Fiducia e affidamento: qualità rare

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 5,21-43)

C’è un curioso episodio nel Vangelo di Marco: Gesù ha iniziato da poco il suo cammino deciso e travolgente. Dove passa crea speranza, scuote le persone dubbiose, trascina chi sa sognare.

Così chiama i suoi collaboratori, che lasciano, case, campi, mestiere e lo seguono.  

La sua visione della vita è affascinante, la sua capacità di leggere le aspirazioni profonde del cuore è sorprendente.

Ti senti interpretato dalla sua visione della vita, vieni trafitto dai suoi sguardi intensi, ti senti scosso dalle sue invettive, dai progetti, dalla novità delle sue intuizioni e visioni di futuro.

Alla gente non par vero di potersi togliere dal torpore di una vita monotona, dalla stessa cappa di una religiosità ridotta a riti scontati, a ripetitività di formule che lentamente hanno nascosto il volto di Dio. 

Ebbene, attorno a Gesù si fa calca, né lui fa qualcosa per schivare la gente: Si ferma, dialoga, ascolta, alza la voce, richiama, conforta.

C’è pure una donna tra la gente che accorre a lui, è afflitta da  una malattia maledetta: perdita di sangue.  

Per questo tipo di malattia la legge è molto dura e categorica: è una situazione di “impurità” e deve assolutamente evitare ogni contatto umano.

Per la donna è una situazione invivibile. Ha fatto di tutto per uscirne, per ricuperare salute e soprattutto possibilità di vivere una vita normale nella società, nel mondo delle relazioni umane: ha speso tutti i suoi soldi.

Niente! Condannata all’isolamento oltre che alla sofferenza. 

Ma quando sente parlare di Gesù, di questo regno, di un Dio che non ha creato la morte, che non gode per la rovina dei viventi, che ha creato tutto per l’esistenza e che ha fatto in modo che tutte le creature del mondo siano portatrici di senso e di salvezza, si fa un suo progetto: «con questa malattia la legge mi imprigiona e non mi permette di toccare nessuno: ma questo Gesù è la salvezza: lo devo toccare, non oso parlargli, non sono all’altezza di una richiesta, ma non è giusta la prigione in cui sono chiusa: mi basta toccare la sua veste, il suo mantello». 

E quel tocco la guarisce: Gesù, che non sta facendo servizi davanti alle telecamere, ma che sta incontrando la grande sete di un Dio vero, si accorge e le dice che non è avvenuto niente di magico in lei: la chiama “figlia” annullando ogni distanza.

Quel che è avvenuto è dovuto al coraggio della sua fede, alla sua massima fiducia in un abbandono nelle braccia di Gesù. 

4 Febbraio 2020
+Domenico

Il male non è “generico”: ha l’identità PERSONALE di un angelo decaduto

Una riflessione sul vangelo secondo Marco (Mc 5, 1-20)

 

Non ci toglie nessuno l’idea che ai mali in cui siamo costretti ci dobbiamo pensare noi, che se ci mettiamo di impegno possiamo ben vincere tutte le suggestioni e tutte le cattiverie che abbiamo in corpo, che basta mettercela tutta, che alla fine riusciamo a superare tutto.

Il male, per alcuni, è una comoda invenzione dei preti per tenerti sotto e per avere potere su di te, magari per mangiarti i soldi con qualche Messa … salvo poi a non riuscire nemmeno a vincere una innocente abitudine che ti porta lentamente alla tomba, o una inclinazione che ti ha talmente stregato da farti rovinare una vita di famiglia serena, un vizio che ti manda in malora, un gioco che ti asciuga tutte le tue risorse, una sostanza che ti distrugge non solo la salute fisica, ma la consistenza di uomo e donna, l’alcool che ti brucia il fegato.   

Non occorre andare troppo lontano per capire che siamo posseduti dal male e che ci occorre una grande forza per uscirne: Il male, molte volte, siamo noi con le nostre meschinità volute e programmate, spesso però è anche qualcosa di sovrumano: è il demonio.

E’ facile vedere il demonio dappertutto, immaginarcelo ad ogni debolezza della vita, ma è pur vero che c’è un divisore, un personaggio, un angelo decaduto ci dirà la Bibbia, che tormenta la nostra esistenza e ci vuol portare al male.

