Coraggiosa, decisa, tenace: una madre per sua figlia

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 24-30)

In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: “Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Ma lei gli replicò: “Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli”. Allora le disse: “Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia”. Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Audio della riflessione

Capita ai personaggi televisivi che ti trovi ad ogni ora sul video e che poi incontri in città o in spiaggia, di sentirsi cercato … se poi è un campione sportivo o una medaglia d’oro o un cantautore di cui conosci a memoria ogni testo e che ti passa in cuffia in tutti i tempi liberi lo desideri incontrare: in lui ti identifichi, ti interpreta la vita, sembra che ti capisca, che dia voce alle tue aspirazioni, ma l’hai sempre pensato grande, irraggiungibile, di alto rango … “poterlo vedere, potergli parlare è una aspirazione forse fatua, ma utile per me, per darmi un po’ di adrenalina … non è solo curiosità”.

Gesù non era un personaggio televisivo, non bucava il video, ma stanava dai cuori speranza e per questo, dice il Vangelo, tra virgolette, leggo: “non poteva restare nascosto, lo cercavano tutti”.

C’è tra la folla una donna coraggiosa, decisa, sfacciata direbbe qualcuno, che bada più alla sostanza che alla forma: è di origine greca, non è del giro degli ebrei, per questo si sente più libera, ma anche più disperata … le è stata strappata la figlia dal demonio e le è stata tolto il suo bene sommo: non è più la stessa – sua figlia – da quando il demonio gliel’ha stregata, se ne è carpito il corpo, il cuore e l’anima; le ha distrutto tutti i legami di affetto, si sente in casa non solo un corpo estraneo, ma il male in persona e questo male sta in sua figlia, in colei che ha partorito con dolore e segue con indomabile amore.

Sa che c’è Gesù e va da Lui: non le importa niente delle convenzioni sociali, si butta ai suoi piedi, lei straniera, donna, intrusa e disperata, ma con la speranza puntata in Gesù e osa … osa dire quello che il suo cuore le chiede, quello che da tempo sente di affidargli: “Gesù qui c’è mia figlia, ma il male me l’ha rapita, Tu che sei la vita vera, Tu che ami la gioia di vivere, Tu che non hai niente in comune con il maligno, Tu che sei l’innocente … guariscila, restituiscila alla vita, alla bontà, non permettere che sia preda di un male più grande di noi e che noi non possiamo vincere”.

Gesù sepolto dalla folla rumorosa dei suoi connazionali avverte che c’è una domanda pressante, una umanità ferita davanti a sé: coglie la disperazione, ma sa di essere circondato da una mentalità arroccata su un’alta concezione di sé: “Noi siamo il popolo che ha Dio ce l’ha più vicino di ogni altro popolo, noi siamo popolo eletto, siamo discendenza di Abramo e tu Gesù sei venuto per ricostruire il nostro tempio interiore”. La gente lo vorrebbe per sé, solo per sé! Il cerchio dei buoni si deve chiudere … e dice alla donna quel che la gente pensa: “ti rendi conto che stai esagerando? Non c’è pane per l’estraneo, per l’intruso! Ci sono figlie e figli che hanno bisogno di ritrovare salute, appartenenza piena al popolo santo di Dio. Che pretendi, tu che non sei dei nostri?”

Lo pensiamo sempre tutti e lo diciamo pure perché vogliamo goderci quel che abbiamo e che non ne possiamo più degli intrusi, degli stranieri, dei poveracci che disturbano la nostra già fragile quiete ed equilibrio: “Stessero tutti a casa loro, noi vogliamo godere della nostra vita da soli. Noi abbiamo sudato il nostro benessere e non vogliamo spartirlo. Non solo non siamo accoglienti, ma ci appropriamo anche di quello che Dio ci ha dato per tutti”.

Ma la donna ha una disperazione nel cuore, per lei si tratta di vita o di morte: “Non aspiro al pane, mi bastano le briciole. Non mi arrogo diritti di figliolanza, mi basta fare il cagnolino che gira tra le gambe dei commensali, prendendo qualche volta calci tra i denti. Non ho pretese di privilegi o di doni, mi accontento di ciò che avanza dalla tua mensa, perché per me anche una briciola del tuo amore, fa la mia felicità”. Questa è fede pura, lo dice anche Gesù, e le briciole che la donna sperava si trasformano in pane della vita, e la straniera, la siro-fenicia, la pagana, l’immigrata  si rivede donata, libera, vera, guarita, ricostruita nella sua dignità e nella sua figliolanza la sua creatura che prima era del demonio.

