La tua Parola solo ci dà sicurezza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 1-11)

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. 
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Audio della riflessione.

Capita a tutti nella vita di averle tentate tutte per riuscire in una impresa, per ricucire un amore strappato, per richiamare alla saggezza un figlio, per rimettere in sesto l’azienda, per ristabilire rapporti di buon vicinato con gli inquilini, per ridare pace a una parrocchia o a un gruppo. Alla fine, non se ne può più, non riesce niente, fiato e fatica sprecati, delusione e sconforto. Il passo successivo è rassegnazione, è consapevolezza di impotenza, è scoraggiamento e in casi più gravi, in cose che ti prendono l’anima, è disperazione. 

Forse era questo lo stato d’animo degli apostoli alla fine di quella giornata di pesca. Erano provetti, conoscevano palmo a palmo il fondo di quel lago, ne studiavano i venti, le basse pressioni, i movimenti delle onde capaci di riportare fuori dal letargo i pesci. Quella notte niente. Era proprio notte anche nei loro umori. Erano amici di Gesù, Pietro il padrone delle barche, era intimo di Gesù, lo ospitava spesso a casa, si sentiva sempre riempire il cuore di gioia quando lo ascoltava. Avrebbe potuto portargli un po’ di fortuna anche nella pesca oltre che nella sua religiosità, nella sua voglia di essere uomo onesto! Invece niente. La vita era sempre dura e la fede ne stava volentieri ai margini. Non solo, ma Gesù usava la sua barca per farne un pulpito, un ambone, da cui fare le sue prediche anziché aiutarlo a pescare. 

È ancora la nostra immagine quando mettiamo sotto processo Dio per tutto il male che succede, per le fatiche della vita che dobbiamo affrontare, per l’attesa troppo lunga di tempi migliori, per le disgrazie che ci colgono di sorpresa e ci scoraggiano. Ma Gesù è lì presente ad aiutare i suoi futuri pescatori di uomini a cambiare testa, a fidarsi di Lui, a vivere veramente di fede. Prendete il largo, ritornate a pescare, resistete al fallimento, siate perseveranti, fidatevi di una Parola, non di una congettura o di qualche colpo di fortuna. I miei apostoli non potranno essere dei calcolatori, non dovranno vivere di audience o di sondaggi, ma devono essere dei fedeli, degli abbandonati nelle mani di Dio mio Padre. 

E gettarono le reti. Sulla tua parola. Quella Parola per Pietro era già il vangelo, era la luce degli uomini, era la forza della vita, la potenza fatta carne, era Gesù stesso. Pietro tutte le volte che si rivolgerà in seguito alla sua chiesa si porterà dentro questa forte esperienza di fiducia, questo sguardo alto, questo prendere il largo in ogni senso e darà alla chiesa gli orizzonti della contemplazione e della missione. Quando sarà al timone e si vedrà debole, vecchio non temerà perché quella Parola è potente è il Dio che non lo abbandona mai. 

E noi che facciamo? Viviamo di pronostici, di fortuna, tiriamo a sorte che cosa fare, come vivere il matrimonio, quali pasticche prendere per non cadere in depressione o abbiamo fede in Gesù, siamo disposti a sperare anche contro ogni speranza? Non è così per la vita di coppia, per la vita di famiglia, per il rapporto con i figli, per il lavoro? Quante volte ci lasciamo cadere le braccia… Pietro si fida e noi ci fidiamo. Sulla Parola di Gesù impostiamo la nostra vita, il nostro amore, il nostro futuro, la nostra casa, la nostra famiglia, non sui sondaggi o su come gira l’opinione pubblica, che è solo quella che ci si vuole imporre.

07 Settembre
+Domenico

La sofferenza non è mai una maledizione

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,38-44)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva. 
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo. 
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.

Audio della riflessione.

