Un cuore di mamma che custodisce la Parola che è Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,41-51)

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.

Audio della riflessione.

Usiamo spesso la parola cuore per indicare partecipazione profonda a un sentimento, a atteggiamenti verso le persone, addirittura gli diamo pure la parola: il mio cuore mi dice…ci ho ragionato tanto, ma per decidere ho dovuto ascoltare il mio cuore… ti dice niente il tuo cuore mentre mi offendi così? dice la mamma al figlio… Meriteresti che ti allontani, ma il mio cuore non me lo permette ..Potremmo continuare con tante altre frasi che rivelano situazioni di sofferenza o di gioia, di attenzione e di partecipazione, di amore e di affetto.  

Oggi celebriamo la festa del Cuore Immacolato di Maria e il vangelo ci fa riflettere su quella delicata vicenda che ha visto Maria e Giuseppe, addolorati, preoccupati, decisi a ritrovare Gesù in quel pellegrinaggio di ritorno da Gerusalemme a Nazareth. L’avevano perso. 

Disperazione sul volto dei genitori, ansia, ricerca spasmodica; chi è l’ultimo che l’ha visto, dove era? Poi il cammino a ritroso, il ritrovamento, lo stupore. Il ritrovato è sempre più calmo di quanto si pensi, non immagina il dolore provocato, è concentrato sulla sua avventura E Gesù sta insegnando ai dottori del tempio.  

Maria qui appare la persona che domina gli avvenimenti, che piega la storia del piccolo gruppo di pellegrini al suo centro, che non era Gerusalemme, ma Gesù. Potremmo dire una famiglia come tutti, con i problemi di tutti, con al centro Gesù, il mistero che si rivela. 

E Maria quando lo vede gli racconta tutta la sua ansia, la sua ricerca, il suo affanno, il suo non capire, proprio come i discepoli di Emmaus. E tra le prime parole di Gesù che ci sono riferite nei vangeli appare la bellissima parola: padre, abbà. Non sapevate che io debbo stare nella casa del Padre mio. È venuto al mondo per questo, per dirci che Dio è Padre. 

Maria non ha capito ancora tutto il futuro di Gesù, come è difficile per noi entrare nel suo ordine nuovo di idee, di sentimenti, di slanci e di azioni, ma ci indica la strada da percorrere. Stanno con Gesù, e custodisce ogni parola come un seme. È quel seme che viene gettato larghissimamente dal seminatore e che trova nel cuore di Maria, come nel cuore di ogni uomo, la possibilità di svilupparsi. In Maria si è sviluppato al cento per cento. Ora lei scompare nella vita quotidiana della santa famiglia. Lì il Signore ha imparato a essere abbracciato e baciato, allattato e amato, a toccare e parlare, giocare, camminare e lavorare, a condividere i minuti, le ore, le notti e i giorni, le feste, le stagioni, gli anni, le attese, le fatiche e l’amore dell’uomo. Lì ha ascoltato le parole della Torah, della legge, le preghiere a Dio, di cui non si poteva pronunciare il nome e che lui sentiva come papà. A Nazaret Gesù accanto a Maria ha imparato a essere uomo. L’artefice della sua formazione umana è stata Maria, come ogni donna nella vita del popolo ebreo. Noi come Lei, col suo cuore pieno di amore, chiedendole di aprire i nostri cuori sempre a Gesù e al prossimo, conserviamo ogni Parola di Gesù gelosamente non per farcene un possesso, ma per caricarla della forza di un dono che dobbiamo e ci impegniamo a portare a tutti. 

17 Giugno
+Domenico

Un aiuto vicendevole tra Maria ed Elisabetta al servizio del Messia

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 1,39-56)

In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Audio della riflessione

C’è una forte intesa fra le donne quando si confidano le loro difficoltà, i loro segreti, le esperienze intime della loro vita, le apprensioni per quello che sta accadendo nella loro corporeità, quando sentono di avere in seno una vita che nasce. Non è solo connivenza, diventa subito solidarietà, desiderio di aiuto, condivisione dei pensieri e dei timori, delle cure e delle speranze.  

