La nostra vita è una storia d’amore e di passione, non un caso

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 13,24-32)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

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Una delle domande che spesso tormentano la nostra esistenza è quella del senso: Che senso ha quello che sto facendo? Che senso ha questo amore? Che senso ha la vita? Ma perché sta capitando tutto questo?

La storia che viviamo ha un senso? I telegiornali che sentiamo a ripetizione su tanti fatti spesso negativi ci aiutano a svelare un senso? Una pandemia ti capita addosso tra capo e collo e ti cambia tutta la vita, che senso ha? Ho perso due anni di giovinezza, di vita per chi? Una guerra finisce altre 10 riprendono, che senso hanno?

Uomini s’ammazzano, altri si distruggono: ha senso? Una donna ogni giorno viene ammazzata da suo marito o compagno o convivente: per chi? Perché? Tre operai ogni giorno muoiono sul lavoro, proprio dove stanno dando dignità alla propria vita, perché?

Il tempo scorre, la storia compone i suoi capitoli e li rilega nella nostra memoria e ci domandiamo: c’è un filo che li lega? quale? Verso che cosa stiamo andando? La vita sarà sempre una accozzaglia di avvenimenti messi assieme dal caso del tutto fortuito o c’è un regista occulto che li conduce? Che conduce la mia vita e tiene in mano la vita di tutti?

Chi crede in Dio è chiamato a comprendere il senso della storia alla luce di una esperienza, di una vicenda, di una persona che si è fatta Parola, Gesù: è Lui che svela il senso delle cose! E come se nella fatica e nel buio si scorga una luce, una indicazione che ti rimette in marcia, ti orienta, che ti permette di recuperare speranza e forza. È una parola che non passa.

“I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”: L’hanno ammazzato, ma è risorto.

Non siamo buttati a caso in questo mondo,  le cose che ci capitano non sono combinazioni casuali con o senza ripetizioni – come si faceva nei teoremi di matematica – per le quali alla fine una certa legge è possibile individuare. Non ci affidiamo a un grande calcolo delle probabilità che diventa certezza perché aumenta a dismisura il numero degli elementi che lo compongono: per il cristiano c’è una storia, quella parola che non passa è la storia di un amore che motiva e dà senso a tutto, anche nella sofferenza, che è sempre come quella di un parto.

La storia non è un caso, ma un disegno; la vita non è una congettura, ma una opera d’arte pensata, scritta nelle mani di Dio, sostenuta con passione.

Ogni vita non è una delle possibili combinazioni, ma la storia di una intelligenza e di un amore.

Il mondo non gira a caso attorno a un perno, ma va verso la sua pienezza che sta in Dio.

Il male non è definitivo, ma solo un gradino per la vittoria del bene … solo che noi perdiamo spesso la speranza, spegniamo ogni freccia di indicazione, non siamo più capaci di intuire che se di sofferenza si tratta nella nostra vita e nella nostra storia è solo quella di un parto, non di un funerale.

La nostra fede non è un oroscopo, ma una speranza che si fa certezza.

14 Novembre 2021
+Domenico

La fede o è forte e totale o non dice più niente a nessuno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18,6-8) dal Vangelo del giorno (Lc 18,1-8)

… e il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

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E’ tipico di ogni uomo chiedere: è una dimensione del vivere prima ancora che una azione o una parola o una relazione; ha alle spalle un bisogno da soddisfare, una aspirazione da raggiungere, un progetto da realizzare … si basa su un insieme di sensazioni e di desideri che costruiscono la felicità della persona, talora la propria sopravvivenza, la propria pace, la serenità della propria vita …

Ebbene una donna, tesa con tutta se stessa a volere giustizia nella sua vita, calpestata nei suoi diritti, privata della sua dignità, è al centro di un insegnamento di Gesù sulla preghiera: le ha provate tutte e non demorde, ha la certezza di una convinzione e preme con tutte le sue forze su un giudice che deve esaudirla.

L’uomo è così: deve tendere con tutte le sue forze verso la verità e la felicità della sua vita. L’insistenza nella richiesta è segno di una crescita interiore, di una consapevolezza che, a mano a mano che si fa convinzione, eleva la dignità della persona.

