Decisi, oltre ogni tampone o vaccino

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 4, 12-17.23-25)

In quel tempo, quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.

Audio della riflessione

Quando si imbocca una strada difficile non sempre si ha il coraggio di continuare: le tentazioni di fermarsi, di lasciare tutto a metà, di non finire niente sono più di un raro episodio.

Lo vedi in certe regioni in cui si cominciano le case e le lasciano per decenni con le impalcature per l’ultimo piano; lo vedi nella politica che è l’arte di non decidere mai, di rimandare all’infinito; lo sperimenti nella tua vita privata quando sei convinto di dover prendere alcune decisioni per mettere ordine  nei tuoi affetti, nelle tue passioni che spesso debordano e rimandi continuamente. La dieta comincia sempre il giorno dopo … allora ti capita come quando devi alzarti al mattino: non vorresti mai uscire dal letto, maledici la sveglia, la metti lontano per costringerti a uscire dal letto, spegni quella maledetta soneria, ma poi risalti nel letto, inventi tutti i ragionamenti possibili per convincerti che non è necessario alzarsi, che le cose si possono fare anche più tardi… nella vita invece ci sono momenti in cui occorre un colpo di reni che ti mette nella direzione giusta.

Gesù ha dato una decisione definitiva alla sua vita da sempre, ma nella sua esistenza umana ha preso una decisione per il Regno di Dio e si è tagliato dietro tutti i ponti: lasciò Nazaret, il luogo della sua infanzia, la sua gente, il suo lavoro, i suoi amici, sua madre e venne ad abitare a Cafarnao. Una cittadina sul lago, crocevia di genti e di affari: qui circolava tanta gente e quello che aveva in cuore da realizzare qui lo poteva comunicare a tutti. Era preso da urgenza, non da fretta, non c’erano da fare tante cose, c’era da prendere una decisione: occorreva sbilanciare la propria vita, i propri affetti, i propri progetti, la stessa vita sociale e religiosa dalla parte del Regno di Dio, dalla parte del Regno di Dio, dalla parte del Vangelo, che era la bella notizia che Jui voleva comunicare..

La notizia sconvolgente che non doveva lasciare tranquillo nessuno era la grandezza e la paternità di Dio che si stava manifestando in Lui. Segno di questo nuovo che stava irrompendo nella storia erano le molteplici guarigioni che Gesù operava: faceva toccare con mano che la vita poteva prendere un’altra piega; se le malattie erano vinte, perché non lo doveva e poteva essere la malattia ancora più profonda che è il peccato, un cuore marcio.

Era finito l’incubo della storia, l’uomo poteva ancora abitare una speranza. Non sappiamo noi oggi quando finirà l’incubo della pandemia, anche se oramai non ci sorprende più; sicuramente è una prova e chiediamo al Signore di uscirne migliori come uomini e come donne, come ragazzi e ragazze, come comunità attiva e che non si scoraggia di vivere in una incertezza, che si cambierà in verità.

Sappiamo sperare e vivere oltre la pandemia combattendola con generosità verso tutti,  intelligenza e affidamento a chi si dedica con generosità e disinteresse.

7 Gennaio 2022
+Domenico

Cercare si coniuga sempre per il cristiano con trovare

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 2, 1-12)

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele””. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”. Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Audio della riflessione

Ieri sera, o questo pomeriggio prima di andare a dormire, o questa notte abbiamo completato il presepio: erano forse già collocati in vista questi tre personaggi stravaganti nei vestiti, nei regali, nel seguito, e oggi sono stati avvicinati alla capanna di Betlemme … si conclude così l’elenco degli invitati, con i Re Magi.

La tradizione vuole che fossero tre anche se nessuno nella Bibbia l’ha mai detto … ma quello che ci interessa è che cosa e chi cercano e perché sono tanto considerati nella nostra tradizione: sono l’immagine della ricerca anche pensosa di Dio, della vocazione, che noi ancora ci incaponiamo a chiamare “destino” dell’umanità, del punto di arrivo di ogni ricerca umana.

