La preghiera della sera di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,29-33)

A tutti capita di arrivare certe giornate a sera dopo innumerevoli attività, incontri con persone,  scontri frontali con qualcuno, dopo aver affrontato difficoltà di ogni specie cercare un luogo di pace in cui prendersi in mano la vita, fotografarla quasi dal di fuori e cercare di capirla e di capire come siamo dentro di essa.

Ancor di più dentro una vita cristiana convinta e impegnata, cercare, dopo il caos di certe giornate, la pace di un dialogo con Dio.

Gesù è alla fine della sua prima giornata faticosa, da vero operaio del Regno di Dio, la sua esplicita vocazione sulla terra, e trova necessario tornare alla sorgente della sua esistenza anche terrena: Dio suo Padre.

Sotto traccia appare la sua vittoria su una prima tentazione, come se ne narrerà di Gesù nel deserto, cioè il non lasciarsi incantare da quello che gli dirà Pietro: tutti ti cercano, quasi a incoraggiarlo a mietere gloria e vantaggi dai miracoli compiuti, la tentazione costante di far prevalere i pensieri dell’uomo contro il pensiero di Dio.  

La preghiera di Gesù deve essere stata un silenzio o un dialogo drammatico con Dio: Si, perché la preghiera è descritta nella Bibbia come una lotta per non fermarsi mai sul cammino per la libertà; avviene dopo una grande giornata di fatica ed esige di saper uscire fuori dalla  stessa fatica.

Il Vangelo dice: uscì in luogo deserto.

Quello di Gesù, quello della sua preghiera è un esodo continuo verso la luce di Dio che illumina ogni notte, che impedisce di cadere nella trappola del pensiero dell’uomo contro il progetto di Dio.  

Bello quel salmo che dice: <<Benedico il Signore che mi ha dato consiglio: nella notte ammonisce il mio cuore. Ho sempre il Signore innanzi ai miei occhi: coì con lui alla mia destra, non cadrò. Mi mostrerai il cammino della vita, la pienezza di gioia del tuo volto, le delizio perpetue della tua presenza (salmo 16..)>>

Le preghiere notturne di Gesù non sono le nostre “avemaria” ai piedi del letto prima di coricarci (fosse vero che tutti le facessimo anche queste).

Sono molto di più!

In Gesù sono esperienza di libertà, di gioia incontenibile che sale dal profondo, una luce e una forza necessaria nell’immersione sempre più decisa nella sua missione, che diventa sempre più chiara, si porta dentro la gioia del futuro che lo attira, perché per questo, dice, sono venuto dal Padre. 

E’ una scuola per tutti noi la preghiera di Gesù, perché ci indica che l’agire è sempre importante (ed ecco la sua giornata piena di lavoro di predicazione e di accoglienza e la cura delle ferite di ogni persona), ma occorre saper uscire nel deserto, perché in esso Dio ci parla e ci rinnova con la sua parola e fa sgorgare da noi una fonte perenne di acqua viva che non stagnerà mai. 

Gesù è l’infaticabile annunciatore della buona novella, va da un villaggio all’altro, guarisce, scaccia demoni, rincuora le persone.

Ma noi sappiamo che il fare ha bisogno di una teoria che lo illumini e lo orienti: Ha bisogno di una carica di speranza indomabile, di una forza superiore che rende possibile anche l’impensato.

Questo rapporto di Gesù col Padre è il cuore e l’anima di tutta la sua vita: Il contatto diretto con il Padre è per Gesù, e lo deve essere sempre anche per noi, il sole che illumina il suo cammino.

Ci domandiamo molto semplicemente, da Cristiani: è questa la nostra preghiera?

È questa paternità di Dio su cui poggiamo tutto il nostro operare?

Dio ce ne faccia dono!

15 Gennaio 2020
+Domenico
 

Gesù ha autorevolezza, e soprattutto è l’autorità

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc. 1, 21-28)

Ci capita spesso per risolvere alcuni problemi concreti del nostro vivere di far fatica a trovare qualcuno di cui hai fiducia e che ha competenza e serietà per aiutarti a cavartela bene.

