Gesù è l’unico morto tornato in vita definitiva, Lui va ascoltato

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Audio della riflessione

Ci sono delle espressioni nel nostro vocabolario di persone adulte legate alla cultura cristiana che sono rimaste fissate nella memoria e che ci richiamano verità della vita semplici e indimenticabili. C’è il buon ladrone sul calvario accanto a Gesù. Non si sa perché si deve sempre dire ladrone e non ladro o delinquente. Ci richiama la grande bontà di un Dio che muore con i peccatori, con loro viene accolto nelle braccia del Padre e con loro riceve vita senza fine. 
Il figliol prodigo, altra parola inusuale, quel figlio ingrato che sperpera tutti i beni del Padre e ci ricorda ancora la certezza di un amore inattaccabile, trasbordante ogni nostra fantasia. 
E c’è il ricco epulone, un altro aggettivo usato di rado, ma che ci sta fisso in testa e ci ricorda un banchetto, un poveraccio, Lazzaro, una ingiustizia descritta o immaginata nella forma più crudele.  
Epulone, mangione, colesterolo puro, in alto; dall’altra parte invece il povero, coperto di piaghe, tra i cani, gli unici che lo apprezzano. La nostra immaginazione si è sempre sollevata continuando la lettura della parabola che presenta un cambiamento, un rovesciamento di sorti. La scena finale è che Lazzaro sta in alto, il poveraccio è nell’abbraccio di Dio e il ricco, il famoso epulone si dispera e chiede un miracolo, un morto che esce dalla tomba per avvisare i suoi. Purtroppo, non sa che cosa chiede, non sa che l’Onnipotente Iddio lo esaudirà con la risurrezione del Figlio. La storia l’ha sempre in mano Dio. Anche il sommo sacerdote Caifa diceva: È necessario che uno muoia per la salvezza di tutti, condannando a morte Gesù. Ed è stato proprio così che Il Signore Iddio ha patito la morte nel suo Figlio Gesù.  Gesù sarà quell’uno che è morto per la salvezza di tutti e quell’unico morto tornato in una vita vera insuperabile, invincibile, definitiva. Purtroppo, come avrebbero fatto i fratelli del ricco epulone molti non lo ascoltano, anzi con sicumera lo disprezzano. 
Qualcuno ha sempre tratto conclusioni ideologiche da questa parabola. La religione è proprio un oppio: ti inganna. Invece della giustizia aspetta, che tutto passa. Gesù invece ci insegna ancora un’altra volta che la ricchezza ci impedisce di vedere. L’unico morto tornato in vita che può cambiare il cuore e aprire gli occhi non è un personaggio di Dylan Dog o un tavolo che balla o uno zombie che strattona il ricco distratto… è Lui, il Vivente, Lui la Parola che ci deve continuamente tenere aperti gli occhi.  
Se ascoltassimo Lui, la Parola fatta carne, non ci sarebbero più poveri, saremmo costretti a uscire dalle nostre torri di avorio, smetteremmo di fare gli epuloni in un mondo di affamati. 

9 Marzo
+Domenico

Non giudicare mai: il tuo prossimo merita sempre stima e rispetto

Una riflessione sul vangelo di Luca (Lc 6, 36-38)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Audio della riflessione

