Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 18-22)
Lettura del Vangelo secondo Luca
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Audio della riflessione
Ogni persona, soprattutto se si fa cristiano si pone la domanda: chi è Gesù per me? su che cosa o soprattutto su chi imposto la mia vita? Oggi c’è un massimo di indeterminatezza che noi chiamiamo libertà di credere o non credere, ma soprattutto una tendenza a fare a meno di Dio e di Gesù. Gesù fece questa domanda ai suoi discepoli, a chi ne era attratto e lo seguiva. Cominciò in maniera leggera chiedendo: la gente che dice di me? per loro chi sono?
Non voleva certo sapere l’indice di gradimento o fare una indagine sulla sua popolarità, ma arrivare a far dire a loro chi era Lui per ciascun discepolo; se lo relegavano ancora al passato pure glorioso del popolo di Israele, sempre in attesa del messia, su un piano senza Pasqua o sul piano vero del messia non più atteso, ma sperimentabile in carne e ossa in Lui. Certo a questa collocazione mancava la dura consapevolezza che Gesù, il messia, avrebbe sofferto la durissima opposizione del Sinedrio, dei capi del popolo, degli scribi e farisei e, sobillati da questi, anche del popolo. Doveva loro annunciare la sua passione, morte e risurrezione, la sua vera identità di messia. Questa conoscenza e consapevolezza esigeva una fede cristallina, forte, piena nella persona di Gesù.
La parola messia in Lui cambiava senso, non più un trionfatore, un vincitore nelle battaglie della vita, uno che annienta nemici personali su cui comandare e imporre leggi e costrizioni, e far capire che Dio manifesta la sua presenza attraverso la via di fedeltà umana di Gesù in cui solo attraverso l’accettazione della sofferenza e della morte acquista senso la pienezza della speranza che è la Risurrezione.
E’ validissimo ancora il titolo di Messia, ma va completata con l’espressione Figlio dell’uomo, che in questo contesto significa che Dio si china su di noi, si mette nella nostra vita e prende su di sé la sofferenza degli uomini e la trasfigura dal di dentro. Non significa allora confessarlo semplicemente Messia come ha affermato Pietro, ma è necessario seguirlo sulla via della fedeltà in mezzo alla sofferenza e fino alla morte.
Gesù è un Salvatore non attraverso trionfi imperiali, ma attraverso il dono della vita per le persone umane da salvare, una consacrazione nel sangue e nella croce. Essere cristiani è vivere una vita in salita, coraggiosa, decisa, alla poratat di tutti perché Gesù non fa mancare il suo personale aiuto e forza.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9,7-9)
Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.
Audio della riflessione
Tornato nel paesello in cui sono nato dopo più 25 anni di assenza, non conoscevo più nessuno delle giovani generazioni … l’unica possibilità era di scorgere nei volti dei giovani o dei ragazzi la somiglianza con il papà o con il nonno o gli zii, ma questo me li ha fatti incasellare nei miei “moduli conoscitivi”.
Solo con la frequentazione e l’ascolto sono potuto entrare in una passabile conoscenza, buttando via i miei facili schemi e caratterizzazioni.
Capitava questo anche alla gente che vedeva e sentiva parlare di Gesù … e alla sua domanda “chi dice la gente che io sia” le risposte facevano la panoramica nelle “caselle” che ogni pio ebreo aveva costruito dei personaggi cui si ispirava o che avevano detto nella loro vita o fatto predicazioni apocalittiche, di interpretazione del futuro: è il caso della attribuzione a Gesù di essere il profeta Elia! Il carattere di Gesù, la predicazione di Elia , la sua missione assomigliava a quella di Gesù, lo rendeva molto simile a lui … o l’attribuzione ad altri personaggi dell’Antico Testamento o delle tradizioni giudaiche che non sarebbero morti. Queste attribuzioni sicuramente non erano il parere della prima comunità cristiana, ma delle comunità giudaiche che tentavano di chiudere Gesù nei loro piccoli e persistenti gruppi religiosi, scartando ogni novità che potesse esprimere Gesù con il suo messaggio, intestardendosi a negare la sua divinità! La stessa equiparazione al Battista – a Giovanni il Battista – al suo slancio profetico interrotto dal suo assassinio è un tributo al Battista come profeta escatologico, ma non l’immagine più vera di Gesù.
