Per Gesù ognuno di noi è unico

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,18-26)

In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. 
Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata. 
Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.

Audio della riflessione.

Nel nostro mondo siamo calcolati a peso, a metri cubi che riempiamo, a numeri, a quantità, a densità e volume di consumo, a share televisivi, a percentuali. Siamo chiamati non più persone o clienti, che pure non è il massimo, ma target, punto di arrivo di una forzatura, di una intrusione. È difficile essere calcolati come persone, è difficile che tu riesca a dire chi sei, basta che entri nella scatola che ti hanno preparata e che ci stia tranquillo.  

Gesù invece si accorge di ogni persona, per lui ognuno di noi è unico e irripetibile. Lo dimostra mentre si trova pressato dalla folla in uno dei suoi spostamenti. Tutti gli si fanno vicini, tutti lo vogliono toccare, stringere, parlargli. Nella calca c’è una donna che non sta lì a caso. Ha da tempo un suo grande desiderio. È donna e quindi soggetta a troppe limitazioni da parte della legge riguardo al suo stare in pubblico, ma osa, desidera, tenta di dare gambe al suo sogno di poter anche solo toccare il maestro e a furia di spinte, ci riesce e si accontenta, ce l’ha fatta. Ho toccato quel lembo del mantello come si usava toccare il mantello dei profeti. Se questo Gesù è quella speranza che dicono, sono a posto. E Gesù si accorge. Non s’accorgono gli apostoli intenti a contare e a incassare complimenti, approvazioni, momenti di gloria e la sottile convinzione di stare al di sopra della media. 

 Il tocco di quella donna è un tocco di fede, si è accostata a Gesù come alla sua salvezza, alla sua speranza di poter guarire, di poter tornare alla vita di ogni giorno senza il peso di una condanna. Sapeva che Gesù voleva dare inizio al suo regno di pace e di amore e lei voleva far parte di questa nuova umanità. Aveva una grande fede, per questo Gesù l’ha ascoltata ed esaudita. La fede è stata quella linfa che ha unito Gesù e la donna, li ha aggregati in una esperienza di salvezza. 

Fossimo capaci di cercarlo per toccarlo, per far passare nella sua vita i nostri dolori e i nostri affanni, i nostri sogni e le nostre attese! Pure dobbiamo essere gente che aiuta tutti a toccare Gesù. Gesù è la speranza sicura per tutti e per tutto. Si accorge di te e di me come se fossimo unici. Ogni persona per Lui è unica. 

10 Luglio
+Domenico

Non lagnarti perché hai scelto di credere in Gesù! Lui è vita piena

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Audio della riflessione.

È già così complicata la vita con tutto quello che c’è da fare! Lavoro, studio, spostamenti, famiglia, malattia, fatica, stress, vita di coppia, figli, amici, contrattempi, disgrazie, code in automobile, code in aeroporto, code al check-in, code alla posta….  

Non vale forse la pena di semplificarla al massimo?  

Invece ci si mettono anche i preti ad aumentarne il carico. Ho lavorato tutto il giorno, tutti mi hanno fatto salire la bile e adesso c’è anche il prete che tormenta. Una riunione, una messa, l’incontro dei catechisti, la scuola della Parola… 

Ad essere sincero però mi accorgo sempre più che mi si apre un buco nei pensieri, nei sentimenti, nelle relazioni, nelle mie solitudini di pendolare, che non è colmabile con le tagliatelle o con lo stare tutta sera con gli amici al pub a sparare idiozie e che si allarga sempre di più aumentando il peso di tutto il resto.  

Avere fede è un peso o fa parte della gioia di vivere? È meglio essere spensierati, superficiali, prendere le cose come vengono, divertirsi, non complicare la vita con troppi pensieri o si diventa più uomini e donne se con la fatica dei nostri pensieri cerchiamo risposte più vere, ci affidiamo a un oltre? La vita è così misteriosa o basta prenderla come viene, stando in superficie? Contano di più i tormentoni, le leggende metropolitane o una bella partita e qualche ora di palestra? 

