Cristo regna dalla croce

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 23,35-43)

Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Audio della riflessione

A scuola abbiamo studiato tanti regni che si sono sviluppati, succeduti nelle varie nazioni, a partire dai nostri in Italia fino a quelli antichi e di tutto il mondo. Ricordiamo alcuni re e imperatori: Alessandro Magno, Cesare Augusto, Carlo Magno, Napoleone. Francesco Giuseppe, Carlo di Asburgo…

… dal Vangelo si coglie subito che il regno di cui parla Gesù alle folle che lo seguono e il re che egli fu, è molto diverso dai regni che abbiamo studiato a scuola, o da quelli che si vogliono imporre con la forza e la violenza, camuffandole di democrazia.

Pilato ha sete di potere: si trova male in questa lontana provincia dell’impero, quasi un castigo, e senza prospettive di promozione. Sente dire di Gesù che è re e non gli par vero di prendersi gioco di lui e con supponenza lo tira in giro: “dunque tu sei re!?”. Gesù risponde e lo invita ad uscire dalla sua “cancelleria”, dal suo “dipartimento”, dalla sua Casa Bianca: “Il vero regno non è questo che tu rappresenti.”

Il suo regno, il suo potere è una crocifissione, con tanto di piccole e grandi miserie che la colorano. Gli chiede un ladro che spera di farla franca un’altra volta: “Ho anch’io una croce addosso da tutta la vita: non me l’hai tolta neanche tu. Che aspetti a tirarci fuori da questa sporca vicenda?”, E’ sempre e tutta violenza, tutta visione della vita senza cuore, senza andare nell’intimo della storia del mondo, dell’uomo e di Dio.

L’altro ladro però intuisce qualcosa: quegli occhi, quel volto, quel respiro è di chi regna sugli uomini solo se l’uomo riconosce di dover essere perdonato e si lascia rinnovare da quel perdono. È un regno che non ha consistenza in se stesso, non può contare su truppe, strategie, costrizioni. Diventa vero solo se l’uomo si lascia amare. E’ il regno dei nuovi crocifissi agli alberi delle foreste africane, delle madri e delle ragazze indiane violentate e uccise perché cristiane, dei cristiani irakeni ammazzati mentre celebrano l’eucaristia e aggiungono al sangue di Cristo il loro sangue, dei cristiani bruciati nelle loro case, violati nella loro piccola e serena intimità. Oggi sarai con me in Paradiso.

 San Giovanni Crisostomo ebbe a dire: “Il paradiso chiuso da migliaia di anni è stato aperto per noi “oggi” dalla croce. Infatti, oggi, Dio vi ha introdotto il ladrone. Compie, in questo, due meraviglie: apre il paradiso e vi fa entrare un ladro. Oggi Dio ci ha reso la nostra antica patria, oggi ci ha ricondotti nella città eterna, oggi ha aperto la sua casa all’intera umanità. “Oggi, dice, sarai con me in paradiso”. Cosa stai dicendo, Signore? Sei crocifisso, inchiodato e prometti il paradiso? – Sì, affinché tu possa imparare quale è la mia potenza sulla croce… Non è risuscitando un morto, né comandando il mare e i venti, né cacciando i demoni, bensì crocifisso, inchiodato, coperto d’insulti, di sputi, di scherzi e di oltraggi, che egli ha potuto cambiare il cattivo destino del ladro, affinché tu vedessi i due aspetti della sua potenza. Scosse tutta la creazione, spezzò le rocce e attirò l’anima del ladro, più dura della pietra..

Questo è il regno di Cristo e questo fa molto più paura degli eserciti, perché è un regno di risorti, di gente che non giacerà mai morta e che continuerà a vivere e risorgere in se stesse e nelle coscienze e nelle nuove comunità che  nasceranno. Noi siamo tutti figli di martiri, le nostre antiche chiese sono nate tutte nel sangue di un dono senza condizioni della vita di chi ci ha preceduto. Ora invece le nostre chiese stanno imbarbarendo nella asfissia, nell’autocompiacimento, nella melassa di abitudini piccole piccole, nella insignificanza.