Se siamo andati a Lourdes con qualche treno di ammalati o a Fatima, come il papa alla GMG di Lisbona, e abbiamo condiviso con loro un pellegrinaggio di fede e di speranza, abbiamo fatto esperienza del cumulo di sofferenze che abita nella vita dell’uomo. Basterebbe anche solo passare qualche giornata in un ospedale per lasciarci sconvolgere dalla sofferenza umana. Tutti prima o poi passiamo da una sofferenza fisica, da una malattia, da una cura sofferta, da un intervento chirurgico e i pensieri che ci assalgono quando siamo malati sono sempre di grande pessimismo, di paura, di tensione. La malattia, la sofferenza è una prova della vita, è un passaggio che ci fa sperimentare le nostre fragilità, il nostro limite e spesso non lo sappiamo portare. 

Gesù nel suo continuo pellegrinare per le strade della Palestina si curva su questa nostra umanità ferita e le offre un segno del Regno di Dio che sta per instaurare. Dove passa, tutti portano fuori di casa i dolori nascosti, le pene che si tengono nel segreto degli affetti familiari per un senso di pudore. Ma se si ode che si sta facendo concreta una speranza, si esce allo scoperto e la si rincorre costi quel che costi. Gesù non fa il guaritore per meravigliare, ma compie segni per indicare nuove prospettive cui è chiamato l’uomo. Da quando il peccato è entrato nella vita umana, anche il corpo ne è stato colpito. La sofferenza ha iniziato a segnare le persone, le storie degli uomini. Dentro questa storia di sofferenza si inscrive anche Gesù, ma per dire che non è definitiva, che c’è una vita futura bella, nuova, felice, come quella del suo Regno; guarisce, fa camminare, dona la vita, ridà una carne fresca al lebbroso, ricostruisce una possibilità di vita nuova. 

I suoi miracoli sono segni, sono donati per la fiducia che ripongono in Lui, e diventano la certezza che Dio ci vuole bene e che non ci sarà più niente che potrà impedire all’uomo di essere rinnovato dal suo amore. Gesù non gioca con la sofferenza, ma se la carica tutta sulle sue spalle; quei malati, noi malati nel cuore saremo presi in carico da Lui quando sarà issato sulla croce. Per vincere il male dell’uomo non basta la sua bontà cristallina, occorre una esagerazione d’amore, quella della croce. Lì le corsie dei nostri ospedali, i pianti di disperazione per le ingiustizie subite, le nostre cattiverie sono accolte nel suo cuore e noi abbiamo la certezza di avere Gesù sempre come compagno di ogni nostro dolore, come lo era per i malati che incontrava 

Gesù accoglie tutti, guarisce tutti poi si ritira sul monte a pregare. Dice a noi tutti che la forza che lo sostiene, il messaggio che vuol dare è la bontà infinita del Padre, vuole farci capire che abbiamo tutti un Padre che ci ama, che il cielo sopra di noi non è vuoto, ma abitato da un Dio che ci perdona e ci impegna nel suo regno.

06 Settembre
+Domenico

Taci, esci da costui! e uscì da lui senza fargli alcun male

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4, 31-37)

In quel tempo, Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità.
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».
Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male. 
Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.

Audio della riflessione.

L’uomo non è del tutto libero, è sempre abitato, imprigionato, posseduto dal male. Non si potrebbero interpretare diversamente moltissimi fatti di cronaca, le ingiustizie perpetrate a danno di popoli e poveri, le persecuzioni, i terrorismi e le guerre. L’uomo è devastato dal male è preso dentro da una malvagità che lo supera, è imprigionato nel male come una preda nella ragnatela, più si agita, più si attorciglia e si ingabbia. Gesù si mette di fronte a questo male e ha il potere di vincerlo. E’ Satana e si permette di avere qualcosa da dire, ma Gesù perentorio gli intima, taci esci da costui. Non c’è più spazio per te nella vita dell’uomo. Sei stato vinto, non puoi più fare nessun danno definitivo, perché la vittoria definitiva è la mia croce. Infierisci come vuoi su di me, ma non potrai mai vincere. 

