Se Gesù ci chiedesse: Chi sono io per te?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 18-22)

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

Audio della riflessione

Siamo sempre tutti in cerca di sapere chi siamo per le persone che vivono con noi … e siamo sempre in cerca di conferme: il papà in casa non sa più chi è per i figli, la donna vorrebbe sapere chi è per l’uomo e per la società; la ragazza si domanda chi è per il suo ragazzo; i giovani vogliono sapere che cosa contano per gli adulti e gli adulti vogliono sentirsi dire dai giovani chi rappresentano per loro, se dei matusa, dei soprammobili, gente che è inutile coinvolgere tanto non capirebbero mai … o forse ancora compagni di strada, maestri di vita?

Anche Gesù domanda ai suoi discepoli “la gente chi dice che io sia?”

Chiede anche lui conferme perché si sente insicuro? Gli apostoli credono che sia un sondaggio innocuo e si lanciamo a dare percentuali: al primo posto ti vedono come il Battista, al secondo sembri Elia, a seguire un po’ tutti i profeti… sai, la gente si lascia impressionare da quel che fai, da quel che dici … sono rimasti molto scossi quando hai affrontato con decisione i farisei, quando le hai cantate chiare riguardo alle tasse ai rappresentanti del governo, quando hai messo a tacere chi ti rimproverava che non eri ligio al sabato …

… ma Gesù non sta cercando audience, non ha bisogno di conferme, non dipende dai sondaggi di opinione: vuole sapere se i suoi discepoli hanno scandagliato nella sua vita e l’hanno conosciuto per il Figlio di Dio che è.

“Come faranno ad affrontare tutte le sofferenze che dovranno patire in mio nome se mi ritengono un guaritore, se mi dipingono come un uomo interessante, un buon amico soltanto? Chi darà loro la forza di donare la vita per il Regno di Dio? Chi annunceranno al mondo, che ha sete di infinito? Un altro sforzo titanico non riuscito per vincere il male o l’amore di Dio, mio Padre fatto carne, fatto vita piena per tutti?”

“E voi, chi dite che io sono?”

E’ Pietro che ha intuito tutto, che ha ricevuto in dono da Dio di capire Gesù fino in fondo, dice ” Tu sei colui che aspettiamo da sempre, il Cristo, il Figlio di Dio.”

Sapere chi è Gesù, è entrare nel suo mistero, farsi invadere dalla sua forza e farsi sommergere dai suoi dolori, arrivare fino al Calvario e non scappare.

Pietro ha tentato di scappare e ci è cascato, ma lo sguardo di Gesù e il suo pianto lo hanno fatto incontrare col vero Gesù.

24 Settembre 2021
+Domenico

Vorremmo anche noi vedere Gesù?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9,7-9)

In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.

Audio della riflessione

Quando qualche amico ci parla di una persona in maniera interessante e di lui ci vengono dette cose belle, idee entusiasmanti, fatti sorprendenti, caratteristiche che ci incuriosiscono … la prima cosa che ci viene in mente è quella di poterlo incontrare: lo vogliamo conoscere, gli vogliamo parlare, ne desideriamo sentire le opinioni, sentiamo insomma che potrebbe essere nostro amico e confidente, magari vorremmo apprendere ancor meglio la sua visione di vita e imitarlo pure.

Così era capitato alla gente che aveva sentito parlare di Gesù e incuriositi si rivolsero agli apostoli perché lo potessero vedere … e gli apostoli lo fecero loro incontrare: erano pressoché stranieri, che desideravano confrontarsi con la sua visione di vita … e questa voglia di incontrare Gesù fu anche quella di Erode.

Già questo nome, che fa parte della nostra memoria cristiana, lo sentiamo con sospetto: certo, conoscendo tutta la dinastia c’era sicuramente da temere le intenzioni che poteva avere.