Il simbolo del regno di Dio non sarà mai uno stemma, anche vescovile o papale, un logo, un disegno, uno sfondo, un contrasto con tanto di cornice e di classicità, ma sempre e solo una croce. Dio ha uno strano modo di rivendicare il suo potere, è quello di morire perdonando. Gesù ricordati di noi quando sarai nel tuo regno, non ci dimenticare nelle nostre pazzie, nei nostri peccati, nelle nostre malvagità, ma attiraci a te. Tu dicesti quando sarò innalzato da terra tutti attirerò a me. E’ la tua croce che ci salva.

20 Novembre 2022
+Domenico

La vita futura in Dio non aggiusta i cocci del nostro vissuto, ma la fa nuova e piena 

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 20, 27-40)

Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.

Audio della riflessione

C’è una domanda che percorre tutte le nostre vite e che spesso torna alla coscienza: “Che c’è dopo questa nostra vita terrena? Abbiamo un futuro? Come possiamo immaginare un futuro diverso dal nostro? Possiamo penetrare questo al di là o dobbiamo accontentarci di vivere di congetture, di ansie, di desideri, di attese?”.

Era la domanda che facevano a Gesù anche i suoi contemporanei: Lui parlava di regno di Dio, Lui si diceva collocato entro questa grande intimità con …. Lui; Gesù doveva allora saper dare risposte a questo assillo della verità ultima della vita.

Il modo di fare la domanda è un po’ curioso: se c’è un al di là deve essere in grado di sciogliere tutte le nostre complicazioni; se c’è una realtà definitiva occorre che in essa si inscriva una possibilità di dare alla nostra vita la perfezione e la bellezza cui aspira.

Il caso di una donna che ha avuto sette fratelli come mariti perché morivano uno dopo l’altro, per obbedire alla legge del levirato, era proprio un caso insolubile che rendeva ridicola la credenza di una vita futura bella, giusta, riuscita … ma Gesù come sempre fa fare un salto di qualità: offre la possibilità di un colpo di ala! Il futuro, il paradiso, la pienezza della vita in Dio non è l’aggiustamento dei cocci della nostra fragile esistenza, non è un faro nella nebbia, ma il sole! Non è  un compromesso, una improbabile mediazione che dà ragione a tutti e a nessuno, ma è una vita piena nel Signore.

Lui darà risposta piena alle ombre di amore che nelle nostre vite tentavano di imitare la sua luce; Lui darà forza definitiva che sorpasserà ogni nostra debolezza; Lui riempirà la vita di tutti fino alla sazietà! Si semina un corpo mortale, debole, fragile, corruttibile – dirà San Paolo – e risusciterà immortale, fresco, forte, felice.

Anche l’evangelista Giovanni pure si cimenterà con queste attese: siamo figli di Dio e non riusciamo a immaginare che cosa grande, sorprendente è godere della gioia del Padre.

Ricordate quello che disse il padre del figliol prodigo, per intenderci, quello che non voleva far festa al fratello tornato: “Figlio tu sei sempre con me, quello che è mio è tuo”; questo figlio non sapeva cogliere la bontà di suo padre che avrebbe dovuto riempirgli sempre la vita.

Dio riempirà oltre ogni misura la nostra esistenza e questo ci basta: quel cielo cui siamo destinati non è vuoto e può ogni giorno dare alla nostra terra la forza di viverne in pienezza l’attesa.

Sarà sicuramente stretta la porta, impegnerà sempre la nostra libertà e volontà, ma sempre aperta per chi la vuol passare.

19 Novembre 2022
+Domenico

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La fede mette in campo la vita, non solo l’intelligenza

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)

Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.

Audio della riflessione

C’è stato un tempo in cui per l’ora di religione a scuola, il catechismo in parrocchia, le conferenze in oratorio si praticava  un modello un po’ “idraulico” di insegnamento, e l’idea di fede che si diffondeva sempre di più era che nella vita cristiana devi soprattutto  ammettere con la tua intelligenza cose che non capisci, verità che con la tua ragione non riesci a dimostrare.