10 Febbraio 2022
+Domenico

Davanti al Signore tutto ciò che è creato è puro

Una riflessione sul Vangelo secondo (Mc 7, 14-23)

In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: “Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?”. Così rendeva puri tutti gli alimenti. E diceva: “Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.

Audio della Riflessione

Certe affermazioni nette anche in campo religioso sono rivoluzionarie, rispetto al nostro “tirare a campare”, al nostro pensare che tutto sia una stucchevole ripetizione di cose dette, ripetute, trite e ritrite e alla fine insignificanti.

Il Vangelo oggi presenta un detto pronunciato da Gesù che sa di principio rivoluzionario per la mentalità farisaica del tempo, ma anche per la nostra: “Non c’è nulla fuori dell’uomo , che entrando in lui possa contaminarlo, sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo“. Non c’è allora nulla fatalità inscritta nelle cose e nessuna legge che la posso far conoscere, così che seguendola possiamo salvarci: tutto dipende dal nostro cuore, che nell’osservare o no il sacramento dell’amore rende presente o meno il volto di Dio tra gli uomini.

Non c’è assolutamente una sfera religiosa, divina, della vita e una sfera quotidiana che non appartiene a Dio: dicendo che le cose del mondo non sono mai impure, ma divengono tali attraverso il cuore degli uomini, la comunità di Gesù ha conservato – e dobbiamo continuare ora noi – la fede nella bontà del creato di fronte a una certa tendenza ascetica che vede di malocchio la stessa creazione di Dio.

C’era tra gli ebrei osservanti un modo di interpretare il rapporto con Dio che era più una schiavitù di comportamenti che una apertura di cuore alla bontà di Dio, una assolutizzazione di leggi e leggine che soffocavano la vita e la stessa fede e pure una grande ingiustizia. Gesù ne dà un esempio: «Voi siete degli ipocriti, come sta scritto “Questo popolo mi onora a parole, ma il suo cuore è molto lontano da me”. Il modo con cui mi onorano è senza senso, perché insegnano come dottrina di Dio comandamenti che sono fatti da uomini.  Per esempio – dice sempre Gesù – Mosè ha detto “onora tuo padre e tua madre” voi invece dichiarate che se  una parte del costo di alimenti che dovreste usare per i genitori li avete distolti con un voto di darli a Dio, dite che non avete più il dovere di aiutare i vostri genitori. Dio per voi è una scusa per non essere figli veri di vostro papà e vostra mamma.»

Gesù predica fondamentalmente la libertà interiore dell’uomo da ogni prescrizione esterna e non la sostituzione di una prescrizione più stretta di un’altra più larga: si tratta qui di porre la centralità dell’amore fraterno concreto, come pratica dello spezzare il pane, sopra ogni legge e ogni sistema che codifichi discriminazioni e ingiustizie dalla legge.

La legge vanifica il Vangelo … essa separando Dio dall’uomo, impedisce di riconoscere che Dio è ormai qui tra gli uomini, uno di noi, nell’uomo Gesù: questa è l’essenza del Vangelo, che ci rende liberi dalla legge, perché figli del Padre e quindi fratelli fra di noi.

La fratellanza è l’unica reale presenza di Dio in mezzo a noi.

9 Febbraio 2022
+Domenico

La fede cristiana crea una religiosità del cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,1-13)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”
.
E diceva loro: “Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte”.

Audio della riflessione

È uno sconfortante destino di tutte le “religioni”, quello di far crescere una serie di cultori del formalismo che ogni tanto hanno il sopravvento e ingessano l’esperienza religiosa autentica: è stato così sicuramente per la religione ebraica al tempo di Gesù, Ma anche prima … “questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me… trascurate il comandamento di Dio e osservate la tradizioni degli uomini” …

È così anche del nostro vivere la fede nella Chiesa cattolica? C’è una forma di religiosità tutta intenta all’aspetto esteriore, una religiosità delle labbra, fatta di parole, di moltiplicazione di discorsi? O c’è invece una religiosità del cuore, in cui l’uomo si apre a Dio?