Erode poteva avere intenzioni non troppo pulite con questa sua volontà decisa: aveva da poco ammazzato Giovanni il Battista, non era certo per un tentativo di rinsavimento nel suo modo di governare ereditato da chi l’aveva preceduto; forse vedere Gesù era di pura curiosità, e si capisce che pensiero può essere il successivo.

Erode teme sempre che il potere che ha gli sia sottratto e per evitarlo è pronto a tutto: farà un altro tentativo – se ricordate – con Gesù incatenato, durante lo sballottamento di Gesù da Pilato ad Anna, da Anna a Caifa e pure a Erode per farsi qualche dispetto tra le varie cancellerie … ma non gli verrà data soddisfazione di sentire una parola da Gesù.

E noi vogliamo vedere Gesù: ci nasce in cuore la voglia di incontrarlo, di sentirlo, di metterci in contatto con Lui?

Ma perché lo cercheremmo? Vorremmo toccarlo, vederlo, parlargli, dirgli il nostro amore o avere ancora una qualche dimostrazione razionale della sua esistenza e della sua personalità?

Sappiamo che il suo volto sta nel povero che incontriamo, che la sua parola sta nel vangelo, che la sua forza ci viene offerta nei sacramenti … del  resto dirà Gesù a Tommaso: “beati quelli che crederanno senza aver visto”.

La sua vita, la sua forza ci è mostrata dal coraggio dei martiri anche di questi giorni! Stacchiamoci assolutamente lontani all’infinito dalle intenzioni di Erode nei confronti di ogni volto di Gesù che lui stesso ci fa incontrare nella nostra vita quotidiana.

23 Settembre 2021
+Domenico

Siamo tutti inviati ad annunciare e proclamare il Regno di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9,1-6)

Audio della riflessione

Ci domandiamo spesso che cosa significa essere veri cristiani perché ogni giorno siamo di fronte a qualche sfida, a qualche esperienza umana che sentiamo contraria al messaggio di Gesù … e non sappiamo come far risaltare la bellezza del Vangelo soprattutto sempre dentro di noi, nelle nostre vite, nelle nostre relazioni.

Noi cristiani siamo direttamente coinvolti nel destino di Gesù, nella sua missione: se siamo battezzati siamo associati a Lui nella sua morte e risurrezione, in tutta la sua vocazione di annuncio di un mondo nuovo, di una volontà esplicita di Dio Padre di continuare ad amare gli uomini, a ridare loro la pienezza della vita, drammaticamente violentata con il nostro peccato.

Come ha dato ai suoi apostoli una sorta di breviario di viaggio, Gesù lo dà anche a noi: ci dice cioè come deve presentarsi una persona che dona agli altri il suo Vangelo, come deve fare per essere credibile, e dice perentoriamente “nulla prendete”, un imperativo seguito da una serie di 5 né, “né borsa, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche”; il motivo di questa povertà è solo che Lui l’ha richiesta e l’ha vissuta per primo, e quindi è possibile viverla come suo dono.

Questo dono ci è concesso come grazia Sua: umanamente non saremmo in grado di comprenderla, né di viverla, ma noi sulla sua parola la accettiamo, la amiamo solo per amore suo e nel suo nome.

  • La povertà è necessaria per amare, perché solo quando non hai nulla dai te stesso e non le tue cose, le tue fasciature, i tuoi orpelli;
  • La povertà è segno di gratuità: non chiedi niente in cambio, perché non leghi nessuno con le cose;
  • La povertà è vittoria sull’idolo più grande che ancora esiste, che diventa il nostro dio, il denaro e riconosciamo di aver solo bisogno di Dio;
  • La povertà è necessaria per essere sempre al servizio soltanto del Signore;
  • La povertà è libertà dalle cose, da sé, da abitudini anche inconsapevoli di attaccamento a queste;
  • La povertà costringe a servire gli altri perché dice il vangelo che i poveri devono servire;
  • La povertà porta umiliazione e ci associa alla croce di Cristo;
  • La povertà è quel vuoto che permette di accogliere l’azione del Signore fino a riempircene … a riempirci di Lui.

