Il nome della pace è verità per questo occorre educare alla pace

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

La scena è la stessa che abbiamo contemplato otto giorni fa: lo sguardo del Vangelo è ancora e più intimamente su quella capanna dove Maria e Giuseppe si mangiano con gli occhi e con l’ardore del cuore il bambinello, dove ancora pieni di stupore i pastori, si scambiano gioia e sorpresa, pronostici e meraviglia.

Due elementi però ci invitano ad andare più in profondità: la figura pensosa di Maria e la circoncisione.

Maria si è donata completamente a Dio e fa risuonare nella profondità del suo essere della sua coscienza, che è quel luogo inaccessibile se non a Dio, in cui ognuno di noi è solo con se stesso e dove risuona il mistero del Signore. E’ madre, è attorniata dalla generosità dei pastori, è in contemplazione del figlio, vive la gioia più grande che può provare una madre, ma guarda lontano, le ritornano alla mente le parole dell’angelo, vede in quel suo figlio che sembra tutto opera sua una presenza che la colloca sui destini del mondo. Lì c’è il messia, l’atteso delle genti, lì c’è il Signore, il Kurios. Non è tempo di miracoli, di salti della natura; è tempo di lasciar fare a Dio nella normalità della vita.

Otto giorni dopo il bambino viene accolto nel popolo di Israele: è ebreo, è un primogenito, è figlio del popolo dell’alleanza e nella sua carne deve portarne il sigillo: la circoncisione.

Quando Dio ha stabilito una alleanza col popolo di Israele, quando ha promesso fedeltà senza pentimenti a un popolo che lo avrebbe sempre tradito, Dio aveva voluto che ci fosse un segno nella carne degli ebrei e questo segno ora viene inciso anche nelle carni del figlio di Dio: si è mescolato a noi,  ha preso del popolo d’Israele qualità e difetti, ma soprattutto ha assunto un nome.

Da quel giorno di duemila anni fa è il nome più invocato, scritto, detto, pronunciato: Gesù. Un nome che è una preghiera: Dio salva.

Tutte le volte che diciamo il suo nome noi invochiamo e gridiamo: Dio salvaci.

Jeshua, Jesus, Gesù è il nome che da quel giorno sarà sulla bocca di tutti coloro che lo seguiranno, che lo invocheranno come salvezza: sarà sulla bocca dei morenti come speranza ultima, sulla bocca dei malati come conforto, sulle labbra dei poveri come aiuto, nella voce dei sofferenti e degli abbandonati come compagnia e sollievo.

Purtroppo verrà anche tante volte bestemmiato, strumentalizzato, usato per coprire egoismi e dichiarare guerre sante: non per questo smetterà di essere sempre Dio che salva anche per chi gli vuole male.

E’ iniziato un nuovo anno, abbiamo già provveduto a sostituire il calendario, ad aprire la prima pagina e la Chiesa la vuol aprire sulla condizione essenziale perché possiamo ogni giorno sfogliare l’agenda, segnare con gioia il tempo che passa: la pace. E’ il primo dono del bambinello ed è ancora il più disprezzato dagli uomini. Il disprezzo è innescato dalla menzogna.

Non siamo troppo giovani per non esserci accorti, che ogni volta che scoppia la guerra siamo pilotati a parteggiare per essa da una campagna di informazioni falsa: occorre sempre prima inventare un nemico. Il nemico viene apposta ad arte dipinto come il demonio, e l’unica via possibile per bloccarlo è il ricorso alle armi; salvo poi puntualmente verificare che le informazioni erano state inventate e che l’opinione pubblica era stata ingannata da notizie false.

La falsità più pervasiva e più subdola però è l’affermazione che la guerra risolve i problemi per cui la si fa, mentre tutti sappiamo che nessuna guerra ha mai risolto problemi, ma ha creato sempre nuove ingiustizie e miseria.

Se avete buona memoria, Papa Benedetto aveva preso questo nome anche per rifarsi a Benedetto XV, il papa che più di un secolo fa diceva a tutti che la guerra è assurda, che con la guerra si perde tutto, che è una carneficina inutile sempre.

Il male ha sempre bisogno di camuffarsi, di rivestirsi falsamente di bene per diventare appetibile e al mondo esistono pianificazioni mondiali per fare questa operazione di inganno.

