Tutti sono chiamati a godere di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,24-30)

In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia.
Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia».
Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Audio della riflessione

A chi crede in Dio non può mai mancare niente, non manca la sua Parola per illuminare la vita, non mancano i sacramenti per sostenere il cammino quotidiano, non manca una comunità che ti accoglie, non manca l’Eucaristia come cibo che rinforza, non manca la speranza che nasce dalla fede, non manca una visione positiva della vita che ti permette di affrontare con serenità il tuo futuro. Tutto questo il vangelo lo chiama il pane dei figli, per significare che se viviamo da figli di Dio possiamo contare su di lui in ogni momento, in ogni prova della vita.  

Molti invece sono senza niente; hanno domande profonde, ma sbagliano le risposte, hanno sete di Dio, ma vanno alla sorgente sbagliata per trovare ristoro; hanno desiderio di felicità e credono che si trovi nella droga o nell’alcool; desiderano amore e invece si adattano a comperarlo.  Forse era questa la situazione di quella donna greca, quindi non ritenuta nel numero dei figli d’Israele e quindi tagliata fuori dalla fede e dalla religione ebraica, che si gettò ai piedi di Gesù, disperata per la possessione demoniaca della figlia. Lei non aveva diritto al pane dei figli e Gesù per provarla glielo ricorda. 

Ma questa donna ha grande desiderio di avere questo pane, gliene bastano alcune briciole, dice a Gesù. A lei che non fa parte del popolo eletto, ma che ha capito che è lì, in Gesù, che sta la salvezza, ha dentro una certezza, ha capito che i limiti che l’uomo pone, le ingessature, che si fanno di Dio per comodità, devono saltare. Che significa che io non posso venire a contatto con un dono di Dio che per definizione è di tutti? È tanto il bisogno suo e dell’umanità di una persona come Gesù che tutte le appropriazioni di lui, gli accaparramenti di lui, da parte di chicchessia sono una ingessatura di Dio, un tentativo sbagliato dell’uomo di privatizzare Dio per alcuni pochi privilegiati. E Gesù che l’ha provocata le concede il miracolo, proprio perché ne ha visto la fede e la lucidità con cui la vive. 

 Nessuno oggi pensa che il vangelo sia eredità di alcuni pochi privilegiati, ma spesso il modo di costruire relazioni nella chiesa, tra i cristiani, il modo di accostarsi alla fede da parte di molti di noi è diventata una abitudine che non ci fa percepire che abbiamo sempre a disposizione il pane dei figli e che dobbiamo essere noi a farlo godere a tutti. Ci serve qualcuno che vive di briciole per capire quanto amati siamo e quanto Dio non ci abbandoni mai. 

9 Febbraio
+Domenico

I cristiani nel mondo per una apertura alla vita nuova di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,14-23)

In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza.
Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Audio della riflessione

Ci accorgiamo tutti perché lo viviamo sulla nostra pelle che se vuoi essere fedele a Cristo devi andare controcorrente. Lo diceva ai giovani, papa Benedetto; lo dice spesso anche ai ragazzi, che ricevono la Cresima, papa Francesco. Nello stesso tempo però la nostra casa, è l’insieme di relazioni che determinano un territorio, la stessa società. Non siamo assolutamente in fuga, ma ben radicati nei nostri tessuti di relazione 

Già nei primi secoli della chiesa nella famosa lettera a Diogeneto si ricordava che i cristiani abitano le città di tutti, usano la lingua di tutti, ma hanno un loro stile di vita che li distingue, li caratterizza, li rende visibili, ma non li isola. I cristiani si “separano” dagli altri uomini, uomini e donne, e si costituiscono come un popolo Santo, non certo con pratiche esteriori di purificazione o con l’evitare il contatto con la gente o con persone considerate profane e “impure”, ma con la purezza del cuore. L’apertura di Gesù verso il mondo e la sua valutazione positiva della creazione saranno sempre coltivate dalla Chiesa primitiva e favoriranno l’avvicinamento al mondo pagano.  

È dal cuore dell’uomo che possono uscire le intenzioni cattive che distruggono l’umanità e la stessa creazione di Dio. L’ingresso nel popolo di Dio non richiederà quindi particolari purificazioni esteriori ma una profonda conversione del cuore il cui segno è l’unico battesimo.  

