A Dio non si va mai con le pretese

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 10) dal Vangelo del giorno (Lc 17, 5-10)

Lettura del Vangelo secondo Luca

Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Audio della riflessione

Si sentono spesso dire molti spropositi sul rapporto tra uomo e Dio: lo mettiamo alla sbarra come se avesse commesso “sopraffazioni” nei nostri confronti, lo bestemmiamo senza ritegno … e talvolta con cattiveria perché pensiamo di aver subito da lui dei torti.

Ci permettiamo di insegnare a Lui – al Signore – come deve governare il mondo! Lo trattiamo da datore di lavoro e il nostro rapporto con lui è di tipo commerciale: “Io faccio tanto e tu mi devi tanto”, come se stessimo barattando con lui la nostra esistenza.

Crediamo poi di aver acquisito “diritti” nei suoi confronti perché siamo finalmente riusciti a comportarci bene … qualcuno crede di aver assicurato anche il paradiso perché ha “bazzicato” tanto tempo negli ambienti clericali …

Dio invece si serve soltanto! Siamo servi e basta!

Siamo soltanto servi nei suoi confronti: acquisire una mentalità umile e serena nei confronti di Dio e un assoluto distacco dal rivendicare qualcosa perché ci sentiamo di accampare dei meriti … è segno di grande fede!

Il cristianesimo non è una meritocrazia: non c’è una scalata nella fede data dai meriti acquisiti, dalle opere buone fatte … non ci sono lapidi in paradiso: ci sono solo i gesti di amore gratuiti di Dio, il suo abbraccio, la sua intimissima compagnia.

Verrebbe da dire “giù le mani da Dio”: non crediamo di potercelo tirare dalla nostra, di poterlo fasciare per alcuni servizi che facciamo in parrocchia!

La vita cristiana non è da far pesare a Dio per la restituzione di meriti, ma solo ed esclusivamente per aiutarci tutti ad essere buoni! Del resto, se abbiamo il coraggio di guardarci dentro, troveremmo tante nostre incongruenze e tante approssimazioni.

Il Vangelo ci dice che quando fai del bene al tuo prossimo, quando eserciti un servizio anche importante … sei tu che deve ringraziare le persone beneficiate, perché ti hanno dato la possibilità di realizzare la tua vocazione, ciò per cui ti senti chiamato! Non sei stato in giro a partecipare a una ennesima festa, ma lavorando per gli altri hai realizzato lo statuto della tua umanità, quello che veramente ti rende felice.

A Dio non si va mai con le pretese, ma sempre con la certezza che Lui ci riempie di tutto quello che veramente ci serve e che noi nemmeno sappiamo chiamare per nome.

Per questo siamo servi soltanto, servi di un Dio che non ci abbandona mai.

2 Ottobre 2022
+Domenico

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In un presente incerto, un futuro nelle braccia di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 26-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti. Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà. In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata». Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».

Audio della riflessione

I tempi della vita sembra scorrano spesso lenti, tediosi, tutti uguali: c’è sempre molto tempo per tutto e non ci si decide mai … si direbbe che è la legge d’inerzia che comanda, non la dinamica della forza di un colpo di reni, di uno scatto.

Eppure nella vita siamo spesso messi davanti a fatti improvvisi che ci cambiano radicalmente il modo di vivere: siamo spettatori di tragedie impensabili, di scomparse improvvise di amici, di parenti, di persone carissime … abbiamo conosciuto nella pandemia sparizioni, senza un ultimo saluto, senza commiato, di persone di cui forse hai visto un annuncio sul giornale e t’è fuggito tutto il tuo passato, ha reso incerto il presente e impossibile il futuro.

Sappiamo che tutto questo è vero, ma per una sorta di istinto di sopravvivenza dimentichiamo tutto e conduciamo la vita quasi che fosse sempre programmabile a nostro piacere.