  • Cercare è non sentirsi soddisfatto di quello che si ha e osare di volere la luna
  • Cercare è farsi domande profonde:  chi sono? dove vado? perché esisto? che senso ha la mia vita?
  • Cercare è lasciare la certezza per sperimentare la sorpresa, è rispondere all’impulso interiore della libertà.
  • Cercare è non lasciarsi fasciare da nessuna comodità;
  • Cercare è rincorrere Dio che non si lascia mai prendere;
  • Cercare è lasciare alla speranza di essere il motore della vita;
  • Cercare è tendere l’orecchio a chi ti può chiamare;
  • Cercare è ascoltare una parola che ti provoca a camminare, è togliersi le cuffie per lasciarsi destabilizzare dalle relazioni vere!
  • Cercare non è fuggire nel virtuale, ma forare la realtà per seguirne le tracce;
  • Cercare è lasciarsi incontrare;
  • Cercare è spesso solo tenere aperti gli occhi sulla vita, sulle persone, sugli altri;
  • Cercare è inseguire l’orizzonte che s’allarga all’infinito;
  • Cercare è vivere da innamorati, innamorati di Gesù e del suo mondo di pace.

L’Oriente è sempre stato visto come la terra degli scienziati, dei saggi, dei cercatori di ragioni per vivere, di mondi eterei, dedicati al sapere, alla ricerca della felicità non da quattro soldi … loro scrutavano il cielo, ne leggevano continuamente i messaggi, non erano dediti alle guerre, non dedicavano la loro vita a costruire armi, a fare battaglia, a seminare terrore … hanno visto una stella curiosa, strana, ne hanno letto l’indicazione: nasce il Messia! Linguaggio figurato fin che vogliamo, ma capace di dirci che ci sono da cercare continuamente ragioni di vita e di speranza.

Cercare ragioni di vita, vuol dire che non ne abbiamo abbastanza di quelle che ci presentano  i talk show o le star del rock o gli eroi dello sport: vogliamo qualcosa di più! Non ti riempiono la vita nemmeno le belle e buone amicizie, il successo nel lavoro, una buona vita di famiglia … l’uomo è fatto per qualcosa di più grande; c’è un inquietudine sempre che affiora e che non si deve seppellire.

E una volta trovatolo, dice il Vangelo, lo adorarono.

Adorare Dio oggi è impegnativo: vuol dire che riconosci al di fuori di te le ragioni del tuo essere, mentre sei circondato da gente e da insegnamenti che ti dicono che sei autosufficiente, salvo poi a darti alla droga o all’alcol o ai maghi per trovare ragioni per una vita decente.

Adorare Dio significa che hai pure un corpo bello, lo puoi continuamente perfezionare, curare con ore di esposizione a tutti gli specchi possibili e a tutte le creme più sofisticate, ma alla fine c’hai un’anima da mettere al centro, hai un cuore da servire, un amore da sprigionare e un Dio che ti insegna la vera arte di amare.

In questa ricerca si collocano coloro che si donano al Signore: si sono collocati coloro che si sono fatti preti o suore … hanno seguito una stella, si sono domandati tante volte dove sta la felicità … hanno lasciato casa, amici, superficialità, i progetti di tutti. Hanno investito in una direzione come i cercatori d’oro, hanno setacciato il fiume della vita per cercare le famose pepite. In questa ricerca come tutti i giovani erano guidati da un istinto infallibile, che è l’amore. A chi darò la mia vita? Chi mi merita? Chi potrà sentirsi felice con me? A chi potrò dedicare la mia vita perché ne nasca felicità per me e per tutti.

Sono le domande che ogni giovane si fa nella sua esperienza d’amore: non si domanda solo qual è la ragazza più bella? Che figurone faccio se riesco a scarrozzarla e a farla vedere a tutti sul corso? Una ragazza non si accontenta di sentire qualche fischio quando passa o qualche complimento, sempre più pesante e volgare in questo nostro mondo materiale, ma vuole sapere con chi può costruire felicità per se e per tutti.

La ricerca dei magi è arrivata a Dio e oggi ci dicono che lui, il Signore della vita e della storia è la loro felicità! Ed è una felicità vera, che non finisce mai. Oggi ci aiutano a togliere il vetro all’orologio e buttare via le lancette o resettare sul digitale il programma per far sparire i numeri e far comparire la parola “sempre”.

 Vogliono dire anche a noi che è bello seguire Gesù, che essere poveri non è una condanna, ma una libertà, di fronte a tutte le ingessature dei soldi. Ci ricordano che la vita è bella se il centro è Gesù, che il nostro amore umano, l’amore di coppia, l’amore dei genitori, l’amore tra amici deve sempre avere come riferimento Gesù.

