizioni e di emozioni, di fenomeni straordinari, di potere e di controllo, di esteriorità, di adattamenti.
Altri ancora, dirà lo stesso Gesù, inventeranno orpelli inutili, ingabbiando la religione nelle tradizioni e nei costumi umani, caricheranno sulle spalle degli uomini pesi inutili. Gesù invece è lì a dire a tutti: venite a me, passate di qua, qui c’è il segreto della vita, non vi deve preoccupare se la porta è stretta, ci sono io, il figlio di Dio che non vi abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7, 1-5)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Audio della riflessione
E’ molto facile oggi lanciare giudizi su tutti: ci sentiamo sempre autorizzati a farlo, a intervenire non solo nel pensiero, ma anche con parole che possono ascoltare tutti, tranciando giudizi sulla vita di tutte le persone che vogliamo.
Gesù non è di questo parere: con un perentorio non giudicate pone un ordine per vivere la paternità di Dio nel rapporto con i fratelli.
Due motivi almeno vengono sottolineati: primo perché il giudizio condiziona l’altra persona, che tende a diventare come io lo vedo e condiziona pure me che sono come vedo l’altra persona … invece siamo chiamati a stimare l’altra persona come figlio di Dio, come mio fratello.
Il mio giudizio cattivo sull’altro è contro me stesso!
Non giudicare significa essere con Dio, nostro Padre che accetta incondizionatamente ogni persona, sentirci sempre suoi figli!
Giudicare significa non essergli figlio. Il mio giudizio buono con l’altro è la misura del mio essergli figlio di Dio, perché il giudizio futuro che Dio darà su di me sarà il giudizio che io ho sul fratello.
Pensate: sarò io a scrivere il giudizio di Dio su di me, perché Lui leggerà nient’altro che il giudizio che ho dato al mio fratello! Siamo noi che mettiamo in bocca a Dio il giudizio sulla nostra persona e il metro con cui saremo misurati.
Non giudicare non è che ci toglie la capacità di capire dove sta il bene o dove sta il male, cioè di discernere, di capire anche che comportamenti devo avere: se non giudico tra buoni e cattivi, posso vedere meglio che cosa sta in me, guardarmi dentro e vedere che cosa di bene posso fare per l’altra persona.
Dio piuttosto che giudicare e condannare i fratelli si fa giudicare e condannare da loro, li stima tanto da dare la vita per chi gliela toglie.
Il fascino di questo “non giudicare” è misericordia per tutti: Noi tutti, come Chiesa siamo chiamati a conoscere, vivere sia tra noi che con tutte le persone, una simpatia senza limiti per ogni essere altro da noi, non giudicare mai l’altro per il quale il giudizio di Dio è sempre misericordia assoluta per tutti.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 11b-17)
Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
Audio della riflessione
A gente che lo seguiva da tre giorni, affamata da svenire, Gesù disse agli apostoli: “date loro voi stessi da mangiare” … e loro che risposero? “Arrangiatevi, ognuno si prenda le sue responsabilità, non devo mantenerli io tutti questi accattoni. Ognuno deve tirar fuori la sua grinta per vivere, anch’io sono partito da niente e ho creato tutto quello che vedete, datevi una mossa! Non ti avremo per caso seguito per dar da mangiare a questa manica di fannulloni che non sono capaci nemmeno di pensare a se stessi?”.
“E’ forse mio questo popolo?” diceva Mosè nel deserto quando non ne poteva più degli sforzi per renderli un popolo e loro continuamente a lamentarsi.
La tradizione secolare che oggi ancora vogliamo rivivere si rapporta – come ci ha suggerito il Vangelo – al momento più drammatico della vita di Gesù: quella cena d’addio consumata nell’atmosfera di un tradimento e nell’anticipo della crocifissione.
“Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.”
“Io sono il pane vivo. Hai fame? Ti senti in corpo un insaziabile desiderio di vita? Non c’è nessuna carne che ti può saziare, tornerai sempre a cercare e ad avere fame. Se vuoi avere la vita, ebbene è qui. Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Nel clima teso e intenso della sua ultima cena tra la constatazione del tradimento di Giuda e la profezia dell’abbandono dei discepoli, Gesù prende un pane spezzato e un calice di vino e dice: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.
