La Madonna della neve

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 13-23)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Audio della riflessione

Oggi è la “Madonna della Neve”.

Il testo del Vangelo è un classico delle feste della dedicazione di una chiesa: si tratta della Basilica di santa Maria Maggiore a Roma. Si narra infatti che nel IV secolo, sotto il pontificato di  papa Liberio, un nobile e ricco patrizio romano di nome Giovanni insieme alla sua nobile moglie, non avendo figli decisero di offrire i propri beni alla Santa Vergine per la costruzione di una chiesa a lei dedicata. La Madonna apprezzò il loro desiderio e apparve in sogno ai coniugi la notte tra il 4 e il 5 agosto, indicando con un miracolo il luogo dove sarebbe sorta la chiesa.

La mattina seguente i coniugi romani si recarono dal papa per raccontare il sogno fatto da entrambi: poiché anche il papa aveva fatto lo stesso sogno, si recarono sul posto indicato, il Colle Esquilino, che fu trovato coperto di neve in piena estate.

Il pontefice tracciò il perimetro della nuova chiesa seguendo la superficie del terreno innevato e fece costruire l’edificio sacro. Fatto leggendario, ma sta di fatto che la basilica c’è e che è stata per i primi secoli la chiesa d’Occidente più grande dedicata a Maria, e noi dedichiamo la nostra riflessione alla Madonna.

Nell’affidare a Dio la storia quotidiana il cristiano non può fare a meno di lasciarsi inondare dai sentimenti di Maria di fronte alla grande bontà di Dio: Quando Dio interviene nella vita di una persona non si può non esplodere di gioia! Lo è stato per tanti personaggi dell’antico popolo di Israele, lo è stato per il lebbroso che è tornato a ringraziare Gesù per aver avuto non solo la guarigione della lebbra, non solo una pelle e una carne fresca e le mani al posto dei moncherini, ma la salvezza e la nuova innocenza del cuore; lo è stato per il popolo d’Istraele dopo il passaggio del mar Rosso attraverso il cantico di Miriam la sorella di Mosè, e non poteva non esplodere nel cuore di Maria Vergine.

Ma la cosa che sorprende è che la gioia di Maria non è una dolce ingenuità, magari distaccata dalla storia di ogni giorno, “aerea” come tanti pensano sia la preghiera, ma è un giudizio netto sulla intera storia dell’umanità: da questo giudizio e da questa visione del mondo Maria diventa madre di ogni speranza viva.

Ha spiegato potenza, ha disperso superbi, ha rovesciato potenti, ha innalzato umili, ha ricolmato affamati, ha rimandato ricchi, ha soccorso Israele: sono i sette verbi, non proprio innocui, di una visione di mondo, di uno sguardo lucido sulla storia.

L’avessimo noi oggi questa capacità di guardare i fatti della nostra vicenda contemporanea con gli occhi di Maria! Oggi che ci si appanna la vista perché vediamo solo superbi, potenti e ricchi vivere sfacciatamente sulla pelle degli affamati e umili, popoli inginocchiati nella fame e umiliati nella loro dignità, non solo ad opera di nemici, ma anche dagli odi degli stessi amici!

Quel bimbo che Maria si porta in seno ha già cominciato a riaccendere speranze: Maria aveva sognato un mondo nuovo donato da Dio ai poveri della terra; il popolo cui apparteneva glielo ricordava ogni giorno in sinagoga: “o cieli piovete dall’alto, o nubi mandateci il santo…forgeranno le loro spade in vomeri le loro lance in falci…non si eserciteranno più nell’arte della guerra.. il Signore Dio è in mezzo a te e ti rinnoverà con il suo amore…”

Ebbene, canta Maria, quel Santo, quel Signore è qui: questo niente che io sono, lo porta e lo consegna alla storia! Non deliravano i nostri profeti, non cantavano ai prigionieri per ingannarli, non ci siamo tenuti in cuore dei sogni come pietose terapie contro la depressione, non abbiamo finto di guardare al cielo perché incapaci di stare su questa terra: le nostre speranze non sono l’oppio dei popoli!

Non siamo stati ingenui perché ci siamo affidati a Dio e non al nasdaq o al mibtel o alle armi intelligenti: Dio è salvatore! L’onnipotente fa grandi cose! Il Santo è di parola, non dimentica, se ama , ama per sempre: non c’è ostinazione o cattiveria umana che fa tornare indietro Dio dalla sua misericordia!

