Meglio una chiesa incidentata in uscita, che morta di inedia

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16, 15-18)

L’uomo è per sua natura un pellegrino, un viaggiatore, lo è stato nei secoli più antichi, quando c’era solo il cavallo o la barca, lo è oggi con tutti i mezzi di trasporto più moderni: Fa parte della sua natura essere cercatore, scopritore, contemplatore del creato, della natura.

Soprattutto è viandante perché ha dentro di sé una forza incoercibile che è quella di far sapere, di comunicare, di rendere partecipe l’altro della gioia che vive.

L’uomo non è fatto per tenere per sé, ma per offrire e trova la sua gioia nel  condividere.  

Per questo alla fine del vangelo di Marco c’è un comando perentorio di Gesù, un comando che destabilizza, che non permette di stare chiusi nel proprio egoismo, ma apre all’inedito di Dio, alla sua novità assoluta: andate.

Non si può star fermi quando hai visto che è giunta la pienezza dei tempi. 

Papa Francesco direbbe e ripete sempre: uscite 

Gli apostoli hanno fatto molta fatica a entrare in questo ordine di idee, come stiamo facendo noi che se, usciamo, torniamo subito indietro.

Già era sembrata di averla scampata bella quando hanno saputo che Gesù era vivo, che il Sinedrio non aveva detto l’ultima parola su di Lui; grazie a Dio lo avevano incontrato risorto, dopo i giorni bui della passione e morte.  

Ecco, si dicono i discepoli,  adesso le cose sono state ben sistemate. Si sa chi ha colpa, si sa che Gesù è risorto e questo ci dà una grande serenità.

Il male non vince, gli inferi sono spalancati.

Questo Gesù ci ha veramente riconciliati con le nostre radici e ci ha anche aiutato a dare alla nostra vita la sua serenità.

In questo stato d’animo si sarebbero adagiati i discepoli se non avessero avuto questo comando perentorio: andate.

Non sono venuto al mondo solo per aggiornare la vostra vita religiosa, sono venuto a portare un fuoco e voglio che divampi.

I confini del popolo di Israele sono troppo angusti, occorre prendere il largo; la mia casa è il mondo, la Parola  deve correre ovunque, la salvezza è per tutti. 

San Giovanni Paolo II ci ha lasciato questo invito come testamento nel 2000 

Gli apostoli capiranno come obbedire a questo comando dalla vita, dalle persecuzioni.

Paolo convertito mette in pratica definitivamente questo comando quando in un processo che volevano intentargli i giudei si dichiara cittadino romano e per questo ha diritto di essere giudicato a Roma dall’imperatore e parte per Roma, dove annuncia Gesù, dove il vangelo prende  casa, nel cuore del mondo di allora.

Il mandato di andare è la scelta di Dio di abitare il mondo, dimostrando di non abbandonare nessun popolo, nessuna nazione. 

Non saremo noi nella nostra piccineria a bloccare questo comando, a dire prima gli italiani, anche se tra noi c’è sempre bisogno di un nuovo primo annuncio. 

25 Gennaio 2020
+Domenico

Nessuno è a questo mondo a caso

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 3, 13-19)

<<Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì>>.  

Tutti abbiamo provato la spiacevole situazione di andare a un incontro, a una manifestazione, a un appuntamento con persone nuove e di restare in un angolo, senza essere presentato, senza nome, senza collocazione.

Magari non hai nemmeno un amico con cui condividere l’imbarazzo e trovarti un alibi.

Sei lì, solo, nessuno ti dice niente, imbarazzo assoluto.

Peggio ancora quando con amici si decide di fare qualcosa di interessante, tutti hanno un ruolo da svolgere, una parte da fare, un incarico da sostenere e tu sei lasciato lì inerte: nessuno ti dice niente, nessuno ritiene di darti una qualche responsabilità; sei proprio il due di coppe. 

Non trattava proprio così nessuna persona, Gesù nella sua missione.

Ciascuno nella vita ha un posto.
Nessuno è a questo mondo a caso.

Siamo tutti destinatari di una chiamata, di una “vocazione” diciamo noi in “ecclesialese”: Vuol dire che tutti abbiamo un posto, non un destino!