Siamo passati da una vita contadina, piuttosto controllata in tutto a una vita cittadina in cui la gente giustamente va e viene senza sentirsi continuamente catalogata dagli altri. Si è creato un anonimato di troppo, ma forse più libertà. Sembra però che non sia cambiato il vizio di giudicare gli altri, di farsi una idea preconcetta e di continuare a vivere di pregiudizi. Artisti in questo sono i giornali che ti dipingono una persona come vogliono e te la fanno passare per l’immagine che ne hanno creato. Così sono per esempio i giovani visti dagli adulti e spesso anche viceversa, così sono gli immigrati visti dai residenti, così chi è vestito in un certo modo che viene valutato per come si addobba, così sono i cattolici nei confronti del dibattito pubblico. Il problema essenzialmente sta nel non avere mai il coraggio di parlarsi di comunicare personalmente, di guardarsi negli occhi, di stare ad ascoltarsi. I nostri mezzi di comunicazione in questo sono conniventi. 
Il vangelo invece dice che non si deve assolutamente giudicare. Si possono avere idee molto precise sui fatti in sé, ma per le persone occorre sempre avere grande rispetto. Le persone hanno diritto al nostro amore, all’amicizia, al rispetto e non a un giudizio, che è un definire ciò che non si vede, non fa parte del nostro vero rapporto umano, spesso è tranciante e troppo superficiale per entrare nella coscienza della persona. Ognuno ha la sua coscienza, che è in dialogo profondo intimo con Dio, il suo tribunale interiore che lo giudica, che lo mette a nudo di fronte a sé e a Dio. Noi dobbiamo solo avere il massimo rispetto e la massima apertura di comunicazione, per poterci aiutare l’un l’altro a vivere e a sperare. Del tuo prossimo o dici bene o non parlare. 
Non giudicare significa essere come un papà, che accetta senza condizioni suo figlio. Non aspetta di farsene un’idea per volergli bene, non fa analisi, ricerche, appostamenti per volergli bene. Il voler bene è un atto unilaterale. Così lo deve essere di ciascun uomo verso l’altro. Non giudicare significa che ho sempre le braccia aperte all’accoglienza senza condizioni.  
Alla fine della vita, quando si compirà la nostra storia e appariremo davanti a Dio con tutta la verità della nostra vicenda, Dio ci leggerà il suo giudizio, ma la sua bontà è tale che Lui lascia scrivere a me il giudizio che leggerà, che definirà la mia vita davanti a Lui per l’eternità: è lo stesso che io oggi formulo su mio fratello. Non giudicare però è ancora troppo poco, l’amore di Dio sovrasta giudizio, colpa e condanna con il perdono, proprio perché Lui non ci abbandona mai.

6 Marzo
+ Domenico

I segni di Dio sono evidenti, ma non vogliamo vederli

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 29-32)

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del  giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Audio della riflessione 
 

Ci lasciamo spesso incantare da tanti personaggi più o meno illustri, gente che appare molto, affascina, diventa un idolo, calca tutte le scene possibili. Sappiamo che sono passeggeri, ma tanto è così che va; la vita è tutta in fretta, ma soprattutto è sempre distratta. Ci lasciamo incantare dalla esteriorità, mentre invece facciamo parte di una storia bella, affascinante, grande che sta sottotraccia sempre. Ci hai dato un papà e una mamma eccezionali, abbiamo avuto dei maestri che ci hanno insegnato a vivere, abbiamo amici che sanno donarsi senza suonare trombe o campane, che credono nella vita. Andiamo a cercare altrove ciò che invece abbiamo in casa, soprattutto abbiamo una speranza assoluta che è Gesù, il Figlio di Dio, che è la pienezza della storia e lo ignoriamo.  
Il fascino di qualche cosa di nuovo ci strega sempre, forse perché non siamo capaci di vivere in modo nuovo ogni giorno la nostra vita, l’amore, il lavoro, le relazioni, gli ideali, la comunità. Crediamo sempre che la soluzione della vita sia altrove e ci lasciamo sfuggire i doni che Dio ci dà. Spesso abbiamo capito la bellezza e l’importanza del nostro territorio da gente che è venuta da lontano a visitarlo e non ce ne siamo mai accorti, perché si stende sempre su ogni cosa la pialla dell’abitudine, che soffoca tutto.  
Cerchiamo segni nuovi, miracolosi di futuro e non sappiamo leggere quelli che già abbiamo. Il popolo che Gesù si è trovato davanti è stato proprio un popolo di distratti, di cercatori di novità a tutti i costi, di infatuati del meraviglioso. Lui Gesù si era presentato come figlio di Dio e loro stavano ad aspettare ancora, l’avevano davanti e non lo vedevano. Avere un cuore che legge nella storia i segni della sua presenza è un dono grande che dobbiamo sempre chiedere.  
Signore aiutaci ad aprire gli occhi sulla tua presenza capillare, continua, dolce, precisa nel nostro mondo. Aiutaci a leggere i segni che lasci nelle persone, nelle menti, nella tua creazione. Aiutaci ad alzare gli occhi al cielo per vedere che non è mai vuoto e che tu sempre ci sei e in esso ci vuoi portare definitivamente. Ferma la nostra smania di novità perché sei tu la vera e eterna novità della nostra vita. Il segno di Giona che ci hai dato, il segno della tua risurrezione, fa che lo custodiamo tenacemente e contro ogni evidenza di male. Stiamo fuggendo anche noi dall’annunciarti al nostro mondo, peggio pure di Ninive. Facci ritornare sui nostri passi e che siamo il tuo segno per tutti.