Chi si trova in questa situazione è una donna avanzata in età, Elisabetta, di origini nobili, della casta sacerdotale, sposa a un ministro dell’Altissimo, a un fedele servitore del tempio. Aveva aspettato tutta la vita un bambino, l’aveva desiderato tanto come ogni donna che vuol vivere in pienezza la sua vita, ma non le era stata data questa grazia e proprio quando aveva riposto nel cassetto ogni suo sogno si trova a registrare questo fatto sconvolgente, questa gioia incontenibile, questa sorpresa e stupore. Nasce però anche il timore: alla mia età? Che sarà di questo bambino, come nascerà? Il marito, il vecchio Zaccaria, era rimasto muto e la confortava con segni e i segni andavano sempre decifrati, capiti, inscritti in un disegno più grande di loro, nella grande bontà di Dio.  

Maria, la madre di Gesù viene a conoscere questa situazione bella e delicata, e decide di mettersi a fianco di Elisabetta per aiutarla a vivere serenamente l’attesa, perché anche lei è in attesa, anche lei è stata tirata nel vortice incontenibile della vita divina. E l’incontro tra le due madri è tra le scene più belle della storia umana di tutti i tempi: la giovanissima e l’anziana, il nuovo e il vecchio testamento, il compimento delle promesse e gli ultimi sospiri dell’attesa, la vita di Dio e la vita dell’uomo, il Magnificat e l’Ave Maria.  

Sono i due bambini, ancora all’inizio della vita, che si parlano, che cominciano a sconvolgere il mondo, che esprimono la gioia della terra per quello che Dio sta finalmente compiendo. Una benedizione nasce nella bocca di Elisabetta, un canto di lode in quella di Maria. Rallegrati Maria, dice Elisabetta; l’anima mia esulta nel Signore dice Maria. Benedetto il frutto del tuo grembo, benedetto il figlio di Dio, benedetto il futuro che nasce, dice Elisabetta; grandi cose ha fatto l’Altissimo e noi ne diamo a tutti testimonianza. Dio è grande, Dio è forte, Dio è la pienezza della nostra vita, dice Maria. La preghiera più nota che noi cristiani recitiamo, l’Ave Maria è stata iniziata dall’angelo Gabriele e continuata da Elisabetta e per noi è dolce completarla con la nostra consapevolezza di peccatori (prega per noi peccatori) per avere Maria a custodirci fino all’ultima ora della nostra esistenza. 

31 Maggio
+Domenico

Cancella sempre nella tua vita la parolaccia “ormai”

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Audio della riflessione

I due giovani diventati noti come quelli di Emmaus avevano registrato tutto quello che aveva detto Gesù quando erano con Lui. C’erano alcuni file in testa indelebili, secretati, ma non avevano fatto molto caso a tutto quello che avevano sentito. Credevano ingenuamente che dopo aver scoperto Gesù, dopo aver provato entusiasmo per Lui, la strada sarebbe stata in discesa. “Invece Lui l’han fatto fuori come tutti i nostri sogni –si dicono delusi mentre se ne vanno da Gerusalemme, sfiduciati, anche arrabbiati con le mani in tasca dando calci ai sassi- Noi sappiamo solo sognare, per noi è una condizione essenziale per rendere sempre più umano il mondo in cui viviamo. In una società disillusa e scettica che non crede ai sentimenti, che educa al narcisismo, che punta tutto sul successo e sulla carriera, noi ci ostiniamo a credere ancora all’amore, al voler bene”.  

Hanno con sé telefonini con cui si mettono in contatto con tutti gli amici lasciati a Gerusalemme. Ogni tanto lanciano un sms a Giovanni, il più giovane degli apostoli, che li informa di tutte le novità che compaiono in Internet, alla TV, in WhatsApp. Il Tweet più ripetuto continua a rimandare lo stesso messaggio: nella tomba non c’è più, le donne insistono nel dire che l’hanno visto, ma chi ci crede? 

Tra un messaggio e l’altro si aggiunge al loro cammino un pellegrino un po’ strano. Colto, comunicativo, attento, curioso. Hanno le cuffie e il walkman, uno smartphone di ultima generazione, stanno ascoltando tutto quello che avevano registrato di Gesù e fanno ascoltare anche a questo pellegrino le parole che li avevano entusiasmati. Lui a sua volta si toglie le cuffie, ascolta, loro spengono il cellulare e si appassionano alla sua pazienza nell’aiutarli a capire il significato della vita. Si scalda loro il cuore.  

