Fidati, rischia, buttati, ci sono io

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,28-30)

In quel tempo, Gesù disse: 
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Audio della riflessione.

L’esperienza del vivere è spesso faticosa. Non solo per le malattie, le disavventure, le disgrazie, ma anche per il suo corso normale. Ogni giorno devi caricarti il tuo fardello e portarlo. Hai una casa, una famiglia e devi esserne sempre responsabile, hai intrapreso una strada di studio e devi portarla a termine. Tante volte sei tentato di lasciare tutto, spesso, soprattutto quando ti rimorde la coscienza perché ti sei comportato male trovi ancora più difficile costruirti motivazioni per continuare.  

Altre volte ti senti solo, sei circondato da persone che ti dicono di volerti bene, ma non ne senti il calore, l’intensità. Non è depressione, ma desiderio di sentirsi di qualcuno sempre, di avere un posto in cui sentirti preso per quello che sei, amato anche senza merito, senza averlo meritato. 

Gesù capisce questa sete profonda dell’umanità, di me e di te, che stiamo annaspando nella vita, contenti, desiderosi di continuare, pieni di buoni propositi, ma senza forze, esausti, senza spinta interiore. Ci abituiamo a tutto, senza grinta. Anche le cose più belle si scoloriscono perché ci lasciamo prendere da follie del momento, da dolori imprevisti e sofferenze che ci paiono insormontabili.  

Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi. Passate di qua quando non ne potete più, perché io ci sono sempre, io non vi scarico, io sto sempre con voi. Quando la vita vi sembra senza sapore, io sono il sale della vita. Quando vi sembra inutile, insopportabile, pesante, state dietro a me, vi trascino io, vi tengo io per mano, vi prendo la croce e l’appoggio sulla mia. 

Tendi la mano che te la prendo io e faccio passare in questo contatto la mia forza, la decisione irrevocabile di mio padre che vuole per te la gioia piena. È ben altro il peso della vita: è il male che non ti molla, che ti incatena 

Tu puoi avere l’impressione che il vangelo sia difficile da seguire, ma non è un peso, è una forza, una luce che scandaglia nelle profondità di tanta nostra infelicità e vi dà luce. Non sono una legge, ma uno Spirito. Sono già dentro di te a sanare ciò che sanguina, a lavare ciò che è sporco, a piegare le tue assurde cattiverie. 

Fidati, rischia, buttati, ci sono io, il Dio che non ti abbandona mai. 

20 Luglio
+Domenico

La conversione è donata ai semplici

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-27)

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Audio della riflessione.

Siamo sempre ammalati di grandeur. Se dobbiamo essere veri cristiani dobbiamo fare cose grandi; dobbiamo avere strumenti ampi di comunicazione, bisogna far sentire la nostra pressione perché tutti si comportino bene, avere a disposizione finanze consistenti per competere e costringere le altre banche a investire per i poveri; essere sempre molto competitivi, poter influire sulla vita delle persone con potenti mezzi di informazione. Certo tutto a fin di bene, onestamente, alla luce del sole.  

Gesù invece è di parere completamente diverso. Ha un programma da proporci, una conversione: diventare «piccoli». Gesù comunica questa strategia della «piccolezza» in una preghiera di riconoscenza: Ti ringrazio o Signore (11,27) perché la possibilità, la conoscenza, la forza di questa conversione l’hai donata ai piccoli. Gli studiosi amano chiamare questa preghiera un «inno di giubilo». Gesù si rivolge a Dio con l’espressione «Signore del cielo e della terra», con l’aggiunta del termine «Padre», caratteristica distintiva della preghiera di Gesù. Il motivo della lode è lo svelarsi di Dio: perché nascondesti…, rivelasti. Il nascondimento riferito ai «sapienti e intelligenti» riguarda gli scribi e i farisei considerati come interamente chiusi e ostili all’avvicinarsi del Regno. È un atteggiamento di sempre, di tutti noi che la vogliamo sapere lunga, che ci crediamo di avere in mano la chiave della verità.  