1 Marzo
+Domenico

Si può sbagliare strada e Gesù ci aiuta a cambia direzione

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5,27-32)

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa.
C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola.
I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

Audio della riflessione

Cambiare strada è esperienza comune quando ti accorgi che hai sbagliato direzione: avevi preso una direzione, avevi investito su quella in velocità, concentrazione, speditezza … eri convinto di essere nel giusto e continuavi sereno … per fortuna che a un certo punto ti sei accorto che i conti non tornavano: ti si è insinuato un dubbio, hai riflettuto, hai fatto confronti, hai chiesto, finalmente hai capito e hai cambiato. Spesso invece non ti accorgi di niente: c’è qualcuno che ti inganna apposta, qualcuno ha cambiato i cartelli stradali per farti andare nella sua direzione e tu abbocchi, perché non hai altre possibilità che di fidarti.  

Una esperienza di questo genere, più profonda – evidentemente – e coinvolgente è la necessità che ti capita nella vita di dover cambiare decisamente tutto, di accorgerti che sei su una strada sbagliata, di vedere che la tua vita sta prendendo una piega che non volevi! Pensavi che fosse la strada della felicità, invece quella è proprio dalla parte opposta! Molte volte sei tu che ti accorgi, spesso è qualcun altro che ti apre gli occhi. 

Ebbene Gesù è venuto a questo mondo proprio per aprire gli occhi agli uomini: è venuto a dire di cambiare strada, perché quella intrapresa andava da tutt’altra parte che da Lui.

“Sono venuto a chiamare i peccatori a convertirsi”. 

Signore, vorrei che tu chiamassi anche me, che ti fermassi a guardare i miei passi, che mi aiutassi a cambiare direzione, che mi convincessi che il bene sei Tu, non quello che penso io. Vorrei che tu infrangessi la mia sicurezza, il mio perbenismo, la mia falsa impostazione della vita per mettermi nella Tua. La strada che ho preso è sbagliata, non mi dà felicità perché ha tagliato fuori Te: ti ha evitato, ha preteso di costruirsi da sola, abbagliata dal successo, dalla vanagloria. Ha cominciato a evitare i tuoi poveri, quelli che mi chiedevano di uscire da me per aiutarli a vivere, ha continuato a portarmi per le vie del mio egoismo, ha cancellato i sentimenti di tenerezza del tuo amore, ha costruito castelli in aria, ha immaginato di poter fare a meno di Te.  

Abbiamo bisogno di metterci con calma davanti al Vangelo e vedere come si sono divaricate le strade della nostra vita da quelle che Lui ci ha indicato.

C’è un perentorio “seguimi” che vogliamo che Gesù faccia risuonare alle nostre orecchie e avere la forza di cambiare direzione: guardare al cielo, perché le strade che percorriamo nella nostra terra sono spesso spaesate. 

25 Febbraio 2023
+Domenico

È iniziato il tempo del fidanzamento

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9,22-25)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».

Audio della riflessione

Fare quaresima significa avere mete alte da raggiungere, domande serie da farci e decisioni ardite da prendere. Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Abbiamo mete alte da raggiungere, non ci dobbiamo accontentare di rimedi, di pezze, di mezze misure. O siamo cristiani fino alla santità o non vale la pena. I giovani questo lo sentono ancora più vero, perché a loro fa più paura la mediocrità, la noia, che il sacrificio.  

Puntare in alto nella nostra vita è una legge del cristiano, non ci dobbiamo mai accontentare di quello che riusciamo a esprimere di bello nella nostra esistenza; non perché siamo dei perenni scontenti, ma dei formidabili lottatori che non cedono, dei sognatori che rifiutano gli incubi, degli atleti che non smettono di puntare sulla conquista. Non vogliamo farci anestetizzare la vita spirituale, ma continuamente aprirla alle sfide della realtà che ci provoca ad uscire da noi stessi per essere dono, proprio come Gesù.  

Purtroppo, siamo incapaci di fare quaresima. A questa incapacità di stabilire tempi di austerità e di penitenza sembrava che il vangelo letto nella imposizione delle ceneri desse perfino ragione. “Non assumete aria melanconica, profumati la testa, non farti vedere a pregare o a mettere il collo torto. Ballate e cantate, non mettete il muso, per farvi vedere seri”. Con tutta la fatica che si fa a far capire che la vita è una cosa seria, che ogni tanto occorre mettere la testa a posto, ci si mette anche il vangelo a remare contro! Perché Gesù invece non comincia a lanciare qualche avvertimento pesante, della serie: se continuate così, vi scavate la fossa; se non cambiate testa, se non vi mettete a fare penitenza dei vostri peccati, andrete all’inferno; cambiate vita perché il giudizio di Dio è pronto e sarà severo… o cose simili? Gesù, le dice pure alcune di queste cose, ma è sempre dalla parte della libertà e della felicità.  