E’ un imperativo non negativo, ma positivo, perché ci associa alla croce di Gesù, al suo annientamento, che diventa per noi pienezza di vita.

Potrebbe sembrare un discorso duro – me ne rendo conto che è dura anche per me evidentemente – ma ci colloca dentro il cuore della vita di Gesù e solo dal suo cuore può nascere salvezza, scompare in noi ogni seconda intenzione, sparisce l’orgoglio, soprattutto si rafforza la fedeltà al suo messaggio autentico: sarà certo ancora Lui che salverà, non tanto la nostra azione, ma almeno non metteremo ostacoli alla grande e gratuita azione di Dio in ogni persona.

22 Settembre 2021
+Domenico

Una croce al giorno… leva l’infelicità di torno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9,23) dal Vangelo del Giorno (Lc 9, 22-25) nel Giovedì dopo le ceneri

Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.

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Non occorre troppo fantasia o ragionamento per avvertire che ogni giornata si porta qualche affanno: ti sembra di essere appena uscito da una emergenza … e te ne capita un’altra; quando tutti in casa sembra stiano bene – facciano giudizio diciamo noi- siano a posto, sono i tuoi amici che stanno nei guai e ti chiedono partecipazione; quando sembra tutto pacifico sei tu che non carburi più e ti trovi impigliato in cose che non volevi.

Ogni giorno ha proprio la sua croce: qualcuna ci capita addosso senza volerla, altre le andiamo a cercare noi con la nostra cattiveria. O la si rifiuta, ma non è facile perché è sempre lì a ricordarti il dispiacere o il dolore; ti ci puoi ribellare, ma non la cambi in felicità, non la togli … la puoi ignorare, ma ad ogni risveglio te la senti davanti.

Qualcuno la fugge, si ubriaca per dimenticare, si droga per nascondere a sé soprattutto la sua incapacità di reagire, la sua paura di vivere … qualcuno la butta sulle spalle degli altri credendo di potersene tirare fuori: gli può anche andar bene per tutta la vita, ma  sarà sempre uno sfruttatore, non una persona.

Gesù è di un altro avviso: occorre caricarsela sulle spalle e passare attraverso il dolore, la tua croce! Se Lui che è l’innocente, che non ha fatto del male a nessuno, se l’è caricata sulle spalle, ogni cristiano ha davanti questa proposta scandalosa: deve fare come ha fatto lui. 

La croce allora la si può accettare, la si può trapassare con dignità, la si può portare per vincere: nessuno di noi ama la croce, ma ama quell’amore che sta sulla croce, un amore per gli altri, come l’ha dimostrato Gesù.

Vedremo che la croce ci aiuta a crescere, a valutare con saggezza la vita, a purificare le nostre paranoie, a capire che le cose vere da guadagnare e da non perdere sono altre rispetto a tante preoccupazioni inutili che abbiamo.

Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso? Se non è capace di stare dalla parte delle cose vere della vita, se continua a ingannare e ingannarsi?

Accogliere la concretezza della vita quotidiana come dono di Dio sempre, ci aprirà alla speranza che la croce è solo un passaggio, non è mai un fatto definitivo.

Ma questa speranza dove la trovo?

18 Febbraio 2021
+Domenico

Dio sempre al primo posto e attende risposte, non tergiversazioni

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 57-62)

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Ogni nostra esistenza prima o poi viene messa di fronte a delle scelte da fare; ogni età ha le sue, ogni situazione pure; ogni ideale che ti proponi diventa sempre più esigente perché una scelta ne esige un’altra, un’altra ancora: così si cresce, si diventa adulti, si diventa soprattutto persone sempre ad ogni età.

La persona insomma non cresce “a caso”, ma sempre con una capacità di prendere decisioni: la riuscita nella vita non te la regala nessuno, mentre la vita ti è sempre regalata.

Ti vengono fatte  proposte precise e tu devi scegliere: se non scegli tu, la vita sceglie per te.