Gesù designa gli uditori privilegiati della proclamazione del regno dei cieli come gli inesperti della legge, i non istruiti, i piccoli. Il contenuto di questa rivelazione o nascondimento è Gesù, lo svelarsi di Dio è legato inscindibilmente alla persona di Gesù, alla sua parola, alle sue azioni messianiche. È lui che permette lo svelarsi di Dio e non la legge o gli eventi premonitori del tempo finale. Gesù si presenta come colui al quale ogni cosa è stata comunicata dal Padre.  

Nel contesto dell’avvicinarsi del Regno Gesù ha il ruolo e la missione di rivelare il Padre celeste in tutto. In tale compito e ruolo riceve la totalità del potere, del sapere e l’autorità di giudicare. «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre» e viceversa «nessuno conosce il Padre se non il Figlio».  

I discepoli sono duri a capire la dignità unica di Gesù come Figlio e lo dimostra attraverso la testimonianza insostituibile del Padre; e nello stesso tempo Lui, Gesù, il figlio unigenito che è Dio, che sta nel seno del Padre è l’unico che può rivelare a tutti il volto del Padre che altrimenti nessuno potrebbe vedere. «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio, ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (1,18). Io che voi potete vedere, toccare, e anche offendere, perché prima o poi mi appenderete a una croce, sono l’unico che vi fa vedere il volto di Dio. Non è il potere, la potenza anche solo organizzativa che comunica Dio, ma la semplicità di un dono senza riserve. 

19 Luglio
+Domenico

La libertà si nutre di scelte

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,20-24)

In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi. 
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».

Audio della riflessione.

La libertà è un gran bel dono di Dio, ma occorre usarla bene. Tutti noi siamo posti di fronte a delle scelte da fare, alcune facili, altre più impegnative e scegliamo con criteri nostri, secondo gusti e convinzioni che ci siamo fatti, secondo la verità che abbiamo raggiunto nella nostra ricerca. 

  È importante però che mentre scegliamo con libertà ci sappiamo assumere anche le nostre responsabilità. Spesso invece scegliamo e non vogliamo farci carico delle conseguenze. Gesù, infatti, nella sua vita ha sempre offerto a chi lo voleva seguire e lo ascoltava le condizioni migliori per scegliere liberamente. Non compiva miracoli per far credere, ma li offriva come segno a chi aveva fatto lo sforzo di uscire da sé, di orientarsi alla verità del vivere.  

È chiaro che poi Gesù a chi non sceglie bene deve far capire l’errore. Gesù nella sua predicazione, nella sua opera di convincimento della gente si mise a rimproverare le città che non si erano convertite. Il suo rimprovero è quello del padre nei confronti dei figli. Sostiene sempre la loro libertà e quando sa che sono nell’errore è trepidante per le conseguenze che si porta dietro, sta in attesa, lascia andare suo figlio a sperperare i suoi soldi, sa che non troverà la felicità, perché ha scambiato per stelle delle banali luci di attrazione.  

Eppure, ogni giorno è sull’uscio di casa ad aspettare, gli mette nel cuore la nostalgia, il ricordo del bene, il fascino del vero amore. Concede sempre a suo figlio una scelta di riserva per poter tornare ridare alla sua libertà la forza della verità. 

La vita è così: se scegli il male, poi il male te lo trovi a invadere i tuoi pensieri, i tuoi progetti, ti prende l’anima. E non è che Dio ti lasci poi soccombere alle tue scelte sbagliate, perché Dio è ancora talmente buono che il suo giudizio è la croce su cui sale suo Figlio. Se fosse giusto come noi, saremmo tutti destinati alla morte, invece ci ridona continuamente possibilità di vita. 

 La croce è dove si realizza la sua giustizia. Sulla croce Dio è tutto e solo amore, sovranamente libero e onnipotente, capace di portare quella vita che dovevamo scegliere e che invece, ingannati, abbiamo scartato. 

E Lui ci viene ancora a cercare, non lascia alle scelte sbagliate, al male di seguire il suo corso, Lui non ci abbandona mai. 

18 Luglio
+Domenico

La vera pace non è incapacità di cercare la verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,34-11,1)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». 
Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.

Audio della riflessione.