Talvolta manca competenza, ma il più delle volte non trovi la persona adatta che ti rimanda sempre a qualcun altro vai da questo. 

E’ mai possibile poter parlare con chi ha piena competenza o ci si deve adattare sempre al buon senso? Se questo poi capita per la tua salute o per la tua stessa vita, il problema è ancora più serio.

C’è qualcuno che può dire sulla mia vita qualche parola definitiva?  

Capitava così anche ai buoni ebrei.

La religione era arrivata a un punto di non ritorno: I riti erano freddi, la gente andava in sinagoga (in Chiesa, diremmo noi), ascoltava la Parola di Do, ma pareva una parola spenta, ingessata.

Occorreva tornare a sperare e la speranza non poteva nascere dalla routine, dalla ripetitività, dal sentito dire.

Ormai quando parlavano gli scribi davano l’impressione di chi inizia un discorso con “mi dicono di dire”: Gli scribi avevano una sorta di “regia” che dovevano seguire … era la regia del riportare fedelmente i versetti della torah, di chiosarli con i pareri autorevoli della scuola rabbinica da cui provenivano, ne riportavano le flessioni, i punti e le virgole, portavano a conoscenza la sapienza concentrata nei commentari.

Veniva spesso il dubbio che ci credessero, che si battessero per qualcosa di nuovo, di importante, di inedito.

L’elogio migliore che si poteva fare di uno di loro era: “non proferì mai una parola che non avesse imparato dal suo maestro”. Mai una volta “io vi dico che… è stato detto sempre che, ma io

Sicuramente molto fedeli, ma senza autorità.  

Quando si presenta Gesù invece è tutta un’altra cosa.

Lui è diverso: intanto parla in prima persona, non si mette a dire: mi dicono di dirvi… oppure: secondo i pareri più importanti che sono stati espressi su questo argomento sembra utile, tenendo conto delle varie situazioni che … 

Gli va qualcuno a chiedere se c’è una speranza nella vita e lui non dice: vediamo che cosa dicono gli altri. Lui dice: Io sono la via, la verità e la vita; Lui parla in prima persona.

A chi ha terrore della morte Lui dice: Io sono la risurrezione e la vita e lo dimostra con la risurrezione di Lazzaro, del figlio unico di quella mamma vedova, soprattutto lo dimostrerà con la sua risurrezione, con la sua vittoria sulla morte.  

Gesù è l’autorità, la sorgente del suo dire e del suo potere. 

Un giorno gli portano un indemoniato: Gesù non prende il libro degli esorcismi, non moltiplica preghiere formule e scongiuri, non si dilunga in formule interminabili misteriose, spesso di sapore magico, con cui si tentava ai suoi tempi di liberare gli ossessi.

Dice perentorio: taci, esci da quest’uomo! Esci, non ti chiedo per favore: Non ammette discussioni e Satana sopraffatto non osa resistere. Anzi i demoni hanno paura.  

Lui parlava con autorità, non vendeva speranze a buon mercato, ma era lui la speranza; non cercava mediazioni, ma offriva soluzioni. 

Lui era ed è la porta della vita, la parola definitiva, assoluta, potente.

E’ Lui la sorgente del nostro essere e ha in mano tutti i segreti della nostra felicità. 

Per chi cerca ragioni di vita questa è l’unica strada possibile e noi con Gesù la possiamo percorrere. 

14 Gennaio 2020
+Domenico

E’ degno di ogni stima anche il lavoro dell’annuncio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,14-20)

Mai come oggi stiamo pensando al lavoro per tutti.

La nostra costituzione ci garantiva che la nostra patria era fondata sul lavoro e abbiamo sempre fatto di tutto per non farlo mancare a nessuno.