I discepoli di Cristo lo seguiranno tanto più da vicino quanto più rinnoveranno ogni giorno la conversione dal male e l’adesione a lui con perfetta carità; gli uomini di cultura e di scienza possono cercare la verità per liberare l’uomo e assicurargli la Sapienza di Gesù che per noi è l’uomo perfetto. È importante costruire la vita da cristiani seguendo l’insegnamento di Gesù e impostare il domani dentro la prospettiva del regno di Dio. Allora i giovani saranno aiutati a integrare sempre la sapienza umana con un amore vissuto e far crescere la speranza. 

8 Febbraio
+Domenico

Il nostro comodo formalismo non genera minimamente fede sana

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 1-13)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Audio della riflessione

Non è raro purtroppo rendersi conto che nella vita e nelle pratiche religiose spesso si insinui un ben camuffato tradimento. Gesù espone con forza richiamandosi alla grande tradizione dei Profeti quale è la vera religione e il vero culto: è interiore, espressione profonda della vita intima della persona; è vicinanza del cuore a Dio, un rapporto cuore a cuore con il Signore, con Dio Padre, e lo sarà poi per sempre anche con Lui stesso; è osservanza del suo comandamento, che è sempre l’amore; è realizzazione autentica della sua parola; la parola di Gesù è la stessa sua carne, perché Lui è la Parola fatta carne. Subito si capisce, quanto è distante dalla vera religione qualsiasi formalismo, qualsiasi assolutizzazione di comportamenti di sola esteriorità senza anima. 

Gesù collega strettamente fra loro religione e amore, comandamento esterno e obbligo interiore. Non si può “annullare la parola di Dio con la tradizione” dice il vangelo. Lo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II si riferisce a questo passo evangelico per denunciare “uno dei più gravi errori del nostro tempo” e cioè il distacco che si constata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana. Contro questo scandalo già i profeti non risparmiavano rimproveri, avvertimenti, condanne, inviti a conversione, e ancora di più Gesù Cristo stesso con le sue parole e la sua stessa vita.  

Ne deriva che occorre una continua vigilanza per impedire che lo zelo per l’osservanza esteriore della legge dia l’avvallo a un certo tipo di persone, che si qualificano come religiose e che, proprio per questa osservanza esteriore, si considerano migliori degli altri, mancando nell’amore del prossimo e diventando duri e orgogliosi. È una vera tragedia umana, non solo contro-testimonianza, che gente simile ambisca a presentarsi come esempio di religiosità, tradendo così la bella e serena, pacifica e dolce comunione di Gesù con il Padre. 

Se vogliamo che la comunicazione della nostra esperienza di fede, sia tra noi che con le persone che non conoscono Gesù o non vivono la fede cristiana, abbia in sé una forza generativa di vita vera e di fede, Dio ci aiuti a non separare mai religione e vita, ma che la fede guidi tutte le decisioni e le riflessioni della nostra esistenza come aiuto infallibile per rendere trasparente e convincente la vita cristiana. 

7 Febbraio 2023
+Domenico

Voglio toccare Gesù, non solo ascoltarlo

Una riflessione sulVangelo secondo Marco (Mc 6,53-56)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono.
Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse.
E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Audio della riflessione

C’è una componente delicatissima della nostra esistenza che finisce per diventare determinante tutta la nostra vita: la nostra corporeità. La divisione in corpo e anima di tipo platonico, con un certo disprezzo per il corpo, come prigione dell’anima non fa più parte della nostra mentalità anche se ogni tanto riaffiorano comode semplificazioni, soprattutto quando si invecchia, quando il nostro corpo perde smalto, si appesantisce in malattie insopportabili, la prestanza fisica viene meno e il declino è irreversibile. Sappiamo invece che la corporeità e tutto quello che è legato ad essa, fa parte della globalità della persona e, quindi, va recuperata dal suo interno come un “segno”; soprattutto deve diventare lo spazio personalissimo e originale per vivere veri rapporti con tutti e veri rapporti di amore.  

In questo contesto dobbiamo collocare la nostra naturale necessità di vedere, toccare, sentire, gustare, far passare per la porta dei nostri sensi anche l’esperienza spirituale, anche il mondo misterioso della fede. 

