Le ho provate tutte. Solo tu puoi qualcosa  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 9,14-29)

In quel tempo, [Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni, scesero dal monte] e arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro.
E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono.
Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!».
Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». Gridando, e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi.
Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».

Audio della riflessione

C’è un padre disperato che un giorno va da Gesù e gli consegna suo figlio. Per lui è un figlio perso, è intrattabile, non capisce ragione, è senza senso morale, ha perso ogni serenità, è condotto qual e là come uno straccio; non ha personalità, completamente dipendente da una cattiveria inspiegabile. Ha tentato di tutto, ma il male che abita nel figlio è più forte di qualsiasi ragionamento, di qualsiasi affetto.  

Le ho provate tutte, ma non ci riesco, l’ho fatto incontrare anche dai tuoi amici intimi, dai tuoi apostoli, ma non ho ottenuto nulla. Forse solo tu puoi fare qualcosa. Sembra la descrizione attuale di tanti rapporti tra genitori e figli, soprattutto quando nei figli entra un male che pare incurabile, una dipendenza che non si può vincere solo con la buona volontà, una assuefazione che ti si scrive nella carne, ti crea una natura somatica diversa come la droga. Questo figlio però non è drogato, è molto di più: è indemoniato, è posseduto da un male incurabile con le classiche medicine, è un diavolo che lo possiede. E non c’è che da andare da Gesù. 

Il papà che le ha provate tutte ingenuamente dice a Gesù: se puoi fare qualcosa. Non sa che ha davanti il figlio di Dio, ma il suo cuore disperato può anche non saperlo, gli si affida lo stesso. Ha consapevolezza di non avere fede, o per lo meno di far fatica a credere, come tanti di noi, ha bisogno di rigenerare la sua fede che si è affievolita, si è a mano a mano spenta, divorata dalle preoccupazioni, dalle cose, dal consumo, dalla vita dura che vive e che non ha mai avuto il coraggio di mettere nelle mani di Dio con la preghiera; forse anche per questo suo figlio è in queste condizioni, non ha mai avuto una parola di speranza. E la va a cercare da Gesù.  

Gesù dice che queste vite dei vostri figli si possono aiutare spesso solo con la preghiera. È una preghiera viva, di fiducia, insistente, fatta anche di lacrime. Chi non ricorda le lacrime di Santa Monica la mamma di S. Agostino che è riuscita a ottenere da Dio il dono della sua conversione? La speranza può tornare a far fiorire rapporti belli tra genitori e figli se si ha il coraggio di pregare.

20 Febbraio
+Domenico

Amare i nemici deve diventare meta di ogni persona e nazione, non solo impegno per ogni cristiano

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,38-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Audio della riflessione

Viviamo in un tempo in cui si moltiplicano i nemici. Sarà il terrorismo, sarà la guerra, saranno le battaglie ideologiche, sarà la fragilità della nostra umanità, ma oggi sembra che l’arte principale sia quella di individuare i nemici e trovare tutte le motivazioni possibili per scatenare una guerra che li annienti. Si ricorre anche alla guerra di religione. Si inventano guerre sante per dare la stura a tutto l’odio che cova tra uomo e uomo, ma soprattutto per i guadagni enormi dei venditori di armi.  

L’amore ai nemici invece è l’essenza del cristianesimo e quindi proposta obbligata di ogni cristiano. Dio non ha nessun nemico, per lui siamo tutti figli. Quel Cristo crocifisso e immolato sulla croce era stato visto come il nemico numero uno di Dio ed era ed è il suo amatissimo Figlio. Per rendere lode a Dio, lo hanno ammazzato. Aberrazione dell’umanità, non solo contro di lui, ma quando lo stesso lo si fa per un qualsiasi uomo, per una creatura che è sempre figlio di Dio. 