E’ una continua lotta di tutta la vita, di tutta la storia del mondo. Questo male ha tanti volti, ha tutti quelli delle nostre cattiverie, della nostra indifferenza, della noia da cui ci facciamo assalire, della incapacità a perdonarci, del disprezzo della vita. 

E’ la brama di soldi e di potere, è la ribellione alla legge dell’amore è la scarsa resistenza alle tentazioni, alle malie della vita. E’ un male che si solidifica, si organizza in istituzioni e reti maledette, si riproduce con macchine moltiplicatrici di iniquità, soffoca l’uomo, ne disorienta le pur belle aspirazioni che sente di avere dentro di sé. Si insinua nei rapporti di amore e li rende fragili e volubili, si radica nella voglia di vivere e la scambia in sopraffazione. 

Si insinua nella stessa chiesa, nei desideri di religiosità, dovunque. Chi ci libererà da questo corpo di morte, esiste una speranza che ci permette di aspirare a libertà, giustizia, carità? Era la domanda dell’uomo semplice della Palestina, ma è la domanda di ogni uomo che vive nell’attesa di una salvezza. 

E Gesù si presenta con questa autorità indiscussa. Taci. Esci. Queste parole decise e autorevoli vorremmo che dicesse sempre sulle nostre vite, sulle nostre mediocrità, sui nostri adattamenti al male, sulle nostre paure e irretimenti, sulle nostre ingiustizie e i nostri tradimenti dell’amore. La sua autorità sul male è una compagnia di cui non possiamo fare a meno e Lui non ci abbandona mai.

05 Settembre
+Domenico

La vita cristiana non è una liturgia stanca, anche se noi preti a voi cristiani di parrocchie piccole o grandi, ci accontentiamo di dirvi la messa alla domenica

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4, 16-30)

In quel tempo, Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
a proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Audio della riflessione.

La vita è fatta di tante liturgie stanche, di tanti gesti automatizzati che ogni giorno devi fare. Può essere la levata del mattino, ahimè sempre troppo presto; il congedo da quelli di casa, l’arrivo sul posto di lavoro, il caffè e il giornale con gli amici, le pratiche dell’ufficio, le lamentele sul traffico, sui prezzi che salgono.. Oppure anche liturgie più solenni come quelle ufficiali della deposizione di una corona di fiori, di una dichiarazione alla televisione, o di una messa in chiesa. Spesso le portiamo avanti stancamente come la vita, senza slancio, anche se ne vediamo la necessità. Diventano penitenza quotidiana invece di essere caricate di significato vitale. 

Così capita a Gesù, quando di sabato entra nelle sinagoghe dei paesi della Palestina. Gente stanca che prende la Torah, il libro della bibbia, ne legge un pezzo lo fa commentare poi tutti ritornano alla propria vita. Sono così anche le nostre liturgie domenicali: spesso sono più un dovere che un atto di amore. 

Ebbene un giorno Gesù entra in una di queste liturgie scontate e ribalta la vita di chi lo ascolta. Legge il libro di Isaia che prevede per il popolo un futuro diverso e dice perentoriamente: questo futuro oggi è qui con voi, sono io. Io sono stato mandato a dare speranza ai poveri, a dirvi che sta scoppiando la potenza di Dio nel mondo. E’ finito il tempo delle lagne, una nuova presenza di Dio comincia oggi, la speranza comincerà a colorare le vostre vite, i poveri trovano fiducia, i deboli si rinfrancano, i diseredati trovano casa e accoglienza. Io sono qui a garantirvi questo amore invincibile di Dio. Mi credete? 