Così è anche la vita di fede. La fede te la dona Dio, la vita di fede ti chiede di scegliere, perché Dio non ti lascia mai solo e senza futuro.

Gesù nella sua vita, carica di bella umanità e chiarissima bontà, incontra ciascuno di noi e ci fa proposte precise e noi possiamo usare la nostra libertà per rispondere generosamente.

Una persona gli dice: ti seguirò, dovunque ti allontani. Gesù gli dice che Lui non ha dove posare il capo e che quindi, se lo vuol seguire, non deve porre la sua sicurezza nelle cose materiali, ha bisogno di porre la propria fiducia sopra di sé. Ma al credente non basta avere il proprio tesoro presso Dio: egli ha Dio come tesoro!

Ad un altro dice “seguimi”: è una chiamata chiara e precisa, che Gesù rivolge a tutti, anche ai peccatori. Colui, cui è rivolta, non mette in questione la chiamata, né il fine, né i mezzi, è disposto a stare senza sapere dove posare il capo, ma chiede una proroga: prima di seguire il Signore desidera fare un’altra cosa, compiere i suoi doveri, anteporre i suoi affetti … c’è un dovere di pietà filiale: lascia che mi allontani per seppellire mio padre; cioè vuol fare prima ciò che più gli sta a cuore, che praticamente diventa la sua prima preoccupazione, il suo volere, il suo piccolo o grande regno.

Se c’è sempre qualcosa d’altro prima del Signore, il Signore non è più il Signore, che può anche essere trascurato, ma mai secondo a nessuno.

La realtà umana anche la più grande non va assolutizzata: è sempre una realtà riflessa, come la luna che scompare quando appare il sole.

Se non abbandoni il padre, non diventi adulto e non ti sposi. Se non abbandoni ogni affetto prioritario rispetto a Dio e non ordinato a Lui, non sei libero e fallisci il senso della vita.

Il terzo gli risponde: Ti seguirò (al futuro), lascia prima congedarmi da quelli di casa mia. Gesù che ha in mente bene che cosa ha chiesto Eliseo ad Elia e da lui l’ha ottenuto – di salutare i suoi di casa prima – col discorso del mettere mano all’aratro e voltarsi indietro, fa capire che non è più concessa dilazione se si tratta di seguire Gesù e soprattutto non attaccarsi mai al proprio io, alle proprie vedute, al proprio interesse che diventa sempre il primo.

Non per niente Gesù ha detto: chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso.

Occorre volere il fine e i mezzi, obbedire a Dio, mosso unicamente dal desiderio di seguirlo e anteporre Lui, Dio, anche a te stesso.

30 Settembre 2020
+Domenico

Il fondamento di ogni cristiano e della chiesa è sempre Gesù Cristo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 46-50)

Audio della riflessione

Il desiderio di primeggiare, di essere una spanna al di sopra degli altri, la voglia di controllare tutto e tutti quelli che fanno del bene, perché sembra quasi che debbano chiedere il permesso a noi, prima o poi ci invade: siamo come persone, che come gruppo, come associazione, come partito e come comunità o società civile, ma è sempre la stessa cosa.

Né vale  la pena di camuffarsi in una sorta di umiltà falsa, da facciata, tipo collo torto, perché si vuol avere sempre la volontà di prevalere o di costringere anche coi guanti bianchi.

Gesù ha spiegato non una volta sola a tutti i suoi discepoli il mistero di povertà, umiliazione e umiltà che deve caratterizzare chi vuol far parte della sua “squadra”, ma noi sappiamo che al mistero di un Dio che si svuota e si mette al di sotto di tutti, si contrappone sempre il misterioso egoismo dell’uomo che si gonfia e mette il proprio io e il proprio noi al di sopra pure di Lui, e diventa principio di divisione anche tra noi e Dio Padre.

Lo stesso purtroppo avviene anche per la Chiesa, che deve rinnegare il proprio noi e farsi piccola, per essere al servizio del suo Signore: è il famoso peccato originale che si manifesta mettendo me al posto di Dio e in noi a livello comunitario al posto del Signore, cercando la propria grandezza e il potere.