Negli occhi velati di pianto per i tanti dolori della nostra vita si può sprigionare una luce e la bocca può esprimere un canto.

Maria, aiutaci a sperare sempre, a cancellare le nostre speranze spente con la tua speranza viva.

5 Agosto 2021
+Domenico

Pietro, roccia della fede, e Paolo fratelli nel martirio a Roma, questo è il suo compito principale

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 13-19)

Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Audio della riflessione

Gli apostoli che hanno realizzato con grande consapevolezza e determinazione il sogno di Gesù sulla Chiesa facendosi interpreti di tutti sono Pietro e Paolo, sempre celebrati assieme. Gesù pone la domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: “Voi chi dite che io sia?”. Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su un terreno solido e incrollabile.

La risposta di Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non deriva dalla “carne” e dal “sangue”, cioè dalle proprie forze, ma dal fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre gli dona.

Gesù costituisce Pietro come roccia della sua Chiesa, e la casa fondata sopra la roccia (cfr 7,24) comincia a prendere il suo vero significato.

Occorre sempre mettere in evidenza la differenza tra la fede apparente e quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù; bsogna credere e accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la risurrezione del Figlio.

Pietro riceve le chiavi del regno dei cieli: le chiavi sono segno di sovranità e di potere … pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul regno dei cieli. Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di portinaio del cielo, come comunemente si pensa: Pietro apre all’uomo il regno dei cieli qui, proprio perché è l’autentico trasmettitore e garante della dottrina e dei comandamenti di Gesù e colui che vincola alla loro osservanza, che è giusto la chiave del regno dei cieli.

Gli scribi e i farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel momento, avevano esercitato la medesima autorità … ma, rifiutando il vangelo, essi non fanno altro che chiudere il regno dei cieli agli uomini.

Simon Pietro subentra al loro posto e apre di nuovo e definitivamente il regno dei cieli: questo è il suo compito principale!

Non si potrà identificare la Chiesa con il regno dei cieli, ma il loro accostamento in quest’unico brano del vangelo offre l’opportunità di riflettere sul loro reciproco rapporto.

Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è affidato il regno dei cieli (cfr 21,43): in essa vivono gli uomini destinati al Regno. Pietro assolve il proprio servizio nella Chiesa quando invita a ricordarsi della dottrina di Gesù, che permette agli uomini l’ingresso nel Regno e il potere-servizio dottrinale, specialmente nel senso della fissare la dottrina, sta in primo piano.

Pietro è presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma alla direttiva e all’insegnamento di Gesù.

Il legare e lo sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè le decisioni di carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel presente da Dio.

Nel vangelo di Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che fa da esempio: ciò che gli è accaduto è trasferibile ad ogni discepolo; questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che vengono impietosamente riferite … ma a Pietro rimane una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la roccia della Chiesa del Messia Gesù.

Pietro è il garante della tradizione su Cristo, com’è presentata dal vangelo di Matteo.

29 Giugno 2021
+Domenico

La croce è la strada scelta da Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)

Audio della riflessione

Abbiamo bisogno di felicità come dell’aria per respirare: non c’è pezzo della nostra carne, tratto del nostro vivere, tensione dei nostri istinti che non siano in ricerca della sua soddisfazione … eppure annaspiamo in un mare di sofferenza, meno te l’aspetti ti arriva e ti sconvolge la vita! È dolore morale, è malattia, è ingiustizia subita, è pura casualità o ostinata cattiveria di qualcuno.

Doveva essere esperienza quotidiana anche per il gruppo che aveva seguito Gesù … forse però, quando hanno risposto con tanta schiettezza e generosità all’invito di Gesù, si erano illusi che con uno così si potesse dare una svolta decisiva e scrivere una pagina bianca nell’agenda dell’infelicità.

Pietro è il primo che s’immagina – a ragione – Dio dalla parte opposta del dolore: “Tu sei il figlio di Dio, il Messia che aspettiamo, sei la casa della felicità,  sei tutta la bellezza che la vita può sprigionare. Sei quello che noi da sempre sogniamo e non mi dire che anche tu ti devi adattare a soccombere alle nostre colline delle croci. Dio te ne scampi Gesù: questo a te non succederà mai.”

Gesù gli aveva invece appena detto che la croce era la strada scelta da Dio per far brillare in ogni coscienza il massimo di amore che nutre per gli uomini.