È giusto che nel continuo susseguirsi di modelli di vita, di nuove sfide da affrontare, di situazioni universali di tensione, di conflitti insuperabili abbiamo a cercare un punto di vista, un riferimento alto per trovarne risposta. Una prima frase di Gesù sul tema della pace e della violenza ci sorprende non poco: E allora, “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.” Vuol dire allora che viviamo in una conflittualità non episodica, è come se fossimo proprio definitivamente scartati, assolutamente incapaci di aprire una finestra di speranza?  

Questa affermazione non significa assolutamente che Gesù stesse a favore della guerra e delle armi divisione. Gesù non vuole né la spada, né la divisione. Vuole l’unione di tutti nella verità. In quel tempo, l’annuncio della verità che lui, Gesù di Nazaret, era il Messia divenne motivo di molta divisione tra i giudei. Nella stessa famiglia o comunità, alcuni erano a favore ed altri radicalmente contro e Gesù non era un esaltato, era un segno di contraddizione, e si rendeva conto che di fronte a Lui occorreva fare una scelta impopolare e Lui stesso ne sarebbe stata la prima vittima, non certo il primo kamikaze. Era ciò che stava succedendo, infatti, nelle famiglie e nelle comunità: molta divisione, molta discussione, conseguenza dell’annuncio della Buona Novella tra i giudei di quel tempo, perché alcuni accettavano, altri negavano.  

Oggi succede la stessa cosa. Molte volte, lì dove la Chiesa si rinnova, l’appello della Buona Novella diventa ‘segno di contraddizione’ e di divisione. Persone che per anni sono vissute comode nella routine della loro vita cristiana, si sentono disturbate dall’invito di papa Francesco a uscire, a vedere Gesù nel povero, nel bisognoso, nell’oppresso dalla guerra e dalla fame e non vogliono lasciarsi scomodare da questo nuovo stile che non è nient’altro che lo stile di Gesù.  

Scomodate dai mutamenti, usano tutta la loro intelligenza per trovare argomenti in difesa delle loro opinioni e per condannare i mutamenti considerandoli contrari a ciò che loro pensano essere la vera fede. Sappiamo che il criterio fondamentale su cui Gesù insiste sempre è questo: la Buona Novella di Dio deve essere il valore supremo della nostra vita. Non ci può essere nella vita un valore più grande. La ristrettezza delle nostre piccole vedute non è secondo il vangelo e non devono provocare divisioni, ma adesione alla verità che è Gesù. 

17 Luglio
+Domenico

Tante sementi, ma la Parola è una sola

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,1-23)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Audio della riflessione.

La semina è sempre un fatto importante, carico di futuro, di attese, di pretese talvolta, di aspettative, di sogni e di desideri. Spesso si devono fare i conti con la scarsezza del seme, con la qualità, con i semi parassiti, che possono rovinare tutto. Oggi abbiamo motorizzato tutto, calcolato all’unghia come deve essere immesso nella terra, a che profondità, con che grado di umidità, con quale densità di semi per ogni unità di terreno. È giusto perché se si tratta di grandi estensioni un errore anche piccolo porta un danno consistente e irreparabile. Si trasmetterebbe per tutta l’estensione del terreno.  

Gesù utilizza questa immagine in termini molto più umani e meno industriali, come del resto capita nella vita di ciascuno di noi. Lo immaginiamo a piedi con la sacca delle sementi a tracolla e una mano che ritmicamente sparge il seme sul terreno che calpesta, dovunque. La sua semina è abbondante; la sparge anche dove nessuno pensa che possa nascerne qualcosa; ha fiducia di ogni terreno.  

Noi siamo un terreno che viene riempito di ogni tipo di semente: affettiva, culturale, relazionale. La nostra esistenza può ben essere paragonata a un grande campo in cui viene a realizzarsi una abbondante semina.  

Fin da quando siamo piccoli, seminano i genitori, i nonni, seminano gli amici, semina la scuola, la parrocchia, la TV, la strada, gli eventi. Ciascuno lancia il suo seme. La maggioranza è costituita da semi di bontà, molta è zizzania, è gramigna, è veleno. Il nostro campo deve convivere con tutto, la nostra esistenza si attrezza per difendersi, ma il buon seme, il buon grano c’è.  