La parolaccia più brutta, che non avevano mai voluto dire e che ora continuano a ripetere, brucia dentro le loro anime. Non si deve più dire “ormai”. Basta usare l’imperfetto. Che è questo speravamo?  

Invitano il curioso pellegrino a fermarsi a cena con loro. E quando spezza il pane si aprono loro gli occhi e il pellegrino si dà a vedere per il Gesù di cui loro avevano grande nostalgia. È sempre Gesù che si mostra, non sono loro che lo vedono di loro iniziativa. Si riempie loro il cuore di gioia e Gesù, dice il vangelo, sparì dalla loro vista, non si allontanò, non li lasciò soli, come non fa mai con noi; soltanto non lo vedevano più.  

Avranno ancora l’impressione che il male, la prepotenza e la stupidità possano soffocare la verità, l’amore e la giustizia, ma non potranno dimenticare che qualcosa di simile è già accaduto nei confronti di Gesù. La malvagità degli uomini lo ha inchiodato alla croce, pensando in tal modo di toglierlo di mezzo; ma Dio lo ha risuscitato e da allora a cominciare da questi due giovani pellegrini e sfiduciati il cristiano racconta a tutti di Gesù che continua a salvare l’uomo, a parlare al presente e al futuro non più al passato, perché è risorto e vive con noi.  

Tornano a casa che è notte inoltrata, la porta di casa cigola, i passi sono felpati. Sembrano a tanti giovani che fanno notte in giro, che mamma e papà aspettano; quando sentono cigolare la porta fanno un sospiro, grazie a Dio è ancora vivo ed è rientrato con le sue gambe. I due di Emmaus non badano al rumore che fanno perché hanno il cuore pieno di gioia. La mamma di Gesù li attende e le dicono che hanno visto Gesù. La mamma lo sa già, era con gli apostoli quando è venuto a farsi vedere, a incoraggiarli, non certo a regolare i conti della loro fuga dal Calvario, ma a dare loro forza per essere annunciatori coraggiosi in tutto il mondo della sua risurrezione. 

23 Aprile
+Domenico

Il nostro gruppo di amici può riprendere a entusiasmarsi di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,35-48)

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Audio della riflessione

Ci capita spesso di ritrovarci tra amici e rivangare il passato di gioventù o sentire i nostri genitori che ci raccontano la loro esperienza di amicizia di avventure, di sogni, di illusioni e di decisioni, di avventure belle o andate male, di speranze vive che poi si sono spente. Per ora i giovani forse non hanno grandi cose da farsi perdonare. Collochiamo allora questa riflessione del vangelo che vede Gesù ritornare tra i suoi amici, gli apostoli, dopo la loro fuga dalla crocifissione, al nostro vecchio gruppo che fu pieno di speranze e ora le ha perse tutte… 

Gesù ritorna dai suoi e li trova sconvolti e pieni di paure. Avevano vissuto assieme si erano lasciati lentamente convincere e scaldare il cuore. In Gesù avevano ritrovato speranza. Si erano sentiti entusiasti al ritorno dalle piccole missioni a due a due che avevano fatto. Ogni tanto litigavano fra loro per spartirsi i ministeri del Regno di Dio; Gesù li rimproverava amabilmente. Il Giovedì Santo, a quella cena erano convinti, partecipi, commossi. Si erano lasciati lavare i piedi. Ma poi c’era stata la prova, lo sconvolgimento, la tentazione, la fuga, per Pietro l’infamia, per Giuda il tradimento; la crudezza della vita e della realtà aveva loro buttato in faccia la verità. Giocavano al Regno di Dio il gioco si era infranto su quella croce. 

La costruzione della loro nuova mentalità non aveva retto. Erano crollate a una a una le risorse umane: fascino di Gesù, amicizia, entusiasmo per una nuova visione della realtà, sogni di mondo nuovo, progetti di attività comuni, contrapposizione al mondo, della ribellione al modello impostato del tempio. 