Questo è un altro punto centrale per la fede cristiana: si può confessare che Gesù è Dio, andando oltre i criteri di ogni corretta razionalità e accettare il mistero che questo uomo di carne e ossa si porta dentro … è già molto, ma non è ancora la fede cristiana: È necessario confessare ancora che egli è un Dio crocifisso.

Il mondo ebreo uno scandalo così non lo sopporta, il mondo intellettuale greco lo ritiene un controsenso, una stupidità; un cristiano – ci ha messo un po di secoli prima di capirlo – invece accetta di cambiare anche la logica dell’esistenza, accetta di rinunciare a quell’idea di Dio che razionalmente a fatica può correttamente costruire per accogliere l’idea di Gesù: non più un Dio glorioso e potente, ma un Dio che si svela nell’amore e nel dono di sé.

Quella croce non è l’apoteosi del masochismo, come qualcuno – insultandoci – crede che noi siamo; non è l’apoteosi del godere a farsi del male o a star male, ma quella croce è il segno di una vita vissuta in dono, il segno della vera felicità, dell’amore donato fino all’ultima goccia di sangue.

30 Agosto 2020
+Domenico

Pietro sei una Pietra incrollabile per la mia Chiesa

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 13-20)

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Ci sono spesso delle domande che qualcuno ti fa e che non ti aspetti, e che ti mettono pure in difficoltà … per esempio questa: chi sono io per te? Non è crisi di identità, ma è voler sapere che relazione ho con questa persona. Immaginiamo quanto può essere delicata, se la fa un marito a sua moglie o viceversa, dubitando magari di un amore tra di loro che si sta scolorendo; se la pongono papà e mamma ai propri figli perché si sentono solo portinai di un albergo.

E’ così anche quando la pone Gesù ai suoi discepoli che da molto tempo si frequentano, si scambiano esperienze, condividono gli stessi ideali; certo Gesù parte in forma indiretta: chi dicono gli altri chi io sia – cosa che pure gli interessa sapere da loro – ma poi va al centro: “e voi che dite? Chi sono per voi?”

Non è un sondaggio di opinioni, ma a Gesù sta a cuore sapere se gli apostoli sono stati capaci di andare oltre la scorza viva, ma non facilmente penetrabile, la scorza della sua umanità, dentro il suo grande segreto che non una volta sola tenta di svelare loro.

Loro saranno i continuatori della sua opera, del suo sogno di salvezza piena.

La risposta decisa, come sempre fa Pietro, che poi spesso viene smentito, è occasione per Gesù questa volta non di correggere Pietro perché in genere è pieno di slancio, non sempre forte e profondo, vero e necessario, ma di investirlo della sua personale e unica responsabilità di condurre la chiesa a nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Potremmo dire che è l’esito del primo conclave, senza le fumate e la loggia delle benedizioni, se non banalizziamo forse troppo quanto gli dice Gesù: è un atto di somma fiducia, di grande amore, di tenerezza di comprensione, di responsabilità divina.

Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.

Il primato di Pietro fu occasione di tante separazioni antiche e recenti, in Oriente e Occidente. Il sevizio chiesto a Pietro all’unità nella fede e nella carità è stato spesso scandalo, motivo di divisione.

Non è poi sempre facile vedere in quale misura ciò sia dovuto al cattivo modo di servire e in quale invece alla inevitabilità dello scandalo stesso della verità, che è sempre segno di contraddizione.

Anche l’identità di Gesù, vero uomo e vero Dio, è stata ed è occasione di tutte le eresie. Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente: questa è la fede cristiana trasmessa a noi dagli apostoli e che loro hanno maturato alla scuola viva di Cristo.

E non possiamo concludere che con un grande augurio a papa Francesco e una costante preghiera per il suo servizio petrino come lui stesso ci chiede.

23 Agosto 2020
+Domenico

Se nelle tua vita compare la croce, non disperare è vita piena

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 24-28)

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Che vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà l’anima? Di fronte a questa frase molti uomini e donne hanno cambiato vita: sono arrivati a una saturazione tale di insoddisfazioni vendute per felicità, di beni camuffati da bombe a orologeria di falsità, di cose ingombranti da toglierti il respiro dell’anima, che hanno lasciato tutto e si sono dati a Dio, sono diventati santi eroici, hanno cambiato il mondo.