Dice la parabola del Vangelo che questo seme della vita è la Parola di Dio, una parola che è anche la vita. Scritta a metà nel libro sacro e a metà negli avvenimenti quotidiani. Dice il Vangelo che il terreno in cui cade è spesso più duro dell’asfalto, è impermeabile non ne vuol sapere, si sente completo in sé, non ha bisogno di nessun seme e resterà nella sua aridità; il terreno, questa nostra vita, altre volte è sassosa: si ascolta bene, mi fa anche piacere qualche volta ragionare di Dio, cercare il senso della vita, ascoltare una parola buona, andare a messa, ma non le permetto mai di radicarsi.  

Ancora: talvolta, mi faccio prendere dalle preoccupazioni; lavoro, soldi, amici, avventure, posizione, cose, ferie, automobili; dice il Vangelo le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la Parola, ti spengono la vita. 

16 Luglio
+Domenico

Vi riconoscerò davanti a Dio, Padre mio e vostro

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,24-33)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!
Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Audio della riflessione.

Non è raro trovare un cristiano che ha paura a testimoniare la sua fede religiosa, il suo credere, il mondo di valori cui si affida, le convinzioni radicate nella sua educazione familiare. È un comportamento che si chiama vergogna, latitanza, nascondersi dietro un dito, mancanza di coraggio, anonimato. Questa paura talvolta viene camuffata da dialogo, da ascolto, da umiltà, da libertà massima che deve essere lasciata alle persone che ti ascoltano. Tutte doti vere e necessarie, che vanno sempre però coniugate con una identità forte del cristiano, una identità non prevaricatoria, ma disponibile a offrire quella speranza che ci è stata data e che non è nostra, una Parola che viene da oltre. La paura cresce poi se si sperimenta il rifiuto 

L’invio in missione da parte di Gesù, infatti, non garantisce necessariamente ai discepoli il successo, così come non li mette al riparo dal fallimento e dalle sofferenze. Per cui essi devono mettere in conto sia la possibilità del rifiuto, come la possibilità e perfino l’inevitabilità della persecuzione. È sempre stata storia delle nostre comunità e associazioni quella di far crescere persone disposte fino al martirio a difendere e proporre la nostra fede. Lo è anche oggi nei contesti di intolleranza nei confronti della fede cristiana 

Molte ragazze hanno dato la vita per difendere la propria verginità. Del resto, un discepolo di Cristo non può che conformare la sua vita a Lui. Qualche momento prima, infatti, Gesù aveva detto: “Un discepolo non è più grande del maestro, ma è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro. (Mt 6,40). Il discepolo deve seguire il modello che è Cristo respinto e perseguitato dagli uomini, che ha conosciuto il rifiuto, l’ostilità, l’abbandono, e la prova più atroce: la croce. La persecuzione non è eventualità remota, ma una possibilità sempre attuale: non esiste missione all’insegna della tranquillità.  

Forse per molti di noi il coraggio della fede non ci chiede eroismi, ma di confrontarci con l’indifferenza, con la irrilevanza, con una corrente contro cui si deve andare sempre, ci chiede di essere sempre attaccati alla Parola, di difendere il povero, l’immigrato, il rom, il lavoratore, di offrire riferimenti scomodi, ma roccia su cui si può fondare una crescita.  

Non siamo assetati di morte, ma desiderosi di spenderci sempre per la vita di  tutti, mettendo la nostra nelle mani di Dio. 

15 Luglio
+Domenico

Non siete soli, io sono con voi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,16-23)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: 
«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. 
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. 
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».

Audio della riflessione.

Siamo in tempi in cui ancora essere cristiani per molti è questione di vita o di morte. Ancora molti pagano con la loro vita la fede in Gesù che professano. Molti anche di noi nel nostro mondo pagano in indice di gradimento, in posti di lavoro, in possibilità di fare carriera la propria appartenenza alla vita cristiana. Di fronte a chi fa della fede un paravento per far passare tutti i suoi interessi, per giustificare guerre e calcoli commerciali, per fare battaglie elettorali esistono luoghi in questo nostro mondo progredito in cui ai cristiani è chiesta una scelta tra la vita o la fede in Gesù e scelgono Gesù: 

Vi mando come pecore in mezzo ai lupi. La forza del male è sempre più agguerrita della forza del bene. Di fronte alla potenza dell’Impero Romano la parola di Gesù, in quella lontana provincia ai margini dell’impero, delle cose che contano, era del tutto insignificante, ma lungo i secoli ha saputo farsi strada tra gli uomini, ha saputo parlare al cuore e cambiare modi di vita e superare idolatrie e schiavitù.  