Anche se i ragazzi e i giovani di oggi sono stati coinvolti in esperienze più coinvolgenti, più legate a un rapporto con Dio personale, di fiducia, di dialogo, di coinvolgimento di tutta l’esistenza, facciamo ancora una gran fatica a toglierci di dosso l’idea che la fede è credere soltanto a delle verità … questo è pure giusto, ma la fede è altro, soprattutto.

È chiarissimo al riguardo Gesù in un suo dialogo serrato con Pietro: è stato tutta la notte a pregare, ha avuto bisogno di una notte in intimità col Padre! Aveva ordinato perentoriamente ai discepoli di prendere la barca, di portarsi dall’altra parte del lago … Lui li avrebbe raggiunti in seguito … e nel ritmo incalzante della giornata di Gesù vediamo che c’è posto per la preghiera: È una preghiera in cui affiora alla coscienza il suo essere Figlio, questo mistero unico, impenetrabile, non condivisibile che diventa colloquio, estasi … e il suo essere consapevolmente uomo e bisognoso di ritrovare costantemente, in una preghiera accorata col Padre, la nitidezza e il coraggio della propria vita.

Dovrebbe essere così anche per tutti noi!

Ebbene verso la fine della notte raggiunge i discepoli che sono in mezzo al lago sballottati da una brutta bufera: li raggiunge camminando sulle acque creando paura e terrore tra i discepoli … e Pietro è il primo a riaversi dallo stupore e chiede a Gesù: “Perché non potrei anch’io camminare come hai fatto tu sull’acqua? Se sei così potente, perché non regali anche a me questa emozione?”.

“Vieni!”, gli dice Gesù, e Pietro cammina davvero sulle acque: aveva camminato per scherzo o per sfida, ma Gesù è vero, non è un ipnotizzatore, non è un fenomeno da baraccone.

Pietro è troppo concentrato su di se: non guarda più Gesù, si preoccupa dei suoi piedi che non poggiano più sul sicuro, si impaurisce e sta per andare a fondo … e urla “Signore, salvami!”.

Gesù stese la mano, come Dio stese la sua nel creare Adamo, il primo uomo, e Pietro fu riportato a un rapporto vivo con Gesù: “Uomo di poca fede! Hai dubitato: credevi che io stessi a giocare. Ti affidi a me o ai miracoli, alle cose meravigliose e sorprendenti?”.

Il dubbio di Pietro non è il dubbio intellettuale intorno alle verità di fede, ma la mancanza di fiducia in Gesù di fronte alle difficoltà della vita: questa è la fede che deve riempire la nostra esistenza e sarà quella che insegnerà a tutta la Chiesa: non può essere che questo il centro che nelle Basiliche romane, di cui oggi celebriamo la festa, deve essere sempre proclamato e vissuto.

18 Novembre 2022
+Domenico

Le basiliche romane non sono ragnatele che avviluppano, ma spazi di preghiera e di condivisione che abbracciano tutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19, 45-48)

Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà casa di preghiera”. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.

Audio della riflessione

Capita a tutti qualche volta di sentirsi avviluppati da una ragnatela che non ti permette di muoverti e ti fa sentire imprigionato in una situazione da cui vorresti liberarti e che invece ti soggioga sempre di più: talvolta è una esperienza affettiva in cui sei coinvolto e perdi l’uso della ragione … ogni tanto hai dei momenti di lucidità, ma subito ritorni nella confusione; percepisci il disordine, ma non riesci a liberarti; intuisci l’errore, ma le maglie della avventura si sono fatte di acciaio. E’ la situazione di chi si trova impigliato nella mafia, o in qualche racket, di chi è dentro la droga o la malavita. Per uscire occorre avere coraggio: vedere chiaramente la situazione e buttarsi a corpo morto in un futuro diverso.