Nella storia dei santi ce n’è una fila lunghissima: gente che le ha tentate tutte, che stava pure bene, che dopo innumerevoli sacrifici è riuscita a conquistare quel che desiderava e che a un certo punto lascia tutto e si mette a seguire il Vangelo.

Noi forse non saremo di questi perché abbiamo vite troppo adattate, non ci sentiamo neanche la voglia di guadagnare tutto, ci accontentiamo di una banale mediocrità.

Dobbiamo però dare un colpo di reni alla nostra esistenza: non saremo così esagerati, ma capita anche a noi di mettercela tutta per fare una casa e poi non trovarci più dentro nemmeno l’ombra dell’amore, di continuare a lavorare per star meglio e di trovarci soli perché due soldi ci hanno dato alla testa e abbiamo sfasciato la famiglia, di puntare tutto su un risultato e di non accorgerci che abbiamo venduto l’anima, di aver ottenuto tutte le cose belle della vita e di mancare della prima necessaria che è la pace dell’anima. Come la si ottiene?

La vita spirituale è esigente; abbiamo bisogno sempre di nuove ragioni per vivere. Gesù ci indica una strada difficile, ma infallibile per trovarle, per non perderci: accettare la croce, la difficoltà, mettersi dietro una croce e non davanti al niente; puntare sul perdersi e non sul guadagnare a tutti i costi cose, beni materiali.

Se nei tuoi sogni appare la croce è segno che stanno diventando realtà: la croce non è mai disperazione, ma una sicura speranza.

Essere calamitati dalla croce, fare la scelta di stare, di porsi di fronte a questa croce che è la manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità è la strada da seguire per vincere ogni debolezza nella vita.

Nella fede l’essenziale non è essere in tanti, né capire tutto e subito, ma di esporsi personalmente e con le persone che Dio mi mette accanto al contatto e all’azione dell’amore di Dio.

Pregare è offrire il mio tempo e la mia persona a disposizione dell’amore crocifisso per essere trasformato dalla sua presenza.

Fede è quindi prima di tutto stare nell’intimità di quell’incomprensibile amore povero crocifisso, anche se non lo si capisce, lasciandosene contagiare e purificare.

Non misuro la qualità della mia fede prima di tutto dalla forza delle mie convinzioni, dalla generosità dei miei gesti, dalla soddisfazione del mio progresso umano e spirituale, dal grado della mia serenità o dalla capacità di resistere alla mia inquietudine, ma dal rinnovare la mia disponibilità a colui che sulla croce dà la sua vita per me.

7 Agosto 2020
+Domenico

Ma Io per voi chi sono?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 13-19)

Audio della Riflessione

Lo domanda il ragazzo alla ragazza: si sente ora abbracciato e baciato, ora amato e lasciato, ora alle stelle per l’amore corrisposto, ora abbandonato e solo; lo domanda la moglie al marito che si sente sequestrata in casa, o il marito alla moglie, quando si sente un soprammobile; lo domanda un figlio ai suoi genitori: talvolta si sente di nessuno, qualche altra volta è soffocato da non potersi esprimere; lo domanda un prete al suo vescovo per sentire se ha ancora un padre cui affidare la sua passione per il Vangelo; lo domandiamo tutti a Dio, quando non ci bastano i ruoli ufficiali della vita, quando vogliamo uscire dalla nostra autosufficienza che ce ne ha allontanato e ha provocato solitudine e spesso peccato. 

Non è una domanda innocente, è una domanda che si porta dentro una pretesa se non un rimprovero: è una invocazione di relazione vera, è desiderio di essere chiamati a vivere in maniera nuova, autentica.

Gesù ha davanti a sé il suo seminario di apostoli, di gente che vuol condividere con lui la passione per il Regno: “Ma avranno capito questi chi sono? Come potranno sostenere tutte le prove della vita se per loro sono solo uno che fa miracoli, o un predicatore di grido, o uno che sa tener testa ai violenti, che sa parlare schietto, che sa risvegliare dal torpore. Soprattutto come faranno a entrare nel Regno dei cieli se fissano il loro sguardo solo sulla storia che li precede? Sapranno fare un salto nella assoluta novità del Regno di Dio? Come faranno ad accettarmi risorto, quando sarò stato crocifisso e cancellato non solo dai loro occhi, ma anche dalla loro stima e dalla loro fede.” 