Non si tratta di sforzi psicologici per mantenere la calma di fronte alle offese o una sufficiente capacità di controllo per non lasciarsi coinvolgere in liti assurde, ma di un modo nuovo di pensare, di mettersi di fronte all’umanità con lo Spirito del Signore. 

Abbiamo bisogno di immergerci nella infinità e gratuità dell’amore di Dio per tutti gli uomini per cancellare dal nostro vocabolario la parola nemico. È un continuo e costante esercizio di contemplazione del suo volto nel volto dell’uomo, della sua presenza in ogni vita che ha fatto nascere. Dio non potrà mai ordinare di uccidere. Chi uccide in nome di Dio si è costruito una ideologia funzionale a disegni di potere e trova utile strumentalizzare la fede di gente esasperata dalle ingiustizie o montata ad arte con l’odio per praticare operazioni puramente strategiche, sicuramente non religiose. 

L’amore al nemico non toglie che ci siano leggi che aiutano il rispetto, che controllano i comportamenti errati e definiscono diritti e doveri, pene e riabilitazioni, giustizia nei rapporti interpersonali e sociali, ma tutto questo lavoro ha bisogno di un colpo d’ala, che è appunto l’amore verso i nemici. 

I martiri cristiani hanno sempre saputo perdonare e dare la vita per dei fratelli che li uccidevano, che non hanno mai ritenuto nemici. 

Questo amore non è opera nostra, ma di Dio, del suo Spirito di amore. 

19 Febbraio
+Domenico

Uno squarcio di cielo illumina la loro vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 9,2-13)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elìa con Mosè e conversavano con Gesù.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.
Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».
E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.
E lo interrogavano: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elìa?». Egli rispose loro: «Sì, prima viene Elìa e ristabilisce ogni cosa; ma, come sta scritto del Figlio dell’uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato. Io però vi dico che Elìa è già venuto e gli hanno fatto quello che hanno voluto, come sta scritto di lui».

Audio della riflessione

La tentazione nella vita di farci tende consolatorie per fermare il tempo, per fuggire dalle nostre responsabilità, per defilarci dai nostri impegni, con le scuse più fantasiose possibili, è sempre grande. Ogni tanto si legge di qualcuno che fugge, perché ha trovato il suo paradiso: non ne poteva più, finalmente si è scrollato di dosso la zavorra. Magari era una famiglia con figli e ha scoperto la liberazione fuggendo con una ragazza; talvolta e troppo spesso è la fuga in paradisi artificiali fatti di sostanze chimiche. 

Ai discepoli che Gesù aveva chiamato sul monte era parso troppo bello quello che vedevano: Gesù nella sua gloria, senza il velo dell’umanità con la sua pesantezza e materialità, una scena da paradiso! Abbiamo già risolto tutto: stiamo qui, è qui che dobbiamo alla fine giungere, perché non ci stiamo subito. Si affaccia sempre il mistero della fatica del crescere, dell’amore da guadagnare nel dolore, della vita da purificare nella applicazione quotidiana a un progetto che nell’impegno fa crescere la tua umanità e ti rende soggetto della tua vita. 

Ci creiamo purtroppo spesso tende consolatorie, per caricare i nostri problemi sugli altri. Gesù invece si trasfigura per aiutare Pietro, Giacomo e Giovanni a immergersi ancora più profondamente nella realtà, per un impegno nel mondo più in profondità. Vuole accendere una luce per fare chiarezza, non risolvere i problemi al posto degli uomini. Vuole far brillare davanti una meta, bella, affascinante, grande, perché il fascino crei nella vita una tensione continua a crescere, a orientarsi al bello e al buono, ad essere disposti a sacrificare tutto pur di raggiungerla. 

  La proposta di ideali alti nella vita dell’uomo sono la spinta necessaria per crescere. La noia ci assale quando non abbiamo ideali; la demotivazione è appunto mancanza di ragioni per cui vivere. Quei tre scesi dal monte con negli occhi il paradiso, hanno ogni giorno continuato a tentare di squarciare gli avvenimenti per leggere sotto la trama della volontà di Dio, la cui realizzazione avevano già contemplato. 

