Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,43-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Audio della riflessione.

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Certo l’uomo nella sua esistenza, dotato di intelligenza e di cuore, non vive solo di istinto, non si lascia guidare dal caso, pensa, ha una coscienza, sviluppa il ragionamento, ha scritti in sé dal Creatore, diciamo noi che crediamo, atteggiamenti di bontà, di condivisione, di solidarietà. Ha qualcosa di più dell’istinto. Se siamo fatti a immagine di Dio, significa che siamo fatti bene.  

Solo che il peccato, il male ha inquinato la creazione, ha deturpato e rovinato i sogni di Dio e i comportamenti dell’uomo; da allora se vogliamo una vita bella e felice dobbiamo fare un salto di qualità: non è più sufficiente essere buoni, occorre amare di più, non è sufficiente comportarsi bene tra noi, ma occorre essere buoni con tutti anche con i nemici, coloro che ci fanno torti. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avete? Lo fanno tutti, ogni uomo che ha un minimo di buon senso si comporta bene con chi gli vuole bene.  

Per il regno di Dio, il buon senso non basta, la legge dello scambio non è sufficiente, il politicamente corretto è troppo poco. Il modello di comportamento per un cristiano è la perfezione del Padre. La meta è altissima, impossibile da raggiungere con le nostre forze; soltanto sorretti dallo Spirito, portati sulle spalle di Gesù, il buon Pastore, è possibile mettersi sulla strada della perfezione e del bene. L’amore al nemico non toglie che ci siano leggi che aiutano il rispetto, che controllano i comportamenti errati e definiscono diritti e doveri, pene e riabilitazioni, giustizia nei rapporti interpersonali e sociali, ma tutto questo lavoro ha bisogno di un colpo d’ala, che è appunto l’amore verso i nemici. 

I martiri cristiani hanno sempre saputo perdonare e dare la vita per dei fratelli che li uccidevano, che non hanno mai ritenuto nemici. 

La tentazione di riportare la vita del cristiano sempre e solo a comportamenti ovvi di buona educazione, di correttezza, di plausibilità umana è forte. La vita cristiana chiede di più, chiede di perdonare le offese, di morire per gli altri, di affidarsi alla preghiera, di amare oltre ogni misura, di andare controcorrente, di accogliere ogni vita nascente e di vivere ogni momento di sofferenza per amore di Gesù. La misura è la santità, non la correttezza.  

Come viviamo noi, con la nostra fatica ad essere passabili, a fare una vita da santi, come la vuole il Signore? È Dio che opera in noi se noi ci affidiamo a Lui. Nulla è impossibile a Dio! 

20 Giugno
+Domenico

La giustizia faccia il suo corso, ma noi vi perdoniamo  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,38-42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
 «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio” e “dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.
Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».

Audio della riflessione.

Nel nostro mondo di oggi sta aumentando vertiginosamente il contenzioso. Più una società diventa per così dire civile, più cresce il numero degli avvocati e degli assicuratori. Vuoi essere garantito su tutto, perché l’altro lo vedi sempre in agguato contro di te. Assistiamo a una esasperazione dei diritti del singolo contro la possibilità di far interagire le persone in una convivenza, possibilmente in una comunità.  

C’è una divergenza? Faccio mandare la lettera dall’avvocato. Penso di aver subito un torto? Mi consulto su quale potrei anch’io ritorcere per essere almeno alla pari. Una volta questo comportamento lo chiamavano la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente; oggi lo si chiama rispetto dei diritti. La legge del taglione ci fa tornare alla barbarie, anche se forse la situazione in cui viviamo è ancora peggio perché lo strapotere di qualcuno a ogni occhio ne fa corrispondere due e a ogni dente rovinato si prende il diritto di devastare tutta l’arcata dentaria. A ogni torto una condanna a morte; ad ogni sgarro una ritorsione che distrugge una vita. 