Come farebbero del resto i costruttori di armi a collocare i loro prodotti di morte? I giornalisti, gli uomini della comunicazione dovrebbero aiutarci a non cadere nell’inganno, ma anch’essi o sono conniventi o non sono competenti, pur sapendo che il loro mestiere è far conoscere la verità.

Il cristiano deve sbilanciarsi sempre dalla parte della pace, accoglierla dalle mani di Dio, invocarla, attuarla, difenderla, realizzarla, educare tutti alla pace. Cominciamo già dal primo giorno dell’anno ad augurarcela e a invocarla. Quel bellissimo quadretto che ci presenta il presepio oggi, quello sguardo compiaciuto di Giuseppe, la maestosa e devota presenza di Maria sono segno di sicura speranza di pace.

1 Gennnaio 2022
+Domenico

Andarono e trovarono Maria

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Audio della riflessione

Gettiamo ancora il nostro sguardo sul presepio: il centro è sempre Gesù, e la nostra attenzione a Lui oggi è mediata da Maria, la mamma. E’ con Maria che vogliono solidarizzare i pastori, gente semplice, che conosce il bisogno di una donna che ha appena partorito e le portano senza indugio – dice il Vangelo – con un moto spontaneo del cuore, con l’immediatezza di chi vive nella precarietà e ha come unica soddisfazione la solidarietà, il conforto della loro presenza.

Iniziamo un nuovo anno sempre in compagnia della mamma di Gesù!

I pastori erano gente disprezzata: poco di buono, randagia, gente che vive di rimedi, che regola il suo orario sulle abitudini degli animali … ma è sempre fatta di persone che hanno un cuore e una dignità, una coscienza e una sensibilità.

I verbi che usa il Vangelo sono una traccia di cammino anche per noi.

Andarono senza indugio: non si fermano sul verbo venire che indica sempre che sono gli altri che devono girare attorno a noi. Noi siamo il perno, noi siamo quelli da riverire, noi quelli che non si spostano di un’unghia per nessuno, noi quelli che devono essere serviti, noi quelli che sanno tirare le file per far girare gli altri nella nostra orbita … Noi, la chiesa, stiamo troppo comodi in attesa che la gente venga, noi i responsabili del bene comune che forse scambiamo l’autorità per un potere, mentre deve essere un servizio sempre … e il servizio ha come primo moto spontaneo il decentrarsi verso chi ha bisogno.

Altri verbi sono: Videro, udirono e riferirono; hanno aperto gli occhi su quel bambino, hanno scritto nella loro mente i fatti, non si sono fermati alle loro fantasie, non sono stati comodi a costruirsi un virtuale asettico, lontano dalla vita, ma hanno fatto esperienza, hanno partecipato alla gioia e alla dolcezza della famiglia di Gesù.

Hanno aperto gli orecchi, hanno ascoltato la parola fatta carne, hanno messo attenzione all’invito degli angeli e al loro canto del gloria … e non hanno tenuto per sé quel che hanno provato, lo hanno portato subito agli altri: hanno creato subito quel tam tam che crea comunione tra la gente attorno ai fatti della vita, alle notizie belle.

La comunicazione della gioia della scoperta ha cambiato la loro esistenza sociale: hanno cambiato la noia della quotidianità in stupore, hanno saputo dire alla gente che si doveva aprire il cuore alla novità assoluta della nascita di Gesù.

Avessimo noi ancora oggi la capacità di sconfiggere la noia, per esempio la noia del nostro mondo giovanile, che viene riempito sempre di dati inutili, per aiutarli a trovare nella propria umanità le risorse più belle per dare slancio alla loro vita, la consapevolezza della grandezza di ogni persona, della bellezza dell’amore, della semplicità delle cose che Dio ci ha dato!

Altri verbi: “Glorificando e lodando Dio“. Dio va lodato e ringraziato sempre. La nostra vita ha bisogno di gesti gratuiti, di sbilanciarsi per la riconoscenza, di riconoscere che siamo creature e che non tutto deve essere calcolo, commercio, tornaconto.

Lodare Dio è ritrovare il nostro posto nella creazione, ed è uscire dalla nostra sicumera per sentirci figli amati dal Signore.