Mi rendo conto quanto allora spesso, soprattutto i giovani, si decidano per dei loro spazi informali di vita, di ritrovo, di dialogo e anche di espressione religiosa: è sicuramente il desiderio di purezza, di autenticità, di creatività e originalità nell’esprimere l’impulso nella propria fede … è la voglia di vivere anche la religione in diretta!

Che cosa sono queste distinzioni tra sacro e profano? C’è forse qualcosa a questo mondo che è stato fatto sbagliato dal creatore? C’è qualche cibo, qualche elemento materiale che entrando nell’uomo gli può contaminare lo spirito? O non è dal cuore dell’uomo che nascono tutte le storture che ci sono in questo mondo! Non bisogna forse riportare al centro la dignità e responsabilità dell’uomo?

Sono le domande stesse che si fa Gesù, le domande che pone a ciascuno di noi: è sempre in agguato anche per noi una sorta di formalismo religioso, di tradizionalismo ottuso e miope, una difesa di noi stessi scambiata  per “difesa della fede”: è la comodità di affidare alla routine la mancanza di entusiasmo e voglia di vivere, è l’inerzia di chi non si lascia più interrogare dalla vita che cresce e dallo Spirito – soprattutto – che continuamente rinnova.

I cristiani di oggi saranno santi se saranno uomini e donne di oggi, se sapranno offrire alla Parola la loro vita di oggi come carne in cui prende corpo. I santi di ieri ci indicano solo e bene la strada, le tradizioni sono indicazioni di direzione, ma la fede oggi è vera se si incarna nella vita di oggi.

Due domande occorre sempre farsi per vincere il formalismo, l’adattamento, l’ingessatura nella fede: Che cosa regala la nostra vita alla Parola di Dio oggi? E l’altra: Che cosa regala la Parola di Dio alla nostra vita? Solo questo incontro operato dallo Spirito mantiene la fede viva per ogni uomo, per ogni donna, giovani compresi.

8 Febbraio 2022
+Domenico

La miseria lo vuol soffocare, ma viene sconfitta

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 53-56)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono. Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Audio della riflessione

Ci sono dei luoghi in cui non vorresti mai stare: ci sono assembramenti di persone, che ti stringono il cuore; ci sono tante concentrazioni di dolore che ti tolgono il respiro. Tutti abbiamo provato a stare tra i malati di un ospedale, nelle corsie abitate da lamenti e dolori … molti di noi si sono trovati in una casa di anziani, di sofferenti, di persone che soffrono o in un carcere o in un campo di profughi e rifugiati. Abbiamo negli occhi quello che spesso la TV ci fa vedere di bambini affamati, di lebbrosi, di feriti da terremoto o tsunami o guerre.

Ecco, questa impressione mi dà quella pagina di Vangelo che racconta di Gesù che dovunque andava gli facevano trovare davanti tutte queste miserie concentrate: “Ma quanto male c’è nel mondo? Tutto a me lo portate? Mi volete soffocare, mi togliete il respiro … che cosa volete che faccia?”

Si era diffusa la sua fama, ormai aveva suscitate nuove speranze: chi nella vita non s’aspettava più niente ha cominciato ad alzare il capo a percepire che forse la sua umanità poteva essere ancora vivibile in rapporti conciliati con tutti, che la sua malattia, poteva essere vinta.

E Gesù non si sottrae: Lui è la vita e dove passa scoppia piena; non solo quella fisica, ma soprattutto quella interiore, la voglia interiore di vivere, di tornare a sperare, di dare alla propria vita un futuro migliore … ma c’è una cosa che sorprende in tutti questi malati: tutti lo vogliono “toccare”, tutti vogliono avere un rapporto diretto con Lui! Il cristiano è proprio così: vuole toccare Gesù, vuole e deve avere un contatto personale con lui.

Gesù te lo devi incontrare tu nella tua interiorità: è nel profondo della coscienza, non sta sulle bancarelle, nemmeno in piazza, è nel tuo essere profondo.

E … quando finalmente i malati riuscivano a toccare Gesù, a stabilire con lui un contatto personale, ne tornavano cambiati, rifatti, pieni di speranza; capitasse anche a noi di incrociarlo per le nostre strade, sul nostro treno, nelle nostre code, nelle lunghe file a far tamponi, sui banchi di scuola o davanti al tormento di un computer.

E’ una speranza vera che noi lo possiamo incontrare, e la certezza che Lui si fa incontrare.