Ma torniamo al presepio: nei pressi, e in qualche presepio se ne fa vedere l’artiglio, sta appostato Erode, l’avvoltoio che cala sulle nostre ingenue aperture all’infinito. Ha molti volti: tutti i nostri quando non sanno apprezzare il bene che faticosamente altri, i nostri genitori, gli amici, i nonni hanno da donarci. Ha il volto dell’egoismo, il volto dell’indifferenza, della paranoia, della vergogna cui soccombiamo di fronte agli amici quando si tratta di essere cristiani convinti; ha il volto del vizio.

Per mantenere la speranza intuita occorre passare sempre da un’altra strada però per evitarlo … e i re magi tornarono da un’altra strada.

Carissimi tutti, qualche strada bisogna cambiarla se vogliamo mantenerci puliti e belli dentro e fuori.

6 Gennaio 2022
+Domenico

Vuoi far parte del gruppo di Gesù?

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 43-51)

In quel tempo, Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Audio della riflessione

Se hai deciso di intraprendere una strada, non puoi restare solo: se ti si è fatta chiara una missione hai bisogno di condividerla; se hai trovato quello che da una vita cercavi per lo meno lo dici agli amici: non vuoi far perdere loro l’occasione di fare una esperienza che tu hai vissuto e che ti ha dato felicità.

Così è stato delle prime persone che Gesù ha scelto: Lui, da un po’ di tempo gira avanti e indietro per il lago, vede la vita tenace e impegnata della gente, tutti i giorni a faticare per vivere, a lavorare sodo per darsi una minima possibilità di esistenza … ha ascoltato le parole, le conversazioni della gente, ha visto la forza che ci mettevano nel perseguire i loro interessi … e tante volte li ha proprio squadrati: “Chi mi potrà dare  una mano ad annunciare il Vangelo, chi di questi saprà scaldarsi per il mio Regno, chi avrà forza e disponibilità a seguire una vita ardua e difficile?”

Occorrerà prima o poi scegliere … ma sono loro gli abitanti delle rive del lago che si incuriosiscono di Lui, che vogliono sapere che fa, che pensa, di che cosa vive, quali segreti ha in cuore.

Infatti erano incantati da Gesù: alcuni erano stati con Giovanni il battezzatore, ma nel sentire Gesù si apriva ancora di più il loro cuore, vedevano che proprio di Lui avevano bisogno!

Poi Gesù finalmente comincia  scegliere: “Tu, Filippo seguimi, vienimi dietro” … e Filippo non può tenere per sé la gioia che prova a stare con Lui, a condividere la sua passione per la vita di tutti a partire dalla intimità con Dio Padre … si fa in quattro per coinvolgere altri: lo dice a Natanaele, che lo gela con una battuta quasi insolente, se non fosse preziosa per la sincerità e la voglia di cose grandi che si porta dentro … “Ma che vuoi che venga fuori di buono da un paesetto sperduto, fatto di montanari, che non ha mai prodotto niente di buono, se non amici con cui ogni tanto sbaraccare?”.

Ma anche Natanaele di fronte a Gesù crolla: è schietto, non ha maschere e Gesù non ha paura di chi dice come la pensa … non gli piacciono quelli che continuano a tergiversare, a mettere davanti scuse a una decisone urgente.

Più tardi alcuni gli diranno di volerlo seguire, ma accamperanno tutte le scuse possibili, compresi i contratti di compravendita, compresi i tranelli affettivi … alla loro età, alcuni hanno risposto “lo vado a chiedere a mio papà” … ma prenditi in mano la vita finalmente, non nasconderti dietro scuse che non portano a niente; la vita non ti salta addosso, tante volte ti schiva e ti lascia a far niente e a consumare la vita nell’inedia.

E hanno il coraggio di guardare in cielo, non lo trovano vuoto, ma pieno dell’amore di un Dio che li chiama.

5 Gennaio 2022
+Domenico

Scelti tra chi cerca

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 35-42)

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” – che significa Pietro.

Audio della riflessione

Ciascuno di noi ha bisogno di un tessuto di relazioni per vivere, per orientarsi nelle scelte, per crescere, per dare alla sua esistenza una direzione, per sentirsi pienamente persona: abbiamo una forte identità, ma la costruiamo nel confronto, nel dialogo, nello scambio di sentimenti, nel coinvolgimento con altri. Soprattutto poi se si tratta di portare avanti progetti, lanciare messaggi, convincere, abbiamo bisogno di fare squadra.

Gesù si trova lanciato sulla scena della vita del popolo di Israele con un perentorio: Ecco l’agnello di Dio, che a noi ricorda un gesto liturgico quotidiano, ma che alla gente radunata sulle rive del Giordano da Giovanni è apparso come la fine di una attesa forse un po’ confusa.