1 Gennaio 2022
+Domenico

San Silvestro: una fine e un miglior principio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 1-18)

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Audio della riflessione

Ogni giorno abbiamo bisogno di riti per capire chi siamo, che esistiamo, che il tempo passa, che la vita ha un senso: è un rito il bacetto prima di uscire di casa, è un rito la preghiera o lo è la telefonata o l’sms, il mazzo di fiori, il buongiorno anche se detto qualche volta tra i denti, è un rito il regalo di Natale anche se rischia di essere un ricatto o un legaccio …

Oggi che è l’ultimo giorno dell’anno è un rito lo scatenarsi dei botti, dei brindisi, del lancio degli oggetti vecchi, della cena con gli amici, del cambio del calendario … con la pandemia staremo un pò più tranquilli. E’ il tempo che passa inesorabile e forse si fa baldoria perché noi adulti che lo vediamo fuggire vorremmo fermarlo e i giovani vorrebbero scavalcarlo perché non vedono l’ora di essere autosufficienti e padroni della propria vita.

La pandemia non ci permette tante pazzie, anzi ci obbliga a tenere conto di tutti quelli che soffrono e che sono rimasti soli o in qualche RSA e non possono avere troppe visite.

Il Vangelo invece, per farci capire dove siamo e che cosa significa il passare del tempo ci rimanda al principio anziché alla fine, ci ricorda che all’inizio di tutto c’era al Parola! Non esisteva nulla, c’era il caos forse, esisteva solo Dio nella sua vocazione fondamentale: comunicatore.

Dio era ed è Parola, uno che fa consistere il suo essere nel comunicarsi, nel farsi dono, nel proiettarsi verso, nel far essere … gli altri.

Il tempo è cominciato proprio lì, dalla sua volontà di far essere l’uomo per dialogare con una libertà. Proprio per portare questo dialogo alla sua massima possibilità, questo Dio … Parola, questo Dio comunicativo, s’è fatto uomo, s’è dato una vita tra noi per aumentare al massimo il dialogo.

La comunicazione tra due persone è al massimo, quando più grande è quello che si ha in comune: Dio ha voluto aver in comune la vita intera.

E noi ci avviamo a chiudere il 2021, un anno che è stato pieno di crisi e di fatiche, di speranze deluse e di ricominciamenti di pandemia. Ciascuno avrà un momento per pensare a dove sta andando la sua vita, per fare un bilancio, per rendersi conto di tanti doni, di tutte le persone che la condividono con lui, per ricucire torti, per ritornare saggiamente indietro da vie sbagliate che ha preso.

La notte di S. Silvestro non è baldoria per dimenticare, ma festa per ringraziare e forza per cambiare: è diventare più vecchi di un anno, è celebrare con un rito il tempo che passa, ma seminare ancora e sempre nuova speranza.

31 Dicembre 2021
+Domenico

Nell’andirivieni quotidiano c’è una donna che sta li sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,36-38) dal Vangelo del giorno (Lc 2,36-40)

[Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore.] C’era una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Audio della riflessione

Esistono persone che fanno di tutta la loro vita la dedizione a una causa, senza stancarsi, né distrarsi mai. Esistono persone che si sono consumate per il bene di una comunità senza badare a sacrifici, dando quasi l’dea di aver chiuso i propri orizzonti su cose troppo semplici: è così di una mamma per i suoi figli, è così di una suora per la sua causa, è così di un atleta, di un volontario, di un poeta o di uno scrittore … passano alla storia per aver fatto una cosa sola, ma in maniera eccellente.

E’ così di quella profetessa che si chiama Anna, molto avanzata in età – dice il vangelo di Luca – che sbiascica preghiere tutto il giorno negli atri del tempio. Gli altri passano decisi, motivati, vanno subito a segno, al tesoro per fare offerte o alle bancarelle per cambiare danaro o all’altare per rivolgersi ai sacerdoti o sotto i portici per discutere. Lei non si allontana mai, non ha fretta, serve Dio giorno e notte. Digiuna, permette al suo corpo solo il necessario per stare sempre dalla parte dell’essenziale; prega, si affida a Dio, mentre tutti corrono indaffarati.

Sa di doverlo aspettare, non basta una vita per attendere il salvatore! I suoi antenati hanno continuato a invocare e lei si mette su questa scia … conosce i profeti a memoria; sa di dover chiedere al cielo che si apra per mandare la rugiada della salvezza e aspetta … finché appare il bambino tanto atteso e quando lo vede portato da Maria e Giuseppe, le sembra di averlo sempre contemplato, tanto lo ha atteso. Ha bisogno di tornare a sperare, di pensare di non aver vissuto invano, di fare della sua vita una freccia puntata sul futuro di Israele e ora che vede il bambino non smette di parlare di Lui.