La vita di un cristiano è una vita bella, beata e felice. È fondata sulla libertà di una risposta di amore. La quaresima allora è un periodo di fidanzamento. È come quando ti è capitato un colpo di fulmine, hai provato emozioni fortissime, hai intuito che nella tua vita ci sono possibilità inedite di felicità con la persona per cui batte il tuo cuore, resti all’inizio un po’ stordito, non capisci più niente, fai cose pazze, a casa si accorgono tutti. Era una vita che non cantavi in bagno, che facevi le linguacce a tua sorella, che rispondevi a mamma con i soliti grugniti. Però senti il bisogno di partire a bocce ferme. Nell’avventura dell’amore che cominci ci vuoi essere tutto, tu, non solo le tue emozioni, ma tutta la tua vita, i tuoi progetti, i tuoi sogni, i tuoi desideri, la tua voglia di vivere.  

Ecco: la quaresima è il tempo del fidanzamento è riportarti all’incandescenza del giorno del tuo matrimonio. O della tua ordinazione presbiterale o della professione religiosa. Hai forse capito che c’è da innamorarsi a fondo di Dio, allora lo prendi o meglio, lui ti prende, e ti porta nel deserto per poterti parlare cuore a cuore. Hai capito allora perché Gesù dice di profumarsi il capo, di non fare la faccia smorta, di non farti vedere triste o sciatto; proprio come quando vai dal fidanzato o dalla fidanzata, dalla tua ragazza o dal tuo ragazzo. Non vivi il solito presagio che tutto finisca nella noia, tanto tu sei il solito scalognato! È invece il tempo in cui coltivi la speranza, una attesa certa, di un incontro d’amore che si porta dentro il desiderio di essere definitivo.

23 Febbraio
+Domenico

La missione è sempre una avventura di impegno, ma dà gioia

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-9)

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!
Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite:
Pace a questa casa!.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: È vicino a voi il regno di Dio».

Audio della riflessione

Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi è la verità nuda e cruda che Gesù dice ai suoi discepoli che dovevano cominciare da soli a predicare il vangelo, a far nascere anche in tante altre persone la speranza che avevano visto in Lui. Il bene è sempre osteggiato, quindi; il vangelo che sembra un bel messaggio di pace crea reazioni incontrollate; il male è pronto a soffocare il bene. La sua parola è una spada, il suo messaggio un fuoco, il regno di Dio una sfida. È il mistero della cattiveria dell’umanità che indica quanto il male si è radicato dentro di noi, nelle nostre relazioni, nei tessuti sociali. Uno che vive di furti, non accetta chi gli dice che non può rubare; uno che vive di inganni non si adatta a perdere il suo potere; chi ha impostato la vita sullo sfruttamento non accetta di essere richiamato alla giustizia e di cambiare soprattutto comportamento, lo spacciatore cui vengono sottratti i clienti perché qualche sforzo educativo riesce a far rinsavire i giovani non perde impunemente i suoi facili guadagni. Potremmo continuare; lupi lo siamo tutti quando veniamo contestati nella nostra vita egoista; lupi siamo quando siamo chiamati a perdere interessi disonesti, a fare pulizia nei nostri sentimenti e relazioni disordinate; lupi siamo quando veniamo richiamati ai nostri doveri di padri e madri, di cittadini e di uomini responsabili di tutto il creato… Proprio per questo abbiamo bisogno di uomini e donne forti, capaci di andare controcorrente. Il papa Benedetto a Loreto invitava i giovani così: 

“Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie “alternative” indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda”.  

L’agnello vincerà non certo per la sua potenza, lui è inerme, ma per la forza di Dio, con la sua umiltà. Dio guarda l’umile e lo ascolta. C’è bisogno di agnelli, anche se i lupi saranno sempre più agguerriti. 

E’ quello che vissero i due compatroni d’Europa, assieme a san Benedetto, che oggi celebriamo: i santi Cirillo e Metodio. Erano due fratelli in cerca sempre di dare un senso bello alla loro vita. Erano figli di nobile famiglia. Cirillo dimostrava il suo eclettismo: sapeva di astronomia, geometria, retorica e musica, ma fu nel campo della linguistica che poté dar prova del suo genio. Oltre al greco, Cirillo parlava infatti correntemente anche il latino, l’arabo e l’ebraico. La missione più importante che venne affidata a Cirillo e Metodio fu quella di annunciare il vangelo presso le popolazioni slave della Pannonia e della Moravia. 