Quando la gente va a qualche santuario vuole toccare la statua, vuol vedere, vuol entrare in contatto concreto con qualcosa. E non ci dobbiamo meravigliare, perché questo accade anche quando i giovani vanno a qualche concerto rock; avere una maglietta, un autografo, una bacchetta del batterista, un braccialetto del cantante, una stretta di mano, un bacio è il massimo per sentirsi dentro veramente in una esperienza. 

Così era la gente che rincorreva Gesù per le strade della Palestina. Tutti volevano sentirlo, vederlo, ascoltarlo, ma soprattutto toccarlo. Aveva fatto di tutto quella donna che toccò il lembo della sua tunica e restò guarita, così vogliono fare tutti quelli che si sentono imprigionati dalla malattia. Il toccare però è vero se si porta dentro una fede profonda. Occorre sempre unire l’anima al corpo per unire la speranza al presente, il desiderio alla realtà. Infatti, Gesù offre la sua salvezza se chi lo accosta lo fa con fede, sa andare oltre il fatto fisico e lo carica di adesione spirituale alla sua persona, lo fa diventare un segno di una fede profonda, di una consapevolezza di mettere al centro della sua vita Gesù. La forza che promanava da Gesù era la conferma della certezza che Dio è incontrabile nella vita quotidiana perché Lui non ci abbandona mai. 

6 Febbraio
+Domenico

Siamo tutti come uomini e donne, come ragazzi e ragazze, come giovani e adulti: luce e sale della terra

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,13-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Audio della riflessione

Che cosa è che dà sapore alla vita? O meglio: c’è ancora qualcosa che da sapore alla vita o siamo condannati a viverla come una avventura insipida, senza senso, senza grinta, da abitudinari del quotidiano? La tua giornata è già tutta scritta in un file: levata, doccia, se sei in coppia: bacetto; se sei un ragazzo: urla dei genitori perché ti alzi sempre troppo tardi, zaino, panini, pulmino; buon giorno professore..e siamo solo all’inizio. Il resto è della stessa serie. Gli adulti si illudono di introdurre qualcosa di nuovo dando un’occhiata all’oroscopo, ma è un’altra balla che vai sempre a leggere perché non si sa mai.  

Possibile che la vita sia tutta qui, tutta segnata, tutta decisa, tutta uguale a se stessa, senza slancio, senza impennata di creatività e soprattutto di umanità? Tentativi di darle sapore qualcuno li trova con i gatti e i cani o i cavalli. Altri con i successi, gli euro o le proprietà; queste cose sì danno sapore e luce alla vita, rischiarano il buio che spesso la opprime. 

Non vi sembra che sia scomparsa dalla nostra mente, dalle riflessioni, dai titoli di giornale, dalla politica, anche quella seria, dagli spettacoli, dalla pubblicità il nostro essere persone, uomini e donne, ragazzi e ragazze, giovani e vecchi, nonni e genitori. È scomparsa la nostra umanità. Conta solo il fatturato, contano le accise, conta il PNRR, contano i prezzi che continuano a salire, le materie prime che scarseggiano…le partite di calcio, lo slancio (chiamiamolo solo così) dei tifosi …potrei continuare. Per i ragazzi contano i followers, i tic-toc, YouTube, i social, essere in Facebook. Tutto questo rende affascinante vivere, dà sapore alla nostra vita? I primi a non esserne soddisfatti sono proprio i giovani.  

Facciamo la domanda al vangelo? 

Il vangelo invece è ancora più semplice di quanto pensiamo ci dice che sono gli uomini e le donne, la nostra umanità, che dà sapore alla vita. Siamo talmente irretiti dalle cose, dalle organizzazioni, dalle sovrastrutture che spesso dimentichiamo di tornare alla bellezza e alla sensatezza della nostra umanità. Canta qualcuno giustamente: credo negli esseri umani. Ci stiamo accorgendo, e non solo da ora, che nei numerosi cambiamenti del nostro tempo o, come dice papa Francesco, nella nostra nuova epoca, gli strumenti con cui siamo aiutati ad esprimerci, a dirci, a comunicare, a progettare, a studiare, a interagire, insomma a vivere, ci chiedono di ricuperare e approfondire il nostro essere umani. Non ci sentiamo vittime, nemmeno però non avvertiamo che questa epoca esige che ci applichiamo a ridare all’uomo, alla donna, alla nostra umanità uno statuto antropologico nuovo, un posto nuovo. 