Tutti abbiamo una missione che ci viene proposta e che noi possiamo accettare o meno, dipingere con la nostra creatività o sopportare, caricare delle nostre energie e del nostro entusiasmo o lasciar cadere.  

E’ stata la prima cosa che ha fatto Gesù quando ha iniziato la sua vita pubblica: ha chiamato dodici persone a far da gruppo stabile che vivesse con lui e li ha chiamati tutti per nome.

Era sicuramente la compagnia più impossibile che potesse esistere: lenti nel capire, incapaci di collaborare, qualcuno poi si è rivelato un traditore, qualcun altro aveva solo interessi personali.

Ma Lui Gesù li ha chiamati tutti a uno a uno e ha fatto loro la proposta del regno e ciascuno ha giocato la sua libertà e la sua vita.

Sono passati attraverso entusiasmi, tradimenti, sperimentazioni, paure, ma alla fine quella chiamata personale li ha visti tutti rispondere con decisione: Tutti hanno visto naturale seguire il maestro, stare dalla sua parte, ciascuno con la sua caratteristica umana che è già una strada che Dio ci indica per farci capire chi siamo e come siamo originali. 

Qualcuno invece se ne è andato e ha tradito. 

Non siamo fatti con lo stampino, ma ogni uomo è un capolavoro originale e a questo capolavoro partecipiamo con la nostra risposta. 

E’ così per tutti: all’esistenza siamo chiamati, non ci siamo a caso, non siamo al mondo per un preservativo rotto, ma tutti chiamati a una speranza viva. 

24 Gennaio 2020
+Domenico

Lo voglio toccare, non mi basta vederlo e ascoltarlo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 3, 7-12)

La gente si sposta per i mercati, si sposta per i divertimenti, si sposta per sentire persone significative… Ma molta gente si sposta soprattutto in cerca di speranza: I malati sono spesso questa gente.

La ricerca di sollievo alla sofferenza mette in tutti i malati una grande attesa; quando sentiamo che da qualche parte di questo mondo c’è qualcuno che può risolvere le nostre angosce o le nostre malattie facciamo tutti i sacrifici possibili per tentare una possibile strada che ci dà guarigione, che risponde alle nostre sofferenze.  

Gesù nel suo pellegrinare spostava le popolazioni che venivano a contatto con la sua Parola, con il suo messaggio nuovo, con la forza con cui accompagnava quanto diceva.

E la gente era talmente interessata a Gesù che lo travolgeva, voleva un contatto fisico con lui, dice il Vangelo: <<gli si gettavano addosso per toccarlo>>.

Si è fatto come pulpito una barca così che almeno, parlando da qualche metro dalla riva dal lago, non lo schiacciassero: Non era fanatismo, ma desiderio di dare salvezza alle loro vite, certezza di essere a contatto con Dio e di poterglisi affidare.  

Noi guardiamo con supponenza a questa folla che si stringe attorno a Gesù, perché crediamo di essere autosufficienti, di non aver bisogno di un salvatore, perché crediamo che ci salvi la scienza, o il progresso, l’avere denaro e amici.

Per le malattie abbiamo gli ospedali, per le depressioni le medicine, per la solitudine le città e le piazze, per i problemi tecnici il progresso, per i contenziosi i tribunali, per gli imprevisti le assicurazioni.

Eppure ci riduciamo ancora miseramente a fare la fila dai maghi o dagli spacciatori, ci facciamo incantare dagli imbonitori, abbocchiamo all’ultima moda che ci promette la felicità e l’eternità. 

Ma alla fine sentiamo che tutto quanto è in nostro potere non basta. Abbiamo bisogno di un salvatore, anche noi uomini e donne del terzo millennio abbiamo bisogno di Dio, cerchiamo anche inconsciamente, un contatto con Lui.  

E Dio in Gesù si lascia toccare, già da allora, ma anche oggi, Dio si presenta all’uomo e si fa incontrare in Gesù.

Lui si fa incontrare nella quotidianità della nostra vita, nel rapporto tra di noi, nel volto del povero, nella vita sacramentale, nella sua Parola.

