Il seminatore è tenace, generoso, e fiducioso.  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,1-9)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Audio della riflessione

Siamo aiutati a leggere il vangelo a partire dal punto di vista che ci offre la vita di due santi molto conosciuti perché sono i nonni di Gesù. Il papà e la mamma di Maria Gioacchino e Anna.  La vicenda terrena dei genitori straordinari di Maria, la madre di Gesù, è insieme delicata e illuminante. Volendo ben riflettere, essi sono quasi il simbolo della vecchia umanità che sa aprirsi alla fecondità della grazia, il simbolo di un vecchio tronco sul quale Dio andava innestando i germogli della fede e della santità cristiana.  

Gesù usa spesso le parabole per aiutarci ad entrare nei suoi pensieri carichi delle espressioni della nostra esistenza. Infatti, nelle parabole si parla di seme, lampada, granellino di senape, sale, etc. Sono cose che esistono nella vita di ogni giorno. Così dalla nostra concreta esperienza siamo facilitati a scoprire la presenza del mistero di Dio nelle nostre vite. Parlare in parabole vuol dire rivelare il mistero del Regno presente nella vita. 

Gesù va a sedersi in riva al lago e parla semplicemente con la gente che si fa sempre più numerosa per cui è costretto, per farsi sentire da tutti, a salire su una barca che si stacca poco dalla riva e dalla barca insegna senza sosta. Gesù per loro era ancora uno sconosciuto, agricoltore ed artigiano insieme. Senza chiedere permesso alle autorità religiose ha iniziato ad insegnare alla gente e a rivelare il mistero del Regno di Dio presente in mezzo alla gente e nell’attività di Gesù. Il centro della parabola è un contadino, né scoraggiato, né pensoso, ma tenace e cocciuto nello spargere e buttare il seme dovunque, anche se il terreno non è tra i migliori; è pieno di pietre. Poca pioggia, molto sole, spini e sterpaglie. Gesù si serve esattamente di queste cose conosciute dalla gente per spiegare il mistero del Regno. “Seme nel terreno, sappiamo che cosa vuol dire! Ma Gesù dice che ciò ha a che vedere con il Regno di Dio. Cosa sarà?”  

Intanto si portano a casa che il seminatore è generoso, non centellina i suoi semi, inonda tutto, rischia di andare a male per tante situazioni; Gesù dice che il Regno non fa scelte a priori, ma si definisce su ogni terreno che abbia attenzione al seme. Regno di Dio è che ciascuno deve porre la sua attenzione a partire da qualsiasi situazione di vita stia sperimentando. Con la semina nasce la speranza, anche se una parte della semente va perduta, A dispetto di tutto l’agricoltore rischia e sa attendere. Gesù richiama l’attenzione non sul seme che si perde, ma sul grande raccolto che si ottiene e che supera ogni possibile previsione. La stessa cosa avviene per il Regno di Dio.  

I suoi inizi non sono incoraggianti, ma poiché si tratta di un seme divino si otterrà un raccolto abbondante. Il regno di Dio si stabilisce sulla terra con un risultato sproporzionato ai suoi inizi umili e contrastati. Nell’apparente insuccesso del regno, della predicazione e del messaggio cristiano, Dio farà che la speranza del seminatore sia appagata da un abbondante raccolto. Questo dipenderà dalle disposizioni degli ascoltatori della Parola. I santi nonni di Gesù aiutino tutti i nonni a far crescere la speranza di un mondo sempre migliore, che essi non vedranno, ma di cui hanno posto spesso le basi solide della Parola di Dio.

26 Luglio
+Domenico

Giacomo:il mio calice lo berrai e sarai con me chiamato dal Padre mio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 20,20-28)

In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Audio della riflessione.