Erode non ci crede, ma trema a dover pensare che Gesù sia il vendicatore del Battista!
Gesù, nella sua domanda, voleva arrivare a sentire che cosa pensassero di Lui i suoi discepoli e gli apostoli: tutte le difficoltà a far capire loro che sarebbe morto, avrebbe patito, sarebbe stato condannato non potevano essere risolte se in loro non fosse esaltata – direi – la sua figura di Figlio di Dio.
A ciascuno di noi l’impegno a scrutare i vangeli, pregare lo Spirito perché scriva in noi l’immagine più vera di Gesù, Figlio di Dio, come dirà Pietro!
Anche noi ci teniamo i nostri dubbi, le nostre tergiversazioni, dopo due millenni di cristianesimo! Dobbiamo invece sentirci chiedere da Gesù “Io per te chi sono?” e rispondere sempre con la nostra vita.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc9, 28-29) dal Vangelo del giorno (Lc 9, 28b-36)
Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia,
Audio della riflessione
Avere occhi limpidi per guardare al mondo è sempre una grande fortuna. Saper leggere sotto i fatti, gli accadimenti quello che essi profondamente significano è un dono, avere lo sguardo capace di penetrare il senso vero delle cose è un esercizio che ogni uomo deve essere capace di fare. Viviamo in un mondo che tende a chiudere gli orizzonti a quello che si tocca, al peso delle cose, alla loro funzionalità, e così lo diventano anche le persone. Siamo tutti calcolati a peso, a numero di autovetture che mettiamo in circolazione, a quantità di individui che salgono sul treno dei pendolari o sulle metropolitane; a numero di cellulare, a conto in banca, a numero di vaccini fatti, ci contano quando andiamo a uno stadio o a un concerto o a una festa. Certo c’è uno spazio che ingombriamo con il nostro corpo e qualcuno deve preoccuparsi anche di questo, ma la vita non è riducibile a quantità, a numeri, ad assembramenti. E’ una meravigliosa avventura che trascende la materialità delle cose, si apre a significati, a emozioni, a sentimenti, a progetti, a sogni. Non è possibile vivere se non in questa ulteriore dimensione del nostro essere persone.
E c’è un mistero nella nostra vita che è il mistero di Dio che va continuamente indagato, cercato, intuito, contemplato e scavato nelle pieghe dell’esistenza. E’ reale, ma nascosto; è invisibile, ma presente; è muto, ma sa aprire orizzonti ampi, gli unici degni della vita dell’uomo.
6 Agosto 2022 +Domenico
Gesù un giorno prende con sé tre discepoli; sono tre di cui si preoccupa particolarmente; li vuole aprire ai misteri della sua vita, li vuol alzare alle vertigini della sua divinità. Dovranno confortare gli altri per i giorni della sofferenza e della devastazione. Li porta su un monte e lì si dà a vedere per quello che è: il Figlio del Dio Altissimo, il Signore del cielo e della terra, il punto di arrivo della Legge e dei profeti, il Santo di Israele. Per quei poveri discepoli è stato uno shock, una esperienza straordinaria del mistero di Dio, tanto che non se ne volevano più staccare. Questa è la beatitudine che ci hai promesso, questo è il lato vero della nostra vita e della nostra consuetudine con te; questo è quel regno di cui sempre di parli, questa è la vera terra promessa, che i nostri padri hanno sempre visto solo in figura; questa è la vera vita che tu sei venuto a portarci. Non ci far tornare indietro, lasciaci in questa perfezione.
Torneranno ancora sui loro faticosi passi quotidiani, ritroveranno i passi pesanti del vivere, avranno anche un di più di sofferenza, martirio compreso, ma avranno sempre una finestra da cui contemplare l’eternità.