Cirillo rinvenne le reliquie del papa San Clemente, sepolto in Crimea, un Vangelo ed un salterio scritti in lettere russe. Inventò un nuovo alfabeto, detto glagolitico che oggi si chiama appunto cirillico. Nel 867 Cirillo e Metodio si recarono a Roma, vi portarono le reliquie di san Clemente e il papa Adriano II riservò loro una grande accoglienza ed approvò le loro traduzioni della Bibbia e dei testi liturgici in lingua slava. Cirillo a Roma si ammalò e morì, il 14 febbraio, Metodio ritornò in Moravia predicare il vangelo agli slavi, fu fatto vescovo. Qui si scontrò con re ancor di più, perché non volevano la loro linea di evangelizzazione, fu messo in carcere per due anni. Morì a Velehrad, i suoi discepoli furono incarcerati e subirono crudeli persecuzioni e il messaggio di Cirillo e Metodio si rinforzò in Bulgaria e con l’alfabeto cirillico avvicinarono enormemente i popoli slavi al mondo greco-bizantino.  

Fecero insomma un grande lavoro di inculturazione della bibbia e della esperienza della fede tra i popoli slavi; ecco perché sono compatroni dell’Europa che per san Giovanni Paolo II aveva due polmoni quello, evangelizzato da san Benedetto e quello slavo evangelizzato dai santi Cirillo e Metodio. 

Anch’essi come i primi discepoli di Gesù mandati a due a due, evangelizzarono mezza Europa e oggi chiediamo a Dio di essere in grado di rinfrescare la fede e la comunione tra le nazioni che la compongono in Europa, che si sta affievolendo non poco.

14 Febbraio
+Domenico

Gesù entra ufficialmente a far parte del popolo ebreo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,22-40)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore –  come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare,
o Signore, che il tuo servo vada in pace,
secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti

e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Audio della riflessione

La nascita è stata una gioia per tutti, la fine di una attesa misurata, talvolta preoccupata ma sempre piena di speranza; i dolori del parto da dimenticare, ma ora lui o lei c’è. È già stato tutto preparato, il lettino, la cameretta, i vestitini, tutti si sono concentrati su questa nuova creatura, voluta, desiderata, progettata. Fossero tutte così le nascite dei figli, fossero tutti così i genitori che esprimono il massimo del loro amore nel farlo diventare nuova vita. Sappiamo purtroppo che spesso non è così, che per molti la vita nuova è un incidente o un sopruso o un intruso.

Ma per questa povera, debole creatura l’amore di una mamma non deve mancare, il dono di una famiglia è un bene da conservare e su cui piegare ogni sana comunità umana, ogni civiltà, ogni stato, ogni globalizzazione. Ogni bambino che nasce a questo mondo, qualunque sia stato il suo concepimento, la sua famiglia, la sua mamma che lo ha generato, deve avere il bene assolutamente gratuito che abbiamo avuto noi:  un nido d’amore accogliente.

Nelle migliaia di campi profughi non c’è cameretta, né vestitini, ma spesso solo paura del futuro e fame e guerra sempre all’orizzonte. Siamo tutti spettatori dei bimbi che nascono sotto le bombe  nella guerra  tra Russia e Ucraina, siamo costretti a vedere mamme che, prima di annegare buttano il loro figlio a chi lo può salvare…: quanti bambini, sono vittime di una guerra, come tutte senza senso, di annegamenti in mare o di assideramenti davanti ai fili spinati dei campi profughi, quanti volti di genitori disperati, quanti corpi feriti e i bambini, grazie a Dio sono ancora capaci di sorridere.

Anche se il nido preparato è fragile e subito o troppo presto si rompe. Il presepio dura poco, la vita di famiglia entra in crisi, le difficoltà aumentano e come se non bastassero le tensioni quotidiane ci si mettono anche le condizioni sociali incapaci di costruirsi a misura di famiglia.

C’è però ancor un quadro che il Vangelo ci fa contemplare e che chiude il tempo natalizio. Giuseppe e Maria vanno al tempio, vanno in Chiesa diremmo noi, e presentano a Dio questo dono sorprendente che hanno gelosamente da custodire. Lì c’è un vegliardo Simeone e una donna anziana, Anna.

A me fanno tanto pensare ai nonni, a quella stagione della vita in cui ti sembra che tutto sia passato, che il declino abbia il sopravvento e invece la nascita del nipotino ritorna a farti vivere, a darti speranza: “i miei occhi hanno visto la salvezza”, la vita continua, occorre tornare con entusiasmo a servirla, senza potere,  senza rabbia, con la consapevolezza del limite e della pace.