Ci sono delle verità talmente evidenti nella nostra coscienza che dovrebbero farci cambiare modo di vivere, progetti, desideri. Esistono fatti che ogni giorno ti stanno a dimostrare che la vita ha un suo percorso obbligato di fronte al quale occorre prendere posizione; eppure, la nostra superficialità trova tutte le strade per evitare il confronto, il rinsavimento. Pensiamo per esempio alla morte. È una verità di una evidenza crudele e di un grado di certezza assoluto, eppure la si continua a nascondere; così è, e lo soffrono le popolazioni coinvolte e davanti a noi tutti papa Francesco, per la inutilità della guerra, la sua devastazione oltre ogni previsione, eppure la si continua a ritenere un mezzo adatto per risolvere i problemi e ci si invischia sempre più. 

 È stato così anche per i discepoli di Gesù. Lui continuava a predire la sua fine tragica, a far puntare gli occhi sulla sua passione morte e risurrezione, invece loro pensavano ad altro, non la mettevano in conto nella loro sequela. Quando capiteranno gli eventi resteranno impauriti e torneranno con fatica a scavare nella memoria. Ora però sono presi ciascuno dal proprio problema, vedono davanti solo quello che darà loro gloria o prestigio, scambiano l’amicizia con Gesù per un privilegio umano, per una collocazione in un grado sociale più alto.  

Invece Gesù dice a loro e ridice a noi che Lui deve essere consegnato, deve patire, morire, deve passare attraverso l’esperienza del tradimento e dell’abbandono, anche se trionferà con la risurrezione. Non si può mai guardare a Gesù senza aver davanti questa decisiva verità: il maestro è chiamato al crogiolo del dolore come segno del massimo amore che vuol offrire all’umanità. 

Quella croce è il libro su cui imparare a vivere da cristiani; non per niente i grandi santi stavano ore e ore a contemplare il Crocifisso. È l’unica possibilità che ci è data di vedere oltre, di sperare che la pienezza della vita c’è, ma non è qui. È la chiave interpretativa di tutta la nostra vicenda umana. È l’invito ad alzare lo sguardo a colui che hanno trafitto e a non abbassare mai la guardia, a non vivere di rimedi o di solitudini, ma di verità e di solidarietà con chi si è fatto mettere in croce.  

Anche san Giacomo apostolo che oggi la chiesa festeggia è passato da questo crogiuolo nella missione che si è assunto come apostolo, inviato, mandato da Gesù a testimoniare l’amore infinito di Dio per Lui, morto e risorto per ogni persona. 

25 Luglio
+Domenico

La verità non si raggiunge con la certezza, ma affidandosi ai segni di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 12,38-42)

In quel tempo, alcuni scribi e farisei dissero a Gesù: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno».
Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!».

Audio della riflessione.

Nella nostra vita devi per forza procedere fidandoti di qualcuno o di qualcosa. Non puoi controllare tutto; devi alla fine stare a quello che ti si dice. Nel mondo dei mass-media e nel cumulo di informazioni di cui viviamo dobbiamo per forza affidarci a chi scrive, a chi fa reportage, a chi dice di saperne più di noi. Certo mettiamo sempre in atto la nostra capacità critica, ma non puoi verificare tutto. Sui cibi ti fidi delle etichette, che speri siano controllate dallo stato; sui fatti del giorno ti fidi dei telegiornali, anche se ne ascolti almeno due o tre per capire i vari punti di vista; avremo una nuova sfida con l’intelligenza artificiale e ci stiamo attrezzando. Invece per la fede o siamo creduloni o siamo ipercritici; o pretendiamo conferme impossibili o abbocchiamo al primo che parla.  

Ma spesso la prova non è ricerca della verità, ma ostilità, voglia di avere sempre ragione, non volontà di cambiare, di lasciarci convincere. Così erano quei giudei che chiedevano continuamente a Gesù un segno. Certo Gesù si presentava a loro con grosse pretese, si dichiarava Figlio di Dio, si poneva dalla parte della esperienza credente come un vero salvatore, parlava in prima persona, si attribuiva cioè una identità divina. E la gente giustamente gli chiedeva: dacci delle prove che non sei un imbonitore, un ingannatore, un venditore di sogni.  