A Gesù non è capitato mai di essere privato della sua libertà, ma ha visto tanti uomini prigionieri del male e ha fatto di tutti per liberarli.

Un giorno passa nel tempio, la casa di suo Padre, la casa in cui deve regnare la pace, la serenità, l’amore, l’abbandono fiducioso, il linguaggio della confidenza, il luogo in cui puoi stare cuore a cuore con Lui … ma … vede questo tempio trasformato in un mercato, in una spelonca di ladri, in un luogo dove prevale la sopraffazione, l’imbroglio, dove l’idolo è l’affare e Dio ne è il piedestallo. Il pio ebreo veniva dalle sue terre di fatica per incontrare Dio e si trovava a barattare la sua stessa vita e la sua religiosità.

Gesù reagisce: la ragnatela creata dai benpensanti non può rimanere oltre, pena il cancellare dai cuori dei semplici la speranza che Lui, Gesù, era venuto a portare, e manda all’aria cambiavalute e mercanzie, offerte da vendere e offerenti tignosi.

Dio vuole essere servito da preghiera e da lode, non da affari e da commerci!

Si stava firmando la sua condanna, perché se tocchi i soldi ai potenti finisci sempre male! La gente semplice è abituata a farsi derubare, ma il potente no! Infatti tutti questi cercavano di mettergli le mani addosso, ma i poveri, la gente pendeva dalle sue labbra.

Oggi la festa delle basiliche romane, e deve farci riflettere sulla bellezza di ogni casa di Dio e sulla disponibilità assoluta a farcelo incontrare nella preghiera da condividere con vita piena con tutti, i poveri soprattutto.

A troppe cose purtroppo noi ci abituiamo: non solo ingoiamo moscerini, ma serpenti interi! Ne va della sincerità della nostra vita e della passione che la deve far brillare.

La Chiesa è sempre la casa della comunità in cui si può incontrare Dio: Gesù con quel gesto ci dà la speranza che si può, se non si ha paura di pagare.

18 Novembre 2022
+Domenico

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Il muro, la sete di pace, la tentazione della solitudine

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19, 41-44) (Lc 13,34)

Lettura del Vangelo secondo Luca (Lc 19, 41-44)

In quel tempo, Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo:
«Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi.
Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

Lettura del Vangelo secondo Luca (Lc 13,34)

Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto!

Audio della riflessione

Può capitare ad ognuno di noi di trovarci a ripensare, vedere e fotografare tutta intera la nostra vita e piangere su di essa … per Gesù, la città di Gerusalemme che rappresenta tutti noi, era la sua vita.

Noi siamo questa Gerusalemme che Gesù invita ad ascoltare e meditare il suo Vangelo, che vuol fare della nostra esistenza un ascolto gioioso assieme ad amici, fatto di immagini, di parole, di sguardi, di contemplazioni, di ricordi, di sentimenti ed emozioni, di gesti generosi che la sua parola ci provoca.

Se non è così Gesù piange anche su di noi.

Invece, a partire dal suo Vangelo, vogliamo sviluppare momenti interiori, di amicizia, di riflessione, di confronto, fino a poter raccontare soprattutto, perché non possiamo assolutamente tacere o tenere per noi ciò che Lui ci dona continuamente, le parole che ci ha fatto ascoltare: l’orologio del tempo non si ferma alla Gerusalemme di più di 2000 anni fa.

Gesù ci ha presentato le strade della vita.

Il Vangelo ci aiuta a fare i conti anche  con la nostra miseria umana, i nostri fallimenti, le nostre contrapposizioni: ci fa capire che il nostro tempo è fermo ancora al tempo prima di Gesù, fermo all’”occhio per occhio, dente per dente”.

Ma non siamo disperati, perché stiamo parlando di noi non di altri: i muri di Gerusalemme sono i nostri! Sono costruiti tortuosi e ingombranti, divisori e lancinanti dentro di noi, tra di noi, nel nostro pensiero, nei nostri affetti, nelle nostre colpe e distorsioni della vita, nelle fantasie giovanili che pur sono fatte per la pace, la serenità, la bellezza, la giustizia, l’amore.