Dall’altra parte c’è chi può esaudire la richiesta, chi viene disturbato, talvolta infastidito, ma sicuramente destabilizzato nella sua tranquillità, nel suo potere sprezzante e dispotico … alla fine però cede e concede anche solo per sentirsi bene, senza moralità, unicamente per interesse.

La forza della richiesta convinta e decisa può cambiare l’indifferenza di una relazione prezzolata.

Di fronte alla tenacia di questa richiesta, Gesù colloca la bontà infinita di suo Padre, la delicatezza d’amore di Dio creatore, il fuoco divampante della sua misericordia: Dio non è secondo a nessuno nell’amore, è l’amore in persona, la salvezza, la pienezza della vita, la sorgente di ogni bene e di ogni giustizia.

Da questa sua parte nel dialogo con le creature non ci può essere che ascolto tenerissimo ed esaudimento totale.

Il problema, conclude Gesù, non è la pur minima mancanza di attenzione di Dio, ma se esiste nell’uomo la consapevolezza, l’atto di fede in un Dio così, se esiste nel cuore dell’orante, nel nostro cuore, un affidamento totale a Dio, una certezza di essere amati sopra ogni cosa, la sicurezza di stare a cuore a Lui, di poter abbandonarsi senza riserve alla sua volontà che è solo ascolto e pienezza di vita … e la domanda con cui Gesù termina il suo insegnamento è grave “Ma il figlio dell’uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Ci sarà gente che si abbandona completamente in Dio o solo calcolatori o commercianti di un amore a pagamento?

Il cielo non è vuoto, ma lo può essere il cuore dell’uomo!

Noi che cosa rispondiamo alla domanda di Gesù? Troverà ancora la nostra fragile fede? la troverà come ce l’ha regalata o l’abbiamo distribuita a brandelli, persa e senza consistenza?

13 Novembre 2021
+Domenico

In un presente incerto, un futuro nelle braccia di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 26-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti. Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà. In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata». Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».

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I tempi della vita sembra scorrano spesso lenti, tediosi, tutti uguali: c’è sempre molto tempo per tutto e non ci si decide mai … si direbbe che è la legge d’inerzia che comanda, non la dinamica della forza di un colpo di reni, di uno scatto.

Eppure nella vita siamo spesso messi davanti a fatti improvvisi che ci cambiano radicalmente il modo di vivere: siamo spettatori di tragedie impensabili, di scomparse improvvise di amici, di parenti, di persone carissime … abbiamo conosciuto nella pandemia sparizioni, senza un ultimo saluto, senza commiato, di persone di cui forse hai visto un annuncio sul giornale e t’è fuggito tutto il tuo passato, ha reso incerto il presente e impossibile il futuro.

Sappiamo che tutto questo è vero, ma per una sorta di istinto di sopravvivenza dimentichiamo tutto e conduciamo la vita quasi che fosse sempre programmabile a nostro piacere.

Soprattutto c’è da mettere in conto la morte, che non siamo noi a decidere … dice Gesù “quella notte due saranno in un letto: uno verrà preso e l’altro lasciato” … e non ci serve nascondere la testa nella sabbia come lo struzzo … e allora dobbiamo avere paura? Neanche per sogno, dobbiamo solo portare sempre con dignità la nostra vita sapendo di essere fotografati nella nostra coscienza in ogni istante.

Ricordo che mio padre, una persona di una grande serenità, aveva appeso alle spalle del comodino un teschio ben disegnato a china, da lui stesso. Io all’inizio ero molto impressionato, ma poi lentamente capivo che doveva essere un elemento naturale che diceva una verità sacrosanta.

Da bambini andavamo a portare la comunione col prete ai moribondi. Entravamo, con cotte e pizzi stampati e vestine ancora più rattoppate con le candele vicino al letto del morente, ma entro una atmosfera di grande serenità.

Ma chi ha detto che i bambini hanno paura della morte? Certo se continuiamo a esorcizzarla, a nasconderla, a vederla come la disgrazia massima della vita … a farla rappresentare con le zucche a fori e candele di halloween e non come un fatto da mettere in conto su cui elaborare un atteggiamento profondamente umano, saremo sempre nella falsità e nell’inganno.