“Sei tu che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro? Eccolo colui che stiamo aspettando. Io ho finito la mia parte, il futuro è dalla sua.” … e i discepoli di Giovanni si fanno discepoli di Gesù: lo seguono, cambiano guida, prima da curiosi, poi da veri appassionati: “Dove abiti? Che fai? Che vita vivi? Possiamo condividere con te il nostro tempo, la nostra ansia, le nostre aspettative? Hai per noi una risposta alle molte domande che ci facciamo? Abbiamo deciso con Giovanni che non si può stare inerti ad aspettare, ora che la nostra attesa sembra approdare a Te, vogliamo stare con Te. Ci dobbiamo prendere un sacco a pelo per stare con te?”.

E Gesù con un “venite e vedete”, comincia a formare la sua squadra, comincia a chiamare esplicitamente a far parte del suo regno, inizia a formare i nuovi ministri, i preti: quelli del tempio sono stati molto utili e necessari fino ad oggi, ma ora vi chiamo io, vi scelgo io, vi voglio stare cuore a cuore per prepararvi a donare il mistero della salvezza, per farvi entrare in comunione con il Padre, che è Dio l’altissimo.

Ed è un bellissimo incontro tra la volontà dell’uomo e la chiamata di Dio. Gli uomini, in questo caso, gli apostoli con un tam tam inarrestabile si passano la parola, si comunicano la gioia di una amicizia cercata a lungo e trovata … e Gesù trasforma la curiosità, la generosità, la voglia di avventura in una chiamata esplicita, in una missione che diventa concreta anche a partire dal cambiamento di nome: tu ti chiamerai Pietro, non più Simone.

E’ il mistero di ogni vita: cercatori e chiamati, liberi e convocati, spontanei e orientati, affascinati e impegnati esplicitamente. Spesso ci domandiamo chi essere nella vita, come posso capire a che cosa sono stato chiamato, quale è la mia vocazione? È una ricerca delicata perché la chiamata di Dio si sposa sempre con la ricerca dell’uomo, con la sua intelligenza nel capire i segni che Dio ci lascia e che ci testimoniano che non ci abbandona nemmeno nella scelta del nostro futuro.

4 Gennaio 2022
+Domenico

Sia benedetto sempre il nome di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,29-34)

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Audio della riflessione

Quante volte vorremmo che il male da noi fatto ad una persona amata non fosse mai stato fatto: abbiamo sbagliato, ci rendiamo conto che tutto è capitato in piena coscienza, ma entro una visione sbagliata della vita, in un soprassalto di ira, di cattiveria … e purtroppo le conseguenze rimangono, e spesso irrecuperabili. Pensi a chi ha ammazzato per odio o per rubare, per idee politiche o per affari, ma anche a noi che grazie a Dio non uccidiamo, ma ci sentiamo spesso egoisti e cattivi, stracciamo affetti e sentimenti, vite e dedizioni …

Potremo ancora ritornare innocenti? Molti credono che l’unica possibilità sia il castigo, l’occhio per occhio, la vendetta. Se anche la giustizia deve fare il suo corso, resta sempre un cuore ferito, una vita spenta, un’angoscia mortale.

“Peccato” chiamiamo noi cristiani  questa colpa che oltre a distruggere sentimenti, legami e vita distrugge lo spirito, l’anima; spegne speranza e cancella l’innocenza.

Ma si alza un grido tra la folla al di là del Giordano: è Giovanni il Battista, il battezzatore che vede Gesù e lo indica dicendo: ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo. È lui che ha la possibilità di sradicare dal cuore il peccato, di ridare l’innocenza perduta.

I tuoi peccati, se anche fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve: non è una medicina psicologica per far passare il senso di colpa, o un terapia contro il rimorso … è Dio l’unico che sa ricucire le ferite che il male provoca in noi. È lui che va oltre ogni riparazione, ogni castigo. È Lui che cambia il male della nostra vita nella prima tappa della rinascita.

Gli ebrei nell’Antico Testamento credevano di potersi liberare dal male stendendo le mani su un capro da spedire nel deserto lontano da tutti caricato dei loro peccati.

Gesù si prende su di sé il nostro male, il cumulo dei nostri odi, delle nostre cattiverie infinite e … non va nel deserto a portarle via, sale sulla croce per cancellarle, e ci ridona salvezza, serenità e innocenza.