Gesù non ha mezzi termini nel dire che il suo giogo è soave e il suo peso è leggero. Anzi si offre con semplicità e decisione. Non sai dove andare? Ti senti dentro un vuoto? Hai capito quanto hai sbagliato nella vita, non hai più voglia di vivere? Credi che sia già detta l’ultima parola sul tuo futuro? Venite a me voi tutti che siete affaticati e io vi darò forza, vi abbraccerò, vi farò sentire il calore della mia passione per voi.  Conosco in quanti tranelli potete cadere, so che il male vi sembra più forte del bene, conosco molto bene come basta una stagione di balordaggine per segnare di pianto tutta la vita, ma io ho in riserbo per voi la gioia di un abbraccio, la forza di una ripresa, la luce di una strada nuova, capace di darvi felicità.  

La fede che vi dono non è una droga che crea dipendenza e da cui fate fatica a liberarvi: la fede non è un peso in più da portare; è come l’amore. Che sarebbe la vita senza amore? Credere è volare, è il sole al posto della nebbia, non i catarifrangenti o le lampade allo iodio; è l’aria pura invece dello smog, è la sicurezza invece della depressione, è la libertà non il metadone. Siete fatti a mia immagine e so che cosa abita nel vostro cuore. Oltre le vostre guerre c’è una pace vera. Questo diceva Gesù a Francesco, quando gli parlava dal crocifisso di San Damiano e con questa proposta nel cuore non poteva non cambiare sé stesso e cambiare il mondo. 

Credere non è solo staccare la spina, ma inserirla ancora di più nel cuore della vita e trovarvi la speranza necessaria per vivere. È avere il coraggio di stare con Gesù, di metterlo al centro delle nostre sequenze di desideri e di sogni, di progetti e di tentativi di vivere. Gesù è bello perché è Lui.  

Queste verità sono nascoste agli opinionisti e ai conduttori di talk show, non hanno posto nei concerti rock, ma sono lampanti per i semplici; le percepisci quando riesci a far sorridere uno sfortunato, brillano sul volto dei poveri, ti prendono quando non hai paura della croce.

09 Luglio
+Domenico

A nozze sempre con Gesù senza versare niente sul suo iban

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,14-17)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». 
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».

Audio della riflessione.

È bello essere invitati a nozze di un amico o di una amica, con cui hai condiviso tanti momenti della vita, con cui spesso ti confidavi, che vedevi ogni giorno entusiasmarsi mentre ti raccontava i suoi sogni. È ancor più bello se le nozze non sono quel supplizio infinito di un pranzo da nababbi, o quel ricevimento formale che ti mette in imbarazzo con gente estranea o, ancor peggio, se partecipare alle nozze non consiste nella preoccupazione, che sovrasta ogni sentimento, di fare un regalo vistoso, calcolato, che ti lega nella catena perversa del do-ut-des, ti faccio il regalo oggi perché tu e gli altri me lo facciano domani, dove l’invito è solo calcolo e la spontaneità diventa obbligo.  

L’invito che fa Gesù è un invito a nozze per godere di Lui. Quando ci sono io non fate piagnistei, non lesinate in allegria, non state a controllarvi la dieta, soprattutto non siate tristi. Vi voglio entusiasti dell’essere miei amici, contenti di avermi seguito. Fatelo sapere a tutti che con me state bene. Nella vita c’è anche un tempo per il digiuno, per il controllo sulla gestione della propria interiorità e della propria disponibilità e allenamento alle difficoltà; ma non è questo il momento. Se ci sono io voglio che scoppi la festa, la gioia, sono venuto perché si possa godere di una vita piena. Il mio regno è un regno di felicità, di gioia, di scatto verso la bontà. 

Purtroppo, spesso noi cristiani non facciamo capire a tutti che seguire Gesù è una felicità, che aver trovato lui, il suo vangelo è una profonda pace che scende nella vita, che seguire i suoi passi anche faticosi è come quando fatichi a scalare una montagna, ma vieni appagato dalla gioia della conquista, della vetta, della visione di un nuovo panorama che ti si apre davanti. Essere cristiani è essere felici.  