Si erano visto aprire il cielo e l’avevano trovato pieno della gloria di Dio, e con questo squarcio hanno illuminato la loro vita. Come dobbiamo fare ciascuno di noi, consapevoli che le nostre strade le dobbiamo percorrere tutte, ma sempre con lo sguardo fisso a Gesù, il risorto. 

18 Febbraio
+Domenico

“Se qualcuno vuol venire dietro a me prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,349,1)

In quel tempo, convocata la folla insieme ai suoi discepoli, Gesù disse loro:
«Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà.
Infatti quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita?
Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi».
Diceva loro: «In verità io vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza».

Audio della riflessione

Poco tempo fa si è fatto tanto parlare in giro di un romanzo che tutti dovevano leggere pena il sentirsi tagliati fuori dalla cultura. La tecnica persuasiva del commercio è tale oggi che bisogna assolutamente far parte del coro, altrimenti non ci sentiamo umani. Ebbene in questo romanzo si parlava tanto di un segreto della vita di Gesù, che sarebbe risolutivo di tanti dubbi. In un mondo sessista come il nostro in che cosa volete che consista il segreto? in una relazione d’amore con la Maddalena. E tutti a crederci dopo anni di catechismo, di ascolto dei vangeli, tutti a credere a un romanzo che proprio perché tale è fatto da fiction, da finzioni, da fantasie.  

Invece sapete quale è il grande segreto di Gesù e che anche gli apostoli stentavano a capire perché era duro da vivere e da seguire? È un segreto cui si sono opposti con tutte le loro forze, compreso il tradimento e la fuga. È il segreto della croce. “Se qualcuno vuol venire dietro a me prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”. Noi oggi lo leggiamo tranquillamente nel vangelo, ma ci sono state non poche contrapposizioni anche dure tra Gesù e i suoi intimi. Non è possibile che tu che sei così potente debba soffrire. Noi ti seguiamo perché tu hai il potere di guarire, di alleviare e distruggere la sofferenza, tu ci tiri fuori dai guai, ci moltiplichi i pani, ci dai potere sui demoni, ci fai trovare le reti piene di pesci dopo notti di lavoro frustrante e inutile.  

Quando lo vedranno in croce non capiranno più. Ma come è potuto accadere questo? Certo è un incidente che non aveva previsto, è stato troppo ingenuo, doveva aprire di più gli occhi. E sì che glielo avevamo detto. 

Invece la strada della croce è la strada obbligata del cristiano. La risurrezione è il punto culminante e finale, ma la risurrezione avviene dopo una morte. Allora le nostre sofferenze sono importanti, non sono belle in sé stesse, ma sono importanti perché possiamo attraverso di esse vedere oltre. Il cristiano non è contento della croce, ma è attratto dall’amore che c’è su quella croce, da quella speranza che esplode, a partire da quel dolore affidato a Dio. 

E tutti nella vita l’abbiamo provata, vissuta sulla nostra pelle, perché tutti siamo stati chiamati ad esprimere amore e non ribellione, accoglienza e non rifiuto. La vita cristiana è da questa parte e Dio ci ha dimostrato che questa è la vera strada della felicità, le altre scorciatoie portano fuori.