Gesù nel Vangelo ha fatto i conti con questo principe della divisione,  della falsità, dell’odio e ha dimostrato la sua grandezza liberando la gente dalla sua possessione. 

Un giorno si trova sul lago e vede circolare tra le tombe un poveraccio, legato dal demonio e tenuto in una tomba ancora più mortale: E’ una figura di uomo violento, è indomabile, non è tenuto calmo da nessuno, urla, grida la sua prigionia con  pazzia e percosse di pietre; si fa del male e fa del male a tutti. Ha una forza sovrumana.  

Io ho potuto sperimentare in alcune esperienze di esorcismo quanta cattiveria si può costringere nel corpo di un uomo posseduto dal demonio, quanto livore, quanta rabbia, quanto odio.

Ebbene: Gesù lo snida, segno che sa di dover individuare come fosse una persona, non un male generico, e ne domanda il nome, lo caccia con un perentorio: esci, spirito immondo da quest’uomo.

E quella belva che l’uomo si dimostrava sotto queste catene del demonio si ritrova seduto sul ciglio della strada, tutto tranquillo e sereno, fatto nuovo dalla liberazione di Gesù. 

Lui Gesù non è nuovo a questi fatti, lui calma la tempesta, lui ammansisce quelli che stanno lapidando la donna peccatrice, lui con gli occhi ferma i compaesani che lo vogliono precipitare dalla rupe.

Lui è la salvezza, lui è ancora e sempre la nostra speranza.

Ma questa speranza la cerco ancora? 

3 Febbraio 2020
+Domenico

Mettiamoci definitivamente dalla parte di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,22-40)

Quando nasce un bambino prevalgono sempre sentimenti di stupore, di meraviglia, di delicatezza: Si dà spazio alle emozioni, ai sentimenti teneri della vita intima di un nido familiare ….

Forse è stato così anche per noi il Natale di Gesù: l’abbiamo vissuto .. così nella nostra fede, abbiamo provato gratitudine, abbiamo sentito stupore per questo Dio debole che ci è stato donato.

Oggi a 40 giorni da quel Natale, la festa è finita, la vita ha ripreso i suoi ritmi, siamo tornati alle occupazioni di sempre: Quel bambino, anche in famiglia, non è più solo stupore e meraviglia, ma un soggetto con diritti, esigenze, personalità, carattere, domande e provocazioni.  

Così Gesù viene portato al tempio, a Gerusalemme, all’anagrafe della storia: Non è mai stato … ma in questa occasione ancor meno … proprietà privata di Maria e Giuseppe, come non lo è nessun figlio su questa terra.

Ti sembra d’averlo fatto tu, ma quel che nasce da te è sempre più grande di te; la sua vita ha bisogno di te, dei suoi genitori, ma non è tua proprietà, non è un oggetto, ma un soggetto di relazioni, di rapporti; ti pone da sempre di fronte a delle scelte e pone tutto il mondo di fronte a delle responsabilità: la cittadinanza, la legge, la casa, il nutrimento, l’educazione, la società; La famiglia … prima, la parentela, i fratelli e le sorelle, le istituzioni si devono piegare o forgiare su questa nuova “presenza”.  

Ecco: Gesù è nato a questa vita, a questa terra, a questo nostro universo, a questo nostro tessuto di relazioni, alla nostra storia personale e collettiva, e diventa un segno di contraddizione per gli uomini del suo tempo e di tutti i tempi.

Gesù può essere rovina o risurrezione, dice il vegliardo Simeone che accoglie Gesù nel tempio. 

Lui divide la storia in due: prima e dopo Cristo, prima e dopo questo fragile bambino, prima e dopo la protervia umana che lo ha rifiutato; venne nella sua casa e i suoi non lo hanno accolto.

Gesù, solo per il fatto di essere nato provoca le coscienze, provoca i pensieri di molti cuori, a svelarsi, dice il Vangelo. 

Siamo sempre stati liberi di fronte a Lui, ma non possiamo tenere il piede in due scarpe.

Giuseppe (san Giuseppe) ha già scelto da che parte stare: la sua vita è segnata, non smetterà mai di avere per lui coscienziosa e coraggiosa cura.

Maria ha già messo a disposizione tutto quel che è e serba ogni mistero, ogni gesto di Gesù nel suo cuore.  

Insomma, collocarsi e prendere posizione davanti a Gesù non è indolore: <<a te una spada trafiggerà l’anima>>.