Non rimpiangiamo nessuna libertà persa, perché stare con Gesù è trovare quella vera. La vita cristiana non è luogo di tristezza, ma di una gioia serena, di una consolazione profonda, perché stiamo in compagnia di Gesù, ne ascoltiamo ogni giorno la parola, facciamo i passi della vita anche faticosa, ma con Lui, diamo a ogni giornata una nuova speranza di poter guardare a quel cielo abitato da Dio che rende la terra meno spaesata. 

08 Luglio
+Domenico

Gesù è sempre al nostro banco di lavoro

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,9-13)

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Audio della riflessione.

Faceva il bancario, probabilmente il banchiere. Aveva messo assieme una buona squadra di riciclatori di danaro. La sua vita era l’esatto contrario di un timorato di Dio. Dove passava, dove metteva mano, sporcava, rendeva impuro, rovinava la limpidezza della vita. Se fossi entrato nel suo giro avresti finito di essere a posto. Ce n’è anche oggi di gente così; da quando ti sei messo a frequentarla hai perso la pace in famiglia, ti è calata la stima degli amici, stai alla larga dalla polizia, non ti fai più vedere in Chiesa. 

Gente così sarebbe proprio da allontanare. Pubblicani, li chiamavano gli ebrei; Matteo era il nome di uno di questi. Ma da questa banca o da questa bisca un giorno passa Gesù. “Matteo che stai a fare dietro questo tavolo a consumare la vita a far bonifici, a giocare in borsa, a riciclare soldi sporchi, a finanziare armamenti, a sostenere terroristi o a commerciare droga? Non hai idea di quanto può essere più bella e più piena la vita che ti presento io! Seguimi”. È una parola magica: indica urgenza, distacco, decisione, cambiamento. Matteo è innamorato perso, cambia vita. D’ora in poi è Gesù il suo banco dei pegni; si dedicherà alle persone non più agli euro. 

Ma Gesù non ha ancora finito di fare un regalo a Matteo: si vuol mescolare con la sua compagnia di gente persa. Non è vero che si onora Dio separandosi dai peccatori. Che teologia è questa? Chi va col lupo impara a ululare! Sì, ma solo se non sa cantare. Se hai in cuore quello che ha Gesù, i lupi diventano agnelli. Gesù siede a mensa con questi fondi di galera, compie quel gesto, delicatissimo, intimo, che farà soltanto più con i suoi discepoli più cari. Nessuno è fuori dal regno di Dio. Non c’è peccato, carognata, assurdità, malvagità che tenga. 

Gesù, il Vangelo, non è un premio per i buoni, ma una offerta per tutti. Con la scusa di difenderlo, noi cristiani spesso abbiamo chiuso il Vangelo in sacrestia. Invece è vita per tutti. Infatti, alla fine dove è morto Gesù Cristo? Tra due peccatori e ritenuto peccatore lui stesso. E ogni giorno questo Gesù ci fa il regalo più bello che possiamo immaginare: stare con noi come fuoco che brucia, come gioia che consola, come felicità che pervade. È lo Spirito Santo dono di Dio definitivo all’umanità. 

07 Luglio
+Domenico

Siamo paralizzati dal male nello spirito, non solo nel corpo

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,1-8)

In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati».
Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico –, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua.
Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

Audio della riflessione.

Paralizzato. Un ictus, un incidente d’auto, un sabato notte di follia, una pasticca di troppo, un incosciente che ti taglia la strada perché è ubriaco e una sedia a rotelle per tutta la vita. Non puoi più essere indipendente, hai bisogno di tutti, ma soprattutto ti muore dentro la voglia di vivere. Gli amici ti stanno vicini per un po’, i parenti ti aiutano, ma poi ti devi prendere la badante.  

Era così quell’uomo che aveva finito di sperare, di lottare per la riabilitazione, di immaginare un futuro diverso. Con in cuore forse un’ultima speranza, tanto le aveva tentate tutte, si fa portare da Gesù e Gesù lo guarisce. Quante volte ci siamo letti questo episodio del vangelo, quante volte lo abbiamo augurato a noi se siamo ammalati o lo abbiamo invocato per gli amici. Gesù sa togliere ogni paralisi, ogni blocco nella nostra esistenza.  