Non possiamo non ricordare oggi il giorno della morte di san Paolo VI, del suo incontro glorioso con ilo Signore dei suoi sogni e dei suoi insegnamenti appassionati.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 51-62)
Lettura del Vangelo secondo Luca
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”.
Audio della riflessione
L’indecisione è una tentazione non piccola nella nostra vita: non sai che fare, non c’è chiarezza da nessuna parte e allora decidi “a vista” o aspetti che le cose si facciano da sole … ti lasci distrarre da minoranze agguerrite, da colpi di testa che sembrano risolutivi e invece sono un tergiversare ancora più deleterio, perché imbocchi strade sbagliate.
Avere una meta chiara davanti è un dono da chiedere a Dio e invocare sempre nella vita: ci saranno fragilità, pause, tradimenti, ma la strada è quella lì, non ce n’è un’altra! Se sbagliamo, ci ritorniamo con più forza, almeno con più esperienza!
Gesù è deciso: la meta Lui l’ha chiara … l’ha intuita nel deserto, l’ha intravista nelle diatribe con gli scribi e i farisei, l’ha vagliata nelle notti di intimità con il Padre … ha imboccato la strada più difficile, ma più decisiva della sua vita e va alla meta, costi quel che costi.
Gesù è un forte esempio di volontà, ricerca, determinazione nel decidere la strada che deve fare: per Lui questa strada è la volontà di Dio che ha progettato con Lui la sua vita umana; Gerusalemme si delinea in Gesù come la meta decisiva per realizzare il sogno fatto nella Trinità.
Ci si mettono di mezzo anche i samaritani per distoglierlo dal suo proposito: avrebbe potuto sfruttare queste minoranze o per avere altro pubblico attento o punirli per farsi stimare dagli scribi e i farisei … invece va deciso alla sua meta: si fida del Padre che lo attende su quel legno!
I samaritani erano visti male da ogni ebreo, gli apostoli vorrebbero “bruciarli” per il loro impedimento al cammino di Gesù, ma Lui li aiuta ancora a uscire da qualsiasi acquiescenza a perdere anche solo le persone nemiche, perché si oppongono alla sua strada: anche i samaritani fanno parte del suo regno!
Sarà ancora più evidente la sua volontà quando racconterà la parabola del buon samaritano che era praticamente Lui in persona che andava verso Gerusalemme e si fermò proprio per salvare l’uomo lasciato mezzo morto lungo la strada.
Il suo cammino verso Gerusalemme non è un cammino che ha significato soprattutto geografico, ma è la realizzazione della sua missione, è il cammino che dà struttura a tutta la sua vita, è la spina dorsale della sua vocazione, della realizzazione del mandato trinitario per la salvezza dell’umanità: Lui sa che cosa gli sta capitando, sente la responsabilità del futuro di questi poveracci che gli credono, che ha chiamato dopo tanta preghiera e che hanno lasciato tutto per Lui … non può offrire solo i sentimenti tenui di una dolcissima compagnia: non reggeranno di fronte alla vita, alla piazza, al mondo! Li vede percossi dopo che il pastore sarà tolto di mezzo, legge nel loro cuore ancora le molteplici debolezze, le liti per chi avrà il posto più famoso, coglie in loro una troppo lenta comprensione del mistero della salvezza e li provoca a decidersi.
Il loro tergiversare, il loro accampare scuse, la loro indecisione a seguirlo sono la nostra immagine e Gesù con pazienza ci toglie la maschera di perbenismo con cui ci nascondiamo e fa nascere in noi soltanto sequela, il seguirlo, dietro a Lui fino a Gerusalemme, fino al Calvario, alla croce e Lui ci farà sempre da Samaritano vero, cambiato, sacrificato, ma vittorioso!