Noi cristiani sappiamo che alla fine della vita saremo messi di fronte alla sua dignità, conquistata facendo di essa un dono a chi abbiamo incontrato. Un giudizio verrà manifestato; non sarà mai una sorpresa, ma il punto di arrivo di tutta la nostra voglia di bene.

Noi abbiamo veramente la speranza nell’aldilà, sappiamo che finiremo nelle braccia di Dio: questa è più di una speranza, è la certezza della vita!

12 Novembre 2021
+Domenico

Il regno di Dio, tanto sognato e desiderato, è già in mezzo a noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 20-25)

In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!». Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».

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Il regno di Dio, il bene, non attira l’attenzione: scava, matura, si propaga in silenzio, si attesta nelle coscienze e non nei rotocalchi o nelle pagine web.

Con questo occorre anche dire che non disprezziamo gli strumenti di comunicazione, che dobbiamo assolutamente abitare con dignità, professionalità e intraprendenza per aiutare le persone a conoscere tutte le iniziative di bene che mostrano le possibilità di impegno per tante persone che lo vorrebbero, ma sono … fasciati dalla nullità.

Occorre sempre aiutare a farsi nuovi occhi.

Tutti i discepoli erano curiosi di conoscere questo regno, questa nuova realtà e Gesù candidamente dice “guardate che il regno è già in mezzo a voi”: diceva prima di tutto di sé, diceva dell’amore fatto persona che era Lui, e che loro non si accorgevano di avere.

Avevano già cominciato ad adattarsi alla sua persona e non ne intuivano la novità: Lo ritenevano un buon maestro, un buon predicatore, un discreto taumaturgo, ma non certo il Regno di Dio fatto persona.

E’ un difetto di tanti noi cristiani di oggi, che ci siamo abituati alla figura di Gesù, magari non più aggiornata e vivificata e lasciata alle catechesi dell’infanzia o della prima giovinezza, che pure ci avevano entusiasmato.

E’ forse così anche oggi, quando non abbiamo occhi per vedere il bene che si diffonde silenzioso nelle coscienze, nelle vite dedicate di mamme e papà che lavorano in silenzio per il bene dei figli, nelle esistenze semplici e buone di giovani che vanno tutti i giorni a scuola e si preparano con coscienza a dare il loro contributo all’umanità, di ammalati che soffrono terribilmente nel loro letto ogni giorno in unione con la croce di Cristo e continuano così la sua opera di bonifica del mondo e a seminare energie di bene per tutti.

E’ regno di Dio che sta in mezzo a noi la tenacia degli operatori di pace, dei missionari che sollevano i poveri dalla disperazione morale e dalla fame. E’ Regno di Dio in mezzo a noi il servizio quotidiano alla crescita dei ragazzi di tanti educatori che ricostruiscono vite distrutte dalla droga e dal vizio; lo è l’impegno onesto di chi si impegna ogni giorno a creare lavoro per i giovani.

E’ regno di Dio in mezzo a noi chi non si stanca di proclamare la verità, andando controcorrente, e paga duramente per quel che professa; di chi macina chilometri per portare speranza, di chi viene messo ancora in croce solo perché fa del bene agli altri.

E’ regno di Dio in mezzo a noi la lotta alla pandemia, la ricerca appassionata e disinteressata nel combatterla, le vite di medici e infermieri e personale sanitario e della protezione civile immersi fino al dono di sé.

Ci sarà un giorno in cui tutto verrà alla luce come un lampo, come capita a noi quando ci scoppia dentro una verità a lungo cercata e finalmente intuita.

Prima però, dice Gesù, occorre salire su una croce, occorre cioè farsi purificare fino in fondo dall’amore… e Dio, che non ci abbandona mai, ce ne darà la forza.

11 Novembre 2021
+Domenico

Non gridano: Immondo immondo, ma maestro

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 11-19)

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I lebbrosi hanno sempre fatto paura: nei secoli passati anche molto vicini a noi, li relegavano a morire in qualche isola, lontano per non appestare gli altri, destinati a una morte prima sociale poi fisica – tutti ricordiamo l’isola di Molokai dove divenne santo con loro padre Damiano de Veuster – da sempre venivano collocati  fuori dalla relazione con la comunità.