Ma il blocco più grande è dentro di noi, la vera grande paralisi è la noia, la sfiducia nella vita, l’adattamento, il lasciarsi andare. Conosco tanti ammalati spenti, ma anche tanti paralizzati attivi, decisi a non cedere, a trovare sempre interessi nuovi, a inventare vita per sé e per gli altri, a non morire dentro. Dietro a questi però c’è sempre un amore, una persona che dà fiducia, anche solo un materasso che sa attutire depressioni, un cuore disponibile che sa incoraggiare, una spalla su cui piangere.  

È così anche nella vita spirituale. Molti siamo paralizzati dal male che abbiamo fatto, dall’odio che portiamo nel cuore e che non ci permette di togliere dalla testa il torto subito. È paralisi completa il desiderio di vendetta. È paralisi il male che progettiamo per gli altri. Sono paralizzanti i nostri vizi che ci portano sempre a compiere malvagità, a privare gli innocenti della loro purezza. È paralisi la droga, l’alcool, la ricchezza quando ti fascia il cuore. 

Anche questa paralisi, soprattutto questa, dice Gesù nel vangelo, sono venuto a togliere a sciogliere. Il paralitico si mette a camminare, prende il suo letto e torna a casa. Questo Gesù è veramente il sapore della vita, la forza contro ogni adattamento al ribasso. Lui è capace di ridare speranza a chiunque, di mettere il motore alle rotelle soprattutto perché sa far cantare il cuore, Lui è un Dio che non ci abbandona mai. 

06 Luglio
+Domenico

Non abbiamo paura di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8,28-34)

In quel tempo, essendo Gesù giunto all’altra riva del mare di Tiberiade, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada.
Cominciarono a gridare: «Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?».
A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci a pascolare;
e i demòni presero a scongiurarlo dicendo: «Se ci scacci, mandaci in quella mandria».
Egli disse loro: «Andate!». Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti.
I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati.
Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio.

Audio della riflessione.

Hanno avuto paura di Gesù, come spesso tanti uomini hanno paura di Lui. Erano i cittadini Gadarèni che avevano visto Gesù con potenza scacciare una legione di demoni e calmare due indemoniati pericolosi. Chi è questo Gesù che sconvolge la natura e la vita? Che potere ha se i demoni gli obbediscono? Che cosa può provocare in noi che stiamo tutto sommato bene dove siamo, senza lode e senza infamia? Perché esporci al rischio di vederci la vita trasformata. Aver paura di Gesù è un sentimento più diffuso di quanto pensiamo e capace di venire a galla alla nostra coscienza nelle forme più impensate. Ben lo sapeva Giovanni Paolo II, quando appena affacciato sulla Piazza di San Pietro alla sua elezione, gridava: non abbiate paura, spalancate le porte a Cristo.  

Purtroppo, abbiamo paura di Cristo. Hanno paura i potenti perché Gesù mina alla radice il male nel quale si sono cullati, abbiamo paura di Gesù, perché vuole da noi dono, amore e non egoismo e interesse; abbiamo paura di Gesù perché ci chiama a decidersi per il vangelo, perché ci fa proposte impegnative, perché se seguiamo la sua strada ci porta alla croce, perché non ci lascia in nessuna depressione e acquiescenza al male. Gesù ci vuole decisi e generosi, purtroppo invece il male che sta in noi ci vuole insipidi e autocentrati. 

I dittatori sanno che la fede in Gesù non permetterà loro di stare sicuri al potere soprattutto se è un potere che distrugge anziché servire. Un po’ alla volta a mano a mano che nella persona crescono le convinzioni, si affina l’intelligenza, si purificano le intenzioni, si scoprono le qualità che Dio ci ha dato si scatena la sua luce, il suo ardore, la sua visione di vita, il suo Regno. I cristiani sono i rivoluzionari di Dio, non sono rivoluzionari della violenza o della guerra. Sanno farsi ammazzare per la fede, per questo sono imbattibili, non temono le difficoltà, sanno scavare come una goccia per portare alla luce la sorgente della vita. 