Le chiese possono essere vuote, ma la sua presenza non si contrae: viene lui a cercarci, perché Dio non ci abbandona mai. 

Soprattutto dobbiamo rivalutare quegli incontri con Gesù che sono i sacramenti dove il toccare, il vedere, il provare la concretezza di un segno, di un sentimento, di un contatto fisico ci dà la certezza che l’incontro con Gesù è vero non è nessuna illusione o fantasia. 

23 Gennaio 2020
+Domenico

I cristiani sono sempre persone a vita “piena”

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 3, 1-6)

<<Entrò di nuovo nella sinagoga. C`era un uomo che aveva una mano inaridita, e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. Egli disse all`uomo che aveva la mano inaridita: “Mettiti nel mezzo!”. Poi domandò loro: “E` lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?”. Ma essi tacevano. E guardandoli tutt`intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell`uomo: “Stendi la mano!”. La stese e la sua mano fu risanata>>. 

Trasgressivo, impetuoso o provocatore.

Chi?

Il solito rivoluzionario datato, che esce da qualche centro sociale? Uno squatter che sogna ancora di potersi opporre alle decisioni della globalizzazione? Un giovane senza piedi per terra e arrabbiato con tutti?

No, stavolta, non solo ora e non a caso, è Gesù.

Dice il vangelo che proprio di sabato Gesù stava in una sinagoga.

Proprio di Domenica, diremmo noi, Gesù stava in Chiesa per le sue funzioni. 

Tra i banchi c’è un importuno che crede di essere arrivato in un ambulatorio con una mano rinsecchita, brutta da vedere, inutile e ingombrante.

Non prende, né stringe, non lavora né accarezza, non è più umana: È un peso.

Ha sentito parlare di Gesù, sa che fa cose straordinarie e lo insegue.

Chi sta male non bada a niente, va pure dal fattucchiere, sperpera tutto quello che ha per ritornare sano, per godere della vita. 

Gesù lo vede proprio mentre sta vivendo un momento religioso, liturgico, alto, pieno di dignità. “Mettiti nel mezzo” gli dice.

Gira uno sguardo che raggela molto più del professore in cerca della vittima da interrogare.

Gli faccio sto regalo della salute, o no?
Rimetto vita in questa mano, o no?

Tacciono tutti! Stavano pensando: ma non può aspettare domani? Questa sorta di monco non può tener duro ancora un poco?

E tu Gesù che vedi quanto la gente ormai va in Chiesa solo per interesse, per trarre vantaggi, non puoi farlo aspettare, farlo pregare, fargli capire che Dio sta al di sopra di tutto, che la malattia più grave è quella dello spirito, è il peccato, che una mano rattrappita, a cui si è da tempo abituato, può ben aspettare? 

Che ne sarà di questa nostra religione se la scambiano per una spalla su cui piangere? Che ne sarà della Chiesa se la scambiano per un ambulatorio? Che ne sarà della fede se la si baratta per un tornaconto?

Gesù s’arrabbia e si rattrista, si altera, perde la calma olimpica dei cinema: occhi azzurri, capelli biondi, passo danzante.

Perde il sorriso, si fa triste, non vede amore vede solo formalismo, la presunzione per principio, vede difensori di un Dio che hanno incastrato in comodità umane e dice «stendi la mano». La stese e fu guarito

Guarda! la religione di Gesù è l’uomo a vita piena ma soprattutto è lui il Signore che dispone anche del sabato. Ma se si va avanti così, che cosa resta? Resta Lui da interrogare sempre, su ogni questione della vita. 

Resta la nostra umanità da riportare alla sua piena dignità e scoprire e ringraziare Dio perché siamo fatti a sua immagine e dobbiamo ridiventarlo sempre, non solo nelle mani. 

22 Gennaio 2020
+Domenico

L’uomo non per la legge, ma è il centro anche di essa

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2,23-28)

C’è stato un tempo in cui tutto il nostro comportamento era definito da leggi, regole, precetti: Per la vita morale si mettevano in evidenza i comandamenti, per la vita sociale c’era una galateo o buona educazione che prevedeva regole minuziose.