Gesù accetta la sfida, ma come sempre le sue risposte non sono botole su tombini per chiudere il problema, ma rilancio di una ricerca di fede a livelli più profondi. Della serie: io vi do la prova, non è una formula matematica, ma un fatto che vi coinvolge ancora più in profondità, che vi costringe a prendere posizione, che vi lascia ancora liberi di decidere in termini definitivi.  

Tutti i suoi interlocutori conoscevano l’episodio di Giona che era stato nel ventre di un grosso pesce e che ne era stato rigettato a riva vivo dopo tre giorni. Non vi sarà dato se non il segno di Giona, la risurrezione. Gesù in pratica dice: il segno vero della mia divinità, dell’essere figlio di Dio è che voi mi ucciderete e dopo tre giorni risorgerò. Il segno è ancora più grande della fede richiesta. 

Solo così si fa crescere speranza, perché non c’è niente che ti accontenta, niente che ti mette in stand by, ma tutto ti spinge ad andare in profondità, a non fermarti alla superficie, a sperare quindi, non ad avere certezze in tasca, che ti tolgono sì la fatica, ma anche la libertà. 

24 Luglio
+Domenico

L’insospettata forza di un seme e la grande pervasività del lievito

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,24-43)

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?. Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo!. E i servi gli dissero: Vuoi che andiamo a raccoglierla?. No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Audio della riflessione.

Non è solo dei nostri giorni il fascino che viene esercitato dal dispiegamento della forza di una organizzazione, dalla potenza di uno Stato, dalla grandezza di una costruzione, dallo splendore di un apparato. Con un cumulo di energie così puoi fare ogni cosa. Ieri erano le corti, lo sono stati gli eserciti; oggi è il denaro, il mercato, il capitale, il partito; lo sono le percentuali, le masse mobilitate, le feste, i concerti, i campionati. Potenza, forza, splendore, visibilità: è questo che conta. È orgoglio? è desiderio di pienezza? è bisogno di avere o possedere? è il prevalere della materialità sulla spiritualità? Forse un po’ tutti assieme.  

Sta di fatto che Gesù legge queste tentazioni anche nel suo gruppo sparuto di seguaci che ha scelto a uno a uno. Percorre tutte le strade della Palestina, smuove coscienze, aggrega folle; comincia ad aver seguito.  

La gente si senta amata, interpellata e accorre a Lui. Gli apostoli cominciano a fare progetti, a dividersi i ministeri: gli esteri, gli interni, il tesoro soprattutto. Il fascino della grandezza, del potere, della imponenza colpisce ancora. Ma non è questo il sogno di Gesù, il suo regno è un piccolo seme.  

Si, ma diventerà sicuramente un grande albero, dispiegherà la sua potenza, darà ragione di tutte le frustrazioni dell’attesa. Si tratta solo di aspettare, di rimandare i sogni e la loro realizzazione. Ci sono momenti, di povertà, di fallimento, di nascondimento, ma è tutto in funzione del prestigio, del potere, del numero che si manifesterà. 

Il regno di Dio invece sta nel valore decisivo del seme, delle occasioni, normali, umili, quotidiane della vita. C’è una semplicità e quotidianità nella nostra esistenza che racchiude la potenza del mistero; nel gesto più semplice e meno televisivo c’è la forza irresistibile dell’amore; nello sguardo rassicurante e fugace del papà o della mamma c’è la forza per continuare a resistere; nella carezza del medico sbilanciata sul sentimento c’è la decisione di continuare a lottare contro il male; nella preghiera sussurrata a fior di labbra c’è la potenza di un affidamento totale.  

Il regno di Dio è l’insospettata forza di un seme, di un pizzico di lievito, che fermenta una grande massa di farina. Nessuno andrà mai a fotografare un seme che marcisce o un pugno di lievito che si scioglie, non ne vedrebbe la forza e la potenzialità. Il cristiano nel mondo può essere poca cosa, ma ha il segreto per cambiare il mondo, ha l’inaspettata forza di renderlo buono.

23 Luglio
+Domenico

La vita ha come bene supremo l’amore, non la libertà

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 12,1-8)

In quel tempo Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle. 
Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato». 
Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Audio della riflessione.