Gesù anche qui è sempre grande. Porgi l’altra guancia. Non è un gesto di paura o di ignavia, ma di grande coraggio. Rispondere col perdono al torto subito è l’unica possibilità spesso di fermare la catena di vendette, di guerre, di violenze che insanguinano paesi, nazioni e spesso famiglie. Porgere l’altra guancia è togliere ogni ragione di continuare a fare del male, spegnere la lite con l’amore. L’invito di Gesù è liberante. Sei tu che deve decidere che cosa significa per te porgere l’altra guancia; talvolta vuol dire resistere, altre volte accettare, altre ancora opporsi, ma sempre con l’intenzione di offrire pace, ravvedimento, perdono. E quante vite sono state salvate perché i figli, la moglie, i padri hanno saputo perdonare gli assassini dei loro congiunti.  

 Ancora in questi tempi si pensa che chiedere giustizia sia una vendetta; invece è desiderio che ciascuno si prenda la responsabilità di quello che ha commesso e, se c’è anche il perdono, possa vivere la pace del ritorno alla bontà. Chi perdona non è mai stato del parere di “buttare la chiave”, ma di pregare, sperare e esprimersi per un ravvedimento e una prospettiva che il colpevole possa rifarsi la dignità perduta nell’uccidere. Le famose Brigate rosse hanno cominciato a ravvedersi a partire dal perdono che ha espresso il figlio di Bachelet agli assassini di suo padre ai funerali  

Il perdono esige forza; è un vero dono di Dio. Infatti, è nato da Lui e noi tutti siamo vivi, siamo felici, abbiamo speranza proprio perché siamo frutto del perdono di Dio. Dio ha messo a nudo la sua guancia quando ha messo Gesù nelle mani dei suoi crocifissori, noi, del resto. Pensavamo di aver vinto, ma quel suo amore ci ha cambiati. Possiamo sicuramente sperare di essere così anche tra di noi.

19 Giugno
+Domenico

I pochi operai della messe, non sono i preti, ma ogni credente

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 9,36-10,8)

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù invò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Audio della riflessione.

La nostra vita cristiana spesso si sviluppa solo entro gli angusti confini delle nostre strutture ecclesiastiche. La sete di Dio oggi abita nelle coscienze di molte persone, ma noi cristiani spesso stiamo abbarbicati nei nostri comodi e pacifici spazi.  

L’abitudine a isolare il cristianesimo o alla coscienza privata o alle nostre sacrestie è un insulto al vangelo, è una ingiustizia nei confronti dei tanti che hanno bisogno di Dio, hanno sete di lui e se lo vedono sottrarre dai nostri comodi loculi.   

Il mondo non è una sterpaglia, dice Gesù, non è una landa di ululati solitari, non è un groviglio di domande assurde, non è una accozzaglia di casualità senza senso: il mondo è una messe; è un terreno fertile, in esso è già maturato da sempre un desiderio, è saturo della attesa di uno sbocco, aspetta solo che qualcuno dia inizio a una mietitura.  

Gesù dice che il mondo è una messe che ha bisogno di operai che la raccolgono. Ci viene offerta su un piatto d’oro una sete e noi, che custodiamo la sorgente, non la mettiamo a disposizione; ci viene offerto un campo maturo e noi non siamo capaci di raccogliere i frutti.   

Credere è anche accorgersi della sete di Dio che c’è nel mondo e offrire la sorgente; è portare a compimento una attesa con il dono della sua Parola. Il mondo è pieno di gente che ha sete di Dio e non c’è nessuno che l’aiuta a spegnere la sete a una sorgente; c’è tanta gente che spera in una salvezza e deve fare la fila dai maghi; molti sentono il bisogno di avere certezze e si rivolgono agli oroscopi; molti giovani hanno domanda di Dio e gli rifilano la droga; tanti uomini e donne desiderano il perdono, la pace interiore, e si devono accontentare dei calmanti. Tutti cerchiamo un senso alla nostra vita, una risposta alle nostre domande più profonde e spesso siamo costretti a vivere alla giornata.  

Oggi c’è molta più domanda di Dio di quante siano le possibilità di trovare risposta. C’è domanda di spiritualità, di preghiera, di al di là, di trascendente, di certezza, di direzione vera da prendere nella vita e non c’è chi ci aiuta a trovare la strada. Oppure c’è, ma la direzione di chi cerca non incontra la direzione di chi offre. Gesù aveva intercettato tutte queste domande e le aveva esaudite, ma sentiva ancora più a fondo questa sete incoercibile; la gente che incontrava gli faceva compassione, gli strappava il cuore.  