Questi muri non crolleranno finché rimarranno i nostri: sono un avvertimento alle nostre coscienze e alle nostre vite.

La storia non la fanno le guerre, i trattati di pace, i tavoli di concertazione, gli stessi muri ma le coscienze … e la pace pure si costruisce nelle coscienze.

Il pianto di Gesù è su di noi: noi siamo tutti la sua “covata”.

Gerusalemme è la città terrena, è il nostro mondo in attesa di una città celeste, la Gerusalemme dove non ci sarà più bisogno di luce e di candele perché vi brillerà il sole di giustizia che è Gesù.

Oggi molti ancora soffriamo divisioni, contrapposizioni, muri; dobbiamo pregare e vivere perché si cambino in noi e fuori di noi in ponti! Se così desideriamo e viviamo, la nostra vita ha uno scopo e chi vive così può contare su veri amici e abbattere  continuamente i muri della nostra vecchia e assurda Gerusalemme .

17 Novembre 2022
+Domenico

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Ogni persona è messa in grado di sviluppare la sua esistenza al massimo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19, 11-28)

Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro.
Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”.
Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”». Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.

Audio della riflessione

C’è stato un tempo, non molto lontano dai nostri giorni, in cui si pensava che tutti gli uomini erano uguali: tutti con gli stessi diritti, tutti con gli stessi doveri, tutti alla pari. Venivamo da un mondo in cui tanti diritti fondamentali erano negati a molte persone: per esempio la vita, la cura della salute, il lavoro, lo studio, la giustizia … era giusto che si lottasse perché tutti potessero avere le stesse possibilità di fronte alla vita.

Non è però vero che tutti rispondono alle proprie risorse con lo stesso impegno; non solo, ma Dio ci ha creati diversi, con gusti e desideri, carattere e qualità diverse, e ci ha chiesto di far fruttare meglio possibile ciò di cui vuol disporre, quello che ciascuno ha.

“Dieci talenti  d’oro” chiama il Vangelo tutte le risorse che l’uomo ha a disposizione, e ciascuno li fa fruttare meglio che può! Se immaginiamo che questi dieci talenti siano la vita, ciascuno la mette a frutto altrimenti non è fedele alla sua esistenza e a Dio che gliel’ha data!

Ad ogni persona è stato dato quel tanto di doni, che, nel suo disegno non certo economico o quantitativo, gli permettono di esercitare un minimo di libertà e quindi di responsabilità e siccome Dio vuole che tutti siano salvi, cioè arrivino alla pienezza della sua vita, della propria vita, in modo misterioso, ma certo, dà a ciascuno la possibilità di goderla al massimo.

Capita però che questa musica, che è la vita, non la vogliamo cantare: questa vita la andiamo a seppellire, questo oro lo riteniamo un possesso e non una possibilità; una sicurezza egoistica, una rivendicazione, un diritto acquisito e non un dono che ci impegna … e alla fine della vita arriviamo con le mani vuote: l’avevamo sepolto questo dono, e quando abbiamo scavato per riprenderlo non c’era già più! era stato dato ad altri perché l’amore di Dio non può essere buttato.

Non è il tanto o il poco che conta davanti a Dio, ma il cuore bucato che non trattiene, l’intelligenza allenata che apre occasioni, il coraggio di rischiare che ti destabilizza, ma che ti dà gioia.

Fallisce colui che si chiude, che rifiuta il dono di Dio e si scava una solitudine senza Dio e senza gli uomini.

16 Novembre 2022
+Domenico

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“Vengo a casa tua”, e Zaccheo dà metà dei suoi beni ai poveri

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19, 1-10)

Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Audio della riflessione

C’è gente caparbia che non cede mai: si mette in testa una cosa e la persegue costi quel che costi … è il giovane che vuol, conquistarsi un record, è lo scalatore che si allena giorni e giorni per arrampicarsi sulle vette, è l’innamorato che non dorme finchè non ha scalato il balcone o dipinto il muro della stazione per dichiarare la pienezza del suo cuore, la pazzia dei suoi sentimenti … è anche il cattivo che si fa più furbo dei buoni nel perseguire i suoi obiettivi.