17 Febbraio
+Domenico

Tu sei la pienezza di vita di Dio con un amore che porta alla croce

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,27-33)

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».
Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
 E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Audio della riflessione

Quando ci si incontra, ci si saluta e, se non ci si conosce, ci si fa una presentazione sommaria: nome e cognome, relazione con qualcun altro di conoscenza vicendevole, professione, luogo in si abita, motivo per il quale ci si trova in quella occasione, se non è evidente dalla situazione, e qualche altra nota. Una sorta di carta di identità che dice qualcosa, ma che copre ancora molto. Occorrerà parlare a lungo, fare qualcosa assieme, uscire dalla ufficialità e superficialità dei saluti per sapere chi è la persona con cui stiamo parlando. Molte volte può anche capitare che si frequentano dei compagni di gioco, di scuola o di lavoro, ma non ci si conosce: si sanno solo le informazioni da carta di identità e si scopre solo dopo anni di frequentazione chi veramente si è: quali affetti, quali risorse e problemi, quale fede, quale impegno sociale, quali sentimenti, quali sogni e attese si nutrono nella vita. 

Gesù aveva con sé da un po’ di tempo gli apostoli; con loro condivideva il cammino, la missione, le idee, le attese, il progetto di Regno di Dio, ma vedeva che i discepoli facevano fatica a entrare nel suo ordine di idee e un giorno domanda che dice la gente di me? Come mi pensa? Lui vuol però sapere chi pensavano loro stessi che egli fosse.  

È una domanda che tutti ci facciamo su Gesù. Chi è Gesù per me? Anche noi abbiamo tante risposte, ma molte delle nostre non vanno al centro della verità che è Gesù, come quelle degli apostoli. Gesù è un predicatore sicuramente, un uomo buono e attento alle persone, un taumaturgo, un uomo socievole, affabile, deciso, abile nel trascinare verso il bene, coraggioso nei confronti di tutti, capace di tener testa a dotti e sapienti, a scribi e farisei, un uomo religioso, di preghiera, sobrio. Così si potrebbe desumere da quanto Gesù faceva da tempo nel suo pellegrinare continuo per le strade della Palestina. Ma questo non era sufficiente. Come avrebbero potuto sostenere da lì a poco la vicenda della croce? Come avrebbero potuto capire lo scandalo della passione se non si ponevano su quell’altro piano che spesso tentava di far balenare davanti alle loro coscienze?  

Solo Pietro che riesce ad avere alcune idee chiare: Tu sei il Cristo. Aveva intuito in Lui la sua vocazione più profonda. Tu sei il mandato, sei colui che Dio ci ha promesso da secoli, sei l’atteso da tutto il popolo, sei la ragione che tiene in vita la speranza di Israele, sei la presenza di Dio che non ci abbandona mai, sei l’amore senza riserve di Dio per l’umanità. Aiutaci però a capire che questo amore ti porta alla croce, perché questa non la capisco proprio. E Gesù lo gela con quel: va dietro me, satana; anche tu pensi come tutti, non come Dio.

16 Febbraio
+Domenico

Lasciamoci prendere per mano da Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,22-26)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo.
Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». Quello, alzando gli occhi, diceva: «Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano».
Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. E lo rimandò a casa sua dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».

Audio della riflessione

Non gli ha regalato un bel cane lupo, addestrato, con un pelo, liscio e striato, affettuoso, intelligente che lo conduce dove vuole, lo difende, gli fa intuire il pericolo, lo segue con fedeltà; non gli ha regalato un bel bastone bianco che lo segnala a tutti i passanti, così che lo schivano o lo aiutano ad attraversare la strada; nemmeno gli ha fatto una campagna di sensibilizzazione per far costruire percorsi segnaletici sui marciapiedi o alfabeto braille sui tasti degli ascensori.  

Lui è un cieco, piuttosto rassegnato, non sbraita, non maledice nessuno, non importuna, nemmeno sta sulla strada a stendere il cappello e a impietosire i passanti. Si sente forse sfortunato, sicuramente demotivato. Ma ha degli amici che non lo mollano e che lo hanno portato affettuosamente da Gesù. Tu Gesù che sei la luce, che ci hai aperto gli occhi con le tue parole, che ci hai disciolto le nebbie della vita, che ci trascini fuori da tutte le nostre idiozie tocca questo nostro amico, fa quello che sai fare solo tu, ridagli la gioia dei colori, la possibilità di leggere il sorriso dei bimbi e di guardarci negli occhi. 