E questi due nonni sono là a ricordarci, a ricordare a Maria e Giuseppe che la vita sarà sempre in salita, “una spada trafiggerà la vostra anima”; non sono uccelli del malaugurio, ma la necessità di una forza nella prova immancabile. Te li ricorderai sempre perché ti hanno aiutato a vivere. Anche Giuseppe e Maria hanno dovuto fare  conti con le avversità, la fuga, l’emigrazione, la violenza

E Maria e Giuseppe contemplano stupiti questo Gesù, che pur essendo Dio, impara a vivere da uomo, a camminare e a crescere in una famiglia. Credevano di essere soli con la loro fragile creatura, ancora frastornati di quello che stava capitando attorno a questo bel bambino; invece venivano continuamente interpellati da Dio, che ci teneva troppo alla vita di quel figlio e soprattutto alla sua missione che sarebbe stata sempre in salita. A quel Calvario avevano da Dio il compito di prepararvelo e a quel Calvario lo accompagnerà Maria. Erano sempre interpellati a dire il loro si con gioia, a farsi collaboratori della gioia del vangelo e del sogno di salvezza degli uomini cui Dio da sempre pensava e ad esso li preparava. Era il suo grande sogno e grande progetto: il cambiamento in bontà della cattiveria umana, senza badare ai costi trinitari.

In questo non si sono mai sentiti e mai lasciati soli. Sarà Gesù a compiere con la sua vita, la sua croce tutto questo grande progetto di Dio. E noi oggi ne facciamo memoria e decidiamo di non lasciare solo Gesù anche in ogni volto di bambino in cui si fa presente.

2 Febbraio 2023
+Domenico

Il regno di Dio non è solo promessa, ma realtà

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-9)

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Audio della riflessione

Abbiamo sempre bisogno di speranza, La nostra vita spesso si svolge nell’incertezza, nella approssimazione. Viviamo di tentativi, di scongiuri qualche volta, di fortuna.

          Gesù invece è venuto con una decisione definitiva: lavorare per il regno di Dio e in Lui c’era una certezza incrollabile: è vicino a voi il regno di Dio. Regno di Dio è una realtà che racchiude in se tutte le attese del popolo di Israele. Quando lo udivano dalle labbra di Gesù capivano immediatamente che si trattava della loro grande speranza, della aspirazione di secoli: per loro era la fine di un incubo, la realizzazione di un sogno di popolo, incarnato in ogni famiglia, in ogni pio ebreo. Era la certezza della presenza misteriosa, ma reale di Dio nella storia del popolo e di ogni persona. Gesù voleva che tutti si orientassero a questa attesa sicura.

          Anche noi credenti oggi dobbiamo avere questa certezza. Non è vero che il mondo va verso il peggio, che la vita diventa sempre più impossibile, che il male è destinato ad avere il sopravvento, che stiamo andando verso la barbarie. Non è vero che ci stiamo allontanando dalla salvezza. Dio è fedele, il suo amore è senza se e senza ma. La sua promessa non è vana, non vincerà il male per quanto si faccia forte e usi tutte le astuzie per compiere la sua distruzione. Riuscissimo a vivere con questa certezza, con la consapevolezza che il Regno di Dio, che la pace, la giustizia, la felicità non sono solo promesse, ma realtà che determineranno per sempre la vita dei giusti, avremmo più fiducia nel nostro semplice e povero operare il bene.

          Certo quello che vediamo ci può scoraggiare, ma abbiamo bisogno di apostoli che parlano del grande bene che c’è nelle vite donate di chi soffre, di chi lavora per la giustizia, di chi con semplicità ama i suoi figli, i suoi malati, di chi fa il suo volere. Le cronache dei giornali non sono il diario del regno di Dio, ma solo il negativo che sta sotto un mare di bene che Dio semina in ogni creatura.

Tante nostre vite di fede sono stanche senza senso perché quando abbiamo dubbi anziché metterci a confronto, anziché osare di coinvolgere altri nella nostra faticosa adesione al vangelo, ci mettiamo allo specchio e continuiamo a guardarci addosso. La fede cresce se la doni,  il Vangelo diventa luce anche per te se lo poni sulla finestra perché tutti lo vedano Occorre andare a due a due a rinfocolare la speranza nel mondo, perché Dio sta con noi, è presente più di quanto lo possiamo scorgere nelle pieghe della vita.