Lui l’avevano lasciato al suo destino. Avevano sperimentato ciascuno in cuor suo la delusione, forse hanno pensato che fosse stato un inganno e forse ancora questo sentirsi “sconvolti e paurosi” era ancora una sorta di rabbia quasi fosse stato Gesù ad averli traditi e ingannati e non loro ad averlo lasciato solo. Lui non aveva mantenuto le promesse e loro se ne erano tornato a pescare. Le donne avevano speso un capitale per imbalsamarlo, tanti credevano a quanto aveva loro promesso e i discepoli si stavano a lacerare le ferite.  

Gesù si ripresenta, e non per la resa dei conti. Arriva per aiutare a capire, per ricostruire amicizia, per radicare nella fede le loro esistenze smarrite. Quei colpi secchi sui chiodi che avete udito da lontano mi hanno forato mani e piedi, ma non mi hanno fissato alla morte. Quell’urlo agghiacciante che avete potuto sentire ben protetti per non farvi vedere non è stata disperazione, ma affidamento a Dio che è Padre e che mi donò per sempre a voi. Quel colpo di lancia ha fatto nascere la nuova comunità che ora affido a voi, non ha chiuso la nostra comunione. 

Gesù non ci rinfaccia i nostri tradimenti, continua a farci crescere, ci lancia nella missione: “Voi sarete testimoni di tutto questo”. C’è un modo di educare che è quello di calcare la mano sugli errori, di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe, quello dei consigli di classe che chiamano alla resa dei conti. Oppure c’è quello di Gesù che torna ad avere fiducia, che ti richiama ancora dalla sua parte e che dice: ti affido la missione. Non vi lascio soli il mio corpo e il mio sangue lo avrete sempre. E ce lo affida ancora oggi. 

13 Aprile
+Domenico

Andiamo pure a Emmaus, ma sicuri di incontrare Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)

Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.
Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Audio della riflessione

Sicuramente delusi, forse anche un po’ disperati, assolutamente con il morale ai tacchi. Ti capita qualche volta di avere giù la catena e di stare con il tuo miglior amico a dire tutte le scalogne che ti capitano, magari tutti e due con una birra in mano per vedervi crescere la forza di una confidenza impossibile e la sofferenza di una tristezza palpabile. Ed ecco in quello stesso giorno due dei discepoli di Gesù erano in cammino 

Erano in cammino e si allontanavano da Gerusalemme per andare a Emmaus. Se ne andavano dal centro della fede. Avevano smesso di camminare verso la felicità e le remavano contro. Si erano stancati di cercare, avevano preferito tornare sui loro passi. Sono l’immagine dei nostri percorsi di fuga dalla vita vera, soprattutto dai problemi veri, dalle prospettive faticose, ma che danno soddisfazione. È fuga anche non aspettare più, non attendersi più niente dalla vita. Potremmo vedere quante fughe facciamo, quante scuse accampiamo per non guardarci dentro, quante solitudini andiamo ad accumulare, anziché a nutrire di speranza. Discorrevano e discutevano: si buttavano addosso l’un l’altro la colpa della tristezza che sentivano. La loro amicizia li aveva legati nella risposta generosa al “venite e vedrete”, nella consuetudine con Gesù, ma adesso si rimproveravano l’un l’altro del fallimento. Gesù in persona si accostò e camminava con loro.  Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Stanno fuggendo, stanno allontanandosi dalla via che Gesù aveva loro indicato, stanno facendo di testa propria, hanno deciso forse di chiudere l’avventura con tutta la questione Gesù. Anche questa volta è ancora Gesù che non li molla. 