Ogni vita ha bisogno di seguire una progettualità se vuol costruirsi bella, forte e positiva. Non si può andare avanti secondo quel che capita, navigando a vista, facendosi comandare dal bisogno del momento, facendo della spontaneità un idolo di libertà. Se poi si deve convivere con altri è ancora più necessario darsi delle norme condivise, determinare i confini della propria libertà. Ancor di più diventa necessario far convergere le forze e le energie di tutti, se si hanno in cuore mete e ideali comuni. La necessità di una norma, di una legge, di qualche paletto che ti delinea la strada della vita sembra una mortificazione, ma è invece una forza per vivere. 

Nel formarsi di una propria personalità e nel costruirci soggetti maturi e adulti, la legge, le norme, le regole hanno un ruolo ineliminabile: insegnano a non rimanere prigionieri delle proprie pulsioni e dei bisogni immediati e danno, così, l’accesso alla vera libertà. La legge protegge il bene comune, ma protegge anche la libertà personale, che altrimenti sarebbe soggetta ad ogni forma di violenza.  Sarebbe come se volessimo fare una bella partita di calcio e non ci fossero leggi per nessuno; non esisterebbe nessuna competizione o partita. Nella vita non esisterebbe la gioia di vivere con gli altri e con sé stessi. 

E proprio per questo però la legge non deve diventare l’assoluto. Gesù passa un giorno per i campi, gli apostoli hanno fame e strappano e mangiano alcune spighe: pranzo piuttosto povero e essenziale; è ben poca cosa; ma è sabato. Per il pio ebreo il sabato è sacro. È un principio di identità. È rifarsi ogni settimana alla potenza creatrice di Dio che il settimo giorno riposò. È portare all’interno del tempo l’eternità di Dio. E questo è vero sempre anche per Gesù, ma la sacralità della legge non può essere contro la dignità dell’uomo, la legge non è una prigione. L’uomo non è fatto per il sabato, ma è il sabato che è fatto per l’uomo; come una partita di calcio non è fatta per l’arbitro, ma per il gioco che l’arbitro permette di svilupparsi. Però siamo sinceri a questo punto: la domenica esiste come giorno del Signore per la maggioranza dei battezzati che siamo noi? Qui non c’è certo la legge che costringe, ma la fede che manca. 

Di fatto è difficile applicare questo principio, soprattutto per noi oggi che non vogliamo norme o leggi, perché sembrano una limitazione, ma resta sempre vero che l’intelligenza dell’uomo, non la sua debolezza dovrà sempre essere al timone della vita. La vita ha come bene supremo non la libertà, ma l’amore; non la spontaneità, ma la verità; non, se mi garba sì, altrimenti no. Solo così si può sperare in un mondo migliore. 

21 Luglio
+Domenico

Fidati, rischia, buttati, ci sono io

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,28-30)

In quel tempo, Gesù disse: 
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Audio della riflessione.

L’esperienza del vivere è spesso faticosa. Non solo per le malattie, le disavventure, le disgrazie, ma anche per il suo corso normale. Ogni giorno devi caricarti il tuo fardello e portarlo. Hai una casa, una famiglia e devi esserne sempre responsabile, hai intrapreso una strada di studio e devi portarla a termine. Tante volte sei tentato di lasciare tutto, spesso, soprattutto quando ti rimorde la coscienza perché ti sei comportato male trovi ancora più difficile costruirti motivazioni per continuare.  

Altre volte ti senti solo, sei circondato da persone che ti dicono di volerti bene, ma non ne senti il calore, l’intensità. Non è depressione, ma desiderio di sentirsi di qualcuno sempre, di avere un posto in cui sentirti preso per quello che sei, amato anche senza merito, senza averlo meritato. 

Gesù capisce questa sete profonda dell’umanità, di me e di te, che stiamo annaspando nella vita, contenti, desiderosi di continuare, pieni di buoni propositi, ma senza forze, esausti, senza spinta interiore. Ci abituiamo a tutto, senza grinta. Anche le cose più belle si scoloriscono perché ci lasciamo prendere da follie del momento, da dolori imprevisti e sofferenze che ci paiono insormontabili.  

Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi. Passate di qua quando non ne potete più, perché io ci sono sempre, io non vi scarico, io sto sempre con voi. Quando la vita vi sembra senza sapore, io sono il sale della vita. Quando vi sembra inutile, insopportabile, pesante, state dietro a me, vi trascino io, vi tengo io per mano, vi prendo la croce e l’appoggio sulla mia. 

Tendi la mano che te la prendo io e faccio passare in questo contatto la mia forza, la decisione irrevocabile di mio padre che vuole per te la gioia piena. È ben altro il peso della vita: è il male che non ti molla, che ti incatena 

Tu puoi avere l’impressione che il vangelo sia difficile da seguire, ma non è un peso, è una forza, una luce che scandaglia nelle profondità di tanta nostra infelicità e vi dà luce. Non sono una legge, ma uno Spirito. Sono già dentro di te a sanare ciò che sanguina, a lavare ciò che è sporco, a piegare le tue assurde cattiverie. 

Fidati, rischia, buttati, ci sono io, il Dio che non ti abbandona mai. 

20 Luglio
+Domenico

La conversione è donata ai semplici

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-27)

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Audio della riflessione.

Siamo sempre ammalati di grandeur. Se dobbiamo essere veri cristiani dobbiamo fare cose grandi; dobbiamo avere strumenti ampi di comunicazione, bisogna far sentire la nostra pressione perché tutti si comportino bene, avere a disposizione finanze consistenti per competere e costringere le altre banche a investire per i poveri; essere sempre molto competitivi, poter influire sulla vita delle persone con potenti mezzi di informazione. Certo tutto a fin di bene, onestamente, alla luce del sole.  

Gesù invece è di parere completamente diverso. Ha un programma da proporci, una conversione: diventare «piccoli». Gesù comunica questa strategia della «piccolezza» in una preghiera di riconoscenza: Ti ringrazio o Signore (11,27) perché la possibilità, la conoscenza, la forza di questa conversione l’hai donata ai piccoli. Gli studiosi amano chiamare questa preghiera un «inno di giubilo». Gesù si rivolge a Dio con l’espressione «Signore del cielo e della terra», con l’aggiunta del termine «Padre», caratteristica distintiva della preghiera di Gesù. Il motivo della lode è lo svelarsi di Dio: perché nascondesti…, rivelasti. Il nascondimento riferito ai «sapienti e intelligenti» riguarda gli scribi e i farisei considerati come interamente chiusi e ostili all’avvicinarsi del Regno. È un atteggiamento di sempre, di tutti noi che la vogliamo sapere lunga, che ci crediamo di avere in mano la chiave della verità.  

Gesù designa gli uditori privilegiati della proclamazione del regno dei cieli come gli inesperti della legge, i non istruiti, i piccoli. Il contenuto di questa rivelazione o nascondimento è Gesù, lo svelarsi di Dio è legato inscindibilmente alla persona di Gesù, alla sua parola, alle sue azioni messianiche. È lui che permette lo svelarsi di Dio e non la legge o gli eventi premonitori del tempo finale. Gesù si presenta come colui al quale ogni cosa è stata comunicata dal Padre.  

Nel contesto dell’avvicinarsi del Regno Gesù ha il ruolo e la missione di rivelare il Padre celeste in tutto. In tale compito e ruolo riceve la totalità del potere, del sapere e l’autorità di giudicare. «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre» e viceversa «nessuno conosce il Padre se non il Figlio».  

I discepoli sono duri a capire la dignità unica di Gesù come Figlio e lo dimostra attraverso la testimonianza insostituibile del Padre; e nello stesso tempo Lui, Gesù, il figlio unigenito che è Dio, che sta nel seno del Padre è l’unico che può rivelare a tutti il volto del Padre che altrimenti nessuno potrebbe vedere. «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio, ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (1,18). Io che voi potete vedere, toccare, e anche offendere, perché prima o poi mi appenderete a una croce, sono l’unico che vi fa vedere il volto di Dio. Non è il potere, la potenza anche solo organizzativa che comunica Dio, ma la semplicità di un dono senza riserve. 