7 Febbraio 2022
+Domenico

Sulla tua Parola, sempre e ovunque

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 1-11)

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”. Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Audio della riflessione

Non v’è mai capitato nella vita di aver tentato di tutto per ottenere qualcosa e di non esserci mai riusciti? Avete valutato, studiato … vi siete confrontati, avete dato fondo a tutte le vostre furbizie, poi vi siete accorti che non erano tanto quelle che contavano, ma soprattutto ciò che vi passava nel cuore … allora avete fatto anche il passo che vi costava di più, siete andati oltre il torto subito, avete concesso ciò che non avreste mai pensato di concedere… Niente! Lei o lui o loro non si smuovono, fatica sprecata.

Il tuo progetto cambiato e ricambiato più volte resta sempre e solo un sogno: Qualche volta è la vita affettiva troncata di netto e non sai perché e rimani sola, spesso è il lavoro, molte volte la salute… ti assale allora la tentazione di lasciar perdere: non ne vale più la pena, la realtà è più forte della tua volontà o della tua fantasia …

Forse era questo lo stato d’animo degli apostoli alla fine di quella nottata di pesca: erano provetti, conoscevano palmo a palmo il fondo di quel lago, ne studiavano i venti, le basse pressioni, i movimenti delle onde capaci di riportare fuori dal letargo i pesci … ma quella notte niente! Tutta notte a buttar la rete e tutta notte a ritirare acqua.

Era proprio notte anche nei loro umori: erano amici di Gesù, Pietro il padrone delle barche, era intimo di Gesù, lo ospitava spesso a casa, si sentiva sempre riempire il cuore di gioia quando lo ascoltava.

Arriva Lui, Gesù, si fa prestare una barca proprio da Pietro: ormai serve solo da pulpito per parlare alla gente che s’accalca già dal mattino presto, quando stanno ancora riprendendo con cura reti e delusioni della notte.

“Di solito la barca io la uso per pescare, per vivere” – pensa Pietro “Gesù la usa per far prediche; così va il mondo”, pensa Pietro sfiduciato! Avrebbe potuto portargli un po’ di fortuna anche nella pesca oltre che nella sua religiosità, nella sua voglia di essere uomo onesto. Invece niente: la vita era sempre dura e la fede ne stava volentieri ai margini.

Ma Gesù è lì presente ad aiutare i suoi futuri pescatori di uomini a cambiare testa, a fidarsi di Lui, a vivere veramente di fede: “Prendete il largo, ritornate a pescare, resistete al fallimento, siate perseveranti, fidatevi di una Parola, non di una congettura o di qualche colpo di fortuna. Io non vi lascio, Io sono qui a darvi la forza necessaria per lavorare per il regno di Dio! I miei apostoli non dovranno essere dei calcolatori, ma dei fedeli, degli abbandonati nelle mani di Dio mio Padre”.

E gettarono le reti … sulla Tua parola!

Quella Parola per Pietro era già il Vangelo: era la luce degli uomini, era la forza della vita, la potenza fatta carne, era Gesù stesso … e Pietro tutte le volte che si rivolgerà in seguito alla sua Chiesa si porterà dentro questa forte esperienza di fiducia, questo sguardo alto, questo prendere il largo in ogni senso e darà alla Chiesa gli orizzonti della contemplazione e della missione. Quando sarà al timone e si vedrà debole vecchio non temerà, perché quella Parola è potente, è il Dio che non lo abbandona mai.

6 Febbraio 2022
+Domenico

Revisione, racconto, rimotivazione

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,30-34)

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Audio della riflessione

Ogni organizzazione ha una propria direzione e normalmente si sente collegata con altre realtà, con cui si collega, si scambia esperienze, comunica il vissuto della quotidianità e le attese.

Anche Gesù ha da poco mandato in missione gli apostoli, i discepoli, e giustamente vuol sostenerne il loro lavoro e li aspetta al ritorno per un primo confronto: noi, ammalati di ecclesialese, la chiameremmo “visita ad limina”, cioè quella visita alla sede di Pietro, al papa, come fa ogni vescovo ogni 5 anni, per rendere conto di quello che abbiamo attuato e confrontarci  con Lui.

Così fecero i discepoli dopo la prima missione: tornarono dalle loro rispettive missioni a raccontare a Gesù quello che hanno fatto. Gesù li ascolta certamente, ma in primo luogo vuole che i suoi discepoli non si lascino prendere da quello stolto trionfalismo delle molte cose che ci sono da fare, dall’attivismo, dalle realizzazioni.