Ci hanno pensato anche con le guerre e le distruzioni e ogni poco ci si doveva impegnare a ricostruire, a lavorare per il bene minimo per tutti.

Lavoro è possibilità di vita, di sviluppo della persona, di creatività, di libertà di decidere di sé, di fatica, ma anche  di progetto, di futuro.

Quando lo perdi vai in crisi nera.

Oggi ti dicono che sei in esubero, che sei in cassa di integrazione, che se si vuole continuare con questo benessere generalizzato, qualcuno deve pagare per gli altri e si riduce il lavoro.  

In certe zone d’Italia puoi stare in area di parcheggio per una vita e spesso sei costretto ad emigrare. 

Proprio entro questa esperienza quotidiana, comune, intensa fa la sua irruzione Gesù: I lavoratori sono pescatori, proprietari e salariati; vita dura, esposta ai capricci della sorte, si può stare tutta notte a raschiare il fondo del lago senza prendere niente, qualche volta ti sorprende la burrasca e rischi la vita.

Ma è sempre il tuo lavoro, la tua possibilità di vivere e di essere.

Andrea e Pietro, Giacomo e Giovanni ci stanno da una vita … ma arriva Gesù nel mezzo della loro fatica, mentre gettano le reti o mentre le rassettano. “Ma vi rendete conto che siamo a una svolta della nostra storia? Non sapete che sta scoppiando una novità inaudita, nuova, impensabile? Avete posto orecchio e occhio a quel che capita? Non vi suggerisce niente il vostro cuore? Non percepite che la terra sta gemendo per le doglie di un parto? sta nascendo un mondo nuovo e voi state a tendere l’amo ai pesci, state a litigare con le correnti, a ingarbugliavi con le reti!? 

Il regno di Dio ci scoppia tra le mani e voi lo lasciate passare? Bisogna che vi lasciate rivoltare la vita, occorre guardarla da un altro orizzonte.

C’è qualcosa di ancora più importante del vostro lavoro: non sono i pesci da pescare,  ma gli uomini da salvare

Seguitemi, vi farò pescatori di uomini, Pietro il tuo posto è oltre le tue barche, i tuoi tradimenti e le tue cocciutaggini; è in una nuova casa per tutti gli uomini: la Chiesa. Ci state a darmi una mano? Non vedete quanti uomini hanno perso la speranza, si adattano alla mediocrità, si impantanano nei loro peccati?”. 

E questi, subito, lasciate le reti, lo seguirono.

Noi invece siamo esperti del calcolo, del rimando, del pesare bene tutte le opzioni, dell’indugiare, del lasciar passare la vita nella nostra inerzia.

Nel regno di Dio c’è lavoro per tutti, tanto che il nostro stesso lavoro ne è un cantiere se vi saranno dedizione alla giustizia e alla solidarietà. 

13 Gennaio 2020
+Domenico.

Gesù entra solennemente nella sua missione: ce lo presenta il Padre.

una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 3, 13-17) nella festa del battesimo del Signore, che chiude il Tempo di Natale

Abbiamo tutti un ricordo lieto e triste di una prima volta: Il primo giorno di scuola, il primo giorno di naja, il primo giorno di matrimonio, il primo figlio, il primo bacio, il primo volo, il battesimo dell’aria … è stato qualcosa che ci ha iniziato alla vita, che le ha dato un nuovo colore, che ha coronato una lunga preparazione o attesa, che ci è capitato improvviso e che ci ha fatto scoprire qualità impensate.

Spesso è stata una investitura: “Adesso sei grande, tocca a te, non ti tirare indietro; sei su un trapezio, non ci sono più reti di protezione”.

Un misto di brivido, di paura, di orgoglio ci ha fatto decidere. 

Non so se Gesù provava qualcuno di questi sentimenti, là al Giordano in quella fila di peccatori; Era stato attratto da Giovanni, sentiva che Dio, suo Padre, non era ingessato nei ritualismi o imprigionato nel tempio, ma era là nell’attesa della povera gente, povera di speranza soprattutto, una povertà che attraversa ricchi e poveri, stolti e intelligenti, uomini di potere e servi inutili. 