Si ripete un ritratto che definisce sempre le apparizioni di Gesù, il Risorto. Non sono in grado di vederlo. Lui c’è, ma non è nelle nostre facoltà di poterlo vedere, non è il punto di arrivo dei nostri sforzi, delle nostre ricerche, delle nostre astrazioni, o delle nostre finte per far tacere il problema o per ritrovare una sistemazione alla bell’e meglio nella vita cristiana, in parrocchia, nel gruppo. È lui che si dà a vedere, non siamo noi che lo troviamo. Noi seminiamo la strada per Emmaus delle nostre pietre tombali, dei nostri definitivi “ormai”, delle nostre disperazioni incoscienti. Sappiamo usare solo i verbi all’imperfetto. Tutto è irreparabile. Questa è una cattiva abitudine con cui definiamo tutte le nostre vite, le esperienze affettive: ci volevamo bene, ma ormai…; le abbiamo tentate tutte, ma ormai…; siamo entusiasti di quello che con l’amore ci nasce nel cuore, ma ce lo hanno avvelenato e ormai…  Ho cercato lavoro dovunque in maniera onesta, ma ormai… Credevo di offrire al mio amore un cuore puro, e un corpo dedicato, ma ormai l’ho già venduto a pezzetti a tutti quelli che mi hanno preteso.  Sciocchi e tardi di cuore. Siete proprio senza testa e vi tenete in petto un cuore di pietra, pesante, grossolano. Mettete testa e cuore a quanto vi dico e vedrete a quale piccineria avete affidato le vostre intelligenze e i vostri cuori.  Dobbiamo anche noi riuscire a dire a Gesù: Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. E Lui spezza il pane dell’Eucaristia, loro lo riconoscono risorto e noi abbiamo chiaro un luogo in cui ogni giorno lo possiamo incontrare, nell’Eucaristia.

12 Aprile
+Domenico

Annunciazione del Signore e solitudine di Maria

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38)

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Audio della riflessione

Maria è visitata dall’arcangelo Gabriele, dice il suo si generoso con una grande fede. È un mistero che abbiamo spesso meditato; oggi ci portiamo a meditare sulla conclusione di quella pagina di vangelo determinante la vita del genere umano e della nostra salvezza:   
E l’angelo si partì da lei, si allontanò da Maria.  
Quando siamo coinvolti in eventi importanti per la nostra vita o siamo caricati di qualche grande responsabilità accanto alla sorpresa di una fiducia immeritata che ci sentiamo regalata, sentiamo il bisogno di un aiuto, di una solidarietà, di una compagnia. È la compagnia del padre o della madre, dell’amico o del superiore, del datore di lavoro o dell’insegnante, dell’amico o del collega. Prima o poi però resti solo con la tua decisione e la tua responsabilità. Così leggo quel semplice versetto del vangelo: e l’angelo si allontanò da lei. Maria resta sola ad affrontare le conseguenze della sua grande decisione di mettersi a disposizione di Dio.  L’angelo se ne va proprio quando ne avrebbe bisogno 
per confermare a lei stessa la verità di quell’incontro, indeducibile, inimmaginabile, dolce, irruento. per spiegare ad Anna, a Gioacchino cosa le stava accadendo, chi le stava crescendo in seno.  
Per dire a Giuseppe, sposo profondamente amato, sposo che l’amava teneramente, che quel Figlio che le sbocciava in grembo non era il frutto di un tradimento ma il frutto della più alta fedeltà che una creatura umana potesse vivere e immaginare.  
Ne avrebbe bisogno per tenerle alta la testa di fronte agli sguardi curiosi (maligni?) delle vicine di casa che l’avrebbero vista ingrossarsi, che non avrebbero potuto trattenersi dal commentare mormorando e sorridendo.  
Per difenderla da una legge che la chiamava a rispondere della propria verginità e della propria fedeltà di fronte a Dio e di fronte agli uomini, pena una pioggia di sassi che l’avrebbe inchiodata a terra, lei e il suo Figlio.  
Maria resta sola, come capita alla nostra umanità e alla nostra fede. È la solitudine non disperata, ma difficile di ogni credente e lo sarà poi di ogni cristiano. È quella solitudine nel profondo della nostra coscienza in cui nessuno può entrare e che nessuno può violare: soli con il nostro Dio, soli a dire il nostro sì, a godere di questa compagnia intima e non disponibile a baratti, a incursioni esterne: grande forza e grande solitudine.  
Maria resta sola con la domanda tutta umana sulla consistenza di quella visione, di quelle parole. Col bisogno tutto umano di meditarle, di capirle fino in fondo. Con la certezza che quelle parole generavano in lei qualcosa di più di un buon pensiero. Generavano il lei il corpo, il sangue, l’anima di colui che tutta la storia stava attendendo. Altro che buoni pensieri. Un torrente di vita, una cascata di sole si erano riversati in lei e da lei dovevano riversarsi nel cuore di ogni uomo. Da lei. Da una piccola grande donna. Altro che buoni pensieri: pura, bellissima, difficile vita.  
Maria resta sola.  
Sola, con una storia personale che ha trovato in Dio, nella chiamata di Dio un punto di non ritorno di ogni suo pensiero, sentimento, gesto di amore totale.  
Sola, con il peso della sua responsabilità di fronte a tutta la storia di Israele che da sempre attendeva il messia.  
Sola, di fronte a tutto il male e a tutto il bene di ogni creatura umana. 
Sola, davanti ad ogni uomo e ad ogni donna che si chiedono se la propria vita ha un senso.  
Sola, portando in grembo la risposta ad ogni domanda. 
Sola, con quel Figlio radicalmente totalmente inatteso che iniziava a crescerle nel grembo.  
Resta sola davanti a Dio di cui si fida e proprio per questo immediatamente si mette a servire, va da sua cugina Elisabetta che vive la sua tarda maternità nella solitudine e canta la sua gioia, la gioia di avere creduto a Dio e di avere in grembo la vita di Gesù; prima di mettersi al lavoro perché l’aiuta, si mette a disposizione, canta. La mia anima è piena di gioia, non sono fantasie quelle dei profeti. Lui ha proprio mandato i ricchi a mani vuote, ha umiliato i superbi, ha riempito di gioia i poveri. Ha detto che non ci avrebbe mai abbandonato. Ora è qui, ve lo porto io.  
Essere la serva del Signore significa essere al servizio della speranza e del bene di tutti, anche di noi.