Soprattutto c’è da mettere in conto la morte, che non siamo noi a decidere … dice Gesù “quella notte due saranno in un letto: uno verrà preso e l’altro lasciato” … e non ci serve nascondere la testa nella sabbia come lo struzzo … e allora dobbiamo avere paura? Neanche per sogno, dobbiamo solo portare sempre con dignità la nostra vita sapendo di essere fotografati nella nostra coscienza in ogni istante.

Ricordo che mio padre, una persona di una grande serenità, aveva appeso alle spalle del comodino un teschio ben disegnato a china, da lui stesso. Io all’inizio ero molto impressionato, ma poi lentamente capivo che doveva essere un elemento naturale che diceva una verità sacrosanta.

Da bambini andavamo a portare la comunione col prete ai moribondi. Entravamo, con cotte e pizzi stampati e vestine ancora più rattoppate con le candele vicino al letto del morente, ma entro una atmosfera di grande serenità.

Ma chi ha detto che i bambini hanno paura della morte? Certo se continuiamo a esorcizzarla, a nasconderla, a vederla come la disgrazia massima della vita … a farla rappresentare con le zucche a fori e candele di halloween e non come un fatto da mettere in conto su cui elaborare un atteggiamento profondamente umano, saremo sempre nella falsità e nell’inganno.

Noi cristiani sappiamo che alla fine della vita saremo messi di fronte alla sua dignità, conquistata facendo di essa un dono a chi abbiamo incontrato. Un giudizio verrà manifestato; non sarà mai una sorpresa, ma il punto di arrivo di tutta la nostra voglia di bene.

Noi abbiamo veramente la speranza nell’aldilà, sappiamo che finiremo nelle braccia di Dio: questa è più di una speranza, è la certezza della vita!

12 Novembre 2021
+Domenico

Il regno di Dio, tanto sognato e desiderato, è già in mezzo a noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 20-25)

In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!». Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».

Audio della riflessione

Il regno di Dio, il bene, non attira l’attenzione: scava, matura, si propaga in silenzio, si attesta nelle coscienze e non nei rotocalchi o nelle pagine web.

Con questo occorre anche dire che non disprezziamo gli strumenti di comunicazione, che dobbiamo assolutamente abitare con dignità, professionalità e intraprendenza per aiutare le persone a conoscere tutte le iniziative di bene che mostrano le possibilità di impegno per tante persone che lo vorrebbero, ma sono … fasciati dalla nullità.

Occorre sempre aiutare a farsi nuovi occhi.

Tutti i discepoli erano curiosi di conoscere questo regno, questa nuova realtà e Gesù candidamente dice “guardate che il regno è già in mezzo a voi”: diceva prima di tutto di sé, diceva dell’amore fatto persona che era Lui, e che loro non si accorgevano di avere.

Avevano già cominciato ad adattarsi alla sua persona e non ne intuivano la novità: Lo ritenevano un buon maestro, un buon predicatore, un discreto taumaturgo, ma non certo il Regno di Dio fatto persona.

E’ un difetto di tanti noi cristiani di oggi, che ci siamo abituati alla figura di Gesù, magari non più aggiornata e vivificata e lasciata alle catechesi dell’infanzia o della prima giovinezza, che pure ci avevano entusiasmato.

E’ forse così anche oggi, quando non abbiamo occhi per vedere il bene che si diffonde silenzioso nelle coscienze, nelle vite dedicate di mamme e papà che lavorano in silenzio per il bene dei figli, nelle esistenze semplici e buone di giovani che vanno tutti i giorni a scuola e si preparano con coscienza a dare il loro contributo all’umanità, di ammalati che soffrono terribilmente nel loro letto ogni giorno in unione con la croce di Cristo e continuano così la sua opera di bonifica del mondo e a seminare energie di bene per tutti.

E’ regno di Dio che sta in mezzo a noi la tenacia degli operatori di pace, dei missionari che sollevano i poveri dalla disperazione morale e dalla fame. E’ Regno di Dio in mezzo a noi il servizio quotidiano alla crescita dei ragazzi di tanti educatori che ricostruiscono vite distrutte dalla droga e dal vizio; lo è l’impegno onesto di chi si impegna ogni giorno a creare lavoro per i giovani.