Qui con Gesù li troviamo sul limitare di una strada che entra in un villaggio, e riescono a incontrarsi con Gesù. Quando si avvicinano a luoghi abitati la legge del Levitico li obbliga ad allontanare la gente gridando “Immondo, Immondo”,  invece quando intuiscono che c’è nei paraggi Gesù urlano a Gesù, con una supplica, e lo chiamano “Maestro”, come i discepoli. Conoscono la Bibbia e usano le parole con cui i salmi  invocano la misericordia di Dio, la sua fedeltà, la sua eterna alleanza: “Abbi pietà di noi”.

Gesù, sembra che quasi non si dedichi a loro, ma va oltre: li proietta sul dopo guarigione che ancora non c’è e li manda dai sacerdoti ad ottenere il “certificato di guarigione” e quindi di riammissione a una vita civile normale, di relazioni, di amicizia, di dialogo, di abbracci e di compagnia.

Lungo la strada i dieci vengono guariti, purificati, così che possono essere reinseriti nella comunità: era capitato così anche a  Naaman il siriano di essere guarito a distanza e lui tornò per ringraziare il profeta Eliseo, passando dalla riconoscenza per la guarigione, alla fede, lui che da straniero era molto prevenuto nei confronti del Dio dei giudei.

La liberazione da questa orribile malattia ha sicuramente esaltato questi 10 lebbrosi, ebbri di gioia per un cambiamento così repentino e invocato con disperazione: non si preoccupano di tornare a Gesù per capire che cosa ci stava sotto, che cosa voleva da loro in questa guarigione. Era per loro forse solo un medico bravissimo che ha fatto il suo dovere oppure avendolo chiamato maestro si sentivano della sua compagnia di pensiero, di azione e niente più. L’avevano sentito parlare di regno di Dio e cominciavano a capire che si trattava di un mondo in cui si sta meglio e non ci sarà questa vergognosa lebbra.

Luca sottolinea che uno solo è riuscito a “forare” l’accaduto e a leggervi dentro l’agire provvidente di Dio, una apertura alla fede in Dio quindi, e ritorna a glorificarlo … e allora  rende gloria a Dio “a voce alta” e ringrazia Gesù con un gesto di prostrazione, che è tipico di chi riconosce in colui cha ha davanti la realizzazione di un segno messianico, la presenza di Dio in Gesù, affermando così implicitamente di avere riconosciuto l’identità messianica di Gesù.  

E neanche a farlo apposta è proprio un samaritano, uno – diremmo noi – che non va mai in chiesa, che è sempre stato contrario a chiesa e preti, non solo non praticante, ma … quasi pure ateo; questo guarito come Samaritano era disprezzato ed emarginato anche per la sua origine.

E Gesù non manca di farlo notare, anche a noi spesso intolleranti con gli stranieri, non manca di far notare che questo lebbroso guarito è proprio uno di quelli che si comporta meglio dei figli di Israele, dei praticanti diremmo oggi e dei notabili nella religione e rappresenta la chiamata universale alla salvezza … e gli dice “Rialzati, va, la tua fede ti ha salvato”.

È la fede che salva, una fede matura che non si riduce alla gioia di avere uno come Gesù che fa  miracoli, ma si apre all’accoglienza della sua persona, all’entrare in relazione profonda con Lui, che è il Figlio di Dio Padre che è l’unico che può dare salvezza definitiva.

10 Novembre 2021
+Domenico

Costruita una basilica la si dedica a Dio e non ai nostri affari

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-25)

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A guardare le nostre televisioni o a sentire le nostre radio si direbbe che la vita, il mondo è fatto tutto di compratori e venditori: si fanno talmente intelligenti le pubblicità che ti diverti pure mentre ti spremono e ti alleggeriscono il portafoglio.

Se poi vai in un paese del terzo mondo vedi che tutti vendono e comprano di tutto, in tutti gli spazi possibili delle strade: non c’è catapecchia che non esponga il suo banchetto vendita. La più nobile ci ha pure una vetrinetta per il posteggio delle mosche.