La vita di Gesù al riguardo è esemplare; se hanno fatto così al maestro, la stessa sarà la sorte di chi lo vuol seguire, ma Gesù mentre offre uno scenario non molto attrattivo per gli uomini garantisce anche la forza. Non siete soli, io sono con voi, non preoccupatevi di cosa dovrete dire, di come riuscire a difendervi, perché lo Spirito metterà sulla vostra bocca le parole giuste, la difesa imbattibile, la pace insospettabile, la forza impensata. 

Prudenti come serpenti, perché occorre applicare tutta la nostra intelligenza e umanità, ma senza affanno, perché Gesù è il nostro pastore. Intelligenti nell’offrire il vangelo e non le nostre fisime o elucubrazioni o i nostri difetti e interessi camuffati, ma sempre nell’intelligenza di Dio, nell’ascolto fedele della sua Parola. Il cristiano deve guardarsi dal complesso del perseguitato perché spesso sono i suoi difetti presi di mira non la sua fede, è il suo cattivo essere cristiano, la sua pratica religiosa ipocrita che è osteggiata non la sua fede in Gesù. Ben vengano queste difficoltà se servono a purificare la fede.   

  Solo così può rinascere speranza, può essere ridetta con forza la parola che gli uomini aspettano da Dio per la loro salvezza. 

14 Luglio
+Domenico

E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,7-15)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».

Audio della riflessione.

Le nostre giornate spesso sono popolate di messaggi di dolore; le disgrazie fanno subito il giro del vicinato, degli amici, sono proposte con maggior larghezza dai giornali. Sembra ci sia una sorta di soddisfazione per dirci il dolore e la tragedia, molto meno per darci notizie belle.  

Per le strade della Palestina invece Gesù voleva che corressero notizie belle, soprattutto la buona notizia, il vangelo, la speranza per tutti, la certezza che Dio si interessa degli uomini e che è disposto a tutto l’amore possibile per ridare all’uomo la serenità e la fiducia nella vita. Li mandò a due a due senza altra preoccupazione che di dire, di parlare, di testimoniare, di far capire che nella vita Lui è la svolta necessaria per un mondo nuovo e che ogni uomo è messo in condizioni di dare sapore all’esistenza, di offrire speranza a tutti. 

Siamo tutti un dono di Dio all’umanità e non solo a noi stessi, abbiamo carica di amore sufficiente a salvare il mondo, invece pensiamo di farne calcoli, egoismi, interessi privati. Siamo sale che dà gusto, ma spesso lo perdiamo anche per noi. Quello che abbiamo è tutto ricevuto. Anche là dove ti sembra di avercela sempre messa tutta, dove ti pare di avere fatto miracoli, devi sapere che è Dio che sta alla sorgente di tutto, è Lui che ti ha dato un cuore, una bocca, una vita da mettere a disposizione. Abbiamo avuto gratis e non possiamo offrire a pagamento.  

Il pagamento è di vario genere; può essere togliere la libertà di decisione, come fanno tanti genitori nei confronti della scelta definitiva dei loro figli. Può essere una strumentalizzazione ai nostri interessi fatta con i guanti bianchi; può essere un ricatto affettivo. È sicuramente la nostra pretesa di giudicare le persone, di condannare, di crederci migliori. Gesù inviò i suoi discepoli per le strade della Palestina per seminare speranza, per dare coraggio a chi soffriva.  

È ancora la nostra vocazione di cristiani per le strade del mondo di oggi, nelle nuove e vecchie povertà, nel desiderio di spiritualità e di vangelo che molti uomini esprimono, nel disorientamento di tanti giovani di fronte ai valori della vita. Tocca a noi offrire il vangelo per il Regno, per dire a tutti che Dio è un Padre che ci vuole bene. 

13 Luglio
+Domenico

Il Maestro e la sua squadra

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 10,1-7)

In quel tempo, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino».

Audio della riflessione.