26 Gennaio
+Domenico

Oggi un altro flagello: la guerra, insidia Natale e non solo   

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Audio della riflessione

La scena è la stessa che abbiamo contemplato otto giorni fa: lo sguardo del Vangelo è ancora e più intimamente su quella capanna dove Maria e Giuseppe si mangiano con gli occhi e con l’ardore del cuore il bambinello, dove ancora pieni di stupore i pastori, si scambiano gioia e sorpresa, pronostici e meraviglia.

Due elementi però ci invitano ad andare più in profondità: la figura pensosa di Maria e la circoncisione.

Maria si è donata completamente a Dio e fa risuonare nella profondità del suo essere della sua coscienza, che è quel luogo inaccessibile se non a Dio, in cui ognuno di noi è solo con se stesso e dove risuona il mistero del Signore.

E’ madre, è attorniata dalla generosità dei pastori, è in contemplazione del figlio, vive la gioia più grande che può provare una mama, ma guarda lontano: le ritornano alla mente le parole dell’angelo, vede in quel suo figlio che sembra tutto opera sua una presenza che la colloca sui destini del mondo.

Lì c’è il Messia, l’atteso delle genti, lì c’è il Signore, il Kurios.

Lei è madre di Dio.

Si sono fatte moltissime discussioni su questo titolo di Maria, madre di Dio. Nestorio aveva osato dichiarare: “Dio ha dunque una madre? Allora non condanniamo la mitologia greca, che attribuisce una madre agli dèi”; San Cirillo di Alessandria però aveva replicato: “Si dirà: la Vergine è madre della divinità?” al che noi rispondiamo: “il Verbo vivente, sussistente, è stato generato dalla sostanza medesima di Dio Padre, esiste da tutta l’eternità… Ma nel tempo egli si è fatto carne, perciò si può dire che è nato da donna”.

Gesù, Figlio di Dio, è nato da Maria.

Otto giorni dopo il bambino viene accolto nel popolo di Israele. E’ ebreo, è un primogenito, è figlio del popolo dell’alleanza e nella sua carne deve portarne il sigillo: la circoncisione. Quando Dio ha stabilito una alleanza col popolo di Israele, quando ha promesso fedeltà senza pentimenti a un popolo che lo avrebbe sempre tradito, Dio aveva voluto che ci fosse un segno nella carne degli ebrei e questo segno ora viene inciso anche nelle carni del figlio di Dio: si è mescolato a noi,  ha preso del popolo d’Israele qualità e difetti, ma soprattutto ha assunto un nome.

Da quel giorno di più di duemila anni fa è il nome più invocato, scritto, detto, pronunciato: Gesù.

Un nome che è una preghiera: Dio salva. Tutte le volte che diciamo il suo nome noi invochiamo e gridiamo: Dio salvaci.

Jeshua, Jesus, Gesù è il nome che da quel giorno sarà sulla bocca di tutti coloro che lo seguiranno, che lo invocheranno come salvezza: sarà sulla bocca dei morenti come speranza ultima, sulla bocca dei malati come conforto, sulle labbra dei poveri come aiuto, nella voce dei sofferenti e degli abbandonati come compagnia e sollievo … purtroppo verrà anche tante volte bestemmiato, strumentalizzato, usato per coprire egoismi e dichiarare guerre sante.

Non per questo smetterà di essere sempre il Dio che salva anche per chi gli vuole male … è iniziato un nuovo anno, abbiamo già provveduto a sostituire il calendario, ad aprire la prima pagina e la Chiesa la vuol aprire sulla condizione essenziale perché possiamo ogni giorno sfogliare l’agenda, segnare con gioia il tempo che passa: la pace.

E’ il primo dono del bambinello ed è ancora il più disprezzato e non accolto dagli uomini.

Dice il papa nel suo messaggio : “…..Al tempo stesso, nel momento in cui abbiamo osato sperare che il peggio della notte della pandemia da Covid-19 fosse stato superato, una nuova terribile sciagura si è abbattuta sull’umanità. Abbiamo assistito all’insorgere di un altro flagello: un’ulteriore guerra, in parte paragonabile al Covid-19, ma tuttavia guidata da scelte umane colpevoli. La guerra in Ucraina miete vittime innocenti e diffonde incertezza, non solo per chi ne viene direttamente colpito, ma in modo diffuso e indiscriminato per tutti, anche per quanti, a migliaia di chilometri di distanza, ne soffrono gli effetti collaterali – basti solo pensare ai problemi del grano e ai prezzi del carburante.Di certo, non è questa l’era post-Covid che speravamo o ci aspettavamo. Infatti, questa guerra, insieme a tutti gli altri conflitti sparsi per il globo, rappresenta una sconfitta per l’umanità intera e non solo per le parti direttamente coinvolte. Mentre per il Covid-19 si è trovato un vaccino, per la guerra ancora non si sono trovate soluzioni adeguate. Certamente il virus della guerra è più difficile da sconfiggere di quelli che colpiscono l’organismo umano, perché esso non proviene dall’esterno, ma dall’interno del cuore umano, corrotto dal peccato (cfr Vangelo di Marco 7,17-23)”.