La comunità dei discepoli corre sempre il pericolo di diventare un noi centrato su di sé, invece che sul Signore da seguire.

Nessuno invece può porre un diverso fondamento da quello che già vi si trova nella chiesa, che è Gesù Cristo: seguire Lui e stare con Lui è quello che fa l’unità del noi e definisce chi appartiene alla chiesa, che in quanto sta con Gesù è aperta a tutti e lo comunica a tutti senza escludere nessuno.

La Chiesa forma un noi definibile e visibile, voluto dal Signore come sempre aperto e capace di uscire: L’essenza della chiesa è fuori di lei, è Gesù che va seguito, nel suo cammino che ci spinge sempre molto lontano, facendosi vicino ad ogni lontananza.

Ci sarà sempre una tensione tra libertà e istituzione e questo è un bene purchè la chiesa resti protesa ad accogliere il diverso e si mantenga nell’unità, corpo del Signore che abbraccia l’universo.

Questa unità nell’amore esige ed è capace di portare tanta diversità e pluralismo quanto è stretto il vincolo di amore dell’unico Signore: chi definisce chi sta dentro e chi sta fuori è soltanto l’unico Signore Gesù.

La diversità che caratterizza ogni chiesa, ogni popolo, ogni aggregazione con ideali alti sa di dover affrontare la tentazione  di diventare dominio e strumento di potere, deve tendere sempre a diventare invece disponibilità e ricchezza di doni spirituali.

Perché noi siamo innamorati e certi di poter diventare con il dono dello Spirito Santo, quel corpo di Cristo uno, armonioso, bello che è la Chiesa, una, santa e cattolica.

28 Settembre 2020
+Domenico

Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 43b-45)

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Siamo sempre portati, sia i credenti che chi non crede, a volere una chiarezza solare sulla nostra fede, ma soprattutto su tutto ciò che vi sta al centro: l’assolutamente necessario, l’indispensabile, la caratteristica che la definisce la nostra fede al meglio e la distingue da ogni altra fede, soprattutto noi adulti che siamo stati educati fin da piccoli alla vita cristiana. Crescendo in età si vuole andare sempre più al sodo, al centro, al nucleo fondamentale.

E Gesù è molto attento a fare in modo che i suoi apostoli, i suoi futuri missionari non si perdano in cose inutili o anche solo ornamentali, sentimentali o emotivamente provocatorie, ma vadano sempre al soldo, e il centro, che i discepoli non devono mai nascondere o dimenticare o mettere tra parentesi è questo: la necessità della croce sia per il maestro che per ogni cristiano.

Davanti alla incredulità della gente, ma anche degli apostoli e discepoli, Gesù ripropone le parole della fede; davanti alla nostra infedeltà, egli rinnova la sua fedeltà; davanti alla nostra sordità, egli ripete la sua Parola, la sua dichiarazione totale di amore.

E la sua Parola è questa: il Figlio dell’uomo consegnato nelle mani degli uomini.

E’ evidente perché siano rimasti stupiti tutti, folla e discepoli, per tutto quello che Gesù faceva in favore dell’umanità, anche perché davanti a questa sua decisione ultima occorre uscire dall’ambiguità: o si diventa discepoli credenti, accettando questa vera “grandezza” di Dio che è la sua umiltà e piccolezza nel suo consegnarsi a noi o ci si chiude alla vera fede. Ne teniamo magari una nostra più consolante, più adattata alle nostre piccole vedute, più gratificante, più comprensibile, senza fare un minimo sforzo di affidarsi alla volontà di Dio che è sempre provocatrice di nuovi orizzonti, e di coinvolgimenti senza riserve.