A noi non basta relegare Gesù nei ricordi come le statue del presepe che già da tempo sono state definitivamente tolte anche da Piazza S. Pietro, occorre metterci definitivamente dalla sua parte. 

2 Febbraio 2020
+Domenico

P.S. Di fronte a lui bisogna decidersi, bisogna schierarsi: occorre prendere posizione.

La vita incontra “tempeste” e bisogno di salvezza, bisogno di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 4, 35-41)

Quando siamo depressi e “stritolati” dalle difficoltà della vita, come gli apostoli nella tempesta che si scatenò su lago mentre lo attraversavano in barca, andiamo … a cercare aiuto, vogliamo trovare qualche riferimento che ci permette di stare in piedi, di capire, di dare un senso a quello che ci capita …

Quel Dio che prima ritenevamo un soprammobile, ora lo cerchiamo, lo accusiamo, lo chiamiamo in causa: Ma tu dove sei? Perché mi fai capitare tutto questo?

… e scopriamo che Dio è assente dalla nostra vita.  

Abbiamo sempre vissuto come se non esistesse, lo abbiamo ritenuto ininfluente, abbiamo programmato sempre la vita senza di Lui … oppure “dicevamo” ogni giorno le preghiere, ma erano appunto le preghiere, le formule, non LA preghiera.

Abbiamo giocato soltanto, insomma.

I discepoli avevano Gesù a disposizione tutti i giorni, vi si erano quasi abituati: Lui doveva risolvere tutti i loro problemi, quasi si sentivano in diritto di restarne protetti; Invece stavolta non se ne cura, sta dormendo beatamente: E’ assente; non risponde, non risolve un bel niente, è solo un peso.

Ma che fai? Come ti permetti di giocare sulle nostre vite? Che significa questa tuo assoluto estraniamento?

E’ la domanda di molti giovani e non più giovani di fronte al male del mondo, di fronte alle sfortune della vita, di fronte alle morti degli amici, di fronte alle ingiustizie.

Molti ragazzi cominciano ad abbandonare la Chiesa, la pratica, la parrocchia perché si ribellano all’assenza di Dio, perché credono che Dio dorma sulle loro vite e le loro vicende.

Il sonno, il silenzio, o l’assenza di Dio suscita in noi paura e disappunto, più che una domanda che va alla radice del problema.

Non abbiamo il coraggio di domandarci prima: ma io credo in Dio?

Ho fede in Lui?

Ho sperimentato la bellezza dell’abbandono nelle sue braccia? So di stare a cuore a Dio? Ci credo davvero? Mi sono mai affidato a Lui con qualche preghiera? Il cero che vado ad accendere per il compito di matematica è scaramanzia, paura, o affidamento?  

Ecco .. in questo dolore che si prova Dio è sparito, ma non c’era già più da un pezzo: E’ da una vita che va avanti, questo … tale, senza riferirsi veramente a Lui, senza interpellarlo sul suo futuro, sulla sua vocazione.

Si è già ridotto a pensare la vita come un “destino” e spera di essere “fortunato”: Fortuna si chiama la presenza di Dio, non fede.

Siamo tornati ai tempi della “dea fortuna”, siamo tornati indietro di secoli: Allora, a Palestrina un ragazzino Agapito, il giovane martire prenestino, con la sua tenacia, la sua testardaggine, la sua decisione d’amore per Gesù morto e risorto, aveva cambiato la storia di un popolo: noi la facciamo tornare indietro di diciotto secoli. 

<<Lo svegliano e lo rimproverano>>.

No, qui tu non ci stai a farti i fatti tuoi, ci hai tirato dentro e adesso ti dai da fare con noi: Non ti permettiamo di affogare senza accorgerti, devi vedere anche tu la morte in faccia come la vediamo noi. 

<<Non ti importa che moriamo?>>

E’ un grido, e un rimprovero, è una disperazione, è una rabbia, è una constatazione e una pressante richiesta.  

Tu sei un palpito del cuore di Dio, e vuoi che a me non importi niente di te?  Io ti ho amato fino a morire per te e tu credi che Io abbia abbandonato la mia missione? Tu mi sei stato affidato da Dio, mio Padre e credi che Io non sia deciso a fare tutto quello che è necessario per te?

Sono io che dormo o sei tu che non hai fede? 