Gesù ha compassione della gente stanca, sfinita e sbandata. Sono tre aggettivi che possono ben fotografare noi uomini e donne di oggi, giovani inesperti e in balia di tutte le possibili novità e adulti disorientati a guardare continuamente indietro e a sperare di riportare il mondo come era prima.  

Per questo ha preparato quel suo gruppo sparuto di pescatori, di gente semplice. Andate, non vi preoccupate, non v’organizzate con soldi o previdenze. È troppa l’urgenza: parlate, condividete, guarite, alleviate sofferenze, date segni della salvezza che vivete e fate tutto gratuitamente. C’è ancora qualche cristiano che percepisce questa sete, che è disposto a lavorare in questa messe? O facciamo finta di niente? Gesù quando ha detto questo non era in cerca di preti, ma di cristiani.

18 Giugno
+Domenico

Un cuore di mamma che custodisce la Parola che è Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,41-51)

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.

Audio della riflessione.

Usiamo spesso la parola cuore per indicare partecipazione profonda a un sentimento, a atteggiamenti verso le persone, addirittura gli diamo pure la parola: il mio cuore mi dice…ci ho ragionato tanto, ma per decidere ho dovuto ascoltare il mio cuore… ti dice niente il tuo cuore mentre mi offendi così? dice la mamma al figlio… Meriteresti che ti allontani, ma il mio cuore non me lo permette ..Potremmo continuare con tante altre frasi che rivelano situazioni di sofferenza o di gioia, di attenzione e di partecipazione, di amore e di affetto.  

Oggi celebriamo la festa del Cuore Immacolato di Maria e il vangelo ci fa riflettere su quella delicata vicenda che ha visto Maria e Giuseppe, addolorati, preoccupati, decisi a ritrovare Gesù in quel pellegrinaggio di ritorno da Gerusalemme a Nazareth. L’avevano perso. 

Disperazione sul volto dei genitori, ansia, ricerca spasmodica; chi è l’ultimo che l’ha visto, dove era? Poi il cammino a ritroso, il ritrovamento, lo stupore. Il ritrovato è sempre più calmo di quanto si pensi, non immagina il dolore provocato, è concentrato sulla sua avventura E Gesù sta insegnando ai dottori del tempio.  

Maria qui appare la persona che domina gli avvenimenti, che piega la storia del piccolo gruppo di pellegrini al suo centro, che non era Gerusalemme, ma Gesù. Potremmo dire una famiglia come tutti, con i problemi di tutti, con al centro Gesù, il mistero che si rivela. 

E Maria quando lo vede gli racconta tutta la sua ansia, la sua ricerca, il suo affanno, il suo non capire, proprio come i discepoli di Emmaus. E tra le prime parole di Gesù che ci sono riferite nei vangeli appare la bellissima parola: padre, abbà. Non sapevate che io debbo stare nella casa del Padre mio. È venuto al mondo per questo, per dirci che Dio è Padre. 

Maria non ha capito ancora tutto il futuro di Gesù, come è difficile per noi entrare nel suo ordine nuovo di idee, di sentimenti, di slanci e di azioni, ma ci indica la strada da percorrere. Stanno con Gesù, e custodisce ogni parola come un seme. È quel seme che viene gettato larghissimamente dal seminatore e che trova nel cuore di Maria, come nel cuore di ogni uomo, la possibilità di svilupparsi. In Maria si è sviluppato al cento per cento. Ora lei scompare nella vita quotidiana della santa famiglia. Lì il Signore ha imparato a essere abbracciato e baciato, allattato e amato, a toccare e parlare, giocare, camminare e lavorare, a condividere i minuti, le ore, le notti e i giorni, le feste, le stagioni, gli anni, le attese, le fatiche e l’amore dell’uomo. Lì ha ascoltato le parole della Torah, della legge, le preghiere a Dio, di cui non si poteva pronunciare il nome e che lui sentiva come papà. A Nazaret Gesù accanto a Maria ha imparato a essere uomo. L’artefice della sua formazione umana è stata Maria, come ogni donna nella vita del popolo ebreo. Noi come Lei, col suo cuore pieno di amore, chiedendole di aprire i nostri cuori sempre a Gesù e al prossimo, conserviamo ogni Parola di Gesù gelosamente non per farcene un possesso, ma per caricarla della forza di un dono che dobbiamo e ci impegniamo a portare a tutti. 