Gesù usa perfino dei termini molto pratici e plastici: “mettetevi dentro i vostri orecchi questa parola”. La parola infatti entra come un seme, porta il suo frutto e noi possiamo far parte così della famiglia di Gesù. E’ necessità di dare inizio a una impostazione nuova della fede e della vita. Questo conficcare, piantare rende anche l’idea che il terreno avrà pure una resistenza.

Sarà quindi anche una azione faticosa: non è un ascoltare della serie “sentiamo quello che dice”, ma una decisione che investe corpo e anima, vita e fede, amicizia con Gesù e partecipazione al suo annuncio del Regno, comprensione profonda dello stesso metodo e stile dell’amore di Gesù, non una immagine di potenza e di grandezza, ma di umiltà, povertà. La sua grandezza di amore infinito è farsi infinitamente piccolo per consegnarsi nelle nostre mani.

L’uomo allora non potrà mai dubitare della profondità dell’amore divino, dentro questa umanità di Gesù consegnata fino a morire: ciò che salva noi uomini e donne è il sentirsi amati da Dio. Questo deve essere l’annuncio che risolve ogni resistenza, che dà pace all’uomo, che gli apre anche il cuore più indurito, che gli permette di essere salvato. Soltanto così noi possiamo riconoscerci sue creature e accettare senza resistenze o drammi il nostro limite naturale, le sofferenze della vita, la stessa morte.

Accettare la morte è sempre difficile, ma abbiamo davanti Gesù che non ci fa particolari doni, che non ha delle cose da donarci, ma un Gesù, che è Dio e non avendo più altri doni che ci possano convincere e liberare dal terrore della morte, dona se stesso.

E per Gesù il dono di sé lo colloca nell’impotenza e nella povertà assoluta e ciò avviene, quando non c’è più nulla da dare.

Dice san Paolo “da ricco che era si è fatto povero per noi perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà”.

26 Settembre 2020
+Domenico

L’esorcismo della croce

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 18-22)

Audio della riflessione

Siamo sempre tutti in cerca di sapere chi siamo per le persone che vivono con noi, e siamo sempre in cerca di conferme: il papà in casa non sa più chi è per i figli, la donna vorrebbe sapere chi è per l’uomo e per la società, la ragazza si domanda chi è per il suo ragazzo.

I giovani vogliono sapere che cosa contano per gli adulti: con la pandemia ne è nata un po’ di rivalità – tra l’altro – perché devono stare alle mascherine anche per salvare gli adulti, e gli adulti vogliono sentirsi dire dai giovani se sono solo in attesa della discarica, dato che sono oggetto di scrematura, o forse ancora compagni di strada, maestri di vita.

Anche Gesù domanda ai suoi discepoli “la gente chi dice che io sia?”

Chiede anche lui conferme perché si sente insicuro?

Gli apostoli credono che sia un sondaggio innocuo e si lanciano a dare percentuali: “al primo posto ti vedono come il Battista, al secondo come Elia, a seguire un po’ tutti i profeti … sai, la gente si lascia impressionare da quel che fai, da quel che dici; Sono rimasti molto scossi quando hai affrontato con decisione i farisei, quando le hai cantate chiare riguardo alle tasse ai rappresentanti del governo, quando hai messo a tacere chi ti rimproverava che non eri ligio al sabato” … ma Gesù non sta cercando audience, non ha bisogno di conferme, non dipende dai sondaggi di opinione: vuole sapere se i suoi discepoli hanno scandagliato nella sua vita e l’hanno conosciuto per il Figlio di Dio che Lui è.

“Come faranno ad affrontare tutte le sofferenze che dovranno patire in mio nome se mi ritengono un guaritore, se mi dipingono come un uomo interessante, un buon amico? Chi darà loro la forza di donare la vita per il Regno di Dio? Chi annunceranno al mondo, che ha sete di infinito? Un altro sforzo titanico non riuscito per vincere il male o l’amore di Dio, mio Padre fatto carne, fatto vita piena per tutti?

“E voi, chi dite che io sia?”