Sia benedetto sempre il nome di Gesù!

3 Gennaio 2021
+Domenico

E’ ancora Natale

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv1, 1-18)

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Audio della riflessione
  • E’ ancora Natale per chi crede di poter tornare come prima con tutte le sue comodità;
  • E’ ancora Natale su questa nostra Italia perseguitata ancora dalla pandemia;
  • E’ ancora Natale per chi piange e per chi gioisce;
  • E’ ancora Natale per chi cerca speranza nella malattia e luce nel buio degli affetti;
  • E’ ancora Natale per chi ha perso il lavoro e per chi lo cerca senza speranza;
  • E’ ancora Natale per chi si sta affogando nei debiti;
  • E’ ancora Natale per chi crede, ma anche per chi vuole lo sbattezzo;
  • E’ sempre e ancora Natale.

I riti si sono ripetuti: le luci si sono accese sulle strade, l’albero è stato addobbato e caricato di luci, imbrigliato da tiranti perché il vento e l’acqua ne fanno continuamente scempio.

In molte case splendono i presepi preparati con cura, con arte finissima, con passione, segni di mani abili, ma soprattutto di cuori aperti al dono di pace di questo bambino che è venuto ancora, anche se molti lentamente lo buttano fuori di casa: Lo buttano fuori se è in croce perché un morto fa male ad una laicità intollerante; lo buttano fuori se è in una culla, perché crea discriminazione; lo buttano fuori dalla vita perché ci si crede autosufficienti.

Noi invece lo vogliamo dovunque, prima di tutto nella nostra esistenza: lo abbiamo atteso perché non vogliamo vivere di possesso, ma di speranza e non di sicurezza, di verità e non di certezze.

Lo abbiamo voluto perché abbiamo imparato quanto siamo diventati migliori con noi e con gli altri, quando abbiamo accolto in casa i figli o i fratelli: alla nascita di un fratellino siamo andati in crisi, ci ha destabilizzati nella nostra sicumera, ma ci ha fatto tanto bene … ci ha fatto capire che non siamo il centro del mondo, che è bello vivere da fratelli, avere un cuore grande non per noi, ma per amare.

Lo abbiamo voluto questo natale e lo vogliamo anche nelle nostre relazioni, perché siamo cristiani e non crediamo di fare del male a nessuno, quando diciamo senza ostentazione, ma con convinzione che crediamo in Dio, in un al di là, in un creatore, quando abbiamo il coraggio di andare controcorrente.

Ci hanno incantato tante volte i soldi, come capita a tutti, abbiamo abboccato a questa facile salvezza, ma ci stiamo accorgendo che non sono tutto nella vita. Siamo sempre in tempo a porre la nostra fiducia nel Signore, nell’amore, nella bontà, nella solidarietà. Per noi il bambino Gesù non è un soprammobile, ma una fede in chi ci salva e ci dona pace.

L’abbiamo voluto questo Natale e vogliamo anche nelle nostre strade, nei negozi, negli uffici, nelle scuole, dove crescono i nostri giovani, dove possono confrontarsi con la cultura che li precede e trasformarla con intelligenza, non nell’ignoranza di chi vuol scegliere per loro o si vergogna di aver creduto, perché ha fatto scelte liberissime, ma che non deve imporre a nessuno.

La nostra cultura è nata lì: i nostri progenitori hanno vissuto tramandandoci le cose belle, a noi interessa sapere perché, come hanno fatto a motivare le loro vite difficili, a tramandarci le cose belle, che hanno fatto, le musiche meravigliose che ci siamo sentiti ancora, i tanti valori che noi oggi non riusciamo più a vivere e a rinnovare.

Non siamo più felici di loro, ma almeno vorremmo esse curiosi e liberi di cercare e di sentire, di vedere e di amare.

2 Gennaio 2022
+Domenico

Il nome della pace è verità per questo occorre educare alla pace

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

La scena è la stessa che abbiamo contemplato otto giorni fa: lo sguardo del Vangelo è ancora e più intimamente su quella capanna dove Maria e Giuseppe si mangiano con gli occhi e con l’ardore del cuore il bambinello, dove ancora pieni di stupore i pastori, si scambiano gioia e sorpresa, pronostici e meraviglia.

Due elementi però ci invitano ad andare più in profondità: la figura pensosa di Maria e la circoncisione.