25 Marzo
+Domenico

Siamo sempre e solo mendicanti di amore

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18,9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Audio della riflessione

Abbiamo sempre avuto la tentazione di dividerci, uomini o donne che siamo, di dividere l’umanità, la gente, le persone che fanno parte del nostro mondo in due grandi categorie: buoni o cattivi.  

I buoni, evidentemente, siamo noi: giusti, ragionevoli, capaci di osare, attivi, simpatici, con quattro idee in testa e quattro soldi in banca e  

i cattivi, gli altri, incapaci e non solo sfortunati, perditempo, senza regole sociali, maliziosi, una zavorra per la società, una palla al piede.  

I buoni pagano perfino le tasse, che è tutto dire coi tempi che corrono, i cattivi li dobbiamo pure mantenere noi. I buoni sono educati, hanno un vocabolario con cui ci si può capire, intuiscono immediatamente quel che vale e quello che no. Basta che ci guardiamo in faccia che ci comprendiamo subito. I cattivi invece non riesci neanche a capirli, per quanto ti sforzi, hanno linguaggi anche molto provocatori che ti mettono in difficoltà. Noi non siamo santi, ma almeno siamo furbi e simpatici, loro i cattivi non hanno proprio stile.  

E potremmo continuare ad innalzare il muro tra i buoni e i cattivi fino a portarlo in cielo, tirando dalla parte di questi buoni Dio stesso. Ci ha provato quel benestante, che noi conosciamo come fariseo, ad andare davanti a Dio, a guardarlo dritto negli occhi, a dirgli da pari a pari: “io e te ci intendiamo: vedi quante cose di me ti metto a disposizione? mah, cosa vuoi!?, ti comprendo, o Dio, che sei disgustato piuttosto per tutti quegli altri cattivi, che non capiscono niente e combinano un guaio dopo l’altro, non ci si può proprio fidare.    

In fondo al tempio, appena dentro la chiesa, diremmo noi, c’era un poveraccio, un povero diavolo che è venuto nella casa di Dio per vedere se si poteva rimettere in sella di nuovo; sempre un povero diavolo, ma lui è sicuro che Dio non lo guarda con la calcolatrice, guarito dalla malattia della autorealizzazione, bisognoso di un salvatore. “Non contare le volte che ti ho promesso che avrei cambiato. Sono qui ancora e ho solo te, ti sembrerò un barbone e lo sono, ma sento di avere bisogno di te. 

Il muro che il giusto nella sua superbia ha tentato di innalzare fino a Dio per separarsi dai peccatori si è sbriciolato. Dio sta dall’altra parte, quella cui vorremmo essere convinti di stare anche noi, mendicanti d’amore sempre. 