I “portatori di speranza” sono così, non li fai più tacere, sono troppo protesi al futuro di Dio per sopportare che qualcuno lo ignori, non vi si prepari, non si disponga a orientarsi a Lui.

Questo mondo ha bisogno di speranza, di alzare lo sguardo all’oltre che gli affari nascondono, alla redenzione invocata dalle ferite che scavano nel cuore delle persone l’infelicità. Ha bisogno di guardare al cielo, di sapere che non è assolutamente vuoto, ma che si porta dentro la presenza di Dio; ha bisogno di un orizzonte sempre più ampio, oltre le cose materiali, oltre le congetture e i tentativi frustrati di una ricerca spasmodica del piacere. Ha bisogno della felicità vera e quel bambino, dice Anna, ne è l’immagine e la certezza.

30 Dicembre 2021
+Domenico

La speranza si è compiuta, ora chiamami a Te Signore

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-35)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”.

Audio della riflessione

Quando nasce un bambino in una casa, la prima festa la fanno i genitori, i fratellini, se ci sono, i nonni soprattutto, i parenti passano a far vista … quel fiocco alla porta segnala a tutto il vicinato che c’è una presenza nuova, il telefono squilla in continuazione.

Il padre va in comune più presto possibile a registrare la sua nascita … ma la nascita del bambino non è completa se non c’è un momento ufficiale che lo consegna alla comunità: ogni popolo primitivo aveva un atto pubblico che definiva questo momento. Per gli ebrei era portare il bambino al tempio per dichiararlo davanti a Dio, riconsegnarlo quasi con orgoglio e gratitudine, scrivergli nel corpo l’appartenenza a un popolo. Noi oggi lo facciamo col battesimo, se siamo cristiani, come atto e dono al figlio di una comunità più grande e di una immersione nella vita di Gesù, il centro della nostra fede.

Anche Gesù fu portato al tempio: anche lui ha fatto questo suo primo ingresso, da Figlio di Dio, nel popolo che Dio stesso si era scelto come prediletto … e lì, ad attenderlo, c’è tutta la speranza dei secoli che lo hanno preceduto, c’è una figura ieratica, severa, tenace: Simeone un vecchio che non ha mai perso la speranza di poter vedere la salvezza.

Dirà soddisfatto: “ora Signore mi puoi chiamare a te … ho presidiato il tempio in attesa del salvatore, i miei occhi stanchi lo hanno visto, il mio cuore è pieno di gioia: lascialo scoppiare perché la mia vita ha raggiunto il massimo a cui aspirava. Ho nel cuore una soddisfazione impensabile: non ho atteso invano, non ho speso inutilmente i miei giorni a tener accesa questa fiaccola che ora è luce purissima che invade il mondo. Il nostro popolo può uscire dalle tenebre in cui si è cacciato come sempre, quando si allontana da te; certo, chi ti segue avrà una vita in salita, dovrà sempre confidare solo in te e tu ci metti sempre alla prova, perché vuoi vagliare il nostro cuore, ma ora l’attesa è finita. Lascio ai giovani di continuare a tenere accesa la luce, perché loro vivano di speranza.”

I giovani imposteranno la vita sulla speranza, se ci sono adulti e anziani che la addita a loro, che rimangono sempre sulla breccia, che non si piegano alla moda dei tempi, ma sanno tenere lo sguardo vigile sui valori, anche se sembra che più nessuno li segua: loro devono indicare alle giovani generazioni in questa terra spaesata che il cielo non è vuoto, ma c’è un Dio che ci ama infinitamente.

29 Dicembre 2021
+Domenico

Il mistero del dolore innocente

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 2, 16-18)

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa: «Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più».

Audio della riflessione

Il mistero del dolore innocente è per tutti credenti e no uno scandalo: Dio stesso è rimasto come “spiazzato” di fronte alla malvagità e cattiveria che l’uomo da lui creato è riuscito a inventare.

La storia dell’umanità è storia di grandi conquiste, di maturazione verso il bene, ma contemporaneamente è la storia dell’intelligenza applicata al male, del male gratuito, dello sfogo immotivato, della barbarie sempre più sofisticata, e ne abbiamo esempi anche oggi: uomini fugaci nell’amore e tenaci nell’odio.

Di fronte a questo fatto c’è il “silenzio” di Dio: il dolore innocente si infrange contro un cielo di cristallo, freddo e indifferente.