Per questo non si era fissato subito nel Tempio, ma aveva intuito che Giovanni gli segnava una vera strada, non una fuga. 

E qui al Giordano il Padre, che Lui chiamerà sempre papà (solo sulla croce lo chiama Dio quando ripete le parole del salmo; Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato, ma le sue ultime parole saranno ancora: papà nelle tue mani mi abbandono), ebbene qui al Giordano è ancora suo Papà che lo offre a noi a mani spiegate, lo manda, lo accredita, lo spinge sul trapezio dell’annuncio e del dono fino alla morte, senza rete.

L’unica rete sono le sue braccia.

Con questa consapevolezza Gesù guarderà in faccia la morte, supererà le tentazioni, non soffrirà la solitudine: Ogni tanto, di notte, anche da solo, lo incontrerà e stabilirà con Lui i dialoghi intimi del dono di sé, del suo amore fino alla morte di croce.

Sei mio figlio, oggi ti ho generato; sei il prediletto, non ho altro bene fuori di te, ti affido all’ascolto di tutti, ti mando il mio Spirito; il nostro Spirito è la tua compagnia, la tua consolazione, la tua forza.

Oggi lo Spirito aleggia su queste acque come spirò sulle acque del caos primitivo, è una nuova creazione che cammina con te, ricomponiamo la nostra famiglia trinitaria, qui, su questa terra con te. 

Sono disposto a perderti purché questa fila di peccatori, che sta con te nell’acqua del Giordano diventi una fila di santi, di giusti, di uomini e donne nuovi. 

Questo amore che ci caratterizza da sempre nell’eternità e che si è fatto  dialogo quando ti ho chiesto: Chi condividerà la nostra vita con il mondo?

Tu dicesti “Eccomi, manda me”.

E io, tuo Padre, non ti abbandonerò mai. 

12 Gennaio 2020
+Domenico

Signore guarisci le nostre molteplici lebbre

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 12-16)

Ci sono delle persone che hanno un coraggio indomabile di fronte a tutte le avversità, altri si adattano e non reagiscono.

Capita così anche nella malattia: Vedi subito se uno ha voglia di vivere o no, se vuol combattere o ha perso ormai ogni energia.

Qualcuno si lascia morire, altri invece hanno voglia di vita da vendere e reagiscono: Spesso questa è la forza necessaria per continuare a vivere, è una forza che compie miracoli.

La vita anziché essere una fatalità è sempre una scelta, o meglio, un dono da accogliere e se non lo vuoi, nessuno te lo può imporre, prima o poi se ne va. 

Era attaccato alla vita quel lebbroso che è corso ai piedi di Gesù: ha saltato tutte le regole che imponevano ai malati di lebbra l’isolamento e si è portato davanti a Gesù.  

La gente pensava: ormai sei condannato, stattene tranquillo dove sei, la vita è un colpo di fortuna, tu sei sfortunato, adattati alla tua situazione! 

Così avevano fatto quando hanno deciso di destinare un’isola ai lebbrosi per toglierseli di torno. Invece in quest’isola di Molokai ci andò padre Damiano che si fece santo condividendo vita e sogni di vita con i lebbrosi inscrivendo in queste larve di uomini  la voglia di riscatto, la tenacia di mantenere un cuore buono, dentro la disperazione dei senza speranza, vedendo sempre in Dio un Padre che li abbracciava e li faceva diventare apostoli di misericordia e perdono. 

Gesù con la sua presenza fa scattare il lebbroso che balza nella vita e supplica: se vuoi, se mi dai ascolto, se guardi alle mie privazioni, a quel che mi manca per essere un uomo, tu puoi ridarmi tutto quello che hai dato ad ogni creatura.

Perché io dovrei rimanerne privo? Puoi guarirmi.

E’ una preghiera semplice, ma decisa, sa quel che chiede e sa a chi chiede.