E’ regno di Dio in mezzo a noi chi non si stanca di proclamare la verità, andando controcorrente, e paga duramente per quel che professa; di chi macina chilometri per portare speranza, di chi viene messo ancora in croce solo perché fa del bene agli altri.

E’ regno di Dio in mezzo a noi la lotta alla pandemia, la ricerca appassionata e disinteressata nel combatterla, le vite di medici e infermieri e personale sanitario e della protezione civile immersi fino al dono di sé.

Ci sarà un giorno in cui tutto verrà alla luce come un lampo, come capita a noi quando ci scoppia dentro una verità a lungo cercata e finalmente intuita.

Prima però, dice Gesù, occorre salire su una croce, occorre cioè farsi purificare fino in fondo dall’amore… e Dio, che non ci abbandona mai, ce ne darà la forza.

11 Novembre 2021
+Domenico

Non gridano: Immondo immondo, ma maestro

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 11-19)

Audio della riflessione

I lebbrosi hanno sempre fatto paura: nei secoli passati anche molto vicini a noi, li relegavano a morire in qualche isola, lontano per non appestare gli altri, destinati a una morte prima sociale poi fisica – tutti ricordiamo l’isola di Molokai dove divenne santo con loro padre Damiano de Veuster – da sempre venivano collocati  fuori dalla relazione con la comunità.

Qui con Gesù li troviamo sul limitare di una strada che entra in un villaggio, e riescono a incontrarsi con Gesù. Quando si avvicinano a luoghi abitati la legge del Levitico li obbliga ad allontanare la gente gridando “Immondo, Immondo”,  invece quando intuiscono che c’è nei paraggi Gesù urlano a Gesù, con una supplica, e lo chiamano “Maestro”, come i discepoli. Conoscono la Bibbia e usano le parole con cui i salmi  invocano la misericordia di Dio, la sua fedeltà, la sua eterna alleanza: “Abbi pietà di noi”.

Gesù, sembra che quasi non si dedichi a loro, ma va oltre: li proietta sul dopo guarigione che ancora non c’è e li manda dai sacerdoti ad ottenere il “certificato di guarigione” e quindi di riammissione a una vita civile normale, di relazioni, di amicizia, di dialogo, di abbracci e di compagnia.

Lungo la strada i dieci vengono guariti, purificati, così che possono essere reinseriti nella comunità: era capitato così anche a  Naaman il siriano di essere guarito a distanza e lui tornò per ringraziare il profeta Eliseo, passando dalla riconoscenza per la guarigione, alla fede, lui che da straniero era molto prevenuto nei confronti del Dio dei giudei.

La liberazione da questa orribile malattia ha sicuramente esaltato questi 10 lebbrosi, ebbri di gioia per un cambiamento così repentino e invocato con disperazione: non si preoccupano di tornare a Gesù per capire che cosa ci stava sotto, che cosa voleva da loro in questa guarigione. Era per loro forse solo un medico bravissimo che ha fatto il suo dovere oppure avendolo chiamato maestro si sentivano della sua compagnia di pensiero, di azione e niente più. L’avevano sentito parlare di regno di Dio e cominciavano a capire che si trattava di un mondo in cui si sta meglio e non ci sarà questa vergognosa lebbra.

Luca sottolinea che uno solo è riuscito a “forare” l’accaduto e a leggervi dentro l’agire provvidente di Dio, una apertura alla fede in Dio quindi, e ritorna a glorificarlo … e allora  rende gloria a Dio “a voce alta” e ringrazia Gesù con un gesto di prostrazione, che è tipico di chi riconosce in colui cha ha davanti la realizzazione di un segno messianico, la presenza di Dio in Gesù, affermando così implicitamente di avere riconosciuto l’identità messianica di Gesù.  