Il bambino Gesù e sua Madre, la Regina della Pace, sconfiggano questo nuovo virus nei cuori di tutti gli operatori diretti della guerra, ma anche nei nostri cuori.

1 Gennaio 2023
+Domenico

Il vecchio Simeone:  una sentinella anche a ottant’anni  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-35)

Lettura del Vangelo secondo Luca

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

Audio della riflessione

E’ bello essere giovani, avere un’età che ti permette di essere al massimo della salute, al massimo della voglia di vivere, al massimo dei sogni. Scoprire sempre qualcosa di nuovo dentro di te e nel mondo, non avere ricordi che ti pesano, tendere la vita come un arco verso il futuro.

E un vecchio? È da buttare? Non ha più niente per cui vivere? Aspetta solo la morte?

C’era un vecchio un giorno nel grande Tempio di Gerusalemme: si aggirava tra i candelabri, conosceva tutti gli orari delle preghiere, teneva dietro a tutti i cortei della gente che portava offerte. Soprattutto da un po’ lo incuriosiva quella piccola processione di genitori che portavano davanti all’Altissimo il loro primogenito. Vedere un bambino, un nuovo ebreo gli ridava fiducia.

Il Signore continua a benedire il suo popolo. Ma lui aspettava qualcuno; gliene dava il sangue, glielo aveva fatto capire la vita, la sua saggezza; gliene davano sentore i tempi in cui viveva: il popolo senza capo, senza gloria, adattato al ribasso.

“Non può più tardare chi darà una svolta a questo popolo seduto e ingessato. Dio l’onnipotente non può averci dimenticato!” … leggeva con attenzione i segni della vita, posava l’orecchio sulla terra e ne intuiva i dolori del parto. Un sussurro gli era arrivato da Betlemme. E lo Spirito gliene aveva dato la certezza: non sarebbe morto prima di vedere il Messia … e ogni giorno come una sentinella che annuncia l’aurora la sua vita era tesa come l’arco da cui scocca una freccia.

A qualcuno avrà certo fatto compassione: “Eccolo qui il vecchio pazzo che aspetta ancora il messia. Non s’accorge che i Romani ci hanno tolto tutto, non capisce che Erode vede nemici dappertutto e fa trucidare anche i suoi figli pur di stare a galla. Non importa più niente a nessuno di noi. Siamo stati abbandonati. Se Dio una volta c’è stato ora non c’è più. Si è stancato pure Lui di questa Palestina.”

E’ una storia che si ripete sempre: la sentinella è beffata, chi sogna il futuro è ritenuto illuso, prevalgono le speranze spente dell’adattamento e le consolazioni del sentirci tutti nella fogna. Invece di puntellare chi potrebbe uscire dalla fossa, chi ha la vista più lunga lo si scoraggia e deprime. La stagione del tenere i piedi per terra non finisce mai, la speranza è al massimo una previsione. Ma lui il vecchio Simeone ogni giorno anche zoppicando va all’appuntamento con la speranza.

Qualcuno che apprezza le sentinelle c’è sempre: in quel tempio, davanti a quel vecchio molti si facevano domande, ricordavano le cose imparate in sinagoga, ripensavano alle profezie, rinasceva nel loro cuore la speranza. Era un piccolo resto, ma chi ha detto che le cose belle della vita sono solo quelle che hanno uno share televisivo alto? E finalmente l’attesa si compie; è un batuffolo di carne, un bambino, per di più povero; la processione che lo accompagna è misera: la mamma e il papà, due giovani di campagna, con due piccioni e lui, il re l’onnipotente con loro.

Simeone ha la vista lunga: vede la salvezza, vede la luce che illumina le genti, vede la gloria del popolo d’Israele. Vede un seme, ma gli si staglia davanti già la pianta. Intuisce anche la pianta del dolore perché a sua mamma non fa troppi complimenti: “Dolore e fatica saranno compagnia del messia, ma la salvezza è qui. Ora posso morire in pace. Tu Signore sii benedetto perché l’attesa è giunta a compimento!”.

Avessimo tutti nella vita un vecchio che ci tiene aperta la speranza, che non smette di alzarci lo sguardo troppo ripiegato sul presente!

29 Dicembre 2022
+Domenico