17 Giugno
+Domenico

Cuore squarciato d’amore per l’umanità  

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 11-25-30)

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Audio della riflessione.

Siamo spesso tentati di pensare, forse anche perché ce ne viene data l’impressione, che la religione, sia una esperienza complicata, fatta di ragionamenti difficili, di contorsioni del pensiero, di complicazioni, non all’altezza di tutti. Molta gente spesso dice: se io vengo in parrocchia o in comunità voglio solo fare qualcosa di concreto, non farmi stare con le mani in mano a parlare, a fare elucubrazioni, a complicare la vita. Ne danno forse l’idea certi modi di presentare la dottrina della fede, certa predicazione. La vita cristiana invece è semplice. È stare a contemplare, a gioire, a rallegrarsi di avere un papà, di stare a cuore a un Dio che si manifesta nella misericordia e nel perdono, è avere il cuore di un fanciullo che si fida di suo padre, è sentirsi sempre coccolati da un Dio che stravede per noi e ci vuol vedere crescere, come ogni papà.  

L’immagine più bella della vita cristiana è quella di una famiglia di persone che si vogliono bene, che si cercano l’un l’altro, che si riconoscono in un amore che passa da padre a figlio, da fratello a fratello, da grandi a piccoli. E tutto questo dentro una vita fatta di fatiche, di sofferenze, di impegni anche difficili, di pesi da portare, di problemi da affrontare, di situazioni complicate in cui spesso veniamo a trovarci e impossibili da districare.  

Le nostre vite di oggi soprattutto hanno sempre da misurarsi con l’ansia, la tensione, la paura, la corsa, l’affanno. Dal primo risveglio del mattino fino a sera è un continuo muoversi, spostarsi, fare, rispondere, chiamare. E quando c’è un momento di pace, qualcuno che non prevedevi ti chiede aiuto o qualcuno che vive alle spalle degli altri ti provoca a uscire da te stesso per accogliere e perdonare. Ma è proprio tutta così la nostra vita? È sempre e solo frenetica?  

Quelli che seguivano Gesù avevano spesso la frenesia dell’azione e con essa anche la sensazione di essere svuotati, talvolta lo scoraggiamento e la delusione. Gesù si pone nel concreto di ogni nostra fatica per essere forza e consolazione: venite a me voi che siete stanchi, che non ce la fate più, voi che non riuscite a trovare pace nella vostra vita frenetica e dispersiva, nelle vostre relazioni ingarbugliate e ossessive. 

 Venite voi che vi sentite di nessuno, perché tutti sono indaffarati a guardare a sé stessi e non colgono i vostri bisogni veri e io sarò per voi la serenità, la forza, la pace, la sorgente di acqua fresca nella calura del meriggio. Io sto con voi e vi apro il cielo di cui avete bisogno per vivere felici. Il Sacro Cuore è il simbolo che dice tutto questo, è un cuore squarciato d’amore per ogni persona. 

16 Giugno
+Domenico

Chi ama deve vivere con amore ogni relazione umana  

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 5,20-26)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
 «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
 Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
 Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
 Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».

Audio della riflessione.

C’è sempre una strana tendenza nella nostra religiosità di oggi che è quella di fare della esperienza religiosa una nicchia. Ci sono dei momenti intensi di fede e altri di materialità concreta. Giorni religiosi e giorni atei, giorni di esperienze quasi maniache e magiche e altri di assoluto indifferentismo. Era forse il metodo antico dei pagani che isolavano in qualche spazio separato queste pulsioni religiose, le davano risposta per chiuder un buco che ogni tanto si apriva nella vita e poi il resto era senza Dio. Così si potevano creare i luoghi delle pratiche religiose, i luoghi e gli spazi di queste esaltazioni, persone adatte e specializzate per questo.  