1 Febbraio 2020
+Domenico

La forza del seme piccolo è quasi invisibile

Una Riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 4, 26-34)  

Ogni persona custodisce in se una grandezza unica.

Ci sembra di essere nessuno, di sentirci pure ignorati o schiacciati, ma ogni persona ha la forza di un seme che il Creatore gli ha posto dentro con amore: E Dio ha tutto un suo modo di coltivare e far fiorire i semi, la sua parola che ci ha scritto dentro ogni vita, l’inizio invisibile del suo regno in noi.  

Esso ha l’aspetto della piccolezza, ma la forza di una concretezza, la parola e l’amore diventano storici con una presenza povera, nascosta e silenziosa, come il sale che dà sapore se non è avvertito, come il lievito che fa fermentare la massa se si dissolve in essa e come la luce che illumina senza essere vista, una fiaccola che si accompagna nel cammino spesso tortuoso di ogni giorno; per il cammino della vita in profondità non serve un faro che acceca, ma una fiaccola che fa compagnia, così spesso ci dice papa Francesco. 

Saper aspettare con pazienza è quello che ci dice Gesù del suo regno, del mondo bello da tutti sognato, della giustizia, della stessa felicità vera.

Lui andava per ogni città a predicare, gettava il seme, ma poi si doveva aspettare che la Parola lavorasse con pazienza nella coscienza delle persone.

E sembrava che non succedesse niente, che all’orizzonte non si vedesse  nessun cambiamento, che la predicazione di Gesù fosse inutile.

Noi vorremmo vedere subito i risultati, siamo malati di efficientismo, di produttività.

Invece occorre sempre agire come se tutto di pendesse da noi, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio.  

Questo è vero in tutte le attività in cui viene interpellata la libertà e la coscienza delle persone, soprattutto in campo educativo.

Educare significa far crescere e la crescita ha il ritmo del seme.

L’amore ha il ritmo del seme, del dono paziente e dell’attesa vigile, della accoglienza e della disponibilità.

Una delle cose che mancano di più oggi è proprio la pazienza, la capacità di attendere fiduciosi, la consapevolezza che se si è seminato, i frutti verranno.  

Occorre però saper guardare molto in avanti, non avere la vista corta, sempre ripiegata sui nostri piccoli problemi, avere la forza di progettare e non sempre soltanto di farci travolgere dai  problemi dell’oggi. Sedersi assieme genitori e figli e sognare il futuro, mettere le basi di una intesa profonda serve di più che litigare ogni giorno per le incomprensioni che costellano la nostra vita.   

San Giovanni Bosco, che oggi ricordiamo e preghiamo, era un artista del far crescere il seme del Regno di Dio nei ragazzi, nei giovani, in ogni persona anche la più imbranata, meno vistosa, semplice.

Proprio perché sapeva vedere in tutti il piccolo seme da far fruttare.

 31 Gennaio 2020
+Domenico

Non nascondere o trattenere, ma dona la Parola di Dio SEMPRE

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 8, 16-18)

Si fa tanto parlare oggi nelle nostre chiese di apertura missionaria: Siamo convinti di avere delle belle ragioni di vivere e non possiamo tenerle per noi.

Non si tratta di fare proselitismo, di aumentare il numero dei cristiani, ma di essere talmente sensibili alla vita di tutti di voler mettere a disposizione di tutti il Vangelo.

Noi lo abbiamo trovato bello, affascinante, impegnativo, ma possibile per cui facciamo di tutto per offrirlo a tutti.

Non diamo per scontato che tutti ormai conoscano il vangelo: Molti infatti quando ne leggono una pagina ne restano scossi.

Significa allora che non è così conosciuto, come noi crediamo!

Molti non hanno più nessun riferimento alla esperienza ecclesiale e l’hanno abbandonata prima di rendersi conto della sua grandezza e bellezza. 

Se la fede è una luce, allora non la si deve coprire o spegnere, ma portare a tutti. 

Alla sua luce, l’esistenza umana è illuminata e orientata nel suo cammino e la persona non si smarrisce brancolando nel buio come un cieco.

Perché la parola di Dio è la rivelazione che svela ciò che è nascosto e manifesta ciò che è segreto.

E’ la realtà di Dio che si svela, manifestando agli uomini i profondi segreti del cuore di Dio.

E’ una parola di giudizio, perché alla sua luce l’uomo comprende se stesso e saranno svelati i pensieri di molti cuori, come si dice ancora nel vangelo.