Purtroppo una vita è spesso divisa tra l’assillo delle cose da fare, la sindrome dell’agenda diciamo noi, il sentirsi la vita segnata da impegni, appuntamenti, incontri oltre evidentemente al tempo da dedicare al lavoro, alla famiglia agli elementi costanti di ogni esistenza, e il desiderio di fermarsi, di stare un po’ in pace, di riprendersi in mano la vita, di fare il punto, di mettere a fuoco le cose più importanti, di stare a pregare per esempio, se siamo uomini e donne di fede … e viviamo spesso una sorta di lacerazione perché quando finalmente abbiamo trovato o ci siamo imposti questo tempo di “calma”, siamo assaliti dalle cose che dobbiamo fare e che in questo momento trascuriamo e quando siamo nel pieno delle attività ci assale – invece – la voglia di pace.

La stessa situazione forse vivevano anche i discepoli di Gesù: mangiati dalla folla e nello stesso tempo desiderosi di stare con Gesù … e Gesù li chiama: “venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un po’”. Sembrerebbe una soluzione facile: smettiamo di farci divorare dalle cose e stiamo a contemplare il Signore della vita. Gesù passava notti in preghiera, i santi erano fortemente contemplativi: sottraevano tempo a sé per farsi affascinare da Dio … ma la folla incalza, insegue  gli apostoli e Gesù e preme, chiede.

“Ci avete acceso speranze, ci avete tolti dal torpore delle nostre vite senza senso ora non ci potete lasciare, perché la legge del convento dice di chiudere, perché la notte è fatta per dormire, perché c’è un tempo per ogni cosa” … e Gesù si commosse! Il Vangelo di Marco ci tiene a far vedere in Gesù una dolcissima umanità: “E si mise a insegnare di nuovo”.

C’è sicuramente un equilibrio da cercare tra l’essere mangiati e il mangiare, tra lo stare e l’andare, tra l’agenda e l’anima, tra la vita di coppia e i figli, ma è un equilibrio sbilanciato verso il dono, verso una vita capace di trovare il senso, la santità, la bellezza non solo in alcune isole di tempo, ma sempre, anche quando abbiamo l’impressione di esserne privati.

E questo dipende proprio dal fatto che impostiamo la vita per lasciarci prendere da una sorta di burocrazia delle molte cose da fare o se invece diamo spazio alla preghiera, dialogo con Dio per ritrovare le vere motivazioni di ogni respiro.

5 Febbraio 2022
+Domenico

Un delitto solo … per una promessa?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,14-29)

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Audio della riflessione

Nella vita spesso occorre fare i conti con le infinite nostre indecisioni: scopriamo il bene, ne restiamo affascinati, lo vogliamo compiere, ci entusiasma la visione positiva che ci è nata in cuore, ma non ci decidiamo mai! C’è sempre qualcosa che ci blocca: ora un sentimento, altre volte un legame affettivo, spesso la paura di un confronto con  gli altri … si tratta di fare i conti con se stessi, ma la decisione è coperta da tanti se e da tanti ma.

Erode ha una vicenda matrimoniale fallita in partenza: si crede onnipotente e si prende la moglie del fratello. Il fatto crea grande scandalo nella gente … se i nostri governanti si comportano così, che legge stanno difendendo? Che esempio sono?

La coscienza del popolo è precisa e la coscienza di Erode è scossa: ascolta volentieri le parole di Giovanni Battista. Lui è sincero, dice quel che pensa, la sua parola viene da lontano, evoca dialoghi profondi con Dio. La sua vita austera lo porta a dire sempre l’essenziale, non è implicato con niente e con nessuno. La sua voce è pulita, la sua testimonianza parla. E’ un uomo che ascolti volentieri, perché, anche se non lo condividi, fa verità nella tua esistenza … e quando sei nel disordine, la verità è l’unico spiraglio di pace che si apre per la tua coscienza.

Erode – dice il Vangelo – ascolta volentieri Giovanni: “Vienimi spesso a trovare, tu mi destabilizzi, ma la tua parola mi sveglia, mi fa sentire vivo!”.