Esistono testimonianze storiche imponenti di questo modo di pensare il rapporto degli uomini con la divinità. Il tempio della dea fortuna di Palestrina ne è un esempio macroscopico. Qui si veniva per dare sfogo al bisogno religioso, a idolatrare la dea fortuna, a tentare di leggere il futuro, altrove si svolgeva una vita indipendente. 

Ma da quando Dio si è fatto uomo in Gesù, anche il mondo religioso è cambiato radicalmente. Lo stesso Israele ha avuto una scossa difficile da dominare. Il rapporto con Dio non è vissuto prima di tutto in un tempio, in un luogo sacro, perché è la vita il vero luogo sacro ed è in essa che si deve vivere il rapporto con Dio. Gesù ha avuto il coraggio di cambiare la religione da un rapporto astratto e fuori dal mondo a una relazione che coinvolge tutta la quotidianità dell’uomo. Non ci sono più zone profane sottratte alla relazione con Dio, ma tutto quello che è vita è strada che porta a lui. L’esperienza più determinante della vita sono le relazioni e quindi Dio o lo si inscrive, lo si cerca, lo si trova, lo si ama nelle relazioni con le persone, altrimenti è un idolo comodo che ci aliena dalla vera vita.  

Ecco allora il severo, ma preciso insegnamento di Gesù: Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. È comunione con Dio e tra gli uomini la vera fede, non è inventarci Dio per scavalcare le relazioni umane. Qui sta l’impegno di ogni uomo e di ogni donna; su questo si è misurato Gesù, tanto da essere per noi, nell’intreccio di tutte le nostre relazioni umane, il Dio che vi infonde tutto l’amore possibile. 

15 Giugno
+Domenico

Il presente è la necessaria elaborazione del passato per creare un vero futuro

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 5,17-19)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.
 In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

Audio della riflessione.

Siamo in tempi di grandi cambiamenti, ancora più destabilizzanti perché avvengono in fretta. Noi adulti facciamo fatica ad adattarci. Ieri i nostri genitori ci facevano da maestri per tutte le cose della vita, oggi con i giovani dobbiamo farci insegnare tutto: a fare gli sms sul cellulare, a usare il computer, a leggere Internet, a fare la spesa più conveniente, a impostare la stessa azienda. Ma papà non si fa più così oggi. Sei fermo ancora al secolo scorso. È vero anche se è appena passato da cinque anni. Quello però che ci mette più in difficoltà è questa liquidazione del passato, questo continuo orientarsi al moderno quasi fosse per natura sua sempre più adatto, più bello, più vero perché è di oggi.  

Gesù vive in tempi di grandi cambiamenti, di assoluta novità. È Lui che lo provoca, è lui che continuamente annuncia la buona notizia, la novità assoluta, la presenza di Dio nel mondo nella sua persona. Lui è il nuovo per eccellenza e spinge gli uomini a cambiare tutto, a fare nuove tutte le cose, a non vivere di pezze come sempre ci si accontenta di fare. 

Ma una cosa chiara dice Gesù: il nuovo che lui porta non è trascurare la legge che Dio da sempre ha scritto nel cuore degli uomini, non è liquidare il passato con il suo bagaglio di esperienze necessarie per capire il futuro. Lui non disprezza nessun comandamento che Dio nella sua delicatissima pedagogia ha voluto come tappe di un cammino di crescita. Si mette nella stessa linea e la porta a compimento.  

I figli portano a compimento ciò che i genitori hanno iniziato, lo volgono al bene come appare alle loro nuove esperienze, non disprezzano il passato, le tradizioni; sanno andare in profondità a cercare le ragioni che hanno dato calore a quei comportamenti che oggi nella loro attuazione sembrano superati. Il mondo va avanti così. Il presente è la necessaria elaborazione del passato per creare un vero futuro, è il discernimento di tutte le energie, i doni che Dio ha fatto crescere nella storia per far crescere il suo Regno. La speranza è proprio basata sulla certezza che Dio sta sotto questa continuità e la fa crescere verso nuove mete. A noi apprezzarle e non buttarle.

14 Giugno
+Domenico

Sapore e luce per la vita! Sant’Antonio ci aiuti ad esserlo

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,13-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Audio della riflessione.