Poi la spontaneità ha cominciato a dilagare, ma con la spontaneità anche la diseducazione, lo smarrimento, la mancanza di rispetto e l’incapacità di vivere serenamente assieme.

Nel formarci una propria personalità e nell’edificazione di sè come soggetto umano maturo ed adulto, la legge, le norme, le regole hanno un ruolo ineliminabile: insegnano a non rimanere prigionieri delle proprie pulsioni e dei bisogni immediati e danno, così, l’accesso alla vera libertà. 

Se la legge diventa un idolo, fine a se stessa si trasforma in una gabbia, toglie la verità ai fatti, fa prevalere una visione ideologica, non vera della vita, dà la stura a partiti presi, a incapacità di ragionare sulla verità.

Era diventato così l’attaccamento al sabato da parte di molti ebrei al tempo di Gesù.

Il sabato per loro, come per noi la domenica, è un giorno grande, bello, rappresentativo.

Era l’irruzione del tempo sacro nel tempo profano, il giorno della pace donata da Dio, della pienezza della visione della gioia del suo volto, segno del tempo finale.  

Invece un po’ alla volta divenne una legge, come la nostra domenica che è diventata un precetto anziché essere un regalo di Dio, una finestra aperta sull’eternità.

Gesù riporta invece tutto alla centralità della persona umana.

La religione non è un insieme di riti, di osservanze, di precetti, di obblighi, ma è un aiuto alla verità piena dell’uomo

L’uomo non è per la legge, non è per il rito, non è per l’autorità o le istituzioni.

Tutte queste realtà sono dei valori, ma sempre relativi all’uomo.

Al sistema di osservanze esteriori Gesù oppone una religione fondata sull’amore e sulla libertà.

L’equilibro non è facile, va sempre cercato nel massimo della verità di se stessi. 

Se questo principio salta si diventa fanatici, si fa della religione un motivo di guerra, si creano talebani disposti anche a uccidere per salvare le strutture.

Noi cristiani fondiamo la religione sull’amore e per amore siamo capaci anche di morire, mai di far morire.

Abbiamo l’esempio in Dio, che ci ha amato fino al dono supremo della vita, per non abbandonarci mai. 

21 Gennaio 2020
+Domenico

Vita cristiana è essere felici in compagnia dello sposo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2,18-22)

  

Col rimescolamento dei popoli, delle tradizioni e delle religioni cui stiamo assistendo, con la relativizzazione di ogni valore anche quello che ci ha aiutato finora a tenere in piedi la nostra vita, con questa post-modernità liquida in cui sembra che tutto perda forma, si adatti, si squagli  ci ritorna spesso la domanda: che significa oggi essere cristiani?

È la domanda dei figli, che crescono con altre abitudini, riferimenti, prospettive, ai genitori.

È la domanda che ciascuno fa alla propria coscienza di fronte alle situazioni nuove e dirompenti e agli interrogativi che esse fanno nascere.  

Qualcuno osa dire semplicemente che è meglio non credere in niente, perché pensa che la fede sia vendere la propria umanità a qualche fondamentalismo sottratto all’uso della ragione.

Poi, però, non sa a quale principio ancorare la propria vita.

Erano forse le domande che i discepoli di Giovanni il Battista e la gente che li vedeva così impegnati in una sorta di radicalismo, facevano a Gesù.

La questione era il digiuno, l’affrontare la vita con un impegno personale più definito di fronte a una impressione di leggerezza o di superficialità che sembrava caratterizzare i discepoli di Gesù.  

Avere fede, per noi oggi credere in Gesù Cristo, non è forse impegnarsi in una vita che sa sacrificarsi per gli altri, sforzarsi di controllare le passioni, comportarsi correttamente, andare a Messa la domenica, seguire principi morali impegnativi, darsi da fare per la parrocchia, scrivere nelle nostre abitudini una legge di buon comportamento? Digiunare, insomma. 

Gesù dice in maniera sconcertante:  Si può far diventare il digiuno la cosa più importante quando si fa festa a uno sposo?