Vendere e comprare è sentirsi vivi, è sperare, e avere relazioni è riempire la vita! Non si costruiscono forse così anche le chiese? Perché  non lo dovrebbe essere anche l’esperienza  religiosa, questo bisogno profondo dell’uomo, questo lato misterioso della vita umana?

Per mettere le mani avanti e per non osare di fare della Chiesa una spelonca di ladri, ad ogni festa che ricorda la dedicazione di una Chiesa al rapporto vero con Dio si legge sempre questo brano di Vangelo dove Gesù con la sua forza ci richiama in maniera inequivocabile alla chiesa come luogo di preghiera.

Oggi celebriamo il giorno anniversario della dedicazione della basilica lateranense, la cattedrale di Roma, il cui vescovo è sempre il papa.

Presso il tempio di Gerusalemme, punto di convergenza di tutto un popolo, crocevia di attese, sofferenze, speranze, illusioni, tensioni, rivoluzioni, vendere e comperare era diventato connotazione determinante.

Non andrai davanti a Dio a mani vuote?! Come puoi pensare che Dio ti benedica se sei così spilorcio? La vuoi pagare quella grandine che hai evitato o ti vuoi proprio rovinare senza evitare la prossima? Sarai un poveraccio, ma due spiccioli per un paio di tortore li puoi scucire anche tu.

Non erano preghiere, non erano dialoghi con Dio, non era abbandonarsi nelle sue mani: era commerciare con lui, era ridurre Dio a mercante.

Arriva Gesù … non è la prima volta che va al tempio – anche Giuseppe e Maria  un giorno si erano comperati un paio di colombi con in braccio lui – ma questa volta non riesce più a sopportare questo ritratto che fanno del Suo Padre amatissimo: Il Regno di Dio non è fatto così, il povero non ha pedaggio da pagare per farsi ascoltare da Dio; la religione di Dio, suo Padre, è la religione del cuore non della borsa, Dio non si compera, ma si ama.

“Avete fatto della casa di mio Padre un mercato” E butta all’aria tutto.

Questo è ancora niente, nel giro di poco tempo tutti quei sacerdoti dovranno cambiare lavoro!

Un rapporto di un procuratore romano degli inizi del II secolo dopo Cristo riferirà a Roma che sono in crisi le macellerie: perchè non si sacrificherà più nessun tipo di bestiame.

“Voglio misericordia non sacrifici”, il cuore contrito non un portafoglio più appiattito!

Anche questo cambiamento di modo di mettersi in relazione con Dio verrà “caricato sul conto” di Gesù: non tocchi mai impunemente i soldi di nessuno … ma ne esce ripulito, più vero, autentico il volto di Dio Padre.

9 Novembre 2021
+Domenico

La fede non si compera a chili

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 1- 6)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi! Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai». Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

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Viviamo in un mondo che ci strega con dosi massicce di beni, con consumi senza freno … oggi ancora più proprio perché siamo in crisi, di euro, siamo obbligati alla quantità e non alla qualità.

Il sogno è il grande magazzino: più merce prendi, più sconti hai. Ottimo! Con i tempi che corrono una amministrazione saggia è quella che ti permette di risparmiare.

Un pò alla volta però trasponiamo nella vita il criterio della quantità: nell’amore è la quantità di prestazioni che conta, senza badare ai sentimenti e alla delicatezza; negli affari è la quantità di soldi che guadagni, senza preoccuparti se sei di parola, se esprimi solidarietà, se vivi l’amicizia; nello studio è il numero di esami senza preoccuparti se ti fanno crescere come persona, se ti lasciano spazio per vivere relazioni umane; nel  lavoro è la quantità di ore o di guadagno, senza fare attenzione ai rapporti in famiglia e alla qualità della vita; nello sport è la quantità di risultati, facendo magari doping, senza pensare alla salute e al futuro.

Insomma … bisogna valutare tutto a quintalate?

Gesù questo pericolo lo ha visto anche nella fede, quando gli sono andati a chiedere “Signore aumenta la nostra fede”.