Gesù di fronte a questa fede risponde subito:  lo voglio.

E’ animato da compassione, da attenzione profonda alla sofferenza.  

Nella guarigione della lebbra è significata ogni altra guarigione.

Anche noi siamo quel lebbroso, anche a noi cade la vita a pezzi, perdiamo la freschezza e l’innocenza.

Anche a noi le mani anziché essere tese all’abbraccio diventano moncherini mortificati, le nostre labbra anziché essere aperte a parole d’amore, sono disfatte dalla maldicenza; anche i nostri piedi anziché essere portatori di gioia, di vangelo sono paralizzati nella nostra solitudine.

Una lebbra ce la portiamo dentro tutti, un principio che smonta la nostra vita pezzo a pezzo e ce ne fa perdere la bellezza la proviamo tutti.

E’ lebbra il peccato, è lebbra lo scoraggiamento, è lebbra la paura, è lebbra la droga, è lebbra la calunnia, è lebbra l’inganno nell’amore. Abbiamo bisogno di gridare anche noi: se vuoi, puoi guarirmi, certi che Dio ascolta la preghiera di ogni povero di vita che gli si affida. 

11 Gennaio 2020
+Domenico

Oltre le nostre liturgie “stanche”

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,14-22)

La vita è fatta di tante liturgie stanche, di tanti gesti automatizzati che ogni giorno devi fare.

Può essere la levata del mattino, ahimè sempre troppo presto; il congedo da quelli di casa, l’arrivo sul posto di lavoro, il caffè e il giornale con gli amici, le pratiche dell’ufficio … oppure anche liturgie più solenni come quelle ufficiali della deposizione di una corona di fiori, di una dichiarazione alla televisione, o di una messa in chiesa.

Spesso le portiamo avanti stancamente come la vita, senza slancio, anche se ne vediamo la necessità: Diventano penitenza quotidiana invece di essere caricate di significato vitale. 

Così capita a Gesù, quando di sabato entra nelle sinagoghe dei paesi della Palestina: Gente stanca che prende la Torah, il libro della Bibbia, ne legge un pezzo lo fa commentare a chi sa meglio ripetere gli insegnamenti del maestro rabbino, poi tutti ritornano alla propria vita.

Sono così anche le nostre liturgie domenicali: spesso sono più un dovere che un atto di amore e forse per questo non sono più partecipate dai giovani. 

Ebbene un giorno Gesù entra in una di queste liturgie scontate e ribalta la vita di chi lo ascolta: Legge il libro di Isaia che prevede per il popolo un futuro diverso e dice perentoriamente: questo futuro oggi è qui con voi, sono io.

Io sono stato mandato a dare speranza ai poveri, a dirvi che sta scoppiando la potenza di Dio nel mondo: E’ finito il tempo delle lagne, una nuova presenza di Dio comincia oggi, la speranza comincerà a colorare le vostre vite, i poveri trovano fiducia, i deboli si rinfrancano, i diseredati trovano casa e accoglienza.

Io sono qui a garantirvi questo amore invincibile di Dio. Mi credete? 

Lo stupore di chi lo ascolta è grande, erano andati a compiere il solito rito e si sono trovati davanti alla verità concreta che quel rito evocava, ma purtroppo non ci hanno creduto.

Se tu tutti i giorni  ti adatti alla vita senza entusiasmo, non t’accorgerai mai del senso che vi è nascosto, dell’amore che vi è inscritto e promesso.

Hanno dato per scontato questo loro concittadino.

Erano loro i primi a non stimarsi e a non stimare.

Avevano chiuso Gesù nei loro schemi paesani e in questi non poteva sicuramente essere la promessa di Dio.

Non vorrai che Dio abiti proprio tra noi? 

Invece Dio abita tra noi, ha il volto del nostro vicino, ha i pensieri di bontà di chi ci dedica la vita, ha la forza di chi ci contrasta nel male, ha il volto sfigurato del povero. 