Poi intervengono tutti i lacci della vita, la comodità, il tran tran dei rapporti, i sensi che per qualche momento di ubriacatura ti addormentano la vita … e sei vittima degli intrighi. Preferisci stare dalla parte del dato di fatto. Come puoi rivoluzionare a questo punto la esistenza?

Giovanni però è tutto di un pezzo: forse spera di convertire, l’ascolto attento di Erode  potrebbe avverare un cambiamento. Gli basta poco per un colpo di reni nella sua coscienza. L’animo è sensibile, un po’ di orgoglio onesto ce l’ha dentro … e arriva la famosa festa, il famoso ballo, il malefico intrigo di Erodiade. Lui, Erode, è un entusiasta, in mezzo a tutti questi accomodamenti della vita di corte, nelle pastoie di un potere che sempre più lo ingabbia, si accende una luce, una estasi: la figlia balla troppo bene, sono troppo belli questi ritmi, questa innocenza, questa leggiadria. Erode si sveglia, quel che di bello in lui c’è di sogno e di ribellione alla routine ha il sopravvento: “vali metà del mio regno, del mio presente, di quello che credo di avere. Te lo do perché lo meriti. Mi hai risvegliato orgoglio assopito e addomesticato. Finalmente vedo nella mia famiglia un guizzo di novità. Metà del mio regno!”

E invece gli viene chiesta la voce della sua coscienza: il male è più tenace del bene nelle vita perdute. Il guizzo di gioia che per un attimo lo aveva portato al meglio di sé si spegne e si frantuma; la piccola speranza di poter cambiare, di scrollare di dosso il giogo di una coscienza continuamente addormentata, la sete di verità sulla vita gli viene spenta: la testa di Giovanni il Battista è la sua testa, è la testa del suo sogno di pulizia, di bontà desiderata, della sua nostalgia di una vita diversa, è la decisione che gli è sempre mancata di cambiare.

Divenne triste, ma non volle opporle rifiuto.

Che ti costava Erode dare un taglio netto alla tua vita sbagliata? Che mi costa buttarmi senza riserve in quella fessura di luce che mi si è aperta nella vita? Perché sono sempre capace di sotterrare ogni speranza di cambiamento, di negare ogni voglia di bene? 

Non voglio più essere una trappola di me stesso!

4 Febbraio 2022
+Domenico

Per l’annuncio non solo missionari poveri, ma Chiesa povera

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 7-13)

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Audio della riflessione

Quando con alcuni amici ti sei tanto caricato e convinto di una causa per cui sei disposto a spenderti, a comunicare, a convincere, a fare contagio allora ti metti a tavolino per organizzarti: siamo in un mondo di “social” … penserò di sfondare con i social; i giornali fanno ancora opinione e compererò qualche pagina di giornale, un po’ di amici che sanno scrivere ce li ho, fare filmati pure li ho e li coinvolgo al meglio.

Gesù dopo aver con calma e tanta preghiera al Padre maturato che era il tempo di buttarsi nella avventura senza ritorno del Regno di Dio, dopo aver fatto la sua squadra, comincia a mandarli a due a due a portare l’urgenza del Regno di Dio.

La prima cosa necessaria è l’invio, la missione: non siamo noi che decidiamo di avviare il Regno di Dio, ma è Gesù che ci convoca e ci manda! C’è un annuncio da fare, ci sono delle opere che lo accompagnano da mettere in atto, perché la notizia non è solo un fatto intellettuale, ma è una vita che si propaga.

La Parola di salvezza ha in sé soprattutto la sua potenza salvatrice, non è legata sicuramente all’apparato degli strumenti, alla potenza dei mezzi, ma si basa solo sul potente aiuto di Dio. Chi va ad annunciare il Vangelo, devono fare un atto di fede in Dio, deve sapersi abbandonare in lui, devono trovare la loro forza solo nella grazia di Dio.

Bisaccia, denaro, borsa, sandali appesantiscono solo il cammino: la povertà è segno efficace della fede in Dio. Senza povertà non c’è fede, se non a parole!

Noi non riusciamo mai a fare un salto di qualità nella vita di fede proprio perché siamo troppo attaccati a noi, alle nostre cose, alle nostre possibilità! Non siamo disposti ad abbandonarci totalmente al Signore!

Di fatto dopo la morte di Gesù Pietro e Giovanni sapranno offrire l’aiuto di Dio al povero storpio che incontrano dicendo semplicemente appunto “oro e argento non ho, ma quello che ho te lo do: nel nome di Dio alzati e cammina!”.