Aumenta? Che vuol dire? Che anche l’anima si vende e si compera a chili? Che le preghiere valgono se sono tante? Che la vita di un cristiano è bella se aumenta il numero di santini da incollare sul cruscotto? Che la fede dipende dal numero di santuari che hai visitato?

Gesù risponde “se aveste una fede grande come un chicco di senapa, potreste dire a questo monte spostati di qua e quello si sposterebbe” … mi sembra di sentire la rivalsa del miscredente chi si lascia commuovere solo a Natale e forse a Pasqua: “Lo ho sempre detto io che mi basta poco per credere, che non occorre stare tanto a pregare come certe donne che conosco io e che vanno tutti i  giorni in chiesa”.

Ma tu hai provato con la tua fede a spostare le montagne? A dare forza di coesione al tuo matrimonio che sta andando a pezzi? A riconquistarti i tuoi figli che ti ignorano? A convincere tuo padre e tua madre a non separarsi? Se non ci riesci, la tua fede non è mai neanche iniziata! Non è neanche questione di quantità, ma di assenza o almeno di scarsità.

C’è ancora una cosa che puoi fare per la tua fede: sperare! Di una speranza così abbiamo bisogno.

8 Novembre 2021
+Domenico

Riprendiamoci di nuovo la nostra vita di fede e di carità

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,38-44)

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

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La vita è proprio un fiume lento che scorre: al centro ci siamo noi, una barca portata dalla corrente. Non è detto che vada automaticamente verso il porto della felicità, anche se la direzione è quella. Ogni barca segna con la sua stazza le onde, colora il fiume, gli obbedisce, ricama con originalità il suo percorso, si aggrega, si accompagna o cozza contro le altre. È una festa o una battaglia, una regata o un ingorgo a seconda della volontà di convivere o di dominare.

Sulla sponda di questo fiume mi piace pensare Gesù, che dopo aver fatto anch’egli il suo percorso nel grande fiume della vita sta a guardare le nostre vite che scorrono.

A Gerusalemme, Gesù un giorno siede a guardare un fiume di persone che passano davanti al tesoro del tempio: è un punto obbligato.

Quando vai alla presenza di Dio non puoi andare a mani vuote; certo porti te stesso, ti vai ad affidare a lui. Sai che la tua vita è nelle sue mani, hai un cuore, una intelligenza, un progetto: lo metti lì perché lui ne sia il custode, ma vuoi esprimere questo dono, questo amore con un segno.

Davanti al tesoro passa il ricco commerciante di pecore: ha guadagnato molto e non può non far cadere nei grandi vassoi monete d’oro sonanti, è una sorta di investimento per i prossimi  commerci o contratti. Arriva l’esattore delle imposte, firma un assegno e lo lascia cadere in maniera visibile: tutti devono vedere ondeggiare questa ricca “piuma” di soldi che va ad arricchire il tempio; arriva l’agricoltore che ha da poco venduto il raccolto e fa risuonare anche lui le sue monete.

Arriva l’industriale, ha un codazzo di televisioni, che lo riprendono nel gesto solenne di aprire un portafoglio … tutti devono vedere: lui lo fa solo per “dare esempio”. La gente ha bisogno di immagini sane, di fotografie esemplari, di vedere dove sta e chi è il benefattore … prima di andar via lascia una piccola lapide, a perenne memoria.

Nel trambusto spunta una vecchietta … mentre le televisioni spengono i riflettori, fa due o tre passi incerti e lascia cadere due spiccioli; non si vedono, non fanno rumore, nessuno li nota: per lei sono tutto quello che ha e lo dona a Dio, lo mette a sua disposizione. È povera, è sola, non ha futuro: il suo solo  futuro è Dio, la sua vita è tutta in lui e per lui. Domani? È nelle sue mani.

Dio non le farà mancare niente.

E Gesù è li che guarda: non s’è lasciato incantare dalle televisioni, dal numero di zeri, dalle cifre dei ricchi, dal suono ammaliante dell’oro … di fronte a Dio non ci si fa rappresentare dal superfluo, ma solo dal necessario. I due spiccioli che … non risuonavano, non pesavano, ma si portavano dentro la vita.