E’ Pietro che ha intuito tutto, che ha ricevuto in dono da Dio di capire Gesù fino in fondo: dice “Tu sei colui che aspettiamo da sempre, il Cristo, il Figlio di Dio.” E’ la fede della Chiesa.

Ma Gesù li sgrida.

I discepoli non possono svelare che Gesù è il Messia senza la sorta di “correzione” che lui gli apporta con la sua morte e risurrezione.

Il mistero della croce, come via alla vita è lo specifico del suo essere Messia.  

Il pensiero di Dio contrapposto al pensiero dell’uomo: gli stessi discepoli lo capiranno lentamente e solo dopo Pasqua, dentro confusione, tradimento, dolore e incomprensioni, delusioni e revisioni affrettate, disperazioni anche esplicite come i discepoli di Emmaus.

Le tentazioni che Gesù ha già affrontato per sé nel deserto e vincerà sulla croce sono nel cuore dei discepoli e della chiesa, nel tempo che va dal battesimo alla gloria: per questo la parola della croce deve essere una sorta di esorcismo per la chiesa contro ogni falso messianismo.

25 Settembre 2020
+Domenico

La Parola imprigionata e uccisa e il silenzio di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 7-9)

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Ogni personaggio  presentato nel Vangelo si porta sempre dentro qualcosa del nostro vivere. Oggi è la figura meschina, strafottente, impenitente di Erode. Tutti ricordiamo la sua storia: figlio di Erode il grande, era tetrarca, di una regione della Palestina, fece decapitare san Giovanni Battista dopo il ballo della figlia di Erodiade, sua sposa, sottratta a suo fratello. Finì miseramente esiliato in Francia confinatovi da Caligola, cui aveva chiesto udienza per essere nominato re e non solo tetrarca, sospinto sempre dalla intrigante moglie Erodiade.

Luca nel Vangelo lo presenta come uno che ascolta e vuol vedere Gesù e in pratica ci fa capire per quale motivo anche noi, che ci portiamo dentro un po’ di Erode, non siamo in grado di riconoscere il Signore e perché fallisce il nostro incontro con Lui, pur avendolo ascoltato e avendo desiderato vederlo.  

Chi è Gesù per Erode? E’ un concorrente, da conoscere con curiosità intelligente, da manipolare e poi da uccidere. Erode pone sè stesso al centro di tutto: ogni suo interesse è attendere il momento giusto per avere a disposizione l’altro, non tanto per riconoscerlo. Per questo non potrà mai conoscere il Signore!

Questa è la componente di Erode che possiamo nascondere in ciascuno di noi e che ci impedisce di accogliere Gesù e di riconoscerlo come Signore, perchè mettiamo sempre al centro noi!

Erode come capo impersona il popolo adultero, di cui è figura. Il popolo ebraico è adultero perché dovrebbe amare il suo sposo, con tutto il cuore e non lo fa, chiamato a conversione dai profeti, preferisce zittire la Parola di Dio uccidendola, piuttosto che convertirsi. La radice della impossibilità a conoscere Cristo è avere il cuore chiuso a ogni intelligenza e rifiutare la correzione.

L’atteggiamento sbagliato, quando ci si accosta alla verità di Dio e alla sua Parola, è quello di chi tenta sempre a tutti i costi di giustificarsi, uccidendo la Parola. Il vero peccato è il non riconoscerlo mai come tale e ancor più impedirci di riconoscerlo.

Gesù dirà ai farisei: Se foste ciechi, non avreste nessun peccato, ma siccome dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane. Imbavagliare la parola che lo denuncia è spegnere la luce che lo fa vedere.

Ecco … Erode ha orecchi per udire, ma non vuole intendere e, per garantirsi di non intendere, elimina la voce che gli fa udire, che era Giovanni Battista. Questo Erode, abile nel darsi ragione per non convertirsi, fino a far scomparire la Parola, imbavagliandola e uccidendola è dentro ciascuno di noi, e soffoca la verità nell’ingiustizia.

Abbiamo da difendere il nostro io, i nostri interessi. La più grande maledizione biblica è aver fame e sete della parola di Dio, cercarla dovunque e non trovarla.