Ci sono momenti nella vita delle squadre sportive che puntano tutte su un idolo, un giocatore, entusiasmante, bravo, simpatico. E per lui si scatena la campagna acquisti, in altri momenti invece i giocatori passano in seconda e occorre cercare un bravo allenatore, un ottimo mister che non solo sa farsi obbedire, ma che sa intuire le qualità di tutti e farle mettere a disposizione della vittoria.  

Anche Gesù, deciso di iniziare la sua missione con un intenso cammino e con una squadra che lo accompagna, lo aiuta, sta alla sua scuola. Non è l’allenatore, ma di più; non è il mister, ma il maestro; non procede per tentativi, ma per colpi di fiducia; non scarta nessuno e li lancia a uno a uno all’obiettivo di tutti da perseguire con l’originalità di ciascuno. È esigente, ma vuole persone libere; sa far domande insistite che ti destabilizzano (Pietro mi vuoi proprio bene?), ma vuol far crescere sempre nell’umiltà e nell’amore. Se la scelta non avrà successo sarà stato perché c’è un mistero di libertà che Gesù vuol rispettare fino alla fine. Per crearsi la sua squadra non c’è un Regno di Dio-mercato, ma prega notti intere e osa: vi farò pescatori di uomini. Li sceglie a uno a uno 

La compagnia che Gesù si era scelta non era il meglio che poteva trovare. Nessun allenatore si creerebbe una squadra così diversa, così disomogenea fatta di gente semplice, non colta, nemmeno fedele. Giuda lo tradirà alla grande, Pietro non sarà una roccia di fedeltà, Giovanni è troppo giovane, Natanaele è schietto, ma si fa vincere dal sentito dire… e Gesù sa di poter contare sulla vita di tutti: in ciascuno è impressa l’immagine di Dio e Gesù dà fiducia perché ognuno di loro sappia stanare la grandezza che ha dentro e soprattutto sappia rispettare l’altro per quello che è, accettarne la differenza e assieme, con l’apporto originale di ciascuno, costruire il Regno di Dio.  

La vita di ogni comunità cristiana sarà sempre così. Dovrà mettere assieme diversità e doni particolari, culture e idee disparate, abitudini e stili di vita diversi, ritmi e coinvolgimenti di varia intensità. Già in quel gruppo di apostoli si cominciava a delineare la cattolicità della chiesa, la sua grande capacità di scrivere il vangelo in ogni popolo e cultura, accogliendo, purificando, trasformando, soprattutto annunciando il vangelo cui essa deve obbedire in fedeltà assoluta.  

Sarà la presenza viva e operante dello Spirito Santo che in tutti cesellerà i lineamenti della figura di Gesù, il suo volto, il suo amore per tutti, la sua fedeltà al Padre. Ogni discepolo pur diverso è imitatore del maestro. Tutti imiteranno Gesù nel donare la vita fino al sangue, in regioni diverse, in contesti diversi, ma tutti per quel Gesù che aveva riempito la loro vita di pescatori e peccatori. 

12 Luglio
+Domenico

Niente è più importante di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19-27-29)

In quel tempo, Pietro disse a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».

Audio della riflessione.

Il giovane ricco è appena andato via, non se la sentiva di vendere tutti i suoi averi per seguire Gesù, non se la sentiva di rinunciare a qualcosa che gli apparteneva. Pietro guarda Gesù e timidamente gli si avvicina e gli chiede se loro che hanno lasciato tutto per seguirlo, sono a posto? Per capire a fondo questo momento con Gesù, dobbiamo fare un parallelo con lo stesso episodio raccontato da Marco, che sottolinea che Gesù risponde anche: «In verità io vi dico: non c’ è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».  C’è qualcosa in Pietro che gli fa presagire che la risposta non sarà quella che si aspetta, sembra che con Gesù non si riesca mai a capire fino in fondo, quello che è giusto, quello che vuole. Infatti, Gesù fa una precisazione che, come al solito, lo lascia esterrefatto.    