Il corpo e il sangue stanno per tutta la persona, nella sua identità e nella sua azione! È il dono – quindi – della sua persona e della sua intera esistenza!
Gesù non sta facendo un bel discorso metaforico edificante, magari in una piazza, utilizzando tutti gli accorgimenti della retorica, ma sta anticipando nel clima di una cena l’estremo dono di sé fino alla morte.
Noi cristiani chiamiamo tutto questo Eucaristia: Eucaristia è questa certezza di aver una presenza, un nutrimento, un centro che ci aiuta a condividere ogni giorno la sorte di Gesù per avere vita.
Mangiare e bere quel pane e quel vino, quel corpo e quel sangue, ci costringe a riconoscere Dio nella concretezza della umanità di Gesù: una vita donata, come tutte le vite, a partire da quelle dei nostri genitori, che hanno costruito le nostre esistenze.
D’ora in avanti il cristiano guardando la croce e facendone memoria nel gesto del pane e del vino, scorge la verità di Dio che è amore, la verità di Gesù che è dono, ma anche la verità di se stesso, la vita che deve a sua volta percorrere: prendere, mangiare, bere, fare memoria … esprimono la profonda condivisione dello stesso destino di Gesù.
Andiamo a Messa per ritrovare la strada della vita, per scoprire dove sta la felicità, per capire il segreto di chi vuol vivere per gli altri, per rivedere e incontrare di nuovo il Risorto.
In serata in molte parti del mondo si fa la processione del Corpus Domini: esponiamo in processione per le strade del paese o del quartiere l’ostia consacrata, sotto un baldacchino per grande rispetto.
La tradizione risale a quel prete slavo che cinque secoli fa, tentato di non credere che quel pezzo di pane consacrato fosse il corpo di Cristo, si reca a Roma in pellegrinaggio a fare penitenza e a supplicare Cristo che gli rinnovi questa fede; al ritorno, confortato della fede ritrovata, celebra una Messa di ringraziamento a Orvieto e qui accade l’inverosimile: l’ostia consacrata si mette a sanguinare abbondantemente e bagna l’altare, i sacri lini che proteggono il calice e il pavimento. Ne restano ancora oggi i lini insanguinati, le pietre segnate con tanto di autenticazione del papa stesso che si trovava – come capitava spesso in quegli anni – in Umbria a pochi chilometri di distanza. Ne nacque una autentica espressione di fede di tutto il popolo e della Chiesa del tempo nei confronti dell’ostia consacrata che facciamo oggi anche nostra.
Vogliamo ridire a noi stessi e comunicare a tutti che noi in questo sacramento crediamo, non solo, ma anche comunicare che l’Eucaristia è dono, gioia e centro della nostra vita … e usando le parole di san Tommaso D’Acquino possiamo rivolgerci a quest’ostia consacrata:
E Ti adoro con rispetto e dignità o divinità qui nascosta, che ti celi veramente sotto questi segni. Se cerchi di vederla, se cerchi di toccarla, se cerchi di gustarla perché ne mangi, i nostri sensi non riescono a dimostrartelo, ma io mi rifaccio con certezza a ciò che ho potuto sentire da quello che ha detto Gesù: Questo pane di vita sono io stesso, questo è il mio corpo e il mio sangue. Sulla croce era nascosta la divinità di Gesù, che si è lasciato crocifiggere, qui è nascosta pure la sua umanità. ma io qui credo che ci sia la sua umanità e la sua divinità e credo e chiedo ciò che ti ha chiesto il ladro che stava accanto a te mentre morivi in croce. Non posso mettere le mie dita nelle tue piaghe, ma io ti credo. Aiutami però a credere sempre di più e ad avere speranza irriducibile in te. Sei il memoriale vivo della morte di nostro Signore, concedi allora alla mia mente di avere ragioni di vita in te e di assaporare la dolcezza di gustarti. Sei come il pellicano che, per nutrire i suoi piccoli, si strappa pezzi del suo corpo col becco, perché anche tu ti cavi il tuo sangue per me. Ne basta una goccia non solo per me, ma per cancellare e perdonare il peccato di tutto il mondo. Allora o Signore alla fine ti chiedo che quel volto che ora vedo solo nascosto da un velo impenetrabile lo possa contemplare nella felicità della tua visione per sempre.