E noi che facciamo? che cosa mettiamo in gioco della nostra esistenza? Che cosa buttiamo nel piatto? Le nostre cose, quelle meno consistenti o tutto quello che siamo? Spero che nessuno pensi che vi voglio invitare a fare una elemosina consistente stamattina.

Dio a noi non ha dato il superfluo ma, come l’amore, ha dato tutto.

Ciò che ci occorre è di poter disporre di quello che siamo per una causa vera e buttarci senza riserve: Dio non vuole stabilire un contatto con le tue cose, ma con te. Non devi fare offerte, ma essere una offerta. Le offerte sono un segno concreto di te che vuoi offrire la tua vita per il Signore, per i suoi poveri, per chi è senza speranza e senza futuro.

Oggi la Chiesa ha bisogno del tuo tempo, ti chiede di stare a contemplare Gesù, ha bisogno che tu stia ad ascoltare le persone che si sentono sole, ha bisogno che ti assuma le tue responsabilità perché i principi del Vangelo nel lavoro sono derisi, ha bisogno che tu crei terra bruciata attorno agli spacciatori di droga, ha bisogno che tu indichi ai tuoi figli la strada della vita, anche a costo di turbare la serenità di un comodo vitto e alloggio.

Le nostre comunità hanno bisogno di rimettersi in piedi, sperando che la pandemia sia agli sgoccioli.

Occorre che ritroviamo la volontà di relazionarci, di metterci a disposizione per maturare noi stessi una vita di fede più convinta, trascinante e non più a rimorchio; ci riprogettiamo di nuovo una vita di fede con i nostri bambini, i ragazzi, i giovani, gli stessi adulti coetanei per vivere con dignità un nuovo inizio della vita cristiana.

7 Novembre 2021
+Domenico

La ricchezza tende a diventare un idolo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16, 9-15)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

Audio della riflessione

C’è un sorriso beffardo, che domina la scena di questa vicenda di Gesù: ci sono ad ascoltarlo dei benpensanti, dei supponenti, dei ricchi fasciati … è il sorriso compiaciuto di chi crede di essere superiore agli altri, perché ha quattro soldi: crede che questi siano la chiave di volta della vita, siano la soluzione di tutti i problemi e soprattutto la certezza della felicità.

Erano “attaccati” ai denari, dice il Vangelo: mettevano tutta la loro intelligenza nel farne sempre di più, si organizzavano la vita nel cercare di possedere di più. Essere “attaccati” significa esserne prigionieri, doverne vivere sempre la compagnia e la tirannia, farli entrare nella vita come padroni, non poterteli togliere dalla mente e dalle preoccupazioni, averli come una seconda pelle, farli diventare un altro te stesso.

 Ma che hanno queste ricchezze da mettere continuamente in allarme il cristiano? “Non potete servire Dio e il denaro” dice Gesù in maniera perentoria.

Se ne andò via triste,quel giovane ricco, perché aveva molti beni. E’ difficile, quasi impossibile che un ricco entri nel regno dei cieli. E avanti di questo passo.

“Ma che male c’è se son stato capace col mio duro lavoro di procurarmi benessere, se non sono stato con le mani in mano e ho aiutato la fortuna? Che colpa ne ho se sono nato dalla parte giusta? Non tolgo niente a nessuno, non uso male quel che ho, faccio anche qualche carità quando serve. Se tutti fossero capaci di darsi da fare nella vita come ho fatto io, il mondo non sarebbe pieno di barboni, di lavavetri, di accattoni…” e potremmo continuare anche con teorie economiche più elaborate per nascondere non i principi di una sana imprenditorialità o aggressività nell’affrontare la vita con tutta l’intelligenza possibile, ma una verità che il Vangelo ci pone davanti con pacatezza e fermezza: la ricchezza tende a diventare unidolo. Essa finisce per richiederti una sorta di “adesione di fede”, ti domanda a poco a poco un attaccamento del cuore che ti toglie libertà e si pone nella tua vita come un assoluto, diventa come signore alternativo all’unico Signore.

Chi segue Cristo non è di questo parere, non solo perché alla fine ce ne dovremo staccare, ma perché il centro della nostra vita è Dio: Lui è la nostra felicità, Lui è colui che solo ci può riempire l’esistenza. Siamo fatti per Lui e solo in Lui troviamo la realizzazione piena, senza rimpianti, senza fallimenti, senza inganno della nostra vita.