E neanche a farlo apposta è proprio un samaritano, uno – diremmo noi – che non va mai in chiesa, che è sempre stato contrario a chiesa e preti, non solo non praticante, ma … quasi pure ateo; questo guarito come Samaritano era disprezzato ed emarginato anche per la sua origine.

E Gesù non manca di farlo notare, anche a noi spesso intolleranti con gli stranieri, non manca di far notare che questo lebbroso guarito è proprio uno di quelli che si comporta meglio dei figli di Israele, dei praticanti diremmo oggi e dei notabili nella religione e rappresenta la chiamata universale alla salvezza … e gli dice “Rialzati, va, la tua fede ti ha salvato”.

È la fede che salva, una fede matura che non si riduce alla gioia di avere uno come Gesù che fa  miracoli, ma si apre all’accoglienza della sua persona, all’entrare in relazione profonda con Lui, che è il Figlio di Dio Padre che è l’unico che può dare salvezza definitiva.

10 Novembre 2021
+Domenico

La fede non si compera a chili

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 1- 6)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi! Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai». Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Audio della riflessione

Viviamo in un mondo che ci strega con dosi massicce di beni, con consumi senza freno … oggi ancora più proprio perché siamo in crisi, di euro, siamo obbligati alla quantità e non alla qualità.

Il sogno è il grande magazzino: più merce prendi, più sconti hai. Ottimo! Con i tempi che corrono una amministrazione saggia è quella che ti permette di risparmiare.

Un pò alla volta però trasponiamo nella vita il criterio della quantità: nell’amore è la quantità di prestazioni che conta, senza badare ai sentimenti e alla delicatezza; negli affari è la quantità di soldi che guadagni, senza preoccuparti se sei di parola, se esprimi solidarietà, se vivi l’amicizia; nello studio è il numero di esami senza preoccuparti se ti fanno crescere come persona, se ti lasciano spazio per vivere relazioni umane; nel  lavoro è la quantità di ore o di guadagno, senza fare attenzione ai rapporti in famiglia e alla qualità della vita; nello sport è la quantità di risultati, facendo magari doping, senza pensare alla salute e al futuro.

Insomma … bisogna valutare tutto a quintalate?

Gesù questo pericolo lo ha visto anche nella fede, quando gli sono andati a chiedere “Signore aumenta la nostra fede”.

Aumenta? Che vuol dire? Che anche l’anima si vende e si compera a chili? Che le preghiere valgono se sono tante? Che la vita di un cristiano è bella se aumenta il numero di santini da incollare sul cruscotto? Che la fede dipende dal numero di santuari che hai visitato?

Gesù risponde “se aveste una fede grande come un chicco di senapa, potreste dire a questo monte spostati di qua e quello si sposterebbe” … mi sembra di sentire la rivalsa del miscredente chi si lascia commuovere solo a Natale e forse a Pasqua: “Lo ho sempre detto io che mi basta poco per credere, che non occorre stare tanto a pregare come certe donne che conosco io e che vanno tutti i  giorni in chiesa”.

Ma tu hai provato con la tua fede a spostare le montagne? A dare forza di coesione al tuo matrimonio che sta andando a pezzi? A riconquistarti i tuoi figli che ti ignorano? A convincere tuo padre e tua madre a non separarsi? Se non ci riesci, la tua fede non è mai neanche iniziata! Non è neanche questione di quantità, ma di assenza o almeno di scarsità.

C’è ancora una cosa che puoi fare per la tua fede: sperare! Di una speranza così abbiamo bisogno.

8 Novembre 2021
+Domenico

Chi si avvinghia solo alla sua vita, la perde sicuramente

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 26-37)

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Giustamente la nostra vita economica deve ogni giorno misurarsi con bilanci, contratti, programmazioni di entrate e uscite: tutti siamo preoccupati di far quadrare ogni cosa, almeno di pareggiare, soprattutto non perdere e, se vogliamo vivere, correre, guadagnare.