Gesù si mette in gioco: rischia il primo abbandono. Ce ne saranno tanti dopo l’ultima cena: nel Getsemani, nel pretorio, sul Calvario, ma anche sulla via di Emmaus con quei due che raccontano la loro pasqua con tutti quei verbi al passato … speravamo … ci hanno detto, ma noi non abbiamo visto nessuno … oppure con Tommaso che stenta a credere.

Nella vita occorre sempre essere veri: tutti devono fare un passo per uscire da sé e accettare la novità, nel suo caso la novità definitiva del Regno di Dio. 

E’ una domanda che anch’io sto facendo a Gesù … è una domanda talvolta gioiosa, talvolta demenziale: “Gesù, ma chi sono io per te?”

Non ho dubbi sulla risposta, che poggia sulla certezza di una chiamata cui hanno aderito per me la prima volta i miei genitori quando sono stato battezzato: quella domenica 7 giugno la mamma era andata a dottrina nel pomeriggio come sempre, aveva percepito che stavo nascendo, ero già il quarto e non c’erano paure di sorta.

Sono nato al calar del sole e il venerdì successivo, festa del Sacro Cuore – allora festa di precetto – secondo le consuetudini del tempo che volevano che il battesimo venisse celebrato la prima festa di precetto dopo la nascita, sono stato battezzato a Dello, nella chiesa di San Giorgio.  

Gesù, io posso anche non sapere bene chi sono, ma so che sono stato immerso nella tua morte e definitivamente rinato nella tua risurrezione; in seguito ho cominciato a rispondere io, nei lunghi anni del seminario ho incominciato a rispondere, il giorno della ordinazione presbiterale, tutti i giorni della mia vita da prete e infine in quel pomeriggio di Pentecoste a Palestrina da Vescovo.

Non so chi sono, ma mi hai chiamato tu: mi basta questo! Mi sento sicuro nelle tue braccia, che so non essere un elenco o una rubrica, o una mailing list, ma un rapporto vivo di amore, una amicizia senza se e senza ma e soprattutto senza ripensamenti.

Anche i giovani del Kazakistan domandavano a Giovanni Paolo II nel 2001, dopo il terrore delle torri gemelle: chi sono io per te papa Giovanni? E lui rispondeva: tu sei un disegno di Dio, tu sei un palpito del cuore di Dio. Siamo sempre amati a dismisura da Dio! 

E’ una domanda che ho fatto per 12 anni a Palestrina: “Chi sono io per voi?” Per la risposta occorreva andare al di là del vocabolario che era fatto di “eccellenza”, di “eminenza”, perché si esagerava sempre per tradizione. 

Non sapevo ancora che cosa potevano rispondere a questa mia domanda impertinente, ma io sapevo che venivo ogni giorno misurato da affetto, da attesa, da pretesa, da domande urgenti, da richieste di cammino, da invocazioni di decisioni, da sete di Vangelo; e sapevo che Dio mi aveva dato possibilità di rispondere a partire dalla vita e dalla fede di questa terra in cui sono nato e in cui mi trovo a concludere i giorni della mia vita e dal giorno dell’ordinazione in piazza davanti alla cattedrale di Palestrina: quel giorno restava sempre un riferimento per trovare la consapevolezza che Dio compie sempre miracoli e che è Lui a guidare ogni sua Chiesa.   

Ma soprattutto questo “chi dite che io sia” è una domanda che Gesù fa a me, ed esige la risposta ingenua, immediata di Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Tu sei il consacrato che ha tirato dentro in questa consacrazione anche me, sei il mandato che si è degnato di mandare anche me, sei il Messia, l’atteso che associa in questa attesa dell’umanità anche me. Sei Figlio a Dio come hai fatto diventare anche me. Sei il pastore che mi ha tolto dalla comoda routine in cui mi stavo rifugiando per chiamarmi a portare il tuo nome ad ogni fratello: mi hai tolto dalle secche del pensare a me per aprirmi a servire una tua porzione di regno, e oggi mi chiami a riposare fisicamente, ma sempre mi chiedi di vivere bene da cristiano, da prete, da vescovo e di non  chiudermi mai agli altri.” 