Lo stupore di chi lo ascolta è grande, erano andati a compiere il solito rito, come noi, e si sono trovati davanti alla verità concreta che quel rito evocava e non ci hanno creduto. Se tu tutti i giorni ti adatti alla vita senza entusiasmo, non t’accorgerai mai del senso che vi è nascosto, dell’amore che vi è inscritto e promesso. Hanno dato per scontato questo loro concittadino. Erano loro i primi a non stimarsi e a non stimare. Avevano chiuso Gesù nei loro schemi paesani e non poteva sicuramente essere la promessa di Dio. Non vorrai che Dio abiti proprio tra noi? Il senso della vita non sarà ancora questo Gesù?! Si ce lo diciamo ancora tutti i giorni. 

Invece Dio abita tra noi, ha il volto del nostro vicino, ha i pensieri di bontà di chi ci dedica la vita, ha la forza di chi ci contrasta nel male. Anche questa è la speranza della nostra vita: poterlo scorgere nella storia di ogni giorno ed essere convinti che Gesù è sempre tra noi. Oggi mi potrete scoprire nella vostra coscienza. 

Abbiamo abbandonato l’uomo di Nazaret e scelto i maghi, siamo tornati a mettere al centro al dea Terra, ci nutriamo si x-file, inventiamo l’esoterico e ci costruiamo un nuovo vitello d’oro da adorare, il suo nasdaq e il mibtel. Le grandi crisi economiche non ci fanno riflettere a sufficienza.

04 Settembre
+Domenico

L’ideale di Gesù non è il dolore, ma l’amore che esso esprime

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Audio della riflessione.

Abbiamo bisogno di felicità come dell’aria per respirare. Non c’è pezzo della nostra carne, tratto del nostro vivere, tensione dei nostri istinti che non sia in ricerca della sua soddisfazione. Eppure annaspiamo in un mare di sofferenza. Meno te l’aspetti ti arriva e ti sconvolge la vita. È dolore morale, è malattia, è ingiustizia subita, è pura casualità o ostinata cattiveria di qualcuno. 

Doveva essere esperienza quotidiana anche per il gruppo che aveva seguito Gesù. Forse però, quando hanno risposto con tanta schiettezza e generosità all’invito di Gesù, si erano illusi che con uno così si potesse dare una svolta decisiva e scrivere una pagina bianca nell’agenda dell’infelicità. Pietro è il primo che s’immagina a ragione Dio dalla parte opposta del dolore. Tu sei il figlio di Dio, il Messia che aspettiamo, sei la casa della felicità, sei tutta la bellezza che la vita può sprigionare. Sei quello che noi da sempre sogniamo e non mi dire che anche tu ti devi adattare a soccombere alle nostre colline delle croci. Dio te ne scampi Gesù: questo a te non succederà mai. 

Gesù gli aveva invece appena detto che la croce era la strada scelta da Dio per far brillare in ogni coscienza il massimo di amore che nutre per gli uomini. Questo è un altro punto centrale per la fede cristiana. Si può confessare che Gesù è Dio, andando oltre i criteri di ogni corretta razionalità e accettare il mistero che questo uomo di carne e ossa si porta dentro. È già molto, ma non è ancora la fede cristiana. 

È necessario confessare ancora che egli è un Dio crocifisso. Il mondo ebreo uno scandalo così non lo sopporta, il mondo intellettuale greco lo ritiene un controsenso, una stupidità, un cristiano invece accetta di cambiare anche la logica dell’esistenza, accetta di rinunciare a quell’idea di Dio che razionalmente a fatica può correttamente costruire per accogliere l’idea di Gesù: non più un Dio glorioso e potente, ma un Dio che si svela nell’amore e nel dono di sé. 

Quella croce non è l’apoteosi del masochismo, del godere a farsi del male o a star male, ma il segno di una vita vissuta in dono, della vera felicità, dell’amore di Gesù. Un amore così disarmato e disinteressato, che è un amore anche scomodo, perché dice a noi persone umane la verità su di noi, il nostro bene e il nostro male; per come esso si esprime sconvolge i quadri di comportamento e di valore umani e ci fa capire la contraddizione che rivela ancora di più la miseria e il peccato dell’uomo di fronte all’amore incondizionato di Gesù. E la contraddizione la risolve con “Padre perdona loro”!