Allora, poterlo scorgere nella storia di ogni giorno può ben essere la speranza della nostra vita.

10 Gennaio 2020
+Domenico
 

Sulla barca della vita, vogliamo accogliere Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,45-52)

Spesso nelle nostre riflessioni sul senso della vita che, grazie a Dio, ci accompagnano sempre perché siamo in cerca di un centro attorno a cui organizzare la nostra esistenza, rimaniamo bloccati sulle nostre certezze, incapaci di fare un salto di qualità, di aprirci al nuovo che la vita ci presenta e che Dio non ci fa mai mancare.  

E’ la situazione degli apostoli che vengono invitati da Gesù a prendere il largo con la loro barca, di non attardarsi a stare là dove era avvenuto il  miracolo della moltiplicazione dei pani. Gesù sapeva che gli apostoli facevano fatica a capire la portata di quella moltiplicazione dei pani; avrebbero ceduto facilmente a una sorta di autoesaltazione nei confronti della gente che si vedeva pure sfamata materialmente oltre alla gioia di aver incontrato e ascoltato Gesù.  

Non era al centro dell’insegnamento di Gesù la meraviglia per una moltiplicazione di pani e pesci, perché al centro ci stava “il fatto dei pani”, parole che vengono ripetute dagli stessi apostoli e che non riescono a capire, cioè il dono totale che Gesù si apprestava a fare della sua stessa vita.  

Il fatto dei pani per Gesù era il dono di sé, e quindi il dono che ogni cristiano deve fare di sé per gli altri. Gesù in quel miracolo aveva percepito e riportato alla sua coscienza e alla coscienza degli apostoli il senso della sua vita umana: il sacrificio di sé sulla croce, dono di sé come pane della vita. Ed è bello pensare che Gesù si porta sul monte a pregare in solitudine, per un discernimento profondo e commovente, perché il suo gesto di amore ha conseguenze decisive per la sua vita; avendo amato i suoi li dovrà amare sino alla fine. Il suo amore è destinato a subire le contraffazioni e le deformazioni del nostro cuore umano, incapace di accoglierlo, come non lo hanno capito e accolto i suoi discepoli, Pietro in prima persona.  

Gesù si ritira in preghiera e silenzio perché superare queste prove. Poi si porterà sul lago per rimettersi con gli apostoli, che però non lo riconoscono, lo ritengono un fantasma, uno spettro. Non riescono a dare corpo a quel Cristo che non accetta di utilizzare il prodigio del pane per farsi un nome, una fama, una audience più immediata e risolutiva, secondo loro. 

Insomma la preghiera di Cristo in quella notte ha mantenuto Gesù in intimità e amore del Padre, ma lo ha reso irriconoscibile ai suoi discepoli, alla loro mente ottusa che è anche la nostra, col nostro cuore tardo che non ci permette di riconoscerlo come il centro della nostra vita e come lo deve essere, cioè un cuore deciso a spendersi per gli altri  

9 Gennaio 2020
+Domenico

Quel poco che ho sono contento di metterlo a disposizione

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco  (Mc 6,35-44) 

Attorno ai tuoi ideali spesso si uniscono i tuoi amici, le persone con cui hai tante volte parlato dei tuoi sogni e assieme imposti le tue nuove conquiste, i tuoi impegni, il tempo di lavoro e il tempo libero. 

Insomma qualcuno ci crede a quello che proponi: ti segue, vuole aiutarti, ti dimostra la sua amicizia, si sente investito anche lui di qualcosa di buono da essere e da fare.  

Gesù ha già con sé alcuni che lo seguono, ma la maggioranza della gente fa fatica a entrare in una nuova mentalità umana e religiosa, non ha mai avuto nessuno che l’aiutava a prendere decisioni vere di vita, a tirar fuori la propria grinta per qualcosa per cui valeva la pena di vivere.  