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 11b-17)
Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
Audio della riflessione
A gente che lo seguiva da tre giorni, affamata da svenire, Gesù disse agli apostoli: “date loro voi stessi da mangiare” … e loro che risposero? “Arrangiatevi, ognuno si prenda le sue responsabilità, non devo mantenerli io tutti questi accattoni. Ognuno deve tirar fuori la sua grinta per vivere, anch’io sono partito da niente e ho creato tutto quello che vedete, datevi una mossa! Non ti avremo per caso seguito per dar da mangiare a questa manica di fannulloni che non sono capaci nemmeno di pensare a se stessi?”.
“E’ forse mio questo popolo?” diceva Mosè nel deserto quando non ne poteva più degli sforzi per renderli un popolo e loro continuamente a lamentarsi.
La tradizione secolare che oggi ancora vogliamo rivivere si rapporta – come ci ha suggerito il Vangelo – al momento più drammatico della vita di Gesù: quella cena d’addio consumata nell’atmosfera di un tradimento e nell’anticipo della crocifissione.
“Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.”
“Io sono il pane vivo. Hai fame? Ti senti in corpo un insaziabile desiderio di vita? Non c’è nessuna carne che ti può saziare, tornerai sempre a cercare e ad avere fame. Se vuoi avere la vita, ebbene è qui. Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Nel clima teso e intenso della sua ultima cena tra la constatazione del tradimento di Giuda e la profezia dell’abbandono dei discepoli, Gesù prende un pane spezzato e un calice di vino e dice: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.
Il corpo e il sangue stanno per tutta la persona, nella sua identità e nella sua azione! È il dono – quindi – della sua persona e della sua intera esistenza!
Gesù non sta facendo un bel discorso metaforico edificante, magari in una piazza, utilizzando tutti gli accorgimenti della retorica, ma sta anticipando nel clima di una cena l’estremo dono di sé fino alla morte.
Noi cristiani chiamiamo tutto questo Eucaristia: Eucaristia è questa certezza di aver una presenza, un nutrimento, un centro che ci aiuta a condividere ogni giorno la sorte di Gesù per avere vita.
Mangiare e bere quel pane e quel vino, quel corpo e quel sangue, ci costringe a riconoscere Dio nella concretezza della umanità di Gesù: una vita donata, come tutte le vite, a partire da quelle dei nostri genitori, che hanno costruito le nostre esistenze.
D’ora in avanti il cristiano guardando la croce e facendone memoria nel gesto del pane e del vino, scorge la verità di Dio che è amore, la verità di Gesù che è dono, ma anche la verità di se stesso, la vita che deve a sua volta percorrere: prendere, mangiare, bere, fare memoria … esprimono la profonda condivisione dello stesso destino di Gesù.
Andiamo a Messa per ritrovare la strada della vita, per scoprire dove sta la felicità, per capire il segreto di chi vuol vivere per gli altri, per rivedere e incontrare di nuovo il Risorto.
In serata in molte parti del mondo si fa la processione del Corpus Domini: esponiamo in processione per le strade del paese o del quartiere l’ostia consacrata, sotto un baldacchino per grande rispetto.
La tradizione risale a quel prete slavo che cinque secoli fa, tentato di non credere che quel pezzo di pane consacrato fosse il corpo di Cristo, si reca a Roma in pellegrinaggio a fare penitenza e a supplicare Cristo che gli rinnovi questa fede; al ritorno, confortato della fede ritrovata, celebra una Messa di ringraziamento a Orvieto e qui accade l’inverosimile: l’ostia consacrata si mette a sanguinare abbondantemente e bagna l’altare, i sacri lini che proteggono il calice e il pavimento. Ne restano ancora oggi i lini insanguinati, le pietre segnate con tanto di autenticazione del papa stesso che si trovava – come capitava spesso in quegli anni – in Umbria a pochi chilometri di distanza. Ne nacque una autentica espressione di fede di tutto il popolo e della Chiesa del tempo nei confronti dell’ostia consacrata che facciamo oggi anche nostra.