E’ la maledizione di chi vive nella infedeltà e nell’ingiustizia e non vuol sentirselo dire e per questo uccide chi gli parla. 

Solo il silenzio gli può tenere aperta la domanda: sarà il silenzio di Gesù di fronte ad Erode, quando glielo porteranno davanti già condannato a morte e anche lì Gesù con il suo silenzio gli lancia l’ultimo invito a rientrare in se stesso.

Gesù tace per non condannare: è l’ultimo stimolo a cercare i motivi di questa non risposta, l’unica possibilità che può aprire alla conversione. Tante volte noi accusiamo Dio di non parlare, cerchiamo invece di capire perché fa silenzio, perchè non riusciamo mai a trovarlo, perchè ci sembra che Dio non ci parli mai …

Non c’è forse bisogno della nostra conversione?

24 Settembre 2020
+Domenico

Gli imperativi del vero annunciatore, mandato e missionario

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 1-6)

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Se hai dentro di te qualcosa di bello, un ideale che ti riempie la vita, un progetto che vuoi realizzare e che spesso ha bisogno di altri che lo condividono con te, non puoi non parlarne, uscire, coinvolgere, entusiasmare come lo sei tu, altre persone.

E’ il destino, il punto di arrivo di tutto l’insegnamento di Gesù ai discepoli: a un certo punto li invia, è la vocazione per loro; dopo averli tenuti con sè, dopo aver vissuto assieme facendo esperienza intima del Regno che stava nell’annuncio coinvolgente di Gesù, viene il momento di partire, di uscire.

Il capitolo 9 di Luca nei primi versetti almeno per tre volte ripete il verbo “uscire” … e Gesù traccia la carta di identità degli inviati, dei missionari, degli annunciatori del Vangelo: devono riprodurre i lineamenti di chi li invia; non sono consigli, ma ordini: “Non prendete  nulla, là dimorate, uscite, scuotete la polvere”, perché ciascuno si prenda la sua responsabilità, non per disprezzo… sono tutti imperativi.

Non è che la fede di chi ascolta dipenda dalla credibilità di chi annuncia, perché la Parola è viva e efficace in se stessa, solo che chi annuncia ha la tragica possibilità di offuscare o annullare l’annuncio o renderlo non credibile.

Sono tutte indicazioni che andranno direttamente alla Chiesa, che prolungherà nello spazio e nel tempo la sua opera con la stessa autorità. Ora manda i 12 apostoli, alle dodici tribù di Israele, in seguito manderà i 72 discepoli, in tutto il mondo, ma sempre con lo stesso stile.

Soprattutto “ordina” la povertà, perché Lui l’ha vissuta per primo. Noi la accettiamo e la amiamo per amore suo e nel suo nome.

  • La povertà è necessaria per amare; solo quando non hai nulla dai te stesso, cioè ami.
  • La povertà è segno di gratuità, principio di ogni vita, grazia, bontà e bellezza.
  • La povertà è vittoria sul dio mammona – soldi – facendo dei nostri bisogni  un idolo, invece di riconoscere Dio, come il nostro grande bisogno.
  • La povertà è fede in Dio invece che nel dio di questo mondo;
  • La povertà è libertà di se e delle cose, per essere discepoli;
  • La povertà costringe a servire gli altri; i poveri si devono servire;
  • La povertà porta umiliazione e umiltà ci associa alla croce, necessaria per seguire Gesù;
  • La povertà è il vuoto, condizione per accogliere l’azione di Dio, che ci riempie della sua Grazia;
  • La povertà è quel “nulla” prendete: ci associa al corpo di Gesù, per il quale solo dirà: “prendete e mangiate”. E questo unico Pane sarà sempre con noi, fino alla sua venuta

Il cristiano che annuncia necessita solo di questo nulla, che gli è bastone, tesoro, pane, denaro e vestito.

23 Settembre 2020
+Domenico