E’ Dio che salva, è Lui la nostra felicità: non sono i nostri accomodamenti o le nostre parole o i nostri “apparati”! Le opere più grandi la chiesa le ha fatte quando era povera, ma ricca solo di Dio … e Lui ci ha promesso che non ci abbandona mai.

3 Febbraio 2022
+Domenico

Gesù entra ufficialmente nel popolo di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-40)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”.
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”.
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Audio della riflessione

Che cosa ci aspettiamo dalla vita? Perché viviamo? Quei quattro sogni che abbiamo nel cassetto  riusciremo a realizzarli? La nostra vita è una continua ricerca che ci lascia sempre insoddisfatti o c’è un momento in cui possiamo dire di aver raggiunto con soddisfazione ciò che cercavamo?

C’è un  uomo, carico di anni, saggio, con occhio da sentinella, che sta aspettando da sempre nella sua lunga vita non qualcosa, ma qualcuno: è Simeone; nella sua lunga esistenza non ha mai smesso di aspettare … “Il Signore è fedele alle sue promesse, la sua parola è per sempre. Ci ha promesso un Salvatore e ce lo darà. Se è Dio non ci può abbandonare”. Quanti suoi amici gli avevano detto “ecco l’irriducibile, quello che continua ad aspettarsi qualcosa di nuovo da questa vita monotona e annoiata che ci troviamo a vivere. Ecco Simeone, il vecchio sognatore, che non smette di giocare all’adolescente! Dove è il tuo Dio se i pagani, i romani, ci opprimono e bestemmiano ogni giorno il suo nome con i loro riti peccaminosi?”.

Invece, quel giorno nel tempio, appare un bambino: è povero, non può essere riscattato che da due piccioni; ma è la promessa di Dio. Maria e Giuseppe restano meravigliati delle esclamazioni di questo vecchio Simeone: “ora Signore muoio in pace perché l’attesa della mia vita è compiuta. È arrivata quella luce a lungo sognata per dissipare le nostre tenebre”. Non aspettava di aumentare i suoi guadagni, ma solo di cambiare la sua attesa in presenza, il suo cercare in un trovare. Si avverava una speranza nel vedere Gesù, non ne registrava un possesso; si apriva a un dono, non si stringeva al petto un oggetto.

Quanto bisogno c’è che nella nostra esistenza ci siano anziani che non si divertono a scoraggiare i giovani con i loro lamenti – Dio non voglia – a rovinarli con le loro passioni, ma che siano capaci di tenere sempre viva la speranza! Di incoraggiare ad attendere, di tenere sempre fermo lo sguardo su un futuro diverso come Dio ci ha promesso e manterrà!

Ci sono molti, adulti e adulte, giovani e ragazze, che hanno offerto a Dio la loro vita. Sono stati accompagnati a quell’altare nella loro giovinezza perché volevano essere tutti del Signore. Erano entusiasti, ingenui forse, ma liberi e decisi. Oggi continuano ancora a contare gli anni che passano, ma a dire sempre in modo rinnovato il loro sì! Sono più poveri di quel bambino, non hanno che due piccioni che li possono rappresentare, ma hanno ancora un cuore indiviso nella castità di una scelta decisiva di Lui, nella povertà di un abbandono e di una sicurezza che vogliono trovare solo in Lui e testimoniare ai fratelli, nella decisione di fare la sua volontà costi quel che costi.

La Chiesa è ricca delle presenza di religiosi e religiose, di giovani e ragazze che vogliono dedicare la vita al Vangelo, al regno di Dio. I doni di Dio alla chiesa sono grandi: è necessario uno sforzo continuo di vita dedicata, di preghiera incessante, di gesti di fede, di amore a tutti. Tutti i giovani devono sentire che ci sono persone innamorate di Dio, instancabili nell’intercessione, capaci di vivere stili di vita povera e sobria, disincantati dalle cose e dal denaro, che si dedicano a loro, che escono dai loro calcoli e li orientano alla sorgente della vita, al Signore della vita.

Stiamo vivendo un tempo di grande difficoltà economica e soprattutto di relazioni, di salute: molti di noi perdiamo la speranza, facciamo fatica a ritornare poveri, a riabituarci all’indigenza, a cambiare stile di vita. Abbiamo bisogno di riscoprire il dono della solidarietà attraverso la nostra stessa solidarietà, della nostra compagnia, di pregare con noi per trovare fiducia in Dio, in se stessi e nella propria umanità che ha sempre da Dio risorse per superare le difficoltà della vita.