Infatti, il vangelo dice che luce e sale, conoscenza e gusto sono doni che solo l’uomo e la donna sanno esprimere al massimo. Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo. Gesù non lo dice perché sono apostoli, o predicatori, o raffinati rabbini, insegnanti delle cose di Dio che solo e magari automaticamente perché predicano danno sapore all’esistenza, lo dice degli uomini e delle donne in quanto tali. Abbiamo venduto ai neon o al suono dei soldi o agli aromi chimici il gusto, la luce della vita? O chiediamo agli oroscopi e ai maghi, alle carte e alle sfere di vetro la direzione che deve prendere la nostra esistenza e il senso della storia dell’umanità? La nostra umanità, il nostro essere semplicemente uomini e donne è un faro nella nebbia è un sapore nel disgusto. Siamo fatti a immagine di Dio sapore inconfondibile della vita e luce inaccessibile resa visibile in noi.  

Certo questo essere luce e sale raggiunge la sua pienezza, la sua insuperabilità se abbiamo il dono di aprire la nostra umanità all’invasione della vita nuova, all’immersione nella vita di Cristo, che semplicemente chiamiamo battesimo, e se questa nostra vita è illuminata dalla fede. Con le ragioni della fede non sbaragli nessun nemico, ti metti maggiormente in umiltà tu, perché la luce della fede è luce di Dio, non tua, per te è debolezza, è accoglienza, è fiducia, è abbandono. Ti sconvolge la vita e ti costringe a non esserne più tu il padrone, ma gli altri. Per questo se sei cristiano non puoi nasconderti. Vi ho messo nel cuore, un sapore di vita nuova, una luce di fede non per nasconderla, ma per farla vedere.  

Diceva Giovanni Paolo II e lo ripete spesso papa Francesco: Non vi preoccupate di troppa modestia; non vi chiedo di dare spettacolo, di mettervi a dominare o di fare miracoli clamorosi. Non vi chiedo ostentazione o impazienza o disprezzo delle miserie umane o scontro o polemica, ma di essere come persone, uomini e donne, ragazzi e ragazze, cristiani un fatto pubblico con cui tutti si possono confrontare. Vi chiedo di non chiudervi nelle vostre sacrestie o di non diventare una collezione di bonsai, ma una foresta di persone. Purtroppo, stiamo specializzandoci nel fare recinti. È vero: buone staccionate, fanno buoni vicini. Ma noi non stiamo a spendere la vita per vivere in pace con i vicini, ma per condividere l’amore di Dio in ogni momento. Le staccionate difendono le nostre comodità e tengono ciascuno isolato nel proprio mondo.  

Penso a quanto spesso diceva Giovanni Paolo II; se i giovani non vengono alla chiesa non è peggio per loro, ma peggio per noi, perché veniamo privati della verità e dei doni che Dio ha posto soltanto nelle loro vite per la nostra stessa felicità e salvezza. Vi chiedo di mescolarvi nella vita di tutti per dar sapore e nel buio che spesso avvolge l’umanità per fare luce. Questo sapore e questa luce sono io, non spegnetela per comodità.  

È la sua sapienza che conta e la sua verità abita dovunque c’è una sua immagine, in ogni volto umano. Per tutti noi è scritta a metà: metà nella sua Parola e l’altra nella nostra vita di persone. A noi aiutare l’incontro e la scoperta.  

5 Febbraio
+Domenico

La vita non ce la deve legare l’agenda, ma nemmeno i social

Una riflessione sul Vangelo di Marco (Mc 6,30-34)

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Audio della riflessione

La nostra vita è spesso divisa tra l’assillo delle cose da fare, la sindrome dell’agenda, il sentirsi la vita segnata da impegni, appuntamenti, incontri oltre evidentemente al tempo da dedicare al lavoro o alla scuola, alla famiglia agli elementi costanti di ogni vita e il desiderio di fermarsi, di stare un po’ in pace, di riprendersi in mano la vita, di fare il punto, di mettere a fuoco le cose più importanti, di stare a pregare, se siamo uomini e donne di fede, giovani che non hanno ancora liquidato la religione tra le cose inutili o fastidiose.  