03 Settembre
+Domenico

Sempre a contatto con Dio con tutte le nostre forze

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 14-30)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. 
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Audio della riflessione.

C’è stato un tempo non molto lontano dai nostri giorni in cui si pensava che tutti gli uomini erano uguali, tutti con gli stessi diritti, tutti con gli stessi doveri, tutti alla pari. Venivamo da un mondo in cui tanti diritti fondamentali erano conculcati per molte persone: per esempio la vita, la cura della salute, il lavoro, lo studio, la giustizia… Era giusto che si lottasse perchè tutti potessero avere le stesse possibilità di fronte alla vita. 

Non è però vero che tutti rispondono alle proprie risorse con lo stesso impegno, non solo, ma Dio ci ha creati diversi, con gusti e desideri, carattere e qualità diverse, e ci ha chiesto di far fruttare quello che ciascuno ha. Talenti chiama il vangelo tutte le risorse che l’uomo ha a disposizione. Chi ha dieci deve lavorare per dieci altrimenti non è fedele alla sua vita e a Dio che gliel’ha data, chi ha cinque deve lavorare per i suoi cinque, non si deve sentire inferiore se non ha tutte le qualità che hanno altri; purtroppo c’è chi ne ha solo uno e si crede furbo a non farlo fruttare, a star comodo a vivere di rendita. 

La parabola del vangelo non è un testo di economia, ma un invito a sentirsi nella vita sempre a contatto con Dio con tutte le nostre forze. Dio ha dato a tutti la possibilità di rispondere al suo amore, anche se abbiamo avuto genitori cattivi, disgrazie impensabili, malattie, ingiustizie… Dio sa andare sempre al cuore, all’interiorità e lì ci siamo solo noi con la nostra coscienza che diciamo a Dio la nostra voglia di vivere, la nostra decisione di fare della nostra vita un dono, di scavare tutte le possibilità che Lui ci ha dato. Dio è esigente come è generoso, non vuole che noi ci adattiamo al ribasso, che il fuoco della sua vita divenga un fumo evanescente. 

Molti di noi anziché far fruttare la propria vita per la felicità di tutti la buttano, la sperperano, stanno comodi, vivono alle spalle degli altri, si scoraggiano. E’ bello invece pensare che anche se ci sembra di avere poco quello che Dio ci ha dato può fare miracoli e salvare anche altri dalla disperazione e dall’infelicità 

Occorre gente che aiuta sempre tutti ad alzare lo sguardo al cielo per vedervi la gioia di Dio che ci ha dato la possibilità di raggiungerlo per sempre

02 Settembre
+Domenico

Non ci lasciamo vivere nel fatalismo, ma osiamo sempre sperare

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25,1-13)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. 
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Audio della riflessione.

O la vita è una accozzaglia di eventi che si succedono a caso e noi cerchiamo di navigare a vista per cogliere le occasioni e sfruttarle al massimo per il nostro interesse oppure la vita è una storia con un centro, un inizio, una fine, una direzione e noi ci aspettiamo di dover rendere conto a qualcuno di come l’abbiamo vissuta. 

Gesù ci ha insegnato che il mondo è nelle mani di Dio, che da Lui ha avuto inizio e in Lui si compirà. La vita che viviamo sulla terra è incerta, provvisoria, destinata ad essere superata in una situazione definitiva e certa in cui tutto verrà trasformato nei cieli nuovi e mondi nuovi verso cui siamo incamminati. Lui ci ha promesso che tornerà. 