La vita cristiana non è prima di tutto ascetica, sforzo titanico di  superamento di sé, ma mistica, contemplazione, essere felici in compagnia dello sposo.

Oggi, ci dice papa Francesco, ci ripetono spesso i Vescovi Italiani, dobbiamo metterci di più in contemplazione di Gesù.  

Abbiamo ridotto la vita Cristiana a una somma di impegni, al tormento di un’agenda sempre più fitta e abbiamo dimenticato di far festa con lo sposo, di lasciarci affascinare da Lui, di farci conquistare dal suo volto martoriato e risorto, dalla sua umanità, dalla sua bellezza.

Solo dopo questo incanto si scatena e diventa possibile ogni sforzo, ogni digiuno, ogni penitenza, ogni sacrificio finanche il dono della vita. 

20 Gennaio 2020
+Domenico

Perdono VERO, non terapia contro il rimorso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 29-34)

Quante volte vorremmo che il male da noi fatto ad una persona  amata non fosse mai stato fatto.

Abbiamo sbagliato, ci rendiamo conto che tutto è capitato in piena coscienza, ma entro una visione sbagliata della vita, in un soprassalto di ira, di cattiveria.

E le conseguenze rimangono, spesso sono irrecuperabili.

Pensi a chi ha ammazzato per odio o per rubare, per idee politiche o per affari, ma anche a noi che grazie a Dio non uccidiamo, ma ci sentiamo spesso egoisti e cattivi, stracciamo affetti e sentimenti, vite e dedizioni.  

Potremo ancora ritornare innocenti?

Molti credono che l’unica possibilità sia il castigo, l’occhio per occhio, la vendetta.

Se anche la giustizia deve fare il suo corso, resta sempre un cuore ferito, una vita spenta, un’angoscia mortale.

“Peccato” chiamiamo noi cristiani  questa colpa che oltre a distruggere sentimenti, legami e vita distrugge lo spirito, l’anima; spegne speranza e cancella l’innocenza. 

Si alza un grido tra la folla al di là del Giordano.

E Giovanni il Battista, il battezzatore che vede Gesù e lo indica dicendo: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo. 

E’ il gesto che ad ogni Messa viene preposto alla comunione: ecco l’agnello di Dio.

Non è un ricordo, ma una storia che si ripete ad ogni celebrazione eucaristica. 

È lui che ha la possibilità di sradicare dal cuore il peccato, di ridare l’innocenza perduta.

I tuoi peccati se anche fossero come scarlatto diventeranno bianchi come la neve.

Non è una medicina psicologica per far passare il senso di colpa, o una terapia contro il rimorso: È Dio l’unico che sa ricucire le ferite che il male provoca in noi, è lui che va oltre ogni riparazione, ogni castigo, è Lui che cambia il male della nostra vita nella prima tappa della rinascita. 

Gli ebrei nell’Antico Testamento credevano di potersi liberare dal male con questo rito: veniva preparato un capro da ammazzare e sgozzare.

Il rito consisteva nello stendere le mani  sul  capro per scaricare su di esso ogni colpa, ogni peccato, un capro da far cacciare nel deserto lontano da tutti caricato dei loro peccati. 

Toccò in forma definitiva fare il capro espiatorio proprio a Gesù. Infatti fu cacciato fuori dalle mura di Gerusalemme sul Golgota, crocifisso e ucciso. 

Dal primo Natale e sempre anche oggi invece è nessun capro, ma lo stesso Gesù che prende su di sé il nostro male, il cumulo dei nostri odi, delle nostre cattiverie infinite e ci ridona salvezza, serenità e innocenza. 

19 Gennaio 2020
+Domenico

Il perdono diventa il primo impatto tra Dio e l’umanità

Una riflessione del Vangelo secondo Marco (Mc 2, 13-17)

La nostra vita è fatta di accoglienza dei doni che Dio ci ha dato: la salute, la gioia di vivere, un lavoro, una famiglia, tanti sogni e desideri, e spesso anche tante difficoltà, tante strade da percorrere e da scegliere.