Oggi Gesù rifa a tutti noi questa domanda e ci aiutiamo a rispondere a dire: “Tu, sei Gesù il Cristo, Figlio di Dio vivo. Sei il rivelatore del Dio invisibile, sei il primogenito di ogni creatura. Sei il fondamento di ogni cosa. Sei il maestro dell’umanità, e il Redentore. Sei colui che ci conosce e ci ama. Sei il compagno e l’amico della nostra vita. Sei l’uomo del dolore e della speranza. Sei la pienezza della nostra esistenza, la nostra felicità. Io non finirei più di parlare di lui. Sei il Figlio di Maria, la benedetta fra tutte le donne, tua madre nella carne, e madre nostra nella partecipazione allo Spirito del Corpo mistico.”  

E lo dico qui in una chiesa, la nostra chiesa, quella che rappresenta da secoli la nostra comunità cristiana che deve essere resa sempre più abitabile da tutti.

La parrocchia è la casa di tutti, la casa dove si apprende la fede: se non avesse nient’altro che il Vangelo da offrire agli abitanti di Dello, avrebbe già tutto quello che ci aspettiamo da Lei.

Se mi permettete sono qui a dirvi che senza giovani cristiani la nostra parrocchia non avrà futuro: ci sarà una bella chiesa, una bella torre, un bel castello, ma saranno solo per fare le fotografie e non per dare speranza e gioia agli uomini del futuro.

Ci dobbiamo sbilanciare dalla loro parte, dalla parte dei giovani, non per accontentarli, ma per leggere in loro i doni che Dio ci ha dato e per farli fruttificare. 

29 Giugno 2020
+Domenico

La vostra afflizione si cambierà in gioia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 16-20)

Audio della Riflessione

La chiesa universale e il santo Padre oggi celebra probabilmente l’Ascensione, noi invece italiani e romani pur avendo come vescovo e primate il papa, per decisioni prese in accordo con lo stato italiano abbiamo spostato la festa dell’Ascensione alla domenica prossima. 

L’esperienza di essere spesso lasciati soli nel nostro rischioso mestiere di vivere la proviamo ogni tanto nella nostra esistenza: l’abbiamo sofferta nei passaggi difficili dall’essere ragazzi spensierati all’adolescenza turbolenta in cui non sapevamo chi eravamo e soprattutto chi volevamo essere, abbiamo sperimentato dalla giovinezza alle scelte che ci imponeva la vocazione che ci sentivamo dentro scritta anche nella nostra carne per diventare adulti, dall’essere adulto operativo al pensionamento, a questa età della famosa “scrematura facile” …  

Talvolta però la solitudine che forse ci pesava di più è stata quella della fede: infatti alle volte, nelle storie spirituali di ogni cristiano, ci sono dei momenti di dubbio, dell’oscurità dello spirito, di notte, di silenzio di Dio.

La fede ci dice che egli è vicinissimo, ma non riusciamo a cogliere i segni della sua presenza, né fuori, né dentro di noi: questi momenti talora sono vissuti anche a livello di comunità e di umanità, complice la secolarizzazione, che ha da sempre con strafottenza predicato l’inutilità di riferirsi al Signore, oppure l’eclissi del sacro predicata e provocata ad arte da molti, la cosiddetta “morte di Dio”.  

La pandemia può anche essere uno di questi momenti, ma sono proprio questi fatti più grandi di noi in cui si può avverare una riscoperta purificata di Dio, non legata ai segni che ci vengono da sentimenti psicologici o a cultura diffusa o civiltà, ma a quelli di una visione che ha la penetrazione e l’acutezza della fede, e che sono sempre doni di Dio, non mete razionali dell’uomo. 

La presenza del Signore Gesù è essenziale nella vita della Chiesa: quando viveva in Palestina la sua presenza era fisica e visibile, e con la Pasqua e l’Ascensione è diventata una presenza spirituale, profonda e universale, non meno vera ed efficace di quella fisica.

E’ una presenza che si riconosce solo nella fede, testimoniata da cristiani, convinti di questa nuova visione della vita da far circolare tra tutte le persone. 

I segni della sua presenza ce li mostrano i testimoni dell’amore alla vita, dell’amore fino al dono di essa, della fedeltà alla nostra dignità umana, dell’adorazione a nessun altro dio che al Signore e Dio Padre di Gesù.

E dove ci sono due riuniti nel mio nome Io vi garantisco la mia presenza, senza se e senza ma.

La sua Parola ce ne garantisce la verità e l’Eucaristia ce ne indica la strada. 

21 Maggio 2020
+Domenico