E viviamo spesso una sorta di lacerazione perché quando finalmente abbiamo trovato o ci siamo imposti questo tempo di calma, siamo assaliti dalle cose che dobbiamo fare e che in questo momento trascuriamo e quando siamo nel pieno delle attività ci assale la voglia di pace. Sembrerebbe una tentazione solo di adulti, ma anche i giovani cominciano a farsi legare la vita non con l’agenda, ma con i social, le sfide affettive, le comparse che diventano spesso maschere di personalità.  

La stessa situazione forse vivevano anche i discepoli di Gesù: mangiati dalla folla e nello stesso tempo desiderosi di stare con Gesù. E Gesù li chiama: venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un po’. Sembrerebbe una soluzione facile. Smettiamo di farci divorare dalle cose e stiamo a contemplare il Signore della vita. Gesù passava notti in preghiera, i santi erano fortemente contemplativi: sottraevano tempo a sé per farsi affascinare da Dio. 

Ma la folla incalza, insegue gli apostoli e Gesù e preme, chiede. “Ci avete acceso speranze, ci avete tolti dal torpore delle nostre vite senza senso ora non ci potete lasciare, perché la legge del convento dice di chiudere, perché la notte è fatta per dormire, perché c’è un tempo per ogni cosa” e Gesù si commosse. Il Vangelo di Marco ci tiene a far vedere in Gesù una umanità dolcissima. “E si mise a insegnare di nuovo”. 

C’è sicuramente un equilibrio da cercare tra l’essere mangiati e il mangiare, tra lo stare e l’andare, tra l’agenda e l’anima, tra la vita di coppia e i figli, tra lo studio impegnativo e la vita affettiva o tra le distrazioni obbligatorie dei social e la vita interiore. Se cerchi la fede, se ti interessa la vita spirituale, se in te si è accesa una voglia di infinito, di amore senza confini, l’equilibrio di cui hai sete deve essere bilanciato verso il dono, verso una vita capace di trovare il senso, la santità, la bellezza non solo in alcune isole di tempo, ma sempre, anche quando abbiamo l’impressione di esserne privati.  

Papa Francesco direbbe che occorre uscire, non stare sempre al balcone della vita, ma giocarsi relazioni coinvolgenti, capaci di strapparti dalle comode solitudini che ci creiamo. Le ragazze e i ragazzi dell’Iran ci mettono al palo, ci costringono a una interiorità insopprimibile, capace di darci delle dritte di vita che sposano questa nostra umanità ferita. 

4 Febbraio
+Domenico

Come non fare gli adulti nella vita e nella fede

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (MC 6,14-29)

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello».
Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Audio della riflessione

Ogni martire è testimone che Dio ci ama alla follia. Giovanni Battista ancor di più. Era stato un dito puntato verso Gesù. L’uomo di Nazareth era apparso sulla scena del mondo e lui doveva scomparire. Era stato severo con sé stesso, con la religione del tempio, con chi lo voleva seguire. Un po’ di serietà in questa religione! Dio non è un bene di consumo; che ne avete fatto? È un vento che spazza via la pula dall’aia delle nostre esistenze superficiali; è una scure che taglia di netto alla radice. La gente è stanca di riti morti, di assolutizzazioni cultuali, di commercio di cose di Dio. Chi ha ingessato il Signore? Chi tenta continuamente di farlo prigioniero?  

Nel deserto faceva rinascere speranza, strappava la gente dal torpore dei supermercati del sacro, dal chiasso dei propri affari meschini. Avete in cuore una profonda sete di Dio, sentite urgere dentro una aspirazione insopprimibile e la spegnete con la droga, con l’ecstasi, con i compromessi! Avete una sete insaziabile di pace e la cercate con armi e tritolo! Sentite desiderio di interiorità e sperate di trovarla nei talk show! Giovanni non aveva mezze misure. Avete desideri di affetto pulito e profondo e vi prendete i mariti o le mogli degli altri? Poi è venuto Gesù. Non credeva ai suoi occhi e ha ceduto il passo.  