19 Luglio
+Domenico

La libertà si nutre di scelte

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,20-24)

In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi. 
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».

Audio della riflessione.

La libertà è un gran bel dono di Dio, ma occorre usarla bene. Tutti noi siamo posti di fronte a delle scelte da fare, alcune facili, altre più impegnative e scegliamo con criteri nostri, secondo gusti e convinzioni che ci siamo fatti, secondo la verità che abbiamo raggiunto nella nostra ricerca. 

  È importante però che mentre scegliamo con libertà ci sappiamo assumere anche le nostre responsabilità. Spesso invece scegliamo e non vogliamo farci carico delle conseguenze. Gesù, infatti, nella sua vita ha sempre offerto a chi lo voleva seguire e lo ascoltava le condizioni migliori per scegliere liberamente. Non compiva miracoli per far credere, ma li offriva come segno a chi aveva fatto lo sforzo di uscire da sé, di orientarsi alla verità del vivere.  

È chiaro che poi Gesù a chi non sceglie bene deve far capire l’errore. Gesù nella sua predicazione, nella sua opera di convincimento della gente si mise a rimproverare le città che non si erano convertite. Il suo rimprovero è quello del padre nei confronti dei figli. Sostiene sempre la loro libertà e quando sa che sono nell’errore è trepidante per le conseguenze che si porta dietro, sta in attesa, lascia andare suo figlio a sperperare i suoi soldi, sa che non troverà la felicità, perché ha scambiato per stelle delle banali luci di attrazione.  

Eppure, ogni giorno è sull’uscio di casa ad aspettare, gli mette nel cuore la nostalgia, il ricordo del bene, il fascino del vero amore. Concede sempre a suo figlio una scelta di riserva per poter tornare ridare alla sua libertà la forza della verità. 

La vita è così: se scegli il male, poi il male te lo trovi a invadere i tuoi pensieri, i tuoi progetti, ti prende l’anima. E non è che Dio ti lasci poi soccombere alle tue scelte sbagliate, perché Dio è ancora talmente buono che il suo giudizio è la croce su cui sale suo Figlio. Se fosse giusto come noi, saremmo tutti destinati alla morte, invece ci ridona continuamente possibilità di vita. 

 La croce è dove si realizza la sua giustizia. Sulla croce Dio è tutto e solo amore, sovranamente libero e onnipotente, capace di portare quella vita che dovevamo scegliere e che invece, ingannati, abbiamo scartato. 

E Lui ci viene ancora a cercare, non lascia alle scelte sbagliate, al male di seguire il suo corso, Lui non ci abbandona mai. 

18 Luglio
+Domenico

La vera pace non è incapacità di cercare la verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,34-11,1)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». 
Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.

Audio della riflessione.

È giusto che nel continuo susseguirsi di modelli di vita, di nuove sfide da affrontare, di situazioni universali di tensione, di conflitti insuperabili abbiamo a cercare un punto di vista, un riferimento alto per trovarne risposta. Una prima frase di Gesù sul tema della pace e della violenza ci sorprende non poco: E allora, “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.” Vuol dire allora che viviamo in una conflittualità non episodica, è come se fossimo proprio definitivamente scartati, assolutamente incapaci di aprire una finestra di speranza?  

Questa affermazione non significa assolutamente che Gesù stesse a favore della guerra e delle armi divisione. Gesù non vuole né la spada, né la divisione. Vuole l’unione di tutti nella verità. In quel tempo, l’annuncio della verità che lui, Gesù di Nazaret, era il Messia divenne motivo di molta divisione tra i giudei. Nella stessa famiglia o comunità, alcuni erano a favore ed altri radicalmente contro e Gesù non era un esaltato, era un segno di contraddizione, e si rendeva conto che di fronte a Lui occorreva fare una scelta impopolare e Lui stesso ne sarebbe stata la prima vittima, non certo il primo kamikaze. Era ciò che stava succedendo, infatti, nelle famiglie e nelle comunità: molta divisione, molta discussione, conseguenza dell’annuncio della Buona Novella tra i giudei di quel tempo, perché alcuni accettavano, altri negavano.  