Se questo è vero pensiamo a come la predicazione cristiana è approssimata o svalutata nel cuore dei fedeli: E’ un suono confuso privo di ogni armonia, una parola priva di credibilità. 

Noi siamo tutti chiamati invece a pronunciare la parola di Dio in maniera che sotto la sua azione il mondo cambierà e si rinnoverà: Sarà la parola di una nuova giustizia, nella verità, la parola che annuncia la pace e che provoca serenità e gioia. 

La parola di Dio è come un messaggio di amore rivolto a qualcuno, una voce viva cui si deve dare risposta: E’ un talento preziosissimo che non dobbiamo sotterrare, ma portare a tutti, perché fruttifichi.

Dice la sacra scrittura: la mia parola non tornerà a me senza aver provocato ciò per cui l’ho mandata.

Come si fa ad essere così incoscienti di sotterrare una forza e una energia che ha in sé ogni capacità di consolare, di convertire, di cambiare, di rasserenare … 

Occorre certo esserne profondamente innamorati perché la apprezziamo tanto e la facciamo traboccare oltre che dalla nostra voce, anche dalla nostra esistenza, nei nostri rapporti, nel mondo delle nostre relazioni, oggi ancor più ampliate con tutti i nuoi mezzi di comunicazione, i social, le  immagini.

Non siamo ai tempi in cui si poteva scrivere la parola solo su pergamene e ne dobbiamo essere ciascuno di noi una originale pergamena. 

30 Gennaio 2020
+Domenico

Dio getta sempre il seme della sua parola a larghe mani

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 4, 2-9)

<<Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: “Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra cadde fra i sassi, dove non c’era molta terra, e subito spuntò perché non c’era un terreno profondo; ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. Un’altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. E un’altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno”. E diceva: “Chi ha orecchi per intendere intenda! >>”.  

La semina oggi si fa con le macchine, il seminatore scompare.

Ha calcolato al computer tutto e mette in moto gli attrezzi: quantità, solchi, suolo, raggio di azione, stagione adatta.

Non va perso niente!

Il seminatore del regno dei cieli, della Parola di Dio invece è un po’ atipico: E’ all’antica, cammina per il mondo e sparge a piene mani; Non gli interessa dove va a cadere il seme, ha fiducia anche nelle pietre: Lui i suoi figli li va a stanare ovunque. 

All’inizio del Regno c’è una Parola, la parola del Regno, e un seminatore, Gesù.  

E’ Lui il centro della vita del mondo, è Lui il Signore dei tempi e degli spazi, è Lui l’immagine del Dio invisibile.

E’ Lui che si prende cura di come sviluppare la vita nel mondo, è lui che sceglie i semi, è lui che con larghezza li sparge ovunque: Sa che terreno incontrerà, conosce le capacità di produzione del campo.  

Getta il seme a larghe mani, con grande generosità, vuol provocare ogni porzione di terreno a dare una risposta.

Se dovesse controllare dove cade ogni seme, alla fine mieterebbe solo le sue ansie.

Passerà poi con il chiodo ad arare e a coprire il seme con la terra perché attecchisca, ma ora abbonda nel seminare.

La certezza che il guardare a Gesù ci infonde è che l’esito positivo della semina è sicuro. 

Dice il Vangelo che il terreno in cui cade è spesso più duro dell’asfalto, è impermeabile non ne vuol sapere, si sente completo in sé, non ha bisogno di nessun seme e resterà nella sua aridità; il terreno, questa nostra vita, altre volte è sassosa: si ascolta bene, mi fa anche piacere qualche volta ragionare di Dio, cercare il senso della vita, ascoltare una parola buona, ma non le permetto mai di radicarsi.

Incostante, superficiale: Produce fuochi di paglia.

Sono come gli “Osanna” gridati a Gerusalemme che si cambiano nel giro di pochi giorni in “crocifiggilo”. 

Talvolta, mi faccio prendere dalle preoccupazioni; lavoro, soldi, amici, avventure, posizione, cose, ferie, automobili; dice il Vangelo le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la Parola, ti spengono la vita: E’ la potenza del rovo.

Sono quattro versetti disperati con cui il seminatore mette in evidenza le difficoltà: Quattro trappole o difese o debolezze costellano la nostra vita e vanno stanate, le false speranze vanno frantumate per far spazio alla speranza unicamente nel Signore.