Incrocia la vita di Giovanni, una ragazzina, bella, agile, elegante, armoniosa. Vuole sfondare con la sua bellezza e la sua leggiadria. Si allena e finalmente arriva la sua grande occasione. Non si tratta del solito saggio col papà, la mamma, gli zii, i nonni alla festa di compleanno, ma oggi c’è tutto il governo, i notabili. E danza. Se la mangiano tutti con gli occhi. Erode stravede, i giovani sono sempre sorprendenti, ti incantano, meritano tutto: la metà del mio regno è tua. La ragazza è saggia, i complimenti non le danno alla testa. La sua danza è una sfida con sé stessa, non con gli adulti. Sa di aver bisogno di tutti per crescere, per decidere e va da sua madre. 

“Mamma è il momento più bello della mia vita”. Sono riuscita a superarmi; ti ricordi quanti allenamenti, quante volte volevo smettere e tu mi hai aiutato? Il re è disposto a darmi la luna. Ho un avvenire sicuro, non sono in casa sua solo perché vuole bene a te. Ho un posto anch’io”. Non si sente più una vita da scarto, come capita a tanti giovani, non è destinata alla discarica, ma le si è aperta nella vita una strada. Non vuoi che sia questa anche l’aspirazione degli adulti che le vogliono bene, di colei cui tra una coccola e l’altra si confida? 

E la madre, l’adulta, il maturo, quella che vede bene, che calcola, che è navigata nella vita, colei che si è lasciata indurire il cuore dall’interesse, che non sa più sognare e cambia i sogni dei giovani in incubi, dice tutto il suo odio per la vita, e per il futuro dei figli: la testa di Giovanni Battista. Una sentenza che prima di ammazzare Giovanni, distrugge speranza e uccide l’anima di sua figlia che non ha ancora il coraggio di ribellarsi, è ancora soffocata dall’affetto predatore di sua madre, dell’adulto senza scrupoli. Occorre sempre avere la vista più lunga dei sentimenti. 

Solo che gli adulti spesso usano i sentimenti per clonare il loro passato o per dare in eredità la propria cattiveria. Facciamo seriamente gli adulti. I giovani hanno bisogno solo di questo. 

3 Febbraio
+Domenico

Gesù entra ufficialmente a far parte del popolo ebreo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,22-40)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore –  come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare,
o Signore, che il tuo servo vada in pace,
secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti

e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Audio della riflessione

La nascita è stata una gioia per tutti, la fine di una attesa misurata, talvolta preoccupata ma sempre piena di speranza; i dolori del parto da dimenticare, ma ora lui o lei c’è. È già stato tutto preparato, il lettino, la cameretta, i vestitini, tutti si sono concentrati su questa nuova creatura, voluta, desiderata, progettata. Fossero tutte così le nascite dei figli, fossero tutti così i genitori che esprimono il massimo del loro amore nel farlo diventare nuova vita. Sappiamo purtroppo che spesso non è così, che per molti la vita nuova è un incidente o un sopruso o un intruso.

Ma per questa povera, debole creatura l’amore di una mamma non deve mancare, il dono di una famiglia è un bene da conservare e su cui piegare ogni sana comunità umana, ogni civiltà, ogni stato, ogni globalizzazione. Ogni bambino che nasce a questo mondo, qualunque sia stato il suo concepimento, la sua famiglia, la sua mamma che lo ha generato, deve avere il bene assolutamente gratuito che abbiamo avuto noi:  un nido d’amore accogliente.

Nelle migliaia di campi profughi non c’è cameretta, né vestitini, ma spesso solo paura del futuro e fame e guerra sempre all’orizzonte. Siamo tutti spettatori dei bimbi che nascono sotto le bombe  nella guerra  tra Russia e Ucraina, siamo costretti a vedere mamme che, prima di annegare buttano il loro figlio a chi lo può salvare…: quanti bambini, sono vittime di una guerra, come tutte senza senso, di annegamenti in mare o di assideramenti davanti ai fili spinati dei campi profughi, quanti volti di genitori disperati, quanti corpi feriti e i bambini, grazie a Dio sono ancora capaci di sorridere.

Anche se il nido preparato è fragile e subito o troppo presto si rompe. Il presepio dura poco, la vita di famiglia entra in crisi, le difficoltà aumentano e come se non bastassero le tensioni quotidiane ci si mettono anche le condizioni sociali incapaci di costruirsi a misura di famiglia.

C’è però ancor un quadro che il Vangelo ci fa contemplare e che chiude il tempo natalizio. Giuseppe e Maria vanno al tempio, vanno in Chiesa diremmo noi, e presentano a Dio questo dono sorprendente che hanno gelosamente da custodire. Lì c’è un vegliardo Simeone e una donna anziana, Anna.