Maria si è donata completamente a Dio e fa risuonare nella profondità del suo essere della sua coscienza, che è quel luogo inaccessibile se non a Dio, in cui ognuno di noi è solo con se stesso e dove risuona il mistero del Signore. E’ madre, è attorniata dalla generosità dei pastori, è in contemplazione del figlio, vive la gioia più grande che può provare una madre, ma guarda lontano, le ritornano alla mente le parole dell’angelo, vede in quel suo figlio che sembra tutto opera sua una presenza che la colloca sui destini del mondo. Lì c’è il messia, l’atteso delle genti, lì c’è il Signore, il Kurios. Non è tempo di miracoli, di salti della natura; è tempo di lasciar fare a Dio nella normalità della vita.

Otto giorni dopo il bambino viene accolto nel popolo di Israele: è ebreo, è un primogenito, è figlio del popolo dell’alleanza e nella sua carne deve portarne il sigillo: la circoncisione.

Quando Dio ha stabilito una alleanza col popolo di Israele, quando ha promesso fedeltà senza pentimenti a un popolo che lo avrebbe sempre tradito, Dio aveva voluto che ci fosse un segno nella carne degli ebrei e questo segno ora viene inciso anche nelle carni del figlio di Dio: si è mescolato a noi,  ha preso del popolo d’Israele qualità e difetti, ma soprattutto ha assunto un nome.

Da quel giorno di duemila anni fa è il nome più invocato, scritto, detto, pronunciato: Gesù. Un nome che è una preghiera: Dio salva.

Tutte le volte che diciamo il suo nome noi invochiamo e gridiamo: Dio salvaci.

Jeshua, Jesus, Gesù è il nome che da quel giorno sarà sulla bocca di tutti coloro che lo seguiranno, che lo invocheranno come salvezza: sarà sulla bocca dei morenti come speranza ultima, sulla bocca dei malati come conforto, sulle labbra dei poveri come aiuto, nella voce dei sofferenti e degli abbandonati come compagnia e sollievo.

Purtroppo verrà anche tante volte bestemmiato, strumentalizzato, usato per coprire egoismi e dichiarare guerre sante: non per questo smetterà di essere sempre Dio che salva anche per chi gli vuole male.

E’ iniziato un nuovo anno, abbiamo già provveduto a sostituire il calendario, ad aprire la prima pagina e la Chiesa la vuol aprire sulla condizione essenziale perché possiamo ogni giorno sfogliare l’agenda, segnare con gioia il tempo che passa: la pace. E’ il primo dono del bambinello ed è ancora il più disprezzato dagli uomini. Il disprezzo è innescato dalla menzogna.

Non siamo troppo giovani per non esserci accorti, che ogni volta che scoppia la guerra siamo pilotati a parteggiare per essa da una campagna di informazioni falsa: occorre sempre prima inventare un nemico. Il nemico viene apposta ad arte dipinto come il demonio, e l’unica via possibile per bloccarlo è il ricorso alle armi; salvo poi puntualmente verificare che le informazioni erano state inventate e che l’opinione pubblica era stata ingannata da notizie false.

La falsità più pervasiva e più subdola però è l’affermazione che la guerra risolve i problemi per cui la si fa, mentre tutti sappiamo che nessuna guerra ha mai risolto problemi, ma ha creato sempre nuove ingiustizie e miseria.

Se avete buona memoria, Papa Benedetto aveva preso questo nome anche per rifarsi a Benedetto XV, il papa che più di un secolo fa diceva a tutti che la guerra è assurda, che con la guerra si perde tutto, che è una carneficina inutile sempre.

Il male ha sempre bisogno di camuffarsi, di rivestirsi falsamente di bene per diventare appetibile e al mondo esistono pianificazioni mondiali per fare questa operazione di inganno.

Come farebbero del resto i costruttori di armi a collocare i loro prodotti di morte? I giornalisti, gli uomini della comunicazione dovrebbero aiutarci a non cadere nell’inganno, ma anch’essi o sono conniventi o non sono competenti, pur sapendo che il loro mestiere è far conoscere la verità.

Il cristiano deve sbilanciarsi sempre dalla parte della pace, accoglierla dalle mani di Dio, invocarla, attuarla, difenderla, realizzarla, educare tutti alla pace. Cominciamo già dal primo giorno dell’anno ad augurarcela e a invocarla. Quel bellissimo quadretto che ci presenta il presepio oggi, quello sguardo compiaciuto di Giuseppe, la maestosa e devota presenza di Maria sono segno di sicura speranza di pace.