E lui, Gesù, lo prende per mano. La sua mano si stringe alla mano del cieco, stabilisce con lui un contatto tenerissimo. Il cieco non lo vede, non immagina chi sia, ma sente la mano di Gesù nella sua. È la mano che benedice, che accarezza, che tocca il lebbroso e lo guarisce, che impone ai malati e ai peccatori e li libera.  

È la mano piccola del bambino che stringe quella poderosa del padre. Il bambino ne va fiero, sente crescergli la forza, regge il confronto con tutti i suoi amici. È la mano dell’innamorato che stringe la mano dell’innamorata; passano sentimenti tenui, dubbi, certezze, domande di sincerità, attesa d’amore, solidarietà, apprensione, gioia. Non è la mano che ti stringe alla gola o che ti trascina nel baratro, è la mano dell’amico che se è necessario, muore con te, ma non ti lascia. 

È la mano di Gesù nella mano del cieco. È la dolce intimità di Gesù per la penosa solitudine di un uomo, assetato di amore, di salvezza. È la mano di Dio che solleva l’umanità dal peccato, è ancora una volta il tocco del creatore, come ce lo presenta Michelangelo nella cappella Sistina, all’inizio della vita dell’uomo. È una mano che toglie dal torpore, che infonde coraggio, che inspira vita e forza. È la mano di Gesù che presto sarà bucata dai chiodi, perché lui può avere solo mani bucate per il bene di tutti. 

Gesù prendimi per mano, perché io ho bisogno di sentire il calore della tua amicizia, di provare la dolcezza della tua intimità, ho bisogno di un amore fisico, creato dalla tua stretta, dalla tua calda affettività. Ho bisogno di essere preso per mano perché mi vado a infoiare in percorsi sbagliati; la mia solitudine è continuare a guardarmi addosso, incapace di dono e di accoglienza. Prendimi per mano per tirarmi fuori dagli automatismi della noia, dai cammini di perdizione dietro mete allettanti, ma devastanti. Prendimi per mano che facciamo una catena anche per i miei amici e ti veniamo dietro nel tuo mondo di pace e di serenità, di amore e di perdono. Signore prendimi per mano. 

15 Febbraio
+Domenico

La missione è sempre una avventura di impegno, ma dà gioia

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-9)

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!
Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite:
Pace a questa casa!.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: È vicino a voi il regno di Dio».

Audio della riflessione

Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi è la verità nuda e cruda che Gesù dice ai suoi discepoli che dovevano cominciare da soli a predicare il vangelo, a far nascere anche in tante altre persone la speranza che avevano visto in Lui. Il bene è sempre osteggiato, quindi; il vangelo che sembra un bel messaggio di pace crea reazioni incontrollate; il male è pronto a soffocare il bene. La sua parola è una spada, il suo messaggio un fuoco, il regno di Dio una sfida. È il mistero della cattiveria dell’umanità che indica quanto il male si è radicato dentro di noi, nelle nostre relazioni, nei tessuti sociali. Uno che vive di furti, non accetta chi gli dice che non può rubare; uno che vive di inganni non si adatta a perdere il suo potere; chi ha impostato la vita sullo sfruttamento non accetta di essere richiamato alla giustizia e di cambiare soprattutto comportamento, lo spacciatore cui vengono sottratti i clienti perché qualche sforzo educativo riesce a far rinsavire i giovani non perde impunemente i suoi facili guadagni. Potremmo continuare; lupi lo siamo tutti quando veniamo contestati nella nostra vita egoista; lupi siamo quando siamo chiamati a perdere interessi disonesti, a fare pulizia nei nostri sentimenti e relazioni disordinate; lupi siamo quando veniamo richiamati ai nostri doveri di padri e madri, di cittadini e di uomini responsabili di tutto il creato… Proprio per questo abbiamo bisogno di uomini e donne forti, capaci di andare controcorrente. Il papa Benedetto a Loreto invitava i giovani così: 

“Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie “alternative” indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda”.  