Dice Gesù: voi siete il sale della terra. Voi dovete dare gusto alla vita. Siete voi persone, voi uomini e donne, voi ragazzi e ragazze, voi giovani e adulti il sale della terra. È la persona, non gli animali che danno gusto alla vita. Oggi molte persone sono costrette, o per la cattiveria imperante o per la solitudine in cui sono lasciati, ad affidare il gusto della vita a qualche animale che ti fa compagnia. Dio ha creato anche gli animali e vanno rispettati, ma l’uomo, la donna, il ragazzo, la ragazza sono di gran lunga più importanti degli animali, più decisivi.  

È l’uomo che dà gusto alla vita; è un bambino che dà gioia e rallegra una casa, sono i fratellini che rendono bella la vita di famiglia, non i pulcini, i criceti, le tartarughe, i pesciolini dell’acquario… che pure possono essere un bel ornamento; ma è l’amore verso una persona che dà la felicità. Diceva san Giovanni Paolo II: “E’ importante rendersi conto che, tra le tante domande affioranti al vostro spirito, quelle decisive non riguardano il “che cosa”. La domanda di fondo è ” chi”: verso “chi” andare, “chi” seguire, “a chi” affidare la propria vita”. 

Gesù dice:” Siete voi il sale della terra, siete voi la luce del mondo”. Uno si guarda allo specchio, e fa subito una riflessione: “che luce e che sale posso essere io?”. Essere cristiani nel mondo oggi che cosa significa? Ce lo domandiamo spesso di fronte a tante possibili scelte, a tante proposte religiose, a tanti venditori di ricette per la vita felice. 

Significa essere sale: essere in grado di dare sapore alla vita; sì perché non puoi viverla senza emozioni, senza entusiasmi, senza rischi o senza sforzi, come un pacco postale che ha già scritta la destinazione: la vita ha bisogno di slancio, di mete da conquistare, di apertura al nuovo, all’altro che incontri; ha bisogno sempre di trovare sapore. 

Significa anche essere luce: essere in grado di offrire qualche indicazione, essere una freccia, un dito puntato verso una meta, una certezza là dove non si capisce più niente, dove non si sa che cosa fare, da che parte andare. 

Dio ha dato ad ogni uomo, ad ogni donna la possibilità di essere sale e luce, di dare sapore alla vita di tutti e di essere compagno di strada. 

Sale e luce hanno una pretesa: di non chiudersi su di sé. 

Il sale da solo non ha in sé stesso la ragione del suo essere, deve salare un cibo. Quando mangi hai un piatto di sale per prenderne ogni tanto una cucchiaiata? 

La luce non la metti sotto il letto, se vuoi illuminare la casa. 

Eppure, abbiamo ridotto il cristianesimo a bonsai, il vangelo a galateo, ci chiudiamo nel nostro piccolo mondo, ci nascondiamo dietro un dito, seppelliamo il raggio della nostra vita nella nostra comodità o solitudine. 

I tuoi compagni di lavoro conoscono i tuoi lati buoni e spero ti stiano intorno proprio perché hanno bisogno della tua luce. Sanno che hai un po’ di fede; non ti risparmiano critiche alla Chiesa, al papa, ma se hanno un dolore insopportabile o una gioia incontenibile lo vengono a raccontare a te. 

E tu che fai? Ti tieni il sale? Metti la luce sotto un coperchio? O ti metti a disposizione con semplicità perché per tutti quelli che incontri sorga un giorno migliore? 

C’è un fiume di vita che rischia di finire nelle paludi dell’egoismo, dell’indifferenza, del rifiuto, dello scarto. La vita è un bene concretissimo per ogni persona; il mondo però è segnato da tante guerre contro la vita, da tanti rifiuti, da tanti muri, da tanti ostacoli, da tante disperazioni inascoltate o addirittura sfruttate. Sono le paludi in cui va a morire il fiume della vita. (Voi ragazzi e ragazze, bambini e bambine siete sicuramente il nostro futuro e raccontateci sempre i vostri sogni per poter prosciugare le paludi e fare scorrere il fiume della vita come vuole il Signore.) 