A me fanno tanto pensare ai nonni, a quella stagione della vita in cui ti sembra che tutto sia passato, che il declino abbia il sopravvento e invece la nascita del nipotino ritorna a farti vivere, a darti speranza: “i miei occhi hanno visto la salvezza”, la vita continua, occorre tornare con entusiasmo a servirla, senza potere,  senza rabbia, con la consapevolezza del limite e della pace.

E questi due nonni sono là a ricordarci, a ricordare a Maria e Giuseppe che la vita sarà sempre in salita, “una spada trafiggerà la vostra anima”; non sono uccelli del malaugurio, ma la necessità di una forza nella prova immancabile. Te li ricorderai sempre perché ti hanno aiutato a vivere. Anche Giuseppe e Maria hanno dovuto fare  conti con le avversità, la fuga, l’emigrazione, la violenza

E Maria e Giuseppe contemplano stupiti questo Gesù, che pur essendo Dio, impara a vivere da uomo, a camminare e a crescere in una famiglia. Credevano di essere soli con la loro fragile creatura, ancora frastornati di quello che stava capitando attorno a questo bel bambino; invece venivano continuamente interpellati da Dio, che ci teneva troppo alla vita di quel figlio e soprattutto alla sua missione che sarebbe stata sempre in salita. A quel Calvario avevano da Dio il compito di prepararvelo e a quel Calvario lo accompagnerà Maria. Erano sempre interpellati a dire il loro si con gioia, a farsi collaboratori della gioia del vangelo e del sogno di salvezza degli uomini cui Dio da sempre pensava e ad esso li preparava. Era il suo grande sogno e grande progetto: il cambiamento in bontà della cattiveria umana, senza badare ai costi trinitari.

In questo non si sono mai sentiti e mai lasciati soli. Sarà Gesù a compiere con la sua vita, la sua croce tutto questo grande progetto di Dio. E noi oggi ne facciamo memoria e decidiamo di non lasciare solo Gesù anche in ogni volto di bambino in cui si fa presente.

2 Febbraio 2023
+Domenico

Solo Gesù è la Parola definitiva di Dio all’umanità

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,1-6)

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Audio della riflessione

Non vi sembra che spesso tra persone che si vedono sempre, magari compagni di banco o di postazione di lavoro, ci si dia per scontati per cui non sappiamo proprio niente della vita di chi ci sta accanto? Così capitò agli abitanti di Nazareth, la città dove abitava Gesù.

Venne nella sua casa e i suoi non lo hanno accolto, dice Giovanni nella sua prima pagina di vangelo, non hanno voluto capire che lui era il messia. E’ proprio stato così come dice Gesù a Pietro: non “la carne e il sangue” soltanto il Padre può rivelare chi è Gesù. Infatti l’essere così prossimi, attaccati, porta a porta, la stessa familiarità quotidiana sono piuttosto un ostacolo a comprendere ciò che di straordinario si manifesta in lui, come segno che Dio lo ha scelto per essere profeta e messia.

Questo è accaduto per molte persone veramente sante, che i loro confratelli nella diocesi o famiglia religiosa, i collaboratori prossimi non avvertissero la straordinarietà di una vita ordinaria, eroicamente vissuta all’insegna della fedeltà e della dedizione, tanto più reale quanto meno appariscente.

Come per Gesù questa incomprensione è fonte di amarezza, ma non di scoraggiamento perché lui voleva vivere sotto il segno della naturalezza, ma orientata e vissuta all’insegna  della speranza del regno.

Che Dio abbia agito in maniera decisiva nella persona e nell’azione di Gesù di Nazareth il quale sarebbe la Parola definitiva e ultima di Dio all’uomo, è scandaloso. Per questo la rivelazione di Dio è sentita come un attacco a ogni mondanità e carnalità. Noi uomini e donne siamo chiamati a mettere da parte le nostre norme, i nostri criteri i nostri standard mondani, perché la carne e il sangue, la patria e il buon senso non superano lo scandalo della parola fatta carne. La fede è il superamento dello scandalo. Dio non si rivela in un qualsiasi fatto della storia, ma si rivela solo nel brano della storia che è la vita di Gesù di Nazaret. Ciò significa anche che è dalla vita di Gesù di Nazaret, dalla sua storia concreta, che si deve passare. Lui è il necessario segno efficace e sacramentale di Dio.