Forse nessuno ha più paura dei cristiani, perché non dicono niente a nessuno. Vuol dire che abbiamo annacquato il cristianesimo. Questa è la prima arma che si usa per vincere la paura dei cristiani e purtroppo spesso è un’arma letale per tanti tiepidi e indifferenti. Lui invece ci aiuta a guardare al cielo e a vedervi la pienezza della sua presenza per la vita della nostra terra. 

05 Luglio
+Domenico

Avere fede è attendere i tempi di Dio con fiducia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8,23-27)

In quel tempo, salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva.
Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.
Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».

Audio della riflessione.

Capita a tutti di sentirsi abbandonati, di non percepire nessuno che nelle nostre difficoltà ci possa dare una mano, di aver pregato pure e di non sentire che silenzio. Anche gli apostoli un giorno vivono una dura disperazione; sono sulla barca e la burrasca li atterrisce.  

Nel pericolo si rivolgono a Gesù con un grido di implorazione; dunque, hanno fiducia in Lui e sanno che Gesù li può salvare. Eppure, Gesù li rimprovera come uomini di poca fede e spesso si rivolgerà a loro mettendo in risalto questa scarsità di fede, questa oligopistia. Loro sono uomini di poca fede.  

E allora ci domandiamo: che cosa ci vuole per essere uomini di Fede? Gesù dormiva e la paura dei discepoli non li poteva aiutare, sembrava loro che ormai stesse per passare il momento giusto per una possibilità di intervento. Ma il momento giusto lo conosce solo il Signore.  

Non ci diciamo anche noi tante volte: perché il Signore ha permesso questa disgrazia? Quanto ho fatto per gli altri! e adesso mi sento addosso quasi una maledizione di Dio! che cosa ho fatto di male? sono le manifestazioni della nostra poca fede.  

Vogliamo essere noi a suggerire a Dio il tempo e il modo di intervenire nella nostra esistenza, nella vita del mondo. In realtà è spesso difficile capire perché avvengono certi fatti, ma il cristiano sa che Dio vede e confida in Lui. Non sta certo con le mani in mano, si industria, prega. Ma al di sopra di tutto tiene alta la sua speranza, la sua fiducia in Dio.  

Certo dobbiamo avere tutti coraggio, dobbiamo sempre sperare che il Signore elimini il male dal mondo. E in questo siamo sempre sostenuti dalla forza di Dio. A nostra volta possiamo essere capaci di accogliere la voce di chi ci interpella, di chi sta perdendo la speranza.  

Anche noi sentiamo il peso della tentazione e allora aiutiamoci tutti ad avere questa fiducia in Dio. Insomma, sempre come cristiani dobbiamo operare nella società come persone di grande fede. Possiamo essere anche famiglie provate dal dolore, ma Dio ci rende capaci di aver fiducia nella sua bontà e di esserne segno per tutti. 

04 Luglio
+Domenico

Dà forza e dignità alla tua intelligenza dilatandola nella fede

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,24-29)

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Audio della riflessione.

Migliaia di volte ci siamo detti di fronte a tanti misteri della vita se non ci metto il naso non ci credo. Voglio vedere, voglio toccare, voglio esserci anch’io. Il desiderio di sperimentare, di verificare, di dare la propria adesione usando un minimo di intelligenza nobilita la persona. Oggi purtroppo stiamo abboccando a tutto. Stiamo facendo risorgere i maghi, buttiamo soldi per far leggere le carte, ci vogliamo fare accarezzare gli orecchi dai pronostici e dagli oroscopi. Anziché usare l’intelligenza chiamiamo ricerca il sentirci dire quello che ci piace. Basta una bufala ben costruita, una buona pubblicità che tutti siamo in fila a spendere o a provare. 

Tommaso non era di questo tipo, lui Gesù morto, senza vita, dolorante fino allo spasimo lo aveva visto su quella croce e che nessuno venga a dirgli che è vivo. I colpi dei chiodi li ha ancora negli orecchi, lui non si può togliere dall’anima quel grido disperato di Gesù, quel rantolo di morte Lui ha letto negli occhi dei suoi amici, che aveva lasciato per seguire il maestro, il disprezzo per la sua decisione di stare dietro al Nazareno e fa fatica a dimenticare lo smacco, ma ormai tutto è finito. 