Vogliamo ridire a noi stessi e comunicare a tutti che noi in questo sacramento crediamo, non solo, ma anche comunicare che l’Eucaristia è dono, gioia e centro della nostra vita … e usando le parole di san Tommaso D’Acquino possiamo rivolgerci a quest’ostia consacrata:
E Ti adoro con rispetto e dignità o divinità qui nascosta, che ti celi veramente sotto questi segni. Se cerchi di vederla, se cerchi di toccarla, se cerchi di gustarla perché ne mangi, i nostri sensi non riescono a dimostrartelo, ma io mi rifaccio con certezza a ciò che ho potuto sentire da quello che ha detto Gesù: Questo pane di vita sono io stesso, questo è il mio corpo e il mio sangue. Sulla croce era nascosta la divinità di Gesù, che si è lasciato crocifiggere, qui è nascosta pure la sua umanità. ma io qui credo che ci sia la sua umanità e la sua divinità e credo e chiedo ciò che ti ha chiesto il ladro che stava accanto a te mentre morivi in croce. Non posso mettere le mie dita nelle tue piaghe, ma io ti credo. Aiutami però a credere sempre di più e ad avere speranza irriducibile in te. Sei il memoriale vivo della morte di nostro Signore, concedi allora alla mia mente di avere ragioni di vita in te e di assaporare la dolcezza di gustarti. Sei come il pellicano che, per nutrire i suoi piccoli, si strappa pezzi del suo corpo col becco, perché anche tu ti cavi il tuo sangue per me. Ne basta una goccia non solo per me, ma per cancellare e perdonare il peccato di tutto il mondo. Allora o Signore alla fine ti chiedo che quel volto che ora vedo solo nascosto da un velo impenetrabile lo possa contemplare nella felicità della tua visione per sempre.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9,28-29) dal Vangelo del giorno (Lc 9,28b-36)
Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia.
Audio della riflessione
Avere occhi limpidi per guardare al mondo è sempre una grande fortuna: saper leggere sotto i fatti, gli accadimenti, quello che essi profondamente significano, è un dono! Avere lo sguardo capace di penetrare il senso vero delle cose è un esercizio che ogni persona deve essere capace di fare.
Viviamo in un mondo che tende a chiudere gli orizzonti a quello che si tocca, al peso delle cose, alla loro funzionalità, e così lo diventano anche le persone: siamo tutti calcolati a peso, a numero di autovetture che mettiamo in circolazione, a quantità di individui che salgono sul treno dei pendolari o sulle metropolitane … ci contano quando andiamo a uno stadio o a un concerto o a una festa.
Certo, c’è uno spazio che ingombriamo con il nostro corpo e qualcuno deve preoccuparsi anche di questo, ma la vita non è riducibile a quantità, a numeri, ad assembramenti … l’abbiamo imparato con qualche fatica durante la pandemia: è una meravigliosa avventura che trascende la materialità delle cose, si apre a significati, a emozioni, a sentimenti, a progetti, a sogni.
Non è possibile vivere se non in questa ulteriore dimensione del nostro essere persone, e c’è un mistero nella nostra vita che è il mistero di Dio, che va continuamente indagato, cercato, intuito, contemplato e scavato nelle pieghe della nostra esistenza: è reale, ma nascosto; è invisibile, ma presente; è muto, ma sa aprire orizzonti ampi, gli unici degni della vita dell’uomo.
Gesù, un giorno, prende con sé tre discepoli; sono tre di cui si preoccupa particolarmente; li vuole aprire ai misteri della sua vita, li vuol alzare alle vertigini della sua divinità … dovranno confortare gli altri per i giorni della sofferenza e della devastazione. Li porta su un monte e lì si dà a vedere per quello che è: il Figlio del Dio, Altissimo, il Signore del cielo e della terra, il punto di arrivo della Legge e dei profeti, il Santo di Israele.