Ogni lavoratore della vigna del Signore si sottrae dalla semplice approvazione umana e dal facile successo per proiettarsi nella dimensione della fede verso l’opera di Dio. Allora saremo anche più capaci di fare i necessari passi indietro e le necessarie proposte di cambiamento.

Il tutto per un cristiano deve essere maturato davanti a Dio nella preghiera e nell’umile richiesta di luce di misericordia.

1 Febbraio 2022
+Domenico

Gesù, dove passa, crea speranza e gioia di vivere

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (MC 5,21-43)

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Audio della riflessione

Ci sarà mai nella vita una persona che ti dà serenità, pace, voglia di bene? Saremo sempre destinati a sopravvivere, a campare di rimedi, anche se economicamente possiamo star bene? Non mi sento mai autosufficiente. Ho bisogno di aria fresca, di panorami ampi! E se fosse proprio Gesù questa persona?! Guardiamo una volta almeno come si presenta Gesù nei vangeli. Lui ha un suo cammino deciso e travolgente. Dove passa crea speranza, scuote le persone dubbiose, trascina chi sa sognare. Così chiama i suoi collaboratori, che lasciano, case, campi, barche, mestiere e lo seguono. La sua visione della vita è affascinante, la sua capacità di leggere le aspirazioni profonde del cuore è sorprendente.

Ti senti interpretato dalla sua visione della vita, vieni trafitto dai suoi sguardi intensi, ti senti scosso dalle sue invettive, dai progetti, dalla novità delle sue intuizioni e visioni di futuro. Alla gente non par vero di potersi togliere dal torpore di una vita monotona, dalla stessa cappa di una religiosità ridotta a riti scontati, a ripetitività di formule che lentamente hanno nascosto il volto di Dio.

Ebbene attorno a Gesù si fa calca, né lui fa qualcosa per schivare la gente. Si ferma, dialoga, ascolta, alza la voce, richiama, conforta. C’è pure una donna tra la gente che accorre a lui: è afflitta da una maledetta malattia: perdita di sangue.

Per questo tipo di malattia la legge è molto dura e categorica: è una situazione di impurità e deve assolutamente evitare ogni contatto umano. Per la donna è una situazione invivibile. Ha fatto di tutto per uscirne, per ricuperare salute e soprattutto possibilità di vivere una vita normale nella società, nel mondo delle relazioni umane: ha speso tutti i suoi soldi. Niente! Condannata all’isolamento oltre che alla sofferenza.

Ma quando sente parlare di Gesù, di questo regno, di un Dio che non ha creato la morte, che non gode per la rovina dei viventi, che ha creato tutto per l’esistenza e che ha fatto in modo che tutte le creature del mondo siano portatrici di senso e di salvezza, si fa un suo progetto: «con questa malattia la legge mi imprigiona e non mi permette di toccare nessuno: ma questo Gesù è la salvezza: lo devo toccare, non oso parlargli, non sono all’altezza di una richiesta, ma non è giusta la prigione in cui sono chiusa: mi basta toccare la sua veste, il suo mantello».

E quel tocco la guarisce: Gesù, che non sta facendo servizi davanti alle telecamere, ma che sta incontrando la grande sete di un Dio vero, si accorge e le dice che non è avvenuto niente di magico in lei: la chiama “figlia” annullando ogni distanza. Quel che è avvenuto è dovuto al coraggio della sua fede.

Celebriamo oggi san Giovanni Bosco, ricordiamo da qui la decisa collocazione  nella massima fedeltà al papa che sempre insegnerà e sempre vivrà. Tanto che sono numerosissimi i colloqui suoi con Pio IX  e i papi e altrettanto cordiale e libero il ricorso dei pontefici all’opera di san Giovanni Bosco; non ultimo, l’affidamento del completamento della basilica del Sacro Cuore di Gesù, di Via Marsala, di lato alla stazione Termini di Roma, che stentava ad essere terminata per l’annessione di Roma al regno d’Italia. La posa della prima pietra l’aveva fatta il beato Pio IX nel 1870 e lui la concluse.

31 Gennaio
+Domenico