Era così anche un riccone, più largo che alto, di nome Zaccheo, che voleva cavarsi a tutti i costi la voglia di vedere Gesù: “Tutti ne parlano, tutti ne dicono bene, tutti quelli che vengono nella mia banca mi tormentano con le loro descrizioni … Lo voglio vedere anch’io! Non mi interessa più di tanto, ma mi voglio cavare la curiosità!” … e finisce su un albero, lui il notabile, il ricco che ha bisogno di nessuno, lui il frodatore del povero, lui il pallone gonfiato dai suoi soldi … e l’operazione riesce: Gesù passa proprio sotto quell’albero che lui aveva oculatamente scelto.

I momenti che si susseguono sono di una sequenza sorprendente: Lui passa, Zaccheo è soddisfatto, Gesù alza gli occhi, lo vede, lo chiama e gli dice di saltar giù da quell’altana, da quel podio da stadio e scatta una cosa impensabile per Zaccheo che credeva di aver concluso la sua avventura. Gesù gli dice: “vengo a casa tua, mi interessi, non mi lascio vedere per curiosità, voglio che tu conosca la mia missione e entri nel mio Regno”.

Detto fatto, gioia e entusiasmo, efficienza di organizzazione, pasto assicurato, invitati a non finire, perché i soldi ci sono, la compagnia pure, la voglia di apparire ancora forte … e anche qui succede quel che Zaccheo non prevede: aveva sì previsto l’invidia dei suoi colleghi di furto e vessazioni, che si meravigliano da ottimi farisei che Gesù vada a mangiare a casa di un poco di buono; aveva sentito con un po’ di aria di rivincita la solita delusione dei  poveri che speravano di vedere in Gesù uno che sferzava i ricchi sfruttatori e che invece va da loro pure a mangiare … ma gli scoppia in petto una decisione perché quel Gesù che voleva vedere ora gli cambia il cuore: “Do la metà dei miei beni ai poveri, restituisco il quadruplo, mi voglio rovinare, ma non voglio perdere quella pace, quella gioia che la tua persona, Gesù, mi ha dato con questa tua visita”.

Quel che mi colpisce di più è la gioia: la vita cambia solo se in noi esplode la gioia, se siamo contenti, se ci lasciamo affascinare e riempire di gioia per qualcuno, se smettiamo di presentare quella faccia qualunque che ci caratterizza ogni mattina.

15 Novembre 2022
+Domenico

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Figlio di Davide, io ti voglio seguire

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18,35-43)

Lettura del Vangelo secondo Luca

Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!».
Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

Audio della riflessione

Non vederci è un bel problema per noi persone, creature, figli o figlie, padri o madri: non possiamo godere la bellezza del creato, se non solo per il tatto, l’odore, il gusto … non possiamo godere dei volti di coloro che ci parlano e stanno vicino, non sappiamo chi sono le persone che incontriamo … diventiamo sospettosi e paurosi di tutto, assolutamente dipendenti dagli altri per le cose più semplici, anche se siamo sempre delle persone.

Il cieco di Gerico si sentiva forse così: sente un vociare confuso della folla che gli fa capire che sta passando Gesù, si mette a gridare “voglio la luce, Gesù figlio di Davide ridona alla mia vita la bellezza dei tuoi colori, dei volti degli uomini, lo splendore del creato. Come faccio a vivere, a lodarti, se non vedo le tue opere se non posso scrutare il volto di chi mi passa accanto?”.

Chi gli stava accanto non ne poteva più, lo sgridava perché era troppo petulante, importuno: “Ma adattati alla tua situazione! E’ una vita che sei cieco, solo adesso non riesci più a sopportare il tuo disagio?”.