Per quei poveri discepoli è uno shock, un’esperienza straordinaria del mistero di Dio, tanto che non se ne vogliono più staccare: “questa è la beatitudine che ci hai promesso, questo è il lato vero della nostra vita e della nostra consuetudine con te; questo è quel regno di cui sempre ci parli, questa è la vera terra promessa, che i nostri padri hanno sempre visto solo in figura; questa è la vera vita che tu sei venuto a portarci: Non ci far tornare indietro, lasciaci in questa perfezione!”.
Torneranno ancora sui loro faticosi passi quotidiani, se ne dimenticheranno nell’orto del Getsemani, ma riguadagneranno la certezza che Dio non li abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9,22-25)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».
Audio della riflessione
È bello camminare nella vita, è bello avere davanti una strada che percorri con sicurezza, che hai deciso di intraprendere: dopo non pochi tentennamenti ti si è fatto chiaro nella coscienza dove vuoi arrivare e ti metti in cammino … è bello non stare fermi ad aspettare che gli eventi ti cadano addosso, ma è ancor più bello sapere che su questa strada c’è qualcuno che ti precede e che tu continuamente vedi davanti a te e ti dà forza, ti stimola a non fermarti, continua a chiamarti, ti esorta a continuare … gli vai dietro convinto che quella è la strada giusta!
Gesù proprio così dice: “chi vuol venire dietro a me … “
Il cristiano è colui che va dietro a Gesù, che lo segue, che si mette nel solco dei suoi passi, nella strada da lui aperta, nella direzione che lui tiene con decisione. Il cristiano risponde alla sua chiamata: vieni, seguimi. Questo verbo lo ripete spesso a chi incontra per strada: seguimi, seguitemi. Non lascia nessuno a se stesso. Seguire Gesù è anche far decidere a lui la meta, è fidarsi del suo progetto, è inscrivere nei nostri pensieri, nelle nostre attese la sua visione del mondo, il suo rapporto intimo con il Padre, la vocazione trinitaria -usando le parole grosse – che lo ha mandato su questa terra.
Ci dobbiamo decentrare da noi, dal nostro criterio di verità e di bene, dalla nostra sicumera, dallo stesso orgoglio che spesso ci mette contro Dio, e collocarci con fiducia dietro di Lui: rinnegare se stessi per seguirlo non è annientare la bellezza della coscienza, della nostra intelligenza, dell’amore che lui ci ha dato, ma toglierci dal centro in cui continuamente ci collochiamo, per mettere Lui, la sua vita, il suo Vangelo, il suo progetto di salvezza, la sua passione per gli uomini, il suo amore struggente per il Padre.
Così scopriamo che la strada è in salita, perché occorre portarla con la propria croce, che prima di essere un supplizio è il luogo del massimo amore che Gesù ha per noi e che noi vogliamo avere per Lui! Non c’è altro modo per il cristiano di realizzarsi: togliersi dal centro, donare la propria vita, non tenere per sé niente, non pensare di guadagnare il mondo, ma di orientare tutto se stesso a Dio … passare per le strade di questo mondo che spesso si perdono nel nulla, tenendo dietro a Gesù, perché anche Lui ama le nostre strade, ma sa orientarle al cielo, a quel cielo che non è mai vuoto.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9,51-56)
Audio della riflessione
C’è un’arte che sta imperversando ai nostri giorni: quella di non decidersi mai, di tenere sempre il piede in due scarpe – diciamo noi -, di rimandare all’infinito quello che è necessario fare oggi; è indeciso il giovane che non riesce a trovare la forza di distaccarsi dalla sua famiglia per crearsene una nuova, e vuol provare a convivere, perché non si sa mai; è indeciso chi deve orientare una comunità verso mete che esigono prendere o lasciare; è indeciso il politico che cerca di cavalcare tutte le possibilità e stare a galla … sempre, ad ogni elezione che ahimè sono ancora sempre rimandate, è indeciso forse anche chi non ha il coraggio della verità e fa il tappezziere: mette pezze a tutti, accontenta tutti, anche quelli che fanno il contrario.
Sarà forse l’arte di governare, non è certo l’arte necessaria per seguire Gesù!