La nostra vita è meglio rappresentata da una attesa vigile piuttosto che da un annoiato torpore fatalistico. Non fare il fanatico papà, lasciami vivere, non crearmi stati ansiosi, vedrai che un colpo di fortuna ci sarà anche per me. Un allenatore ti avrebbe già buttato fuori di squadra. È segno di grande dignità per l’uomo sapere che deve rispondere a un giudizio, a una valutazione globale della sua vita, in una coscienza che permane come nucleo decisivo nell’evolversi degli eventi. Tutto passa, tu rimani e ogni fatto della tua vita lascia sulla tua spiaggia un segno, viene infilato come un grano di una lunga collana. Ma te la guardi ogni tanto questa collana? Riesci a legare i tuoi gesti in una storia? C’è una lampada nella tua esistenza che ti dissolve le ombre dell’insignificanza? 

C’erano, dice Gesù, dieci ragazze in attesa dello sposo: cinque avevano fatto scorta di olio per le lampade, sapevano che l’attesa sarebbe stata indecifrabile, che la vita era in salita, che non si è mai preparati abbastanza per affrontare la notte. Altre cinque invece avevano preso l’invito a nozze con leggerezza. Troveremo sempre qualche rimedio. Non vale la pena di preoccuparsi tanto della vita, qualche furbizia, qualche terno al lotto, le debolezze di qualcuno possiamo sempre sfruttarle. Una vita lasciata continuamente al caso. Vivi alla giornata, vedrai che ci si potrà sempre arrangiare. Siamo in Italia, non siamo in Germania. Una leggina ci farà entrare per la porta giusta anche se ce ne siamo lasciate scappare tante. C’è sempre tempo per prendere la decisione giusta. 

Ma non è vero. Esiste un momento in cui la vita decide per te e ti trova impreparato. Si sente un grido nella notte: è qui, la vita è al suo culmine, la pienezza è giunta, la festa senza fine comincia, la tua lampada accesa ti fa trovare la strada, mentre il buio in cui ti sei adattato ti toglie ogni prospettiva. I rimedi dell’ultima ora sono pezze che si sfilacciano. E la porta fu chiusa. Il rumore di quei catenacci non sono solo quelli di un inammissibile ritardo, impossibilità, ma hanno il rumore di una perdita di futuro. Vigilate perché non sapete né il giorno, né l’ora. C’erano dei segni e non li abbiamo visti. I segni della venuta di Gesù nella vita di ogni persona ci sono, bisogna farsi aiutare a leggerli, porre attenzione, forare il quotidiano per carpire il segreto dell’esistenza che si porta.

01 Settembre
+Domenico

Vivere di attesa e vegliare è la vita del cristiano

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 24, 42-51)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

Audio della riflessione.

La vita dell’uomo è fatta di tante attese,  non tutte  vere, non tutte capaci di tenere l’animo sveglio e attento al bene, alla manifestazione di Dio. Attende la mamma il suo bambino nella lunga gestazione, attende il ragazzo la sua ragazza all’uscita dalla scuola, attende il malato i risultati delle analisi, attende il giovane l’esito dell’ennesimo colloquio di lavoro, attendono i genitori che cigoli la porta di casa alle cinque del mattino per tirare un sospiro di sollievo: è tornato vivo! Attende il bambino il sorriso del papà al suo ritorno da scuola, attendono gli immigrati il permesso di soggiorno in fila fin dalle prime luci del mattino, attende l’anziano nella casa di riposo la visita di qualcuno che gli ricordi di essere vivo; attendono gli affamati un pane, gli esiliati la patria, tanti bambini la pace e non la sanno nemmeno immaginare tanto sono abituati a vivere sotto i colpi dei mortai.   