Non siamo automi, abbiamo una libertà da educare, da difendere e da vivere: Ci si impone spesso una scelta “decisiva”

Qualcuno sembra abbia deciso bene, se ne sta tranquillo a fare i fatti suoi, a un certo punto però si accorge che c’è qualcosa che non quadra nella vita oppure viene posto di fronte con evidenza a una luce, a una intuizione, a una verità che gli fa cambiare radicalmente strada, gli si aprono gli occhi,  percepisce dentro una voce, una spinta che non lo lascia tranquillo.  

Matteo era uno di questi: Pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, aveva un “lavoro fisso”, era disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro. 

Ma un giorno gli capita al banco, dove sta contando euro a non finire, Gesù: E Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice: Seguimi!

E lui alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, messa in discussione da questo invito, lo seguì

Continua ancora la sua vita di relazione, ha ancora i suoi amici, sicuramente deve giustificare loro perché abbandona la sua ricca posizione sociale per correre dietro a un predicatore che non si sa quanto raccomandabile sia; sta di fatto che vuole che Gesù incontri questa sua potente fasciatura, tutto il mondo di pubblicani che lo accerchia.  

E Gesù va con grande scandalo dei benpensanti a mescolarsi con ogni fondo di galera, va a sradicare certezze e a portare la sua speranza.

Gesù non disdegna nessuna delle nostre mense, si fa compagno di tutti, non ha paura, vuole solo la nostra felicità: Ci vede spaesati, ma lui ci aiuta ad alzare lo sguardo al cielo. 

Il perdono, l’accoglienza di chi ha sbagliato, di noi che non ce la facciamo a fare della nostra vita un dono, ma spesso operiamo ricatti, se non estorsioni di ogni tipo, di affetto, di danaro, di posizione sociale, di amicizie, di interessi.

Se Dio intuisce, e sappiamo che ci conosce bene, che nel nostro cuore c’è anche una piccola feritoia di pentimento, entra subito e ci porta perdono, amicizia e gioia.  

18 Gennaio 2020
+Domenico

Restiamo tutti paralizzati, se Gesù non ci guarisce

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 1-12)

Paralisi è malattia brutta, è immobilità spesso assoluta; è dipendere in tutto dagli altri; è spesso una disperazione.

Ma la speranza deve essere sempre l’ultima a morire.

Così capitò a quel paralizzato che sapeva di Gesù e che  dovunque andava  spopolava, la gente lo seguiva, lo ascoltava, soprattutto sapeva che lui guariva.

Quando si diffonde una voce del genere, anche ai nostri giorni, si diffonde un tam tam tra i disperati e tutti si va in quel luogo a vedere se c’è una risposta alla nostra sofferenza. 

Certe notizie non arrivano mai, queste le sanno subito tutti

Al passaggio di Gesù tutti tirano fuori dai loro tuguri i malati che hanno sempre nascosto in casa, tutti gli mettono davanti le loro miserie.

Il Vangelo spesso è una fotografia di questa pressione del dolore nei confronti di Gesù.

E c’è anche un uomo paralizzato.: Lui non si può muovere, ma ha quattro amici che gli vogliono bene; non ha gambe buone, ma ne ha otto in prestito, non solo, può contare su quattro teste che hanno chiaro come giungere a Gesù.

Non si scoraggiano, non mollano l’amico davanti alla prima difficoltà, il suo problema lo hanno fatto proprio: Non possono dire al paralizzato: vedi che ressa, vedi anche tu che è impossibile, accontentati, abbiamo fatto di tutto per portarti da Gesù, ma questo muro di gente non cede di un millimetro dalla sua posizione.  

Invece, salgono sul tetto, lo squarciano; si immaginano che il giorno dopo dovranno ricostruirglielo al padrone, ma non conta niente; quando si vuol fare del bene lo si fa fino in fondo.

Non vogliono più portare a casa la solita barella, con dentro sofferente il loro amico.

E lo calano davanti a Gesù: gli interrompono la predica.  

Gesù stava dicendo che c’è un male più grande nel cuore dell’uomo, molto più di ogni malattia.

Per quello Lui era venuto.