Ci provano in tre a presentare le loro tergiversazioni, le loro indecisioni a Gesù: “Io ti seguirei… si sta bene con te. Mi piace quello che dici, mi piacerebbe vivere come te” … e Lui “le volpi hanno tana e gli uccelli nidi, con me non c’è nessun loculo protettivo dove puoi stare tranquillo con il tuo stereo, il tuo smartphone, i tuoi followers, l’instagram e la tv a cristalli liquidi”.
E l’altro “ti verrei dietro, ma fammi sistemare i miei affetti, non voglio rompere così di netto, non vorrei ferire. Sono già impegnato in relazioni che mi sono costate e che mi danno anche soddisfazione” … e Gesù “se hai deciso non continuare a voltarti indietro credi di fare il delicato, il sensibile, ma non t’accorgi che continui a rimandare, a lasciarti fasciare, non sei capace di dare un taglio netto a tutto e non sospetti ancora che con me hai davanti il massimo”.
“E il terzo: ho deciso di seguirti, ma prima devo seppellire mio padre” … e Gesù “guarda che la cosa più importante è che tu dia la tua vita per incendiare il mondo non per stare ad aspettare gli eventi. Sei una sentinella del mattino o il becchino di un cimitero?”
Gesù è così: non distrugge i sentimenti, ma non si adatta al buonismo! Non spegne il lucignolo, lo stoppino che fa fatica ad ardere, ma vuole radicalità; non gli vanno le mezze misure, le melasse.
Tutti i giovani ricordano negli anni 2000 quando papa san Giovanni Paolo II li spinse con la frase di santa Caterina da Siena ad essere decisi a incendiare il mondo con la nostra fede, con quel famoso “metterete fuoco in tutto il mondo”.
Essere cristiani ancor di più oggi, anche con la pandemia che non si squaglia ancora, vuol dire essere decisi a seguire Gesù Cristo con gioia e convinzione.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 45-50)
In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande». Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».
Audio della riflessione
Ogni persona desidera realizzarsi, desidera costruirsi una propria identità di cui essere orgogliosi, desidera di avere un minimo di successo nella vita, primeggiare magari: lo si fa con lo sport e sembra una bella, impegnativa e soddisfacente conquista, lo si fa con lo studio e l’impegno nel riuscire ad avere un buon lavoro, una buona qualificazione e specializzazione, per essere più utili alla società, alla famiglia, alla sicurezza della propria esistenza …
La parola primeggiare forse è un poco impietosa, perché nasconde dentro qualche traccia di superbia … i discepoli di Gesù, stanno proprio interpretando così il loro essere il più grande.
Dice il vangelo “entrò in loro una discussione: chi di loro fosse il più grande“.
Tra di loro c’è già una competitività che rasenta il peccato: l’uomo che non si conosce nella propria verità come amato da Dio, perde la sua identità, è niente, ha paura del vuoto e della morte e cerca quindi di salvarsi e questo diventa il suo unico desiderio, questa tensione è la sua salvezza, il suo fine fondamentale, il fine del suo sapere e del suo agire a tutti i livelli.
Lui deve essere egregio, cioè fuori dal gregge dei comuni mortali che guarda dall’alto in basso … è il peccato del fariseo, del fratello maggiore che disprezza il più giovane, magari anche con qualche ragione, perché lui è fuggito a divertirsi, è il peccato dell’uomo in piedi davanti a Dio che si ritiene giusto e non quel peccatore che sta in fondo alla sinagoga a battersi il petto.
Ma Gesù spera di tirar su una compagnia di discepoli, che non abbia lo stile dei farisei: il loro peccato insidia anche gli apostoli, in maniera ancora più sottile perché per primeggiare non usano cose sbagliate o cattive, ma la fedeltà, il servizio, l’amore, la povertà, l’umiltà, l’essere intimi di Gesù, il seguirlo ogni giorno … questi sono strumenti per primeggiare.