“Ma lo abbiamo visto vivo -gli dicono i nuovi amici che s’è fatto con Gesù- lo abbiamo incontrato con una forza e un desiderio di comunicare con noi che non ricordavamo più, meglio ancora della prima volta che ci aveva stregati sulle rive del lago”. Gli piacerebbe credere, tornare come prima, riprendere la faticosa, ma bella peregrinazione per la Palestina e ridare speranza agli sfiduciati. Ma gli avvenimenti del Calvario gli hanno scavato dentro un abisso di disperazione. “Non ci credo neanche morto”. Non mi state a convincere: ho ancora negli orecchi quei colpi secchi sui chiodi che gli hanno stritolato i polsi. Mi hanno creato un buco nell’anima. Quel colpo di lancia per verificare che era morto me lo sono sentito nel mio petto.  

Io non ci credo per niente se non vedo, non tocco, non sento, non lo stringo tra le mie braccia. Quei buchi dei chiodi li voglio turare con le mie dita, quella ferita di morte al cuore la voglio coprire con la mia mano.  Non si adattava a credere, se non usava fino in fondo tutta la sua umanità. Non mi bastano le vostre parole, la vostra amicizia. È qualcosa tra me e lui. Devo fare i conti con la mia coscienza. 

E lui Gesù arriva: Tommaso sono qui; ricomponi con le tue dita e la tua mano gli squarci lasciati nel mio corpo. Hai ragione a riportare tutto alla tua coscienza, ma ora affidati. E Tommaso ritorna alla comunità credente. Non mette le dita nei fori dei chiodi e crolla in ginocchio e proclama la sua fede: Mio Signore e Mio Dio. 

Quanti artisti si sono cimentati nel descrivere questa volontà di Tommaso di toccare Gesù; quanti sguardi, quante mani, quante dita dipinte vicine alle ferite, quanti visi stupiti. Gesù si presenta, come si presenta alla nostra intelligenza e alla nostra vita. Sono qui. Ragazzi, giovani date pure la stura a tutte le vostre tecniche di ricerca, non fingete di cercare per non vedere. Fatevi crescere tutti i dubbi che volete, non smettete di desiderare. Al fondo della vostra intelligenza pulita, del vostro cuore sgombro, della vostra volontà pura mi troverete. Lasciate stare i maghi, smettetela di abbonarvi agli oroscopi, lo sapete anche voi che lo fate per gioco. Io sono qui, io sono il Dio che dà forza e dignità alla vostra intelligenza dilatandola nella fede.  

03 Luglio
+Domenico

L’accoglienza ha sempre come soggetto accolto il Signore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,37,42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Audio della riflessione.

C’è una esperienza che ho fatto varie volte e che mi ha sempre sorpreso per la gioia che provoca. Durante le ultime giornate mondiali della gioventù che vedono radunarsi attorno al papa milioni di giovani si è soliti chiedere alle famiglie che accolgano e ospitino in casa dei giovani. La richiesta che sembra del tutto normale è piuttosto ardua: devo rinunciare alle ferie per ospitare, non so chi mi capita, i giovani di oggi sono intrattabili, non conosco la lingua … e tante altre motivazioni contrarie che si possono riassumere nell’interrogativo: mi fido o no? Sono pronto a rischiare o voglio tutta la mia vita calcolata millimetro da me? Molti hanno rischiato e ho sempre trovato gente, soprattutto adulti, felici di aver fatto questa semplice esperienza di accoglienza. 

Mi viene spontaneo collegarmi a quanto dice Gesù nel Vangelo: chi accoglie voi accoglie me. Nel vangelo dovunque Gesù è stato accolto ha regalato vita piena, salvezza, pace, gioia. Con i tempi che corrono, dove sono di moda i respingimenti, dove si specula sulla sicurezza e la chiusura, il vangelo ci dice che ogni persona accolta è lo stesso Gesù. Chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, a chi non conta niente, a chi non ti può ripagare a chi ha forza solo nella sua dignità di uomo o di donna, a chi sa solo essere discepolo di Gesù nella sua semplice vita, non perderà la sua ricompensa. Alle volte basta proprio solo un bicchiere d’acqua fresca. Basta così poco per avere la salvezza? E tutte le norme morali e i comandamenti e le leggi ecclesiastiche? Siamo sempre pronti, noi, a trovarci degli sconti sulla vita cristiana!  