Sant’Antonio ha dedicato tutta la sua vita, dopo che riuscì a capire che cosa Dio volesse da Lui, ad aiutare ogni uomo e donna a diventare cristiani e quindi ad essere fino in fondo uomini e donne, sale e luce per ogni persona. 

Non è sufficiente conoscere, ma occorre essere saggi; non basta essere furbi, ma avere consigli giusti al momento giusto; non è tutto il sentirsi innamorati, ma occorre sapere che cosa è l’amore vero; tutto non sta nell’avere euro, ma di più nell’essere pieni di bontà da regalare a tutti; è giusto essere indipendenti, ma non siamo mai autosufficienti; possiamo credere di conquistare il mondo e la vita, ma se non c’è un posto per Dio restiamo con le mani vuote.  

Sant’Antonio questo lo predicava giorno e notte e Gesù accompagnava la sua predicazione con approvazioni straordinarie come dicono tutti i miracoli che costellano la sua vita. La nostra devozione a Lui è per far trionfare sempre di più la presenza di Dio in noi e per essere per tutti un invito a dare il sapore di Cristo alla vita e illuminare ogni nostra tenebra con la sua luce 

Quel bambino che S. Antonio ha sempre in braccio ci toglie ogni alibi quando facciamo di sant’Antonio un idolo della nostra vita. Lui porta sempre a Gesù, perché porta sempre Gesù. La devozione a Lui ci ricorda sempre Gesù. 

13 Giugno
+Domenico

Le beatitudini: la vita felice che ci regala Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,1-12a)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».

Audio della riflessione.

In Italia siamo cristiani battezzati sicuramente più del 90%. Moltissimi di noi hanno avuto un contatto con la Chiesa, con la vita cristiana, con una parrocchia nella loro infanzia. 

Poi le vie si sono divaricate, ciascuno ha rifatto la sua scelta, ha impostato la sua vita; qualche esperienza lo ha segnato, una corrente culturale lo ha preso, s’è messo contro la Chiesa o la ignora con tutta la libertà indiscutibile. Ma se ci si domandasse: a te che t’è rimasto di quello che ti hanno insegnato i preti, la tua catechista, i tuoi genitori… che cosa potremmo rispondere? Beh, che dovevo andare a messa tutte le domeniche, che non dovevo bestemmiare e fare cose sconce, una serie di comportamenti che chiamavamo comandamenti, che bisognava confessarsi… 

Tutto qui? Una serie di cose da fare? 

Magari poi ti sei stufato della fede perché hai litigato col prete o hai cambiato compagnia. Ma ci sarà stato un centro in tutta quella organizzazione che frequentavi, nei gruppi di Azione Cattolica o di scout in cui hai passato l’infanzia? Ci sarà stata una visione di vita che muoveva tutto, una concezione della convivenza sociale, un ideale, un sogno che motivava tutto quello che si faceva, non una serie solo di no da dire a quel che ti piaceva fare. 

È quello che subito fa Gesù quando si presenta alla gente sulle rive del lago di Galilea. Non ricorda i 10 comandamenti, li dà per scontati: sono dei paletti dentro i quali è definito un grande spazio di vita, di azione da colorare. Non lancia fulmini e saette come aveva fatto Giovanni nel deserto, dice solo gli appuntamenti con la felicità che Dio offre a tutti gli uomini: beati i poveri in spirito, beati i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i puri di cuore, chi offre tenerezza, chi si spende per la pace, chi sa pagare con la sua vita per la giustizia, chi riesce a scoppiare in pianto. 

Le chiamiamo beatitudini nel nostro linguaggio. Non sono soprattutto cose da fare, non sono lo scontro tra ricchi e poveri, tra oppressi e oppressori, ma sono soprattutto Lui, Gesù, sono uno stato, una pienezza di vita, la vera felicità. Questa felicità ti indicavano quando frequentavi la Chiesa. 