Romano Guardini – grande Teologo – sul letto di morte ebbe a dire: “nel giorno del giudizio dovrò rispondere alle tante domande che Dio mi farà, ma ne avrò anch’io un paio da fargli: perché la sofferenza degli innocenti?

Perché non riusciamo a trovare una spiegazione al dolore?

Credo che una continua preghiera che possiamo fare a Dio sia proprio quella che in diverse forme ci viene dalla Bibbia: “Fino a quando Signore mi nasconderai il tuo volto? Dio mio perché mi hai abbandonato! Perché mi respingi?”

“Maledetto il giorno in cui nacqui … mia madre poteva ben essere la mia tomba! Signore distogli il tuo sguardo, così che io respiri un istante”, dice Giobbe nel colmo della sua disperazione … e risale al 2200 a.C. il dialogo con la sua anima di un suicida: “la morte è davanti a me come la guarigione per un malato, come l’ombra nella oasi del deserto, come il profumo delle ore dell’alba”. Anche Giobbe per non poche volte impreca, maledice, bestemmia, descrive Dio come un arciere sadico che gli trafigge per divertimento, reni, fegato, cuore …

Il dolore e il male sono una tomba: sono una componente della nostra vita di fronte al quale non si devono cercare pezze, soluzioni di bassa lega volte solo a esorcizzare, a non fare i conti con la realtà … bisogna passarci dentro: rispettare chi dentro soffre, rispettare il momento in cui si soffre e sopportarlo con pazienza.

Spesso non c’è ora di adorazione che tenga! Giobbe sopportò tutto: ha perso la pazienza solo quando sono arrivati i suoi amici a consolarlo.

La ricerca della consolazione è il rifiuto del limite, è segno di onnipotenza, è non volere toccare il fondo: solo se sapremo toccare il fondo della nostra povertà, solo allora avremo in dono la Resurrezione, la speranza … invece stiamo a perdere tempo a ingannarci con piccole consolazioni che polverizzano la nostra dignità umana.

Le ultime parole di Gesù sono state il grido di una disperazione umana lanciata nelle braccia di un padre: quel grido è stata la prova per la fede dei presenti … è il pianto di Rachele, è il vuoto assoluto che può essere riempito soltanto da Dio, e per questo lo invochiamo.

28 Dicembre 2021
+Domenico

La più bella corsa della storia

Una riflessione su Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 2-8)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario che era stato sul suo capo non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

Audio della riflessione

I giovani corrono, i giovani sono scattanti, i giovani si entusiasmano subito, bruciano le tappe, i giovani vogliono spremere il massimo dalla vita, i giovani sono impazienti di sapere e di vedere, di provare e di scoprire.

Noi adulti invece siamo calmi, siamo riflessivi, le abbiamo già provate tutte e procediamo con cautela, non abbocchiamo al primo che parla …. ma … siamo lenti, spesso smorziamo tutto, soppesiamo tutto, ma sappiamo ancora dare alcuni consigli saggi.

Come abbiamo sentito dal Vangelo, erano un giovane e un adulto quei due che la mattina di quel famoso primo giorno dopo il sabato si sono incamminati correndo verso un posto già visto per Giovanni, un luogo nuovo per Pietro; il posto era il Golgota nei pressi del quale c’era il sepolcro nuovo in cui era stato ricomposto in fretta il cadavere di Gesù.

Hanno udito notizie sorprendenti, vociare di donne, correre di informazioni, meraviglie, domande, esclamazioni, dubbi. “Nella tomba non c’è più. Siamo andate di buon mattino perché volevamo imbalsamarlo, ma là il corpo non c’è più”.

Erano Giovanni il giovane, quello che aveva assistito fino all’ultimo momento, all’ultimo spasimo, Gesù che moriva, per sostenere sua madre e Pietro, quello che aveva dato il colpo di grazia del tradimento a Gesù, quello che, mentre Gesù veniva sbeffeggiato e insultato, battuto da tutti, non aveva avuto il coraggio di stare dalla sua parte.

Due vite incantate da Gesù, due apostoli, due storie si rimettono in corsa col cuore in gola per poter sperare ancora, per potersi dire che non è vero che tutto è finito, per farsi sorprendere dalla potenza di Dio.

Giovanni è giovane, è innamorato perso e corre di più; Pietro è adulto, si porta dentro anche il peso del tradimento e arranca. Giovanni lo precede, arriva prima, ma si ferma