Per dare alla produzione e all’economia la modernità necessaria ci siamo dotati di nuova terminologia: la mission, il target, il planning, il counseling … poi temiamo un occhio al Nasdaq e al mibtel … insomma siamo moderni, attrezzati e precisi. Entro il tal mese dobbiamo giungere al top, altrimenti qualcuno salta.

Solo che questa sicumera che ci eravamo fatti, non abbiamo dovuto aspettare la fine del mondo per vederla infrangersi come neve al sole. La pandemia ci ha sconvolti tutti e tentiamo di dpcm in dpcm di ritornare alla severità dei nostri progetti. Cambiano le parole inglesi e sperimentiamo i fallimenti sotto i piedi.

Se è vero dell’economia ancor più questo è vero della salute e della stessa vita … e Gesù candidamente se ne esce con questa frase: chi cercherà di preservare la sua vita la perderà, mentre chi la perderà, la conserverà.

Se stai attaccato a te, se tutto il tuo interesse è la tua vita, se tutto porti al tuo “star bene”, ti troverai con in mano niente. Se invece avrài il coraggio di fare della tua vita un dono, se giocherai in perdita perché sei generoso, disinteressato, distaccato, non avaro, non egoista, ma altruista, conserverai la tua vita.

Sicuramente Gesù non parlava di economia, nè di affari, ma parlava di qualcosa che sta prima degli affari e delle economie; parlava di un cuore, di una vita, di una dimensione dell’esistenza che fonda anche il tuo benessere materiale.

Il pericolo è che spostiamo il criterio giusto per l’economia, anche se spesso è impietoso e potrebbe avere maggior umanità che è la risorsa più importante anche per gli affari, lo spostiamo, dicevo, nella vita di relazione, nell’amore, nel rapporto genitori – figli, nell’assistenza agli anziani, nell’amore a chi si sente di nessuno; qui esiste un’altra legge: un papà e una mamma che si dedicano ai figli, perdono proprio la loro vita perché mentre questi crescono, loro invecchiano. Ma che se ne farebbero della loro vita, se non la vedessero crescere nei figli?

Così è dell’amore tra due giovani: per volersi veramente bene occorre imparare a donare, a togliersi dal centro, a mettere al centro l’altra persona.

Ma a me cosa resta? Stai ancora a calcolare la vita, l’amore con la bilancia? A contare torti e regali? Devi vivere di speranza che è un attendere certo che la tua vita la riavrài piena.

Ieri questi pensieri e problemi erano di chi possedeva imprese, con responsabilità sociali, oggi sono di tutti! Abbiamo la capacità e l’umiltà di guardare a Dio in questa percezione di tramonto e far crescere speranza, che non è ingenuità di pensiero, ma molla di azione generosa con tutti, e Dio non ci farà mancare il necessario.

13 Novembre 2020
+Domenico

Per il Regno di Dio non servono transenne

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 20-25)

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Siamo continuamente stuzzicati dal Vangelo con alcune domande che ci sono sempre sembrate di catechismo. Il regno di Dio c’è? Quando viene? E’ qualcosa in cui dobbiamo entrare? Già la Chiesa mi pare stretta e intendo che cosa vuol dire appartenervi.

Questo fantomatico regno che è ? ‘ndo sta?

Proviamo a pensare al regno di Dio come stiamo invocando la fine di questa pandemia, che, tronfi come sempre, avevamo prima negato, poi sminuito, ora più cauti speriamo almeno di non tornarci dentro come in primavera.

Insomma anche sulle cose di Dio noi siamo sempre quelli: saputelli, mancanza di senso del limite, scienziati che tagliano il capello in 4 … invece dobbiamo avere consapevolezza che di fronte alla scienza siamo sempre alla scuola primaria e di fronte alla grandezza e bontà di Dio nemmeno alla scuola materna.

Il progetto di Dio sul mondo l’abbiamo ridotto al Vaticano, la sua misericordia a un elenco di peccati rassicurante, ben recitato; il suo amore per noi, che appare sempre gigante sulla croce una sorta di non senso….