Beati se siete poveri perché siete padroni del cielo e della terra;  

beati se siete afflitti, sì proprio quelli che non riescono mai a tirare il fiato perché subiscono una disgrazia dietro l’altra, perché non riuscirete più a contenere la gioia della consolazione;  

beati se siete miti, se siete di quelli che non sanno arrabbiarsi mai, che non si scagliano contro nessuno, che non fanno i black-block; perché se hanno qualcosa da rimproverare è solo a sé stessi;  

beati se vi sentite sempre affamati, perché non trovate niente che vi sazi, per voi non c’è mai possibilità di star seduti perché nessuna situazione umana realizza piena giustizia;  

beati se siete misericordiosi, di quelli che hanno un cuore in cui tutti possono scavare amore, perdono, comprensione;  

beati i puri, quelli che ti guardano negli occhi, sanno stare mano nella mano, ti sanno coccolare, non stanno a sfruttare l’occasione, a indovinare le debolezze per rubarti la vita, non sono partiti con un disegno in cui devono inscatolarti;  

beati quelli che portano pace, quelli che non temono di sfilare sotto nessuna bandiera purché finiscano le guerre, si spengano gli odi, si blocchino le ritorsioni, vadano in bancarotta i fabbricanti di armi, quelli che sanno far pace nel loro cuore e tendono al cuore di tutti e sanno pagare e passare per imbecilli pur di spuntare anche solo un coltello;  

beati quelli che sono sempre presi di mira e privati della propria libertà, subiscono persecuzione, perché sono dei veri trasgressivi dell’ingiustizia; beati tutti quelli che sanno prendere posizione per me: sarete insultati, messi fuori giro, davanti a voi spegneranno le dirette televisive, non sarete trend, dovrete sempre ricominciare da capo. Ma sappiate che io sarò sempre lì con voi. Io nella mia vita ho sempre fatto così e voglio essere la vostra felicità. Io, non le mie cose, o i miei pensieri, io, nel massimo dell’intimità della vita. Queste otto strade di felicità non sono le mie idee, ma sono io stesso, la mia persona, la stessa Trinità che regola l’universo.

12 Giugno
+Domenico

Riuniti per un pane spezzato

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Audio della riflessione.

Che cosa lega i cristiani tra di loro tanto che dovunque vai, nel pieno delle ferie, al mare o sui monti trovi gente (forse oggi non molti) che si veste bene, organizza la giornata diversamente e converge in un luogo, in una chiesa, o nel campeggio attorno a un tavolo o in montagna attorno a una roccia imbandita per l’occasione a semplice mensa?  Tutti compiamo un gesto comune, tutti abbiamo una proposta, partecipiamo a un dono: abbiamo cercato vita, l’abbiamo trovata non soltanto con la fede in Gesù e nella sua parola, ma l’abbiamo accolta e condivisa con il dono del pane e del vino offerti come cibo. 

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Non si può parlare di vita senza parlare del rapporto con Dio vissuto attraverso Gesù e non si può parlare di vita se non in un contesto di dono, il dono fino alla morte che viene sempre rivissuto, offerto, partecipato nel rito, gesto, esperienza del pane spezzato e del sangue versato, nella  esperienza della Messa.  

I cristiani sono abituati a questo linguaggio, fa parte di ogni iniziazione cristiana. Chi non ricorda la prima comunione, l’entusiasmo che ci abbiamo messo nella preparazione, il candore dell’animo con cui facevamo domande e trovavamo piccole risposte vere per noi e capaci di rendere quel primo incontro una vera esperienza di vita? 

Oggi forse che per molti il ricordo si è sbiadito torna quella giusta domanda che hanno anche gli ascoltatori di Gesù. Come può costui darci da mangiare la sua carne? Ma che è questo concentrarsi di tanta gente attorno a un pezzo di pane e a un calice di vino? Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiamo in abbondanza. Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita piena. 

Su queste tre piccole frasi si sviluppa la fede e la vita del cristiano.  Da questo segno è interrogato ogni uomo che cerca vita piena. Noi oggi diamo a questo momento una rilevanza anche pubblica, non abbiamo vergogna o paura o timore di essere disprezzati e portiamo questi segni nella nostra vita civile, anche con una processione. 

Potremmo avere anche la sensazione che saremo pure gli ultimi che vivono questa esperienza, ma non verrà mai a mancare, finché c’è una anche piccola comunità cristiana, la fede in questo piccolo pezzo di pane che è per noi ancora quel corpo dato agli apostoli nell’ultima cena, il corpo di Gesù.

11 Giugno
+Domenico