29 Gennaio 2020
+Domenico
 

La Parola ascoltata e accolta è la vera parentela con Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 3, 31-35)

<<Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? ”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”>>.  

Titolo di consanguineità è essere figli della stessa madre o dello stesso papà, spesso però è anche far parte dello stesso popolo, della stessa famiglia, della stessa terra, delle stesse tradizioni.

E’ fare esperienze comuni, incontrarsi, essere amici, lavorare o studiare assieme, far parte della stessa squadra: Ti basta spesso avere una foto assieme a una persona importante per gloriarti con gli amici della tua dimestichezza con lei.  

La gente pensava che anche nei confronti di Gesù bastassero titoli di consanguineità per far parte della sua squadra, per sentirsi legati a lui, come biglietto da visita da presentare.

Se sono del suo giro, se appartengo al suo gruppo, posso accampare alcuni privilegi e alcuni diritti su di lui.

Posso rivendicare una maggiore intimità, magari anche qualche potere di raccomandazione o diritto di precedenza. 

Arrivano infatti la madre e i parenti e la gente crede che Gesù debba far loro posto nel suo programma di annuncio, debba in qualche modo mostrare deferenza, sospendere la sua predicazione per una simpatica rimpatriata. 

Gesù invece dice che il legame più vero e più bello che si può avere con lui non è tanto la consanguineità o la parentela, ma il fare la volontà di Dio, cioè l’impostare la vita sul progetto di Dio nella storia.

Si entra nell’intimità con Gesù non richiamando parentele, ma facendo un salto di qualità  abbandonandosi nelle braccia di Dio. 

Nessuno davanti a Dio è garantito per elementi esterni, perché magari va in Chiesa o fa parte della parrocchia, o bazzica sempre negli ambienti ecclesiali, perché conosce un cardinale o un vescovo, o ha parlato col papa, ma solo nella coscienza di lavorare assieme a Dio per la costruzione del suo piano d’amore.

La sua volontà è soltanto quella di far trionfare l’amore.

Diventi suo vero consanguineo se scorre nella tua vita la sua stessa linfa, la sua stessa parola, il suo piano di salvezza per tutti gli uomini 

L’atteggiamento dell’ascolto della Parola ci rende fratelli di Gesù, la ricerca di lui, l’atteggiamento di chi si converte interiormente a Lui, ogni giorno, perché ogni giorno dice: sia fatta la tua volontà e in questo modo sperimenta il Dio che non ci abbandona mai.

26 Gennaio 2020
+Domenico
 

Di Buon senso si può morire: Gesù il vero centro della vita

Se ne sentono tante idee oggi in giro anche riguardo alla religione: ti sembrava di avere acquisito qualche buona idea qualche taglio comportamento legato alle tradizioni, al buon senso, ad abitudini collaudate e invece ti senti dire … che non va più bene questo, non è più esatto quello: occorre comportarsi in maniera diversa, ogni tanto appare un predicatore che ti sconvolge e non so più a chi credere, se resti abbarbicato le tue idee passi per sorpassato non all’altezza dei tempi “moderni”, se cambia e ti adatti ti sembra aver tradito Qualcosa di grande che ti aveva promesso di vivere con onestà …

Era capitato qualcosa del genere alla gente che ascoltava Gesù: si domandavano “Ma questo, che dice?”

Ci fa nascere speranza quando parla ma non è proprio come quello che noi comunemente ci siamo imparati nelle nostre frequentazioni della sinagoga: è un insegnamento che esige una conversione dei nostri modi di pensare ma prima di cambiare dobbiamo vedere bene di che si tratta, potrebbe essere anche il demonio che si tenta …

Ecco: la prima grande accusa Gesù è un demonio che ti porta al male!

Forse perché era scomodo ascoltarlo, forse proprio perché metteva in discussione il loro modo di avere ingabbiato Dio nelle loro abitudini: e Gesù, con pazienza, a far capire che è troppo comodo chiamare “demonio” il suo invito alla conversione, è una buona scusa che non ti permetterà mai di uscire dalle tue sicurezze, dai tuoi peccati, dalle tue posizioni errate: dire che Gesù è un demonio è una bestemmia im-per-do-na-bi-le!