Il bicchiere d’acqua fresca è il segno che la tua vita non la imposti sul calcolo, sulla tua sicurezza, sull’egoismo, su te stesso, ma ne fai dono. Chi si attacca alla sua vita è il bello che la perde, dice ancora Gesù. Se da quando ti alzi a quando vai a dormire non fai altro che girare attorno a te e far girare gli altri attorno a te, in quel letto non ci sei tu, ma il tuo scheletro; se ogni momento della tua giornata non fai che arraffare, che idolatrare te e le tue cose, la tua vita se ne fugge, resti con le mani vuote, ti sembrerà di stringere qualcosa o qualcuno, ma ti resterà un pugno chiuso e tutto morirà con te.  

Se invece sei capace, anche sanguinando, anche con continui disgraziati ripensamenti a fare della tua vita un dono, ad accettare che sia Dio il tuo centro, a perderti dietro all’amore, dietro a Lui, allora non sarà largo abbastanza il tuo cuore per riempirsi della gioia che Dio ti regala.

02 Luglio
+Domenico

Signore, mi basta la tua parola!

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 8,5-17)

In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito.
Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva.
Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
“Egli ha preso le nostre infermità
e si è caricato delle malattie”.

Audio della riflessione.

Ho tutto quello che mi serve, ho fatto una bella carriera, ho amici che mi idolatrano, quando non ci sono mi cercano; ho successo negli affetti; in famiglia sono stato fortunato; il lavoro mi dà soddisfazione; la salute non manca. Mi pare di stare fin troppo bene. Non ho bisogno di nessuno, anzi sono pure capace di aiutare quando serve.  

Ma ho bisogno di qualcosa di più profondo. Mi sento come un buco nella vita. Ogni tanto si fa sentire: me lo fanno nascere quelli che stanno attorno a me, le disgrazie che capitano, i figli dei miei amici che muoiono di droga, di incidenti, che sballano. Ho allargato la mia casa a tutti perché tutti fanno parte della mia vita. Signore se tu potessi cambiare queste sofferenze in gioia! Se tu potessi guarire queste ferite, se ci potessi dare la tua pace!  

Aveva forse quest’animo il centurione, l’ufficiale dell’esercito romano, che seguiva da lontano Gesù nella sua predicazione, probabilmente si doveva mescolare alla folla per dovere di vigilanza e sentendo Gesù era rimasto colpito della sua visione del mondo, dell’amore che cercava di accendere, del potere di sconfiggere il male.  

Ho un servo che mi sta morendo. Tu puoi fare qualcosa. Io non sono del tuo mondo, sono qui per dovere, ho mansioni da eseguire, ma anch’io ho un cuore, ho degli affetti, ho una casa dove non sempre tutto è tranquillo. Ci sono problemi più grandi di me: la salute, per esempio, non è sicuramente in mio potere. Gli altri mi vedono forte, perché sono un soldato, ma non sono le armi che contano nella vita. Ho bisogno di te.  

E Gesù dice: vengo da te, vengo a casa tua. Ma il centurione non ha una casa in ordine per un ospite così grande, per quel Gesù che gli sta sconvolgendo la vita e dice: ho osato troppo; nella mia casa non saresti onorato come ti meriti. Mi basta una parola, dì soltanto una parola; tu sì che veramente hai in mano le chiavi della vita. Mi devo cambiare dentro, devo togliermi dal cuore il male che per troppo tempo ha avuto tutte le possibilità di rovinarmi i sentimenti e i pensieri. Ti vorrei avere, ma con un cuore nuovo. Mi basta la tua parola potente. 

Gesù lo ascolta, coglie la grande delicatezza del soldato, ne vede la gratuità e ne avverte l’adorazione e dice la parola che salva.  

Signore non sono degno, ma so che per me Dio non ci abbandona mai

01 Luglio
+Domenico