E gli calano davanti un volto di dolore, un corpo negato alla sua autonomia, una vita distrutta nelle sua libertà di essere, di muoversi, di gestire le sue relazioni.

E Gesù lo fa camminare diritto.

Un uomo piegato dalla sofferenza torna a camminare diritto nella gioia. Vedete: questo uomo torna a camminare, ma c’è un male più grande nel vostro cuore, che vi distrugge la dignità, che vi tarpa le ali, che vi fa star male tra di voi, che procura all’uomo incalcolabili sofferenze e che voi non riuscite a vincere: è il peccato

Noi uomini moderni lo abbiamo cancellato dai nostri pensieri e progetti, siamo marci dentro, finché non guariamo il cuore non riusciremo a guarire la vita.

Gesù dice alla gente che lo ascolta:  io sono qui perché ho il potere,che nessuno di voi ha, di guarirvi dentro, di togliere l’odio dal vostro cuore, di cambiare il vostro sguardo predatore sull’innocente in sguardo d’amore, di cambiare il vostro attaccamento al denaro in attaccamento al bene, al povero, alla poesia, al sogno. 

Per farvi capire che io posso rimettere i peccati dico a te: alzati e cammina, ma questo alzati lo voglio dire a tutti quelli che razzolano a terra nel vizio, a tutti voi che avete ridotto la religione a potere sui deboli e inganno sui poveri, a tutti voi che mettete speranza solo nei soldi, a tutti voi che non avete paura di rubare e di maltrattare, di togliere affetto a chi ne ha diritto e bisogno, che lasciate i figli nella solitudine, li private del diritto di avere un papà e una mamma,  perché avete deciso che non riuscite più a sopportarvi. 

17 Gennaio 2020
+Domenico

Il vangelo è Gesù, e va annunciato come si ama una persona

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 40-45)

Esistono nella esperienza umana situazioni di grande sofferenza cui siamo chiamati a rispondere con energia e non con la sola compassione che ci fa dire di fronte a una sofferenza ingiusta solo “poverino!” 

Ciò sa molto di adattamento impotente al dolore altrui.

Non era certo così la compassione di Gesù: Era un rivoltarsi delle sue viscere di fronte ai drammi umani.

In questo brano si dice di Gesù che fu mosso a compassione (la traduzione letterale è  “adiratosi “) sia di fronte allo stato di sofferenza del lebbroso perché era isolato da tutti e privato di un minimo di solidarietà, sia di fronte all’indemoniato per definire la sua opposizione senza tentennamenti al demonio che usurpava la vita di una persona. 

L’azione di Gesù è energica e controcorrente, “tocca” il lebbroso e intima al demonio un esci imperativo, senza condizioni.

Il lebbroso esce dalla solitudine forzata cui la malattia l’aveva relegato, era un uomo costretto a vivere ai margini della società, ritenuto un rottame o una larva messo nella pattumiera dei rifiuti e, guarito, si pone al servizio del Vangelo, si mette ad annunciarlo, anche se ciò metterà in difficoltà Gesù, perché l’annuncio del Vangelo non deve correre sull’onda della curiosità o del meraviglioso, del miracolistico.

Il Vangelo è una forza, una novità, che va annunciata, è una apertura della vita al grande amore di Dio, è la rottura di ogni costrizione, una nuova esistenza regalata da Dio in Gesù.

Allora questa ingiunzione di Gesù è rivolta anche a noi e si fa in noi preghiera: 

Spirito di Gesù:  

Liberaci dal vangelo facile e scontato 
Liberaci dal vangelo ovvio e probabile 
Liberaci dal vangelo dei farisei e degli scribi 
Liberaci dal vangelo di chi non ha più né fame, né sete  
Liberaci dal vangelo che ci porta ad essere fanatici e ci fa ritenere giusti 
Liberaci dal vangelo che ci fa ritenere diversi dagli altri 
Liberaci dal vangelo che ci chiude in una razza e si esaurisce in una cultura 
Liberaci dal vangelo che ci impedisce di cercare ancora il vangelo  
Liberaci dal “nostro” vangelo (ce ne siamo fatti un possesso e non un dono) 

Amen!

16 Gennaio 2020
+Domenico