Non è attesa invece quella del terrorista che ha già la mano sulla cintura esplosiva o sul telecomando del detonatore, non è attesa quella del pedofilo che sta tirando le maglie dei suoi ricatti, non è attesa la lunga coda di automobili che dobbiamo subire ogni giorno per andare e tornare dal lavoro; non è attesa l’aria greve che prende la piazza per l’arrivo dello spacciatore o l’appostamento lungo la strada per comperare il corpo di qualcuna o di qualcuno; non è attesa la solitudine di chi dopo tante tergiversazioni prende la finestra di corsa; e nemmeno quella dell’usuraio che ogni giorno torna a misurare il sangue succhiato ai poveri… 

E’ attesa la tensione verso la vita, quella degli altri, la mia, quella del mondo; non è attesa la velocità dissennata per le strade, che disprezza la vita degli altri e la propria, quella percezione o orientamento alla  morte che spesso abita le nostre esistenze. L’attesa vera di una meta alta, dello stesso Signore che viene, ha la capacità di tirarti dentro tutto, di trasformarti, di ridefinire la tua stessa identità, di farti crescere e di rimodulare la tua esistenza su quello che attendi. E’ una forza potente per concentrare energie, per dare organicità ai nostri molteplici impulsi, per canalizzare le qualità personali e di gruppo. Questo ci dice Gesù quando ci invita a vegliare ad attendere il Signore che passa sicuramente nella vita di ogni uomo, perché Lui non ci abbandona mai. Questo vegliate in un tempo ancora di ferie la dice lunga sul nostro esserci addormentai nello spirito in questo mese che termina. Ci stimola a riprendere la cura della vita spirituale a tener desto sempre lo spirito e l’attenzione agli altri. 

31 Agosto
+Domenico

Dio ci guarda dentro, non s’accontenta della facciata

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23, 27-32)

In quel tempo, Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità. 
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».

Audio della riflessione.

La nostra è una società dell’apparire, dell’immagine, degli occhi e non del cuore e dell’intelligenza. Forse è un tributo che dobbiamo pagare alla invasione di immagini nella nostra comunicazione. Infatti non c’è mai stato un tempo in cui i rapporti tra le persone, gli eventi, le cose fossero così legati alle immagini, tanto che se non appari non esisti, se non sei visto non conti, se non traduci il tuo pensiero in immagini non sei capito. Sono innovazioni cariche di tante promesse per l’umanità e come tutte hanno bisogno che l’uomo maturi un rapporto veramente umano che non gli tolga la dignità di cui deve essere sempre custode.   

Il progresso non è mai per definizione contro l’uomo, occorre però che l’uomo a mano a mano che amplia le sue capacità comunicative cresca interiormente e solidifichi i valori fondamentali del suo vivere.   E’ talmente vero tutto questo che anche in tempi non sospetti, tempi in cui di immagini  non si parlava, né si usavano, Gesù dovette mettere in guardia dall’apparire, dal dare importanza solo a quello che si vuol far vedere. C’è una interiorità della persona che è assolutamente prima di ogni immagine di essa. Il sepolcro può essere bello fuori, ma dentro è pieno di ossa.   

 E’ l’interiorità che conta davanti a Dio, è la coscienza, è l’immagine interiore che ciascuno si costruisce nel segreto del suo rapporto con Dio. E’ questione ancora di apparenza quando ci si riferisce al passato e si prendono le distanze dalle responsabilità di chi ci ha preceduto e si pensa che gli errori fatti da loro non possano essere anche i nostri. Occorre un giudizio vero, ma sempre capace di cogliere che anche noi spesso non saremmo stati migliori di chi ci ha preceduto.  

E’ sempre Dio che ci dà la grazia di vivere bene; se fosse solo per noi il mondo sarebbe già caduto in rovina. E’ tipico della nostra ipocrisia far fuori la gente e dopo pochi anni fare loro un monumento. Certo la colpa non è stata nostra, ma di chi ci ha preceduto, ma forse abbiamo ancora lo stesso cuore, la stessa cattiveria, e non siamo disposti a convertirci e così ritornano guerre, ingiustizie, perché non abbiamo il coraggio di imparare la lezione della storia, cambiando il nostro cuore.  