Anche all’interno delle nostre comunità, nella stessa chiesa siamo tentati di costruirci gerarchie di merito, di superiorità, di distacco – Dio non voglia – di disprezzo … e Gesù sa leggere nel loro cuore e non fa molta fatica a capirlo e prende un bambino, che allora, ma anche adesso, rappresentava il senza diritti, il dipendente, una appendice della donna, che a sua volta era una appendice del maschio.
Non conta, non può nulla da sé, è ciò che gli altri ne fanno: Lui è oggettivamente ultimo anche in campo religioso, non merita e non può meritare nulla … e pone il bambino accanto a sé e davanti a loro: è come se lo identificasse con se stesso, gli faccia da specchio e si identifica con Lui in modo originale, come Lui si identifica con Dio Padre che lo ha mandato … e lancia il suo modello di esistenza che è accogliere il bambino, che è come accogliere Gesù e il Signore che lo ha mandato.
Gesù fa del più piccolo fra tutti il grande per eccellenza: accogliere vuol dire dare ospitalità, fare posto in sé stessi, restringere il proprio io e fare di sé la casa accogliente dell’altro.
L’accoglienza è la qualità fondamentale di Dio, che ama e lascia spazio a tutti nel suo grande cuore: per questo il vero essere migliori, essere grande, quella grandezza propria di Dio consiste nella piccolezza, nell’umiltà, nella povertà di uno che ama tutti e tutto e si pone al servizio di tutto e di tutti.
Per questo Dio è apparso in Gesù, si è fatto ultimo e servo di tutti per accogliere tutti, fino a morirne in croce.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9,43b-45)
In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
Audio della riflessione
Incombe spesso sui nostri giorni la paura di qualche evento tragico, tanto siamo abituati alle disgrazie, a sentire cattive notizie, a sperimentare una estrema fragilità della nostra esistenza … questo sentimento ci prende soprattutto quando pensiamo a persone care in pericolo.
Gesù viveva una intensa amicizia e godeva di una grande fiducia da parte degli apostoli, che gli si erano stretti attorno e condividevano anche i suoi progetti … quel giorno che disse loro che doveva essere messo nelle mani di gente che l’avrebbe ucciso si rifiutarono di capire, ma rimase in loro questo sentimento di paura, che veniva ad interrompere la loro spensieratezza e la certezza di aver scelto una strada definitiva per la propria vita: non sapevano ancora che la strada definitiva del cristiano passa sempre attraverso la croce! Loro neanche lontanamente la immaginavano: l’avrebbero imparato violentemente entro una grande fragilità, che ha provocato la loro fuga. Avevano paura ad affrontare l’argomento “croce”, come abbiamo paura spesso noi quando andiamo a visitare gli ammalati e riempiamo la bocca di tante false promesse, di tanti modi di dire e non abbiamo mai il coraggio di passare assieme a chi soffre attraverso il suo dolore dalla parte della speranza, della consolazione vera, della apertura alla morte redentrice di Gesù.
E’ così anche per noi, per il nostro vivere quotidiano: abbiamo paura di soffrire, ed è giusto, ma non possiamo perdere la speranza noi cristiani, perché la sofferenza non è mai l’ultima parola sulla nostra vita, come lo è stato per Gesù!
Il dolore è un misterioso evento che cambia il nostro cuore, che mentre fa soffrire redime, rinnova … dà saggezza, pace, soprattutto se lo viviamo unti al dolore di Cristo!
Quando soffriamo abbiamo una certezza: siamo in compagnia sempre di Gesù, che ci apre il cielo per dare senso alla nostra terra.
In questi tempi, in cui ci vogliono insegnare che di fronte alla vita siamo liberi fino a darci la morte, sarebbe sempre da tenere in mente e che sia sempre un pensiero cui torniamo questo del valore della sofferenza, della crudezza di questa prova che non deve farci disperare, ma invocare il Crocifisso, sapendo di poter aggiungere alla sua passione le nostre passioni portandole assieme con Lui per la salvezza del mondo.