L’agnello vincerà non certo per la sua potenza, lui è inerme, ma per la forza di Dio, con la sua umiltà. Dio guarda l’umile e lo ascolta. C’è bisogno di agnelli, anche se i lupi saranno sempre più agguerriti. 

E’ quello che vissero i due compatroni d’Europa, assieme a san Benedetto, che oggi celebriamo: i santi Cirillo e Metodio. Erano due fratelli in cerca sempre di dare un senso bello alla loro vita. Erano figli di nobile famiglia. Cirillo dimostrava il suo eclettismo: sapeva di astronomia, geometria, retorica e musica, ma fu nel campo della linguistica che poté dar prova del suo genio. Oltre al greco, Cirillo parlava infatti correntemente anche il latino, l’arabo e l’ebraico. La missione più importante che venne affidata a Cirillo e Metodio fu quella di annunciare il vangelo presso le popolazioni slave della Pannonia e della Moravia. 

Cirillo rinvenne le reliquie del papa San Clemente, sepolto in Crimea, un Vangelo ed un salterio scritti in lettere russe. Inventò un nuovo alfabeto, detto glagolitico che oggi si chiama appunto cirillico. Nel 867 Cirillo e Metodio si recarono a Roma, vi portarono le reliquie di san Clemente e il papa Adriano II riservò loro una grande accoglienza ed approvò le loro traduzioni della Bibbia e dei testi liturgici in lingua slava. Cirillo a Roma si ammalò e morì, il 14 febbraio, Metodio ritornò in Moravia predicare il vangelo agli slavi, fu fatto vescovo. Qui si scontrò con re ancor di più, perché non volevano la loro linea di evangelizzazione, fu messo in carcere per due anni. Morì a Velehrad, i suoi discepoli furono incarcerati e subirono crudeli persecuzioni e il messaggio di Cirillo e Metodio si rinforzò in Bulgaria e con l’alfabeto cirillico avvicinarono enormemente i popoli slavi al mondo greco-bizantino.  

Fecero insomma un grande lavoro di inculturazione della bibbia e della esperienza della fede tra i popoli slavi; ecco perché sono compatroni dell’Europa che per san Giovanni Paolo II aveva due polmoni quello, evangelizzato da san Benedetto e quello slavo evangelizzato dai santi Cirillo e Metodio. 

Anch’essi come i primi discepoli di Gesù mandati a due a due, evangelizzarono mezza Europa e oggi chiediamo a Dio di essere in grado di rinfrescare la fede e la comunione tra le nazioni che la compongono in Europa, che si sta affievolendo non poco.

14 Febbraio
+Domenico

Credere esige un salto per la nostra razionalità: occorre cuore e fiducia

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,11-13)

In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.
Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno».
Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.

Audio della riflessione

Fa parte della nostra esistenza di tutti i giorni nei rapporti con le persone, con il mondo delle informazioni, con la spesa che facciamo al supermercato, le visite mediche di cui abbiamo bisogno, nel rapporto genitori – figli, marito – moglie, datore di lavoro – operaio, di dover mettere in atto un atteggiamento di fondo che è la fiducia, fidarsi, ritenere che la merce sia buona, l’amico non ti inganni, l’amore sia vero e non una finta, le notizie non siano fake news, il datore di lavoro ti versi i contributi, il lavoratore sia competente e coscienzioso…  

Insomma, sempre dobbiamo tenere l’occhio aperto, abbiamo intelligenza e forse anche esperienza, ma una buona dose di fiducia è necessaria. Non puoi chiedere di tutto la prova, la verifica… Coloro che ascoltavano Gesù erano molto perplessi su quanto diceva, sulla sua figura, sul suo vangelo e chiedevano continuamente dei segni, delle prove, volevano fare continuamente delle verifiche.  