18 Marzo
+Domenico

Gesù vince il demonio, il grande divisore

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 11,14-23)

In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde»

Audio della riflessione

Nell’esistenza di ciascuno c’è una attitudine necessaria da coltivare: occorre decidere, scegliere, concentrarsi su una posizione e da quella guardare a tutta la vita. Ma questo per noi non è sempre facile o perché siamo di fronte a un eccesso di opportunità di cose da scegliere, o siamo di fronte alla vita, come con un telecomando in mano davanti alla TV in cerca di un canale che ci vada bene e non ne troviamo uno che ci soddisfa.  
Oppure di fronte a una decisione preferiamo tenere il piede in due scarpe. Così hanno fatto i contemporanei di Gesù, di fronte a un segno poderoso: Gesù ha scacciato un demonio? la gente subito si divide.  
Il demonio è proprio un divisore e riesce molto bene nella sua missione di contrastare l’opera di Gesù.  E Gesù accetta la sfida; la vince con le tre tentazioni nel deserto, la stravince con la liberazione dal demonio di tanti indemoniati, la vince al massimo quando il demonio si presenta, come promesso, all’ultima sua ora. 
Il demonio è un nemico attivo, subdolo, capace di colpire e di infilarsi nelle feritoie della nostra esistenza, dei nostri stessi peccati e definire i confini di uno spazio di male che viene governato, proprio da lui. Gesù spoglia satana di tutte le sue armi, che sono quelle dell’avere, del potere e dell’apparire, quando muore, spogliato di tutto, sulla croce. In questo modo restituisce all’uomo ciò che il demonio gli aveva tolto: la sua vera identità di immagine di Dio e la sua realtà di figlio di Dio trionfano ad ogni passo. Lo stare con Gesù è la caratteristica della nostra vita presente e della nostra vita futura.  
Chi non è con Gesù è con il diavolo. Non esiste una terza posizione, una terza possibilità. Vincere lo spirito del male è il primo obiettivo della missione di Gesù per donare all’uomo il suo Spirito di Figlio. Ogni vittoria sullo spirito di menzogna e di egoismo si ottiene solo con la forza dello Spirito di verità e di vita che è dono di Gesù.

16 Marzo
+Domenico

La fede non è mai una proprietà, ma sempre un dono

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,24-30)

In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret]: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Audio della riflessione

Siamo fortunati, dicono i suoi compaesani, siamo diventati famosi. La città di Nazareth è nota dovunque. Non solo, ma abbiamo lo spettacolo garantito. Tutti sapevano che cosa aveva fatto Gesù sulle rive del lago. Glielo invidiarono tutti. Era come aver padre Pio in casa. Chissà quanta gente sarebbe venuta, quanti affari si sarebbero potuti fare. 
Il loro cuore era indurito. Credevano di aver a disposizione uno spettacolo, non una provocazione alla conversione. 
Aveva cercato Gesù di trascinarli nei suoi sogni, chiudendo quei rotoli della Legge e consegnandoli all’inserviente aveva detto: oggi queste cose si avverano, questo sogno di un mondo diverso di un povero che si apre alla speranza, di un sofferente che salta di gioia io sono qui a renderlo esperienza vera. Ci state? Non è questo che loro si aspettano. È un privilegio da godere che si immaginano di poter ottenere, non una conversione, una condivisione, una passione per i suoi ideali. 
E Gesù viene a contatto con il primo rifiuto; comincia a provar ciò che in piccolo forse anche noi talvolta abbiamo sperimentato. Ho parlato, ho dimostrato il massimo di gratuità e di delicatezza, ho cercato con dolcezza di capire… non solo non mi seguono, ma mi fanno pure del male. Allora Gesù come al solito di fronte alla difficoltà non blandisce, non cerca audience, non mitiga va fino in fondo. 
Ricordate Naaman il Siro, ammalato di lebbra? Potente, autosufficiente, offensivo e sprezzante dice: devo bagnarmi in questa fogna di fiume Giordano con tutte le acque termali, le piscine e le acque cristalline di cui posso disporre nella mia patria?! Invece, come tutti i senza Dio, ha ascoltato il profeta e ha avuto in dono la guarigione, è diventato nuovo. Non soltanto gli ha rifatto i moncherini, ma ha reso giovane tutta la sua pelle e il suo corpo 
Ricordate, la vedova presso cui veniva ospitato Elia? era pure straniera! Non era nessuno, non era l’unica che moriva di stenti. Il popolo di Israele viveva ancor più disperato, ma Dio ha salvato lei. Dio non è legato a nessuna pretesa umana; il suo dono è senza ritorno, ma non può andare contro la nostra libertà. 
È così pur ciascuno di noi. È così per le nostre comunità il dono di Dio la fede non è una proprietà, ma sempre un dono; non si può mettere in banca, non è una assicurazione, una polizza; è una continua ricerca, una domanda, una accoglienza, una disponibilità, ma mai autosufficienza. Quando proponi conversione ti devi aspettare accettazione o violenza. 
E Gesù ha la prova di quel che capiterà più tardi. La strada è in salita. È la salita della quaresima che stiamo vivendo con Lui e che vogliamo condividere. Lo vogliono già uccidere. In questo “passando in mezzo a loro, se ne andò”, che dice il vangelo, c’è la grande consapevolezza di Gesù ed è già prefigurata la resurrezione. 