Dice che, già solo il fatto di seguire la sua parola, apre degli scenari completamente diversi nella nostra vita; il sapere che essa non è fine a sé stessa, ma che è inserita in un progetto di Dio, è una proposta accattivante. Lasciare tutto, non vuol dire mettersi a fare il barbone, ma non essere attaccati a nulla, non avere delle cose più importanti di Dio, che ci possono fuorviare ed è   questo per noi molto difficile. Lo era ai tempi di Gesù, in cui si viveva di poco e lo è ancor di più oggi che tutto sembra essere di primaria importanza, irrinunciabile e per avere tutto si è disposti a tutto, anche a lavorare senza fine.  Ci sono la macchina, i videogiochi, la discoteca, le serate divertenti, gli impegni dei figli… tutto così importante da non avere il tempo per il Signore. Una fugace messa di domenica e se il sacerdote fa un’omelia troppo lunga, quanti visi scocciati…. Non è la ricchezza in sé stessa, ma il fatto che spesso la ricchezza rende aridi ed egoisti. Dio ha scelto il popolo d’Israele, ma questo popolo lo ha tradito, ricordiamo che mentre Mosè era sul monte Sinai per 40 giorni, il popolo si era costruito come idolo un vitello d’ oro; oggi mentre aspettiamo il ritorno di Gesù, ce ne siamo costruiti talmente tanti di idoli che alla fine ci hanno allontanato da Dio, perché li abbiamo messi davanti a Lui.  

Lascia quello che hai e seguimi, sarai ricompensato nel regno dei cieli, addirittura agli apostoli, promette i troni dai quali giudicheranno le loro tribù, vale la pena di starlo a sentire, perché anche il più stupido degli uomini si rende conto che dove andremo, non conteremo per i soldi che abbiamo, ma saremo condannati dal nostro stesso cuore arido, che non riesce a cambiare.   

Sarebbe bello che tutti lo facessimo ognuno per proprio conto, per aver la possibilità di stare a tu per tu col Signore, aprire a Lui il nostro cuore, scoprire che quello che riceviamo e di gran lunga superiore di quello a cui rinunciamo. Anche Pietro capirà che deve rinunciare al suo orgoglio, alla sua presunzione, al suo carattere irruente, per far posto a Gesù nel suo cuore, e non ci rimetteremo, questo è sicuro.  

San Benedetto è stato scelto come uno dei patroni d’Europa per richiamare tutti noi al primato dell’interiorità e della preghiera e all’integrazione dei nuovi popoli che invasero l’Europa nella vita sociale e politica. Lo seguissimo… 

Il periodo storico in cui Benedetto costruisce la sua opera è molto simile a quello che stiamo vivendo: una Chiesa in difficoltà e lontana dall’ideale evangelico, un Impero allo sbando sotto la pressione di nuove popolazioni e nuove culture, l’impressione di vivere alla fine di un’epoca… Ma, diversamente da come accade a molti oggi, Benedetto non fugge, né si rassegna, né cerca di trarre profitto dalla situazione: si rimbocca le maniche e torna all’essenziale. Se tutto crolla bisogna costruire la casa sulla roccia e così egli fa’, all’inizio osteggiato dagli stessi uomini di Chiesa. Il momento che l’Europa vive di fronte all’accoglienza delle persone perseguitate e affamate che annegano nel Mediterraneo non è certo benedettino, se vengono pagati con i nostri soldi coloro che li torturano in campi di concentramento, come spesso denunciato dall’ONU. Oggi non è sufficiente la Liba, occorrerebbe anche la Tunisia, anche se il suo presidente non vuole fare il guardiano anche pagato per trattenerli in patria. 

Seguendo una regola che è una sintesi di esperienze simili già vissute in oriente, Benedetto costruisce una nuova società: il monachesimo occidentale diventerà l’ancora di salvezza per la fede e il baluardo della civiltà, con le sue biblioteche e i suoi amanuensi. Ma Benedetto non vuole e forse non sa, che sta fondando una nuova civiltà: lui mette solo Cristo al centro della sua ricerca e della sua vita.  

L’intuizione è semplice e geniale: alcuni fratelli vivono insieme senza anteporre nulla all’amore di Cristo, mettendosi all’ascolto di Dio, dedicando del tempo alla preghiera e vivendo con il sudore della propria fronte, senza barattare il vangelo con denari, cariche od onori. 

11 Luglio
+Domenico