1 Gennnaio 2022
+Domenico

Andarono e trovarono Maria

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Audio della riflessione

Gettiamo ancora il nostro sguardo sul presepio: il centro è sempre Gesù, e la nostra attenzione a Lui oggi è mediata da Maria, la mamma. E’ con Maria che vogliono solidarizzare i pastori, gente semplice, che conosce il bisogno di una donna che ha appena partorito e le portano senza indugio – dice il Vangelo – con un moto spontaneo del cuore, con l’immediatezza di chi vive nella precarietà e ha come unica soddisfazione la solidarietà, il conforto della loro presenza.

Iniziamo un nuovo anno sempre in compagnia della mamma di Gesù!

I pastori erano gente disprezzata: poco di buono, randagia, gente che vive di rimedi, che regola il suo orario sulle abitudini degli animali … ma è sempre fatta di persone che hanno un cuore e una dignità, una coscienza e una sensibilità.

I verbi che usa il Vangelo sono una traccia di cammino anche per noi.

Andarono senza indugio: non si fermano sul verbo venire che indica sempre che sono gli altri che devono girare attorno a noi. Noi siamo il perno, noi siamo quelli da riverire, noi quelli che non si spostano di un’unghia per nessuno, noi quelli che devono essere serviti, noi quelli che sanno tirare le file per far girare gli altri nella nostra orbita … Noi, la chiesa, stiamo troppo comodi in attesa che la gente venga, noi i responsabili del bene comune che forse scambiamo l’autorità per un potere, mentre deve essere un servizio sempre … e il servizio ha come primo moto spontaneo il decentrarsi verso chi ha bisogno.

Altri verbi sono: Videro, udirono e riferirono; hanno aperto gli occhi su quel bambino, hanno scritto nella loro mente i fatti, non si sono fermati alle loro fantasie, non sono stati comodi a costruirsi un virtuale asettico, lontano dalla vita, ma hanno fatto esperienza, hanno partecipato alla gioia e alla dolcezza della famiglia di Gesù.

Hanno aperto gli orecchi, hanno ascoltato la parola fatta carne, hanno messo attenzione all’invito degli angeli e al loro canto del gloria … e non hanno tenuto per sé quel che hanno provato, lo hanno portato subito agli altri: hanno creato subito quel tam tam che crea comunione tra la gente attorno ai fatti della vita, alle notizie belle.

La comunicazione della gioia della scoperta ha cambiato la loro esistenza sociale: hanno cambiato la noia della quotidianità in stupore, hanno saputo dire alla gente che si doveva aprire il cuore alla novità assoluta della nascita di Gesù.

Avessimo noi ancora oggi la capacità di sconfiggere la noia, per esempio la noia del nostro mondo giovanile, che viene riempito sempre di dati inutili, per aiutarli a trovare nella propria umanità le risorse più belle per dare slancio alla loro vita, la consapevolezza della grandezza di ogni persona, della bellezza dell’amore, della semplicità delle cose che Dio ci ha dato!

Altri verbi: “Glorificando e lodando Dio“. Dio va lodato e ringraziato sempre. La nostra vita ha bisogno di gesti gratuiti, di sbilanciarsi per la riconoscenza, di riconoscere che siamo creature e che non tutto deve essere calcolo, commercio, tornaconto.

Lodare Dio è ritrovare il nostro posto nella creazione, ed è uscire dalla nostra sicumera per sentirci figli amati dal Signore.

1 Gennaio 2022
+Domenico

San Silvestro: una fine e un miglior principio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 1-18)

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Audio della riflessione

Ogni giorno abbiamo bisogno di riti per capire chi siamo, che esistiamo, che il tempo passa, che la vita ha un senso: è un rito il bacetto prima di uscire di casa, è un rito la preghiera o lo è la telefonata o l’sms, il mazzo di fiori, il buongiorno anche se detto qualche volta tra i denti, è un rito il regalo di Natale anche se rischia di essere un ricatto o un legaccio …

Oggi che è l’ultimo giorno dell’anno è un rito lo scatenarsi dei botti, dei brindisi, del lancio degli oggetti vecchi, della cena con gli amici, del cambio del calendario … con la pandemia staremo un pò più tranquilli. E’ il tempo che passa inesorabile e forse si fa baldoria perché noi adulti che lo vediamo fuggire vorremmo fermarlo e i giovani vorrebbero scavalcarlo perché non vedono l’ora di essere autosufficienti e padroni della propria vita.

La pandemia non ci permette tante pazzie, anzi ci obbliga a tenere conto di tutti quelli che soffrono e che sono rimasti soli o in qualche RSA e non possono avere troppe visite.