Nessuno si può chiamare fuori dalla storia dell’umanità. importante è capire che dobbiamo sempre seguire Gesù che ci aiuta a costruirne una nuova nel suo amore e nella sua giustizia.

30 Agosto
+Domenico

Noi adulti spesso giochiamo sulla pelle dei giovani   

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,17-29)

In quel tempo, Erode aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Audio della riflessione.

Almeno tre o quattro volte all’anno leggiamo nella liturgia questo episodio della decapitazione di Giovanni il Battista. Oggi vogliamo riflettere su questo fatto a partire dalla nostra responsabilità di adulti.  

Ogni martire è testimone che Dio ci ama alla follia. Giovanni Battista ancor di più. Era stato un dito puntato verso Gesù. L’uomo di Nazareth era apparso sulla scena del mondo e lui doveva scomparire. Era stato severo con se stesso, con la religione del tempio, con chi lo voleva seguire e la sua predicazione era molto severa: 

Chi ha ingessato il Signore. Avete in cuore una profonda sete di Dio, sentite urgere dentro una aspirazione insopprimibile e la spegnete con la droga, con l’ecstasi, con i compromessi! Avete una sete insaziabile di pace e la cercate con armi e tritolo! Sentite desiderio di interiorità e sperate di trovarla nei talk show! Giovanni non aveva mezze misure. Avete desideri di affetto pulito e profondo e vi prendete i mariti o le mogli degli altri? Poi è venuto Gesù. Non credeva ai suoi occhi e ha ceduto il passo.  

Incrocia la vita di Giovanni, una ragazzina, bella, agile, elegante, armoniosa. Vuole sfondare con la sua bellezza e la sua leggiadria. Si allena e finalmente arriva la sua grande occasione. Non si tratta del solito saggio col papà, la mamma, gli zii, i nonni alla festa di compleanno, ma oggi c’è tutto il governo, i notabili. E danza. Se la mangiano tutti con gli occhi. Erode stravede, i giovani sono sempre sorprendenti, ti incantano, meritano tutto: la metà del mio regno è tua. La ragazza è saggia, i complimenti non le danno alla testa. La sua danza è una sfida con se stessa, non con gli adulti. Sa di aver bisogno di tutti per crescere, per decidere e va da sua madre. 

“Mamma è il momento più bello della mia vita”. Sono riuscita a superarmi; ti ricordi quanti allenamenti, quante volte volevo smettere e tu mi hai aiutato? Se non ci fossi stata tu starei ancora a divertirmi con l’orsacchiotto di pelouche. Il re è disposto a darmi la luna. Ho un avvenire sicuro, non sono in casa sua solo perchè vuole bene a te. Ho un  posto anch’io”. Non si sente più una vita da scarto, come capita a tanti giovani, quasi destinati alla discarica, ma le si è aperta nella vita una strada. Non vuoi che sia questa anche l’aspirazione degli adulti che le vogliono bene, di colei cui tra una coccola e l’altra si confida? 

E la madre, l’adulta, il maturo, quella che vede bene, che calcola, che è navigata nella vita, colei che si è lasciata indurire il cuore dall’interesse, che non sa più sognare e cambia i sogni dei giovani in incubi, dice tutto il suo odio per la vita, e per il futuro dei figli: la testa di Giovanni Battista. Una sentenza che prima di ammazzare Giovanni, distrugge speranza e uccide l’anima di sua figlia che non ha ancora il coraggio di ribellarsi, è ancora soffocata dall’affetto predatore di sua madre, dell’adulto senza scrupoli, che non le ha insegnato di avere sempre la vista più lunga dei sentimenti. Noi adulti saremo capaci di smettere di giocare all’eterna giovinezza e assumerci verso di loro le nostre responsabilità? di mostrarci come adulti cristiani contenti della nostra fede in Gesù ? 

29 Agosto
+Domenico