Alle nostre domande vere anche se non sempre profonde, tipo «Quando verrà il regno?». «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione – dice Gesù – Il regno di Dio è in mezzo a voi.»

Gesù ci libera da tutte le delusioni che la nostra piccineria inanella!

Io ho studiato matematica e da questa visione la fisica: non finisco mai di stupirmi. E Dio, il suo progetto lo scrivo su una lavagna? Lo ritengo il solito discorso religioso di chi campa i piedi per l’aria?

Gesù sorpassa il nostro tendere a rinchiudere tutto dentro qualche pur incerto confine rassicurante.

Siamo tanto intelligenti e pieni di fede in Dio che la prima preoccupazione che abbiamo avuto in questi ultimi tempi era un investimento sulle transenne, un ricupero di sagrati, un posto in piedi nei banchi soprattutto davanti.

Il regno non è transennabile! Semmai è vero il contrario: il regno è già presente, ci avvolge e ci abita e senza strepitare ti si para davanti, ce l’hai davanti e non lo hai mai percepito. Frequenta il nostro intimo mondo interiore e tutte le dinamiche delle nostre relazioni. Non è manipolabile il Regno di Dio, non è imbottigliabile in luoghi, tempi, esperienze, sentimenti, concetti. Nemmeno dogmatici o morali.

Ho il difetto di aver studiato più matematica che dogmatica forse, ma almeno di non poter vivere senza il Vangelo non solo in tasca.

Dio e il suo regno debordano sempre. Dio desidera abitare con noi, incarnarsi nei nostri poliedrici mondi. Quanto mi piace questa fotografia del regno di Dio che spesso usa papa Francesco: un “poliedro” con tante facce tutte in comunicazione piena e non soffocante, come forse farebbe pensare di più l’immagine della sfera.

Non teme, Dio, di sporcarsi di vita umana: è qui per renderla piena e divina.

12 Novembre 2020
+Domenico

Un percorso da lebbroso caratterizza ancora l’umanità

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17,11-19)

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Per tanti secoli e oggi ancora per troppi anni, le periferie di villaggi, di città, di luoghi di ricco transito di persone sono stati abitati da bande di poveracci in cerca di elemosina, di aiuto, di una minima attenzione. Tra questi sempre purtroppo si sono ritagliati un posto di maggior miseria i lebbrosi: poveri e senza dignità, con scritta nella carne una condanna senza assoluzione alcuna.

Gesù non li trascura si mette a dialogare con loro e dare anche per la nostra umanità di oggi il dono che Lui è. Da loro nasce una invocazione insistente, intuiscono che non passerà come un viandante qualunque … dicono “Gesù, Maestro” ( ne conoscono nome e grande qualità di tracciatore di vie anche per loro)

Gesù risponde, non stigmatizza la loro situazione, li vuol sanare, guarire, riammettere al mondo delle relazioni di tutti: “Andate e presentatevi ai sacerdoti”.

Un ebreo sapeva che guarire dalla lebbra significava avere una sorta di salvacondotto dei sacerdoti del tempio: hanno la fiducia del centurione, perché partono e lungo il cammino guariscono tutti alla grande.

Ci possiamo fare alcune domande anche noi: Dov’è che mi riconosco lebbroso nella mia vita? Che tipo di lebbra mi disarticola il corpo, un possibile percorso, una compagnia con qualcuno? Cosa mi tiene lontano dagli altri, da Dio? Dove ho bisogno di guarigione? Sono capace ancora di una preghiera fiduciosa in Dio? Oso chiedere cose grandi? Oppure sono ormai troppo rassegnato, in fondo sfiduciato nella mia preghiera? I lebbrosi sono guariti strada facendo. Mi fido abbastanza di Dio da intraprendere il cammino, fiducioso che Lui compirà in me quello che non vedo ancora? In questa pandemia mi affido di più alle statistiche, alle previsioni o ci metto anche tutta la mia voglia di vivere e di far vivere sostenuta da un fiducioso abbandono in Gesù?