Capita anche noi oggi per le nostre comunità di opporci a ogni cambiamento, in meglio, della nostra vita di adagiarsi sul “buon senso” che anche un buon maestro, ma non è sufficiente a offrire ragioni vere di vita

Di buon senso si può morire! il buon senso ti dice che sono mai d’accordo in casa Puoi separarti se trovi anche un’altra persona ti rende felice e invece il tuo marito no, puoi tranquillamente cambiare … che se non puoi mantenere un altro figlio, perché non lo abortisci?

che se hai una buona occasione per far soldi Basta che non si veda anche se è disonesto non puoi fare che se hai occasione puoi anche arrotondare sempre

Che qualche avventura sentimentale “permessa”, ti muove un po’ la vita

Questo secondo voi sarebbe … cristianesimo perché questo si sente

La speranza nostra un’altra e di poter avere qualcuno che ti dà luce che ti dà convinzioni difficili da vivere, ma vere

Gesù in quella Sinagoga aveva fatto balenare davanti ai suoi compaesani la bellezza del Vangelo, che portava a compimento, e un grande cambiamento le loro abitudini più belle, ma non più sufficienti per la ventata di novità che portava lo stesso!

Ma loro non gli hanno creduto e ha cominciato a tentare di ammazzarlo.

27 Gennaio 2020
+Domenico

Decisi, corresponsabili e subito

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 4, 12-23)

Quando si imbocca una strada difficile non sempre si ha il coraggio di continuare: Le tentazioni di fermarsi, di lasciare tutto a metà, di non finire niente sono più di un raro episodio.

Lo vedi in certe regioni in cui si cominciano le case e le lasciano per decenni con le impalcature per l’ultimo piano; lo vedi nella politica che è l’arte di non decidere mai, di rimandare all’infinito; lo sperimenti nella tua vita privata quando sei convinto di dover prendere alcune decisioni per mettere ordine nella tua vita, nei tuoi affetti, nelle tue passioni che spesso debordano e rimandi continuamente. 

La dieta comincia sempre il giorno dopo. 

Allora ti capita come quando devi alzarti al mattino: non vorresti mai uscire dal letto, maledici la sveglia, la metti lontano per costringerti a uscire dal letto, spegni quella maledetta soneria, ma poi risalti nel letto, inventi tutti i ragionamenti possibili per convincerti che non è necessario alzarsi, che le cose si possono fare anche più tardi… nella vita invece ci sono momenti in cui occorre un colpo di reni che ti mette nella direzione giusta.  

Gesù ha dato una decisione definitiva alla sua vita da sempre, ma nella sua esistenza umana ha preso una decisione per il Regno di Dio e si è tagliato dietro tutti i ponti.

Lasciò Nazaret, il luogo della sua infanzia, la sua gente, il suo lavoro, i suoi amici, sua madre e venne ad abitare a Cafarnao.

Una cittadina sul lago, crocevia di genti e di affari.

Qui circolava tanta gente e quello che aveva in cuore da realizzare qui lo poteva comunicare a tutti.

Era preso da urgenza, non da fretta, non c’erano da fare tante cose, c’era da prendere una decisione, occorreva sbilanciare la propria vita, i propri affetti, i propri progetti, la stessa vita sociale e religiosa dalla parte del Regno di Dio, dalla parte del Vangelo.  

Subito  si sceglie una squadra di persone, quasi impossibili per vivere assieme tanto son diversi, ma tanto necessari per darci esempio di come essere tutti i battezzati: coraggiosi e decisi a  diventare collaboratori, anzi corresponsabili.

Tutti da amare, da lasciare liberi di decidersi senza voltarsi indietro.

Un avverbio la sua chiamata ha scatenato in tutti: “subito”, senza tentennamenti, decisi, disponibili, vite da reimpostare, ma dentro il suo grande amore e la sua accorata preghiera al Padre prima di sceglierli. 

La notizia sconvolgente che non doveva lasciare tranquillo nessuno era la grandezza e la paternità di Dio che si stava manifestando in Lui.

Segno di questo nuovo che stava irrompendo nella storia erano le molteplici guarigioni che Gesù operava: faceva toccare con mano che la vita poteva prendere un’altra piega; se le malattie erano vinte, perché non lo doveva e poteva essere la malattia ancora più profonda che è il peccato, il cuore marcio. 

Era finito l’incubo della storia, l’uomo poteva ancora abitare una speranza.  

26 Gennaio 2020
+Domenico