Certo, se ci si doveva decidere a credere in Gesù, si trattava sempre di un cambiamento radicale di stile di vita, di fede, di preghiera. C’era di mezzo non solo la salute come per i cibi, ma soprattutto il delicatissimo rapporto con Dio. Per un mondo religiosissimo come il popolo di Israele non era un fatto secondario.  

Gesù si scontra dunque con la incredulità che però viene da accecamenti, da partito preso soprattutto nei farisei, da disattenzione o faciloneria da parte degli apostoli. Il messaggio di Gesù non è accolto in profondità. I farisei gli fanno tranelli, lo vogliono mettere alla prova, rifiutano con leggerezza ciò che è loro donato da Dio, pretendono di essere loro stessi di dettare a Dio come deve agire. Manca l’apertura, l’umiltà, la fiducia, la libera adesione, che sono le disposizioni interiori per accogliere Gesù come Messia.  

Sono la nostra immagine di razionalisti impertinenti. Il vangelo mette a nudo un sentimento di Gesù disturbato da questa richiesta e scrive: “sospira profondamente”. Gesù sta vedendo come spesso è difficile che accettino i suoi principi, rispetta sempre la libertà degli interlocutori, della decisione umana, perché è proprio da essa che deve nascere fiducia, accettazione, dialogo serrato, ma aperto. Ci dobbiamo domandare anche noi se Gesù sarebbe costretto a fare questo sospiro profondo anche per noi, per le nostre pretese, la nostra sfiducia, la nostra immobilità a stare sempre sulle nostre, la nostra cocciutaggine o altezzosità nei confronti della sua proposta di bontà paziente. 

 Ci nasce l’invito ad aprire i nostri cuori e quelli di tutta la gente alla ricerca umile e disinteressata del bene, della verità e della salvezza. E sappiamo che Gesù in questo caso non concede il segno; ci sarà qualche altra volta in cui lo donerà, ma non sarà mai la rispostina che chiude il problema, che mette una botola sulla domanda, ma una grande provocazione: il segno che concederà sarà quello della risurrezione, che è ancora tutta da accettare e non da dimostrare. La fede è bella proprio per questa libertà che innesca nella vita del cristiano: è libertà che ci permette di scoprire e seguire la verità. 

13 Febbraio
+Domenico

Non buttare, ma riscrivere in forma nuova per l’oggi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,17-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

Audio della riflessione

Siamo in tempi di grandi cambiamenti, ancora più destabilizzanti perché avvengono in fretta. Noi adulti facciamo fatica ad adattarci. Ieri i nostri genitori ci facevano da maestri per tutte le cose della vita, oggi con i giovani dobbiamo farci insegnare tutto: a fare gli sms sul cellulare, a usare il computer, a leggere Internet, a fare la spesa più conveniente, a impostare la stessa azienda. Ma papà non si fa più così oggi. Sei fermo ancora al secolo scorso. E’ vero anche se non è ancora passato da un quarto di secolo. Quello però che ci mette più in difficoltà è questa liquidazione del passato, questo continuo orientarsi al moderno quasi fosse per natura sua sempre più adatto, più bello, più vero perché è di oggi.  

Gesù vive  in tempi di grandi cambiamenti, di assoluta novità. E’ Lui che lo provoca, è lui che continuamente annuncia la buona notizia, la novità assoluta, la presenza di Dio nel mondo nella sua persona. Lui è il nuovo per eccellenza e spinge gli uomini a cambiare tutto, a fare nuove tutte le cose, a non vivere di pezze come sempre ci si accontenta di fare. 

Ma una cosa chiara dice Gesù: il nuovo che lui porta non è trascurare la legge che Dio da sempre ha scritto nel cuore degli uomini, non è liquidare il passato con il suo bagaglio di esperienze necessarie per capire il futuro. Lui non disprezza nessun comandamento che Dio nella sua delicatissima pedagogia ha voluto come tappe di un cammino di crescita. Si mette nella stessa linea e la porta a compimento.  