Il cieco avrebbe potuto rintanarsi tranquillo nel suo angoletto: aveva tentato, non gli era andata bene … ma che cosa avrebbe significato per lui questo smettere di gridare? Che non aveva fiducia in Gesù … ma lui ne aveva tanta e si è messo a gridare ancora più forte e Gesù riconosce la sua grande fede, la sua speranza tutta riversata su di Lui … e lo guarisce!

Gesù sta salendo a Gerusalemme e ha appena detto ai suoi ”tutto ciò che fu scritto dai profeti… si compirà”, si sta quindi incamminando  apertamente verso la morte.

Il cieco è simbolo dell’uomo che è aperto al mistero e osa bussare alle sue porte: Gesù gli apre gli occhi, quelli del corpo e quelli dell’anima; da quel momento il cieco comincia ad essere un uomo diverso: salta e grida di gioia, e decide di mettersi al seguito di Gesù.

Questi due particolari  val la pena di leggerli più in profondità: lo ha chiamato “Figlio di Davide” e “lo ha seguito”.

Figlio di Davide era il titolo di colui che avrebbe  ristabilito il regno dell’antico re di Israele: un messia di potenza e restauratore dell’antico regno, quindi una visione della messianità di tipo politico e mondano … nei Vangeli però dire “figlio di Davide” significava soltanto colui che sente l’invocazione dei poveri e li aiuta e solo così adempie le profezie.

Ciò significa che il cieco guarito ha scoperto tutta la novità che porta Gesù Cristo! Ecco perché non si limita a benedire Dio per il miracolo, ma si unisce al viaggio di Gesù, proprio ora nel viaggio che porta verso la croce, nella decisione e nel rischio di ogni giornata, nello sforzo di praticare una a una le parole del maestro: egli imparerà a vedere davvero e potrà vivere al centro del grande miracolo che consiste semplicemente nel seguire Gesù Cristo

14 Novembre 2022
+Domenico

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Viviamo tempi di guerra, di distruzione, ma il mondo è sempre nelle mani di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 21,5-19)

Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Audio della riflessione

Abbiamo sentito spesso parlare di Apocalisse e ne usiamo la parola anche oggi per indicare eventi drammatici e paurosi: si dice che succede qualcosa di “apocalittico” per indicare fenomeni tellurici o atmosferici gravi … è una parola legata alla parola “fine” che ci cominciamo a dire in questa penultima domenica dell’anno liturgico.

Il capitolo 21 di Luca, che precede il racconto della passione di Gesù, è detto anche “Grande Apocalisse”: è un discorso tenuto da Gesù nel tempio di Gerusalemme nei giorni precedenti il suo arresto; prima di andarsene il Signore mette in guardia il suo popolo su quanto sarebbe avvenuto di lì a qualche anno. Di fatto questo testo è stato dedicato alla comunità cristiana che si andava formando dopo la prima Pasqua e che stava vivendo delle situazioni davvero spaventose: la guerra romano-giudaica che portò alla distruzione del tempio, le persecuzioni della comunità palestinese, la fuga delle comunità cristiane a Pella (in Macedonia), l’attesa paurosa delle tribolazioni escatologiche.

Luca vuole rincuorare la comunità cristiana ricordando loro che Gesù aveva previsto tutte queste cose e aveva suggerito loro alcuni comportamenti da tenere in tali frangenti: per esempio non perdersi d’animo perché proprio il verificarsi di questi fatti sarebbe stato il segno dell’imminente ritorno del Signore Risorto e che con questo ritorno sarebbe giunta finalmente la loro liberazione; vengono descritte alcune tribolazioni che saranno normali nella storia della Chiesa: guerre, persecuzioni, incomprensioni, odio verso i cristiani …

Gesù alla domanda del “quando tutto questo avverrà”, continuamente alzava gli uomini a vette più alte, a tempi più larghi, soprattutto all’atteggiamento da avere nei confronti del futuro: attesa, vigilanza, occhio limpido, speranza.