Tutti contenti i lebbrosi di aver posto fine a quella tragica reclusione dalla vita, uno solo, il meno pio, il meno “praticante”, anzi in contrasto etnico con il popolo di Israele perché è samaritano, riconosce che Gesù è grande, e ne riconosce onnipotente quel Dio che chiama sempre suo Padre.  

Io ho ancora la saggezza di aprire la testa di alzarne gli occhi per vedere l’azione di grazia di Dio in me? Mi costruisco un animo riconoscente ?

Posso ancora essere tra gli altri nove che non tornano, che faticano a riconoscere l’azione di Dio. Siamo tra quelli che prendono l’azione di Dio per scontata, e sono perciò incapaci di riconoscerne la presenza straordinaria in questa dura lotta per la vita che ci accomuna a tutto il mondo. Colgo l’occasione per riprendere il mio cammino di fede?

Allora almeno mi metto in preghiera, in conversazione a tu per tu con il Signore, come un amico parla ad un amico e  trovo la gioia di dirgli grazie perché l’ho ritrovato. Posso fare come il povero che si avvicina a San Martino e ne riceve copertura sotto il suo mantello, accolto e scaldato dall’amore.

11 Novembre 2020
+Domenico

Siamo solo servi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17,7-10)

Audio della riflessione

C’è un dono dello Spirito Santo che vien regalato ad ogni cresimando, il “timor di Dio”: nessuno dei ragazzi lo scambia con l’aver paura di Dio, ma sa che significa soprattutto riconoscere Dio come il nostro creatore e noi essere creature.

Invece da parecchio tempo un male sottile si insinua nelle nostre vite, colorandosi di grande attualità e necessità: l’autorealizzazione, il protagonismo, essere creatori e signori assoluti di noi stessi.

Siamo noi che decidiamo quando vivere e quando morire, che volto dare a questo universo, chi ritenere degno di stare su questo pianeta e chi no, chi ammettere alla mensa della vita e chi scartare, che senso dare ai nostri giorni e al mondo, decidere che cosa è bene e che cosa è male … e più progrediamo nella costruzione di questo nostro “castello”, più l’umanità precipita ai limiti della sopravvivenza.

Ieri comandava l’ignoranza che veniva scambiata per divinità, oggi comanda la superbia scambiata per intelligenza e progresso.

L’equilibrio non è facile, ma un principio cui ispirarci e a cui orientare la nostra vita il Vangelo ce lo dice: siamo semplicemente servi. L’uomo è qualcuno e può dire una parola significativa sul mondo, sulle cose, sulla vita solo se è Dio a dargli la parola, a renderlo soggetto attivo.

Essere servi non significa essere schiavi, significa sapere che non siamo i padroni dell’universo, degli altri uomini, della vita, del bene e del male, della giustizia e della verità, ma solo semplicemente servitori: servitori e figli che hanno un riferimento assoluto in Dio, che si fanno misurare dalla sua parola, che lavorano e respirano nell’aria del suo amore.

E’ la riconoscenza, la gratuità, la dignità riconosciuta di ogni uomo, il rispetto la collaborazione, la solidarietà, il perdono vicendevole, il sentirsi in debito gli uni verso gli altri e tutti nei confronti di Dio: questi sono i veri sentimenti della persona, dell’uomo, della donna, del giovane, del vecchio, del ragazzo, del bambino … non certo il potere, la sopraffazione, il disprezzo, la tirannia, l’ubriacatura dell’onnipotenza, la manipolazione della vita.

L’intelligenza delle cose belle, le intuizioni dello sviluppo umano, la ricerca del progresso, le scoperte scientifiche, la crescita in umanità, le soluzioni dell’economia, gli approfondimenti dei misteri della natura e della vita nascono e si sviluppano nella direzione giusta solo se ci sentiamo semplicemente “servi”, come dice il Vangelo.

10 Novembre 2020
+Domenico