Oggi succede la stessa cosa. Molte volte, lì dove la Chiesa si rinnova, l’appello della Buona Novella diventa ‘segno di contraddizione’ e di divisione. Persone che per anni sono vissute comode nella routine della loro vita cristiana, si sentono disturbate dall’invito di papa Francesco a uscire, a vedere Gesù nel povero, nel bisognoso, nell’oppresso dalla guerra e dalla fame e non vogliono lasciarsi scomodare da questo nuovo stile che non è nient’altro che lo stile di Gesù.  

Scomodate dai mutamenti, usano tutta la loro intelligenza per trovare argomenti in difesa delle loro opinioni e per condannare i mutamenti considerandoli contrari a ciò che loro pensano essere la vera fede. Sappiamo che il criterio fondamentale su cui Gesù insiste sempre è questo: la Buona Novella di Dio deve essere il valore supremo della nostra vita. Non ci può essere nella vita un valore più grande. La ristrettezza delle nostre piccole vedute non è secondo il vangelo e non devono provocare divisioni, ma adesione alla verità che è Gesù. 

17 Luglio
+Domenico

Tante sementi, ma la Parola è una sola

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,1-23)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Audio della riflessione.

La semina è sempre un fatto importante, carico di futuro, di attese, di pretese talvolta, di aspettative, di sogni e di desideri. Spesso si devono fare i conti con la scarsezza del seme, con la qualità, con i semi parassiti, che possono rovinare tutto. Oggi abbiamo motorizzato tutto, calcolato all’unghia come deve essere immesso nella terra, a che profondità, con che grado di umidità, con quale densità di semi per ogni unità di terreno. È giusto perché se si tratta di grandi estensioni un errore anche piccolo porta un danno consistente e irreparabile. Si trasmetterebbe per tutta l’estensione del terreno.  

Gesù utilizza questa immagine in termini molto più umani e meno industriali, come del resto capita nella vita di ciascuno di noi. Lo immaginiamo a piedi con la sacca delle sementi a tracolla e una mano che ritmicamente sparge il seme sul terreno che calpesta, dovunque. La sua semina è abbondante; la sparge anche dove nessuno pensa che possa nascerne qualcosa; ha fiducia di ogni terreno.  

Noi siamo un terreno che viene riempito di ogni tipo di semente: affettiva, culturale, relazionale. La nostra esistenza può ben essere paragonata a un grande campo in cui viene a realizzarsi una abbondante semina.  

Fin da quando siamo piccoli, seminano i genitori, i nonni, seminano gli amici, semina la scuola, la parrocchia, la TV, la strada, gli eventi. Ciascuno lancia il suo seme. La maggioranza è costituita da semi di bontà, molta è zizzania, è gramigna, è veleno. Il nostro campo deve convivere con tutto, la nostra esistenza si attrezza per difendersi, ma il buon seme, il buon grano c’è.  

Dice la parabola del Vangelo che questo seme della vita è la Parola di Dio, una parola che è anche la vita. Scritta a metà nel libro sacro e a metà negli avvenimenti quotidiani. Dice il Vangelo che il terreno in cui cade è spesso più duro dell’asfalto, è impermeabile non ne vuol sapere, si sente completo in sé, non ha bisogno di nessun seme e resterà nella sua aridità; il terreno, questa nostra vita, altre volte è sassosa: si ascolta bene, mi fa anche piacere qualche volta ragionare di Dio, cercare il senso della vita, ascoltare una parola buona, andare a messa, ma non le permetto mai di radicarsi.  

Ancora: talvolta, mi faccio prendere dalle preoccupazioni; lavoro, soldi, amici, avventure, posizione, cose, ferie, automobili; dice il Vangelo le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la Parola, ti spengono la vita. 

16 Luglio
+Domenico