Non è nelle nostre possibilità sapere giorno e ora, ma nella nostra coscienza vivere una attesa operosa del Signore che verrà!

Una verità cristiana indiscussa è che Gesù alla fine dei tempi tornerà su questa terra e i primi cristiani continuavano a invocarlo: “vieni Signore Gesù!”; non era  desiderio di fuggire dalle difficoltà presenti, ma orientamento di tutta la storia al Dio, di Dio, al Dio del compimento.

Vivere significa essere pellegrini verso una meta e occorre sempre averla davanti per correggere la direzione del cammino, per dare slancio e forza per superare le fatiche, per motivare la solidarietà di tutti coloro che sono incamminati. 

Una qualità che non bisogna mai perdere è quella dell’occhio vigile, dell’attesa, del riferimento al futuro e non del ritorno al passato.

Dio ci sta davanti e noi ci prepariamo all’incontro con Lui. La vita ha un fine e spesso occorre serrare i pugni per non perdere il desiderio di una meta.

La vita è sempre così, non ci si può adagiare mai: è così per il lavoro, è così per la famiglia, è così per la vita di coppia … spesso roviniamo le cose più belle della vita perché crediamo di possederle, invece vanno sempre conquistate!

La fede è un dono ma va sempre accolto come nuovo! Non lasciamoci incantare dalle sirene, non crediamo a tutte le semplificazioni e a tutte le scorciatoie della vita! La strada è Gesù, lui dobbiamo seguire perché Dio in Lui ci aspetta e non ci abbandona al caso.

13 Novembre 2022
+Domenico

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La fede in Gesù è il grido che Dio Padre trasforma in salvezza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18, 1-8)

Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Audio della riflessione

Viviamo pure noi oggi momenti in cui siamo partecipi di un mondo diviso dove dominano gli oppressori e intanto i poveri oppressi non hanno altra via di scampo se non invocare a gran voce il Signore. Pensiamo anche noi come i primi cristiani che non è possibile cambiare il mondo e invochiamo come loro: “maranatha, vieni Signore Gesù”.

Luca ci presenta la parabola della vedova, che non ha altra via di uscita che importunare il giudice ogni giorno fino a stancarlo  e farsi fare giustizia. L’immagine di questo giudice che fa giustizia perché seccato ci aiuta a comprendere la situazione di Dio che tutti i giorni ascolta i gemiti dei giusti che lo supplicano. Il vangelo è sicuro che Dio farà giustizia su tutta la storia degli uomini. Vi si usa la parola giustizia, ma la traduzione  più vera è “vendetta”. Dio si vendicherà di tutti quelli che opprimono gli eletti; la parola nel contesto del vangelo non indica nemmeno lontanamente risentimento, perché la vendetta di Dio non è altro che il suo amore salvatore, riflesso nella croce di Gesù Cristo.

Dio si vendica di tutte le divisioni, le ingiustizie, le sopraffazioni della storia mettendo al centro della terra un principio di salvezza universale, la croce di Gesù Cristo. Da allora il potere degli ingiusti che opprimono i piccoli della terra è fondato sul vuoto, è un potere di condanna che finisce con la morte. Al contrario la sofferenza dei piccoli che gridano a Dio si è unita alla sofferenza stessa di Gesù e si rivela come forza trasformante della terra. Da questo si può capire meglio la domanda finale di Gesù. Quando verrà troverà ancora fede sulla terra? 

Il problema più grande non è la divisione degli uomini in oppressi e oppressori, ma la presenza di una fede in Gesù che sa elevare la sofferenza e trasformare la storia dal suo centro. Ci sarà quella fede in Gesù perché la sofferenza diventi forza trasformante e il potere dei grandi, degli oppressori diventi servizio in favore dei piccoli, fede che fa in modo che gli uomini siano sempre aperti all’amore del Padre?

Solo attraverso la fede  la storia intera si può trasformare con Gesù, in grido che invoca la giustizia salvatrice di Dio e la va rendendo sempre più presente da ora in mezzo a noi.

12 Novembre 2022
+Domenico

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