“Nessun servo può servire a due padroni o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro” … e non abbiamo bisogno di far vedere quanto questo è vero ogni giorno! quanto il denaro, l’avidità, la ricerca di esso rovina la vita degli uomini.

Per il denaro si tradiscono gli affetti più cari, si ammazza, si vendono le persone, si calpestano i diritti, si sterminano i poveri, si sporca il nome di Dio, si inquina la religione.

Per la ricchezza si perde la propria dignità, si distrugge il creato, si affossano i sogni, si fa morire di fame.

Il denaro, le ricchezze fasciano il cuore, tarpano le ali, spengono i desideri … ma non siamo in un vicolo cieco: quello che è impossibile all’uomo, è possibile a Dio. Basta, come sempre, sentirci e vivere da servitori solo di Lui, di Dio.

6 Novembre 2021
+Domenico

Ci si è spento dentro l’entusiasmo della fede?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16,1-8)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

Audio della riflessione

Per la vita spirituale, nemmeno un po’ di furbizia: tutta routine, tutto scontato, tutto scialbo, tutto slavato, tutto dovuto.

I ritagli di ogni cosa: del tempo, dell’interesse, della preoccupazione, della progettualità, delle risorse, delle amicizie, della professionalità.

In oratorio è la stessa cosa: gli ambienti più sciatti, le stanze più buie, il disordine più organizzato, l’umidità più penetrante, lo sport più svogliato.

Per il gruppo solo le battute che ti vengono spontanee, le solite frasi, le preghiere della serie “dico quello che secondo me voi vi aspettate di sentire”; la puntualità con un chi quadro nella media da cinque punti, una dedizione agli amici da talk show.

Per la vita di fede, qualche bella emozione ogni tanto, una frase di vangelo da mandare in sms, una preghierina prima dell’esame, la solita domanda del perché occorre confessarsi a un prete che è un uomo come me e i soliti dubbi, ormai ampiamente messi a tacere, sui rapporti prematrimoniali.

Tutta la tua attenzione la metti per prepararti ad andare in discoteca, per agghindarti per le vasche sul corso e per andare in parrocchia non ti fai neanche la doccia.

I figli di questo mondo nel trattare le cose fra di loro, sono più scaltri dei figli della luce: il Signore non ha mezzi termini nel fotografare questo nostro esserci abituati alla vita cristiana, come al colore delle pareti. Ci si è spento dentro l’entusiasmo e vogliamo fare i missionari? Pensiamo di poter aiutare chi sta in ricerca a trovare la strada vera della vita?

Presentiamo un cristianesimo senza anima e speriamo che il mondo possa darsi una svolta? Offriamo una domenica da precetto e ci lamentiamo che si preferisca il supermercato o un qualsiasi week end!

La gente sfida le code interminabili in automobile perché noi non siamo più capaci di presentare una comunità viva in cui esploda la gioia del Risorto: tutte le ditte si mettono in cordata per sopravvivere o per proporre i loro prodotti, noi ci dividiamo continuamente in tanti gruppi e gruppetti … ogni idea una fondazione, ogni sottolineatura una struttura.

Certo noi non siamo una catena di commercio, non dobbiamo andare a porta a porta a vendere un prodotto, non siamo una “massa”,  ma potremmo presentare il dono del Vangelo e il dono grande della comunione se non fossimo tanto addormentati e  svuotati dal di dentro.

Il Vangelo non si merita tanta nostra svogliatezza, tanto pressappochismo, tanta impreparazione: per prendere una laurea ti metti di lena a studiare, tagli le amicizie, ti chiudi come in gabbia.

Per conoscere il Vangelo ti fermi ai ricordi del catechismo della Cresima di tanti anni fa?

I giovani, se vogliono, possono oggi darci un soprassalto di furbizia, di scaltrezza, di entusiasmo, di autentica professionalità, che è la santità, nel vivere la vita cristiana e nell’annunciare il Vangelo.

5 Novembre 2021
+Domenico