E Simeone ci fa capire che c’è sempre una spada che trapassa l’anima, ma c’è sempre Dio che ne ferma il dolore e lo cambia in speranza.

2 Febbraio 2022
+Domenico

Non oso parlargli, mi basta toccargli il mantello

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 5, 21-43)

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Audio della riflessione

Guardando un po’ ai nostri riti stanchi, alla flebile partecipazione alla vita della comunità cristiana anche alla domenica, soprattutto se fa freddo e si vuole stare vicino alla stufa, oggi vorrei farmi con voi alcune domande: che cosa dice la nostra fede alla gente di oggi? La pandemia ha creato indebolimento della nostra fede? Della pratica, sicuramente sì! Siamo privati dello stare assieme anche tra amici, le mascherine oltre che ad affannarci nel respiro ci nascondono gli sguardi, mortificano la nostra comunicazione … ma- qualcuno dice – la fede è su un altro piano. Ci sono persone che si concentrano in sè, non guardano nessuno e stanno ad aspettare. Certo la fede non ha bisogno delle piazze per dire la sua profondità. Però ci dobbiamo domandare se siamo capaci di far capire che la nostra fede è qualcosa di grande e non una abitudine forzata. Ci manca sicuramente la fede di Gesù.

E ci aiuta a dare risposta a questo un curioso episodio nel vangelo di Marco: Gesù ha iniziato da poco il suo cammino deciso e travolgente … dove passa crea speranza, scuote le persone dubbiose, trascina chi sa sognare … così chiama i suoi collaboratori, che lasciano, case, campi, mestiere e lo seguono. La sua visione della vita è affascinante, la sua capacità di leggere le aspirazioni profonde del cuore è sorprendente. Ti senti interpretato dalla sua visione della vita, vieni trafitto dai suoi sguardi intensi, ti senti scosso dalle sue invettive, dai progetti, dalla novità delle sue intuizioni e visioni di futuro.

Alla gente non par vero di potersi togliere dal torpore di una vita monotona, dalla stessa cappa di una religiosità ridotta a riti scontati, a ripetitività di formule che lentamente hanno nascosto il volto di Dio. Siamo capaci noi cristiani di avere visioni di futuro o vendiamo anche noi adattamenti? Abbiamo in cuore progetti di vita bella, felice, semplice, ma vera … oppure siamo senza progetti? Ci lasciamo provocare dalle situazioni della vita o abbiamo già sepolto la fede nelle abitudini, pur buone, ma non più sufficienti oggi, né per noi, né per tutti?

Ebbene attorno a Gesù si fa calca, né lui fa qualcosa per schivare la gente: si ferma, dialoga, ascolta, alza la voce, richiama, conforta … e c’è pure una donna tra la gente che accorre a lui: è afflitta da  una malattia maledetta, perdita di sangue; per questo tipo di malattia la legge è molto dura e categorica: è una situazione di “impurità” e deve assolutamente evitare ogni contatto umano. Per la donna è una situazione invivibile: ha fatto di tutto per uscirne, per ricuperare salute e soprattutto possibilità di vivere una vita normale nella società, nel mondo delle relazioni umane … ha speso tutti i suoi soldi: niente! Condannata all’isolamento oltre che alla sofferenza … ma quando sente parlare di Gesù, di questo regno, di un Dio che non ha creato la morte, che non gode per la rovina dei viventi, che ha creato tutto per l’esistenza e che ha fatto in modo che tutte le creature del mondo siano portatrici di senso e di salvezza, si fa un suo progetto: «con questa malattia la legge mi imprigiona e non mi permette di toccare nessuno, ma questo Gesù è la salvezza! Lo devo toccare, non oso parlargli, non sono all’altezza di una richiesta, ma non è giusta la prigione in cui sono chiusa: mi basta toccare la sua veste, il suo mantello» … e la donna, al solo tocco, guarì!

Se lo toccassimo così come questa donna, noi, il popolo nuovo della Alleanza, potremmo affrontare meglio tutte le nostre contraddizioni e soprattutto potremmo essere di grande aiuto a chi è ammalato, che Gesù è sempre la salvezza per tutti.

1 Febbraio 2022
+Domenico