13 Marzo
+Domenico

Il figlio tutto casa e chiesa, che non sa amare il fratello che torna

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15, 1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Audio della riflessione 

Ricordo quando da bambino mio padre mi raccontava le parabole del Vangelo. In una, soprattutto, ce la metteva tutta a crearci l’atmosfera, a narrare con particolari suoi la vicenda. Un padre con due figli il più piccolo fa il disobbediente, il saputo, l’ingrato, si fa dare i soldi e se ne va il più lontano possibile. E il padre aspetta, tutti giorni va sul solaio, il punto più alto della casa – così mi raccontava mio padre – per vedere se ritorna. E tutti in casa a dirgli: ma lascia perdere! Guarda come ti ha trattato! Quello sta bene, si gode la vita…. Ma il padre tutti i giorni sale sul solaio in cerca dell’orizzonte più largo e scruta…. quasi non ci vede più, le lacrime pure gli velano gli occhi.  
Ma un giorno vede un puntino lontano, s’avvicina… il cuore gli dice: è lui e non capisce più niente, in casa gli dicono che è dato fuori di matto. A mio padre si velavano gli occhi di lacrime mentre la raccontava e gli veniva in mente la sua prigionia durante la guerra, la lontananza da casa. Dentro di me dicevo: non farò mai così, non darò mai questo dispiacere ai miei genitori. Io non sono un figlio ingrato: io sto bene a casa, non abbandonerò la Chiesa.  
Divenuto più grande però la figura che mi rappresenta di più è l’altro figlio, quello maggiore, l’uomo fedele, l’uomo religioso. Lui sta sempre in casa. La sua fedeltà non è percepita come una gioia, ma come una schiavitù. È obbediente, ma sembra di più a un servo che a un figlio. È rimasto a casa perché gli manca la fantasia di fare peccati e si rapporta col Padre con la litania del contabile: io ho fatto, io ho servito (e conta gli anni), io non ho mai trasgredito, io ti ho assecondato, ti ho chiesto e non ho insistito perché non eri del parere io, io…. Non lo chiama mai una volta Padre. 
E ancora il padre, sempre alla grande cerca di portare questo misero calcolo di rivendicazione almeno al livello della verità se non dell’amore. “Figlio, tu sei sempre con me!” Essere col padre non è una questione banale di alloggio, ma il fondamento stesso del vivere, fino al punto che “tutto quello che è mio, è tuo”. È la pienezza dell’esistenza.  
Tutto quello che Dio è, sovrasta e riempie la vita nostra oltre ogni misura. Ho nella pelle l’infinito e sto ancora a contare. Ho il tutto e sto ancora a fare i miei mucchietti. 
Un figlio così, che sta a casa perché ama più i vitelli del Padre, che il Padre stesso non potrà aprire il cuore al fratello che torna. Riconoscere il Padre è la prima cosa da vivere per accogliere il fratello. E Dio non si ferma, metterà a disposizione sulla croce il figlio prediletto, amato a dismisura perché gli uni tornino e chi resta accolgano.

11 Marzo
+Domenico