Il ritratto di Gesù è di una umanità attenta a tutti e convincente: A Gesù gli si muovono le viscere (compassione infatti è quello che prova per loro e questa parola è tipica di chi è in profonda partecipazione alla vita degli altri, come una madre per i propri figli.).

Non è nessun disprezzo, ma solo una decisione ancora più forte di seguire la sua strada, quella che gli ha indicato Dio suo Padre. 

Nella gente che lo segue c’è una grande attesa, una fame di verità e lui con un miracolo grande ripaga questa fame di verità dei suoi ascoltatori che, dimentichi dei propri interessi e dello stesso nutrimento, lo avevano seguito in un luogo solitario, con la brama tutta umana di chi si sente tirato fuori dalla sua solitudine, forse anche disperazione, sicuramente di adattamento al ribasso e percepisce nelle sue parole speranza e novità di vita.  

Gesù coinvolge anche i suoi discepoli, in questo gesto.

Già emerge la loro mentalità chiusa; di fronte a un bisogno collettivo essi sanno solo dire: che si arrangino.

Non sanno ancora che con Gesù questo è un verbo da togliere sempre dal loro vocabolario.

Infatti, come viene espresso da un altro brano di vangelo parallelo a questo, ci sta con loro anche un ragazzo con 5 pani e 2 pesci, che mette subito a disposizione di tutti tutto quello che fa la sua felicità di un giorno fuori dal chiasso della riviera del lago, anche lui alla ricerca di Gesù. 

E qui Gesù che sta annunciando il regno di Dio, lo scopo della sua vita umana, inizia a preparare il terreno perché sfamati da questo pane in seguito possano tutti capire che è Lui il pane della vita, il cibo fondamentale di ogni avventura spirituale. 

Lui sarà il pane vivo per la vita del mondo.

E qui si pone subito una caratteristica del regno di Dio portato e incarnato da Gesù: la compresenza di sostegno alla fame spirituale e materiale.

I suoi seguaci non potranno mai dimenticare che la persona deve essere garantita da queste due possibilità: la dignità della sua corporeità e la profondità della sua spiritualità. 

8 Gennaio 2020
+Domenico

Già subito Gesù pensa alla grande al pane

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,35-44)

Nella vita spesso siamo presi dalla fame, che si fa sentire per digiuno, per lavoro impegnativo sia materiale che intellettuale, per mobilitazione dei sensi su cibi che stimolano l’appetito.

Abbiamo però evidente anche un’altra fame: fame di verità, di ragioni per vivere, di espressioni di vita che allargano gli orizzonti oltre la nostra persona e ci permettono di desiderare una compagnia di amici, o di essere solidali con loro per altri che ne hanno bisogno.

Gesù si sorprende di trovare sul lago tanta gente che si dimentica pure di mangiare per sentire la sua Parola, le sue parole, per godere della sua persona che dà fiducia, apre alla speranza.  

E fotografa in maniera commovente questa gente: ebbe compassione perché erano come “pecore senza pastore”.

Sperimenta già subito che la messe è molta e mancano operai, manca gente capace e volonterosa di farsi carico di questa domanda, di questa apertura degli uomini del suo tempo al regno di Dio e invece di prendersene cura continua a mantenerli nella loro inedia.

Ma comincia subito dalla fame materiale, dal bisogno di pane e companatico per poter rinfrancare dalla fame, con concretezza, osando turbare anche il suo gruppetto di apostoli che sono convinti di applicare un’altra soluzione.

“Congedali… comperiamo coi soldi il pane necessario, piuttosto che dare se stessi, senza limiti, come l’amore che fa miracoli, se si comincia anche col poco che si ha.   

Molto concreti gli apostoli, ma troppo meschini, troppo legati a speranze chiuse, già ben sigillate in un unico obiettivo che toglie agli stessi apostoli, il senso più profondo di quello che sta facendo Gesù.

Lui scava nel bisogno di pane, nella fame di ogni persona finché giunge là dove il corpo e lo Spirito si danno appuntamento per la salvezza globale dell’uomo e della sua dimensione profonda.

Si intravede già  l’offerta di un altro pane, il dono dell’ultima cena, il pane vivo disceso dal cielo: Luca infatti usa gli stessi verbi che saranno pronunciati sul pane e sul vino all’ultima cena e che si diranno sempre per continuare la sua presenza nella vita di ogni popolo, di ogni persona da qui all’eternità. Prese il pane, levò gli occhi, pronunciò la benedizione, spezzò i pani e li diede….  

E’ l’eucaristia, è la sua morte fino all’ultima goccia di sangue, è il suo corpo spezzato per noi e il suo sangue versato per noi. 

8 Gennaio 2020
+ Domenico

Decisi a impostare la vita in maniera nuova

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 4, 12-17.23-25)

Nella vita di ciascuno di noi, quando sentiamo di aver chiaro per chi e per quale ideale vivere, aspettiamo il momento più adatto per metterci in gioco.

E’ l’incontro con una persona che ci sembra quella che cercavi da sempre, è finalmente il posto di lavoro dopo tanti curricula che hai spedito, è l’avvicinarsi di un addio  a tutti  perché hai trovato la strada per realizzare i tuoi sogni, la tua vocazione e questa ti chiede di partire e di non voltarti indietro…  

Gesù, nella sua umanità e nel suo dialogo con Dio Padre, sapeva di avere davanti una strada, che avrebbe definito tutta la sua vita e aspettava dei segnali per darle un inizio deciso; aveva saputo che Giovanni, da lui seguito con decisione nel deserto, era stato imprigionato.

Colui che aveva aperto a Lui la strada era finito nelle mani di Erode e aveva lasciato la strada a Lui.

Allora Gesù lascia Nazareth, la sua dolce casa, sua mamma, che è sempre la Vergine Maria e si porta a Cafarnao, sulle rive del lago, dove gira tanta gente, dove si fanno incontri tra vari popoli che provengono da Nord, da Sud, dall’Oriente e da Occidente: Qui deve risuonare la sua parola forte, qui deve cominciare l’annuncio esplicito della novità assoluta che era stata preparata dai profeti, e in ultimo da Giovanni e che ora in Lui si faceva concreta e impegnativa.

Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino.  

Lui era la Luce, era stato mandato dal Padre a illuminare “il popolo immerso nelle tenebre”, ad annunciare il regno di Dio a coloro che “dimoravano in terra e ombra di morte”. 

Questo regno al quale Gesù invita tutti ad appartenere come il più grande dono del Padre, non riguarda il possesso dei beni terreni, nemmeno l’esercizio del potere, lo sfoggio di gloria; anzi è la negazione e l’antitesi delle nostre categorie umane: Ecco perché come prima operazione profonda, spirituale e concreta, visibile esige una  “conversione”.  

E’ un regno dove il più grande deve diventare il più piccolo, chi ha autorità deve esercitarla a servizio dei fratelli, dove sono dichiarati felici gli umili, i miti, i puri, i poveri, i sofferenti.

Subito Gesù darà anche dei segni di questo regno: le prime guarigioni di indemoniati, epilettici, paralizzati, perché solo di costoro è il regno dei cieli. E’ un regno che va accolto con fede e umiltà, che impegna a diffonderlo e a testimoniarlo con la vita. 

Del resto non è così anche per noi quando ci decidiamo di realizzare la nostra vocazione? Se ti senti chiamato al matrimonio, ne devi cambiare di mentalità, di atteggiamenti, di stile di vita , di orari, di modi di fare, di parlare… Se sei assunto in un lavoro, devi mettere in atto tutta la tua preparazione, non adattarti mai, ma volere sempre il meglio.

Per noi il Regno di Dio purtroppo si risolve spesso in un modo di dire, in una sorta di nebbia in cui ci si adatta, uno slogan, dio non voglia il nostro regno di egoismo e di corruzione. 

7 Gennaio 2020
+Domenico