Il Vangelo invece, per farci capire dove siamo e che cosa significa il passare del tempo ci rimanda al principio anziché alla fine, ci ricorda che all’inizio di tutto c’era al Parola! Non esisteva nulla, c’era il caos forse, esisteva solo Dio nella sua vocazione fondamentale: comunicatore.

Dio era ed è Parola, uno che fa consistere il suo essere nel comunicarsi, nel farsi dono, nel proiettarsi verso, nel far essere … gli altri.

Il tempo è cominciato proprio lì, dalla sua volontà di far essere l’uomo per dialogare con una libertà. Proprio per portare questo dialogo alla sua massima possibilità, questo Dio … Parola, questo Dio comunicativo, s’è fatto uomo, s’è dato una vita tra noi per aumentare al massimo il dialogo.

La comunicazione tra due persone è al massimo, quando più grande è quello che si ha in comune: Dio ha voluto aver in comune la vita intera.

E noi ci avviamo a chiudere il 2021, un anno che è stato pieno di crisi e di fatiche, di speranze deluse e di ricominciamenti di pandemia. Ciascuno avrà un momento per pensare a dove sta andando la sua vita, per fare un bilancio, per rendersi conto di tanti doni, di tutte le persone che la condividono con lui, per ricucire torti, per ritornare saggiamente indietro da vie sbagliate che ha preso.

La notte di S. Silvestro non è baldoria per dimenticare, ma festa per ringraziare e forza per cambiare: è diventare più vecchi di un anno, è celebrare con un rito il tempo che passa, ma seminare ancora e sempre nuova speranza.

31 Dicembre 2021
+Domenico

Nell’andirivieni quotidiano c’è una donna che sta li sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,36-38) dal Vangelo del giorno (Lc 2,36-40)

[Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore.] C’era una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Audio della riflessione

Esistono persone che fanno di tutta la loro vita la dedizione a una causa, senza stancarsi, né distrarsi mai. Esistono persone che si sono consumate per il bene di una comunità senza badare a sacrifici, dando quasi l’dea di aver chiuso i propri orizzonti su cose troppo semplici: è così di una mamma per i suoi figli, è così di una suora per la sua causa, è così di un atleta, di un volontario, di un poeta o di uno scrittore … passano alla storia per aver fatto una cosa sola, ma in maniera eccellente.

E’ così di quella profetessa che si chiama Anna, molto avanzata in età – dice il vangelo di Luca – che sbiascica preghiere tutto il giorno negli atri del tempio. Gli altri passano decisi, motivati, vanno subito a segno, al tesoro per fare offerte o alle bancarelle per cambiare danaro o all’altare per rivolgersi ai sacerdoti o sotto i portici per discutere. Lei non si allontana mai, non ha fretta, serve Dio giorno e notte. Digiuna, permette al suo corpo solo il necessario per stare sempre dalla parte dell’essenziale; prega, si affida a Dio, mentre tutti corrono indaffarati.

Sa di doverlo aspettare, non basta una vita per attendere il salvatore! I suoi antenati hanno continuato a invocare e lei si mette su questa scia … conosce i profeti a memoria; sa di dover chiedere al cielo che si apra per mandare la rugiada della salvezza e aspetta … finché appare il bambino tanto atteso e quando lo vede portato da Maria e Giuseppe, le sembra di averlo sempre contemplato, tanto lo ha atteso. Ha bisogno di tornare a sperare, di pensare di non aver vissuto invano, di fare della sua vita una freccia puntata sul futuro di Israele e ora che vede il bambino non smette di parlare di Lui.

I “portatori di speranza” sono così, non li fai più tacere, sono troppo protesi al futuro di Dio per sopportare che qualcuno lo ignori, non vi si prepari, non si disponga a orientarsi a Lui.

Questo mondo ha bisogno di speranza, di alzare lo sguardo all’oltre che gli affari nascondono, alla redenzione invocata dalle ferite che scavano nel cuore delle persone l’infelicità. Ha bisogno di guardare al cielo, di sapere che non è assolutamente vuoto, ma che si porta dentro la presenza di Dio; ha bisogno di un orizzonte sempre più ampio, oltre le cose materiali, oltre le congetture e i tentativi frustrati di una ricerca spasmodica del piacere. Ha bisogno della felicità vera e quel bambino, dice Anna, ne è l’immagine e la certezza.

30 Dicembre 2021
+Domenico