I figli portano a compimento ciò che i genitori hanno iniziato, lo volgono al bene come appare alle loro nuove esperienze, non disprezzano il passato, le tradizioni; sanno andare in profondità a cercare le ragioni che hanno dato calore a quei comportamenti che oggi nella loro attuazione sembrano superati. Il mondo va avanti così. Il presente è la necessaria elaborazione del passato per creare un vero futuro, è il discernimento di tutti le energie, i doni che Dio ha fatto crescere nella storia per far crescere il suo Regno. La speranza è proprio basata sulla certezza che Dio sta sotto questa continuità e la fa crescere verso nuove mete. A noi apprezzarle e non buttarle.

12 Febbraio
+Domenico

Il pane necessario per il cammino della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,1-10)

In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, Gesù chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano». 
Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?». Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette».
Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli.
Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. Erano circa quattromila. E li congedò.
Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà.

Audio della riflessione

Di fronte al bisogno c’è gente che si mette in moto subito per rispondervi e altra che o non si accorge delle domande, o non vuole nemmeno interessarsi. Gesù invece è sempre il primo che quando intuisce una sofferenza, una necessità, un bisogno anche materiale, come la fame, si lascia sempre coinvolgere, prende posizione, fa suo il problema (la parola compassione “sento compassione di questa folla”, si commosse, talvolta dice il vangelo, significa che si mette a disposizione visceralmente, non solo pensando a un bisogno, ma vivendone la tensione, la provocazione) e ha la capacità di rispondervi allargando e aiutando ad approfondire la domanda, sviscerando che cosa di più profondo deve portarsi dentro.  

Ha di fronte gente che lo segue da tre giorni, affascinata dalle sue parole e dalla sua capacità di coinvolgere e far parlare la vita e si preoccupa della loro fame. È Lui che prende l’iniziativa, che sottolinea la necessità del pane per la lunghezza del cammino che la gente deve compiere; nello stesso tempo però vuole aiutarli a pensare a un’altra fame: quella che li ha portati a seguire Gesù, la Parola fatta carne. 

Vuol quindi far alzare lo sguardo di tutti a Lui, perché lui stesso è questo pane. Quando rileggeranno o si racconteranno nelle loro case o nelle loro chiese domestiche questi fatti lo ritroveranno nel pane donato a tutti nell’eucaristia per la vita del mondo. La chiesa verrà percepita sempre più non solo come una scuola di sapienza fondata da un maestro, in cui si possono abolire i riti conservando solo l’insegnamento di fratellanza. Diventerà chiaro che essa è il corpo di Cristo, che si nutre di Lui, morto e risorto.  

E noi oggi a più di 2000 anni di distanza, sappiamo che ci mettiamo in una unità profonda, nello stesso corpo di Lui attraverso la parola e i sacramenti. Questo miracolo Gesù lo ha fatto in terra pagana, con molti che vengono da lontano, dice il vangelo. Questo pane misterioso è destinato ai molti che devono ancora venire e che tocca a noi invitare al banchetto. Impariamo a dividere i beni della terra con tutti e nello stesso tempo ad offrire a tutti il pane che è Gesù. Questo servizio nei confronti della gente sia per sfamarsi di pane che per offrire loro il mistico Corpo di Cristo sarà il compito principale della chiesa che si nutre alla mensa della sua Parola e distribuisce il pane che sostiene nelle prove e nelle tentazioni. 

Il nostro pensiero oggi va a quella grotta di Lourdes, verso cui ancora molta gente pellegrina in cerca della salute del corpo e dello spirito, cui Maria, la mamma di Gesù, orienta, solleva e conduce nella preghiera, nella solidarietà e nel sostegno vicendevole ogni infermo nel corpo e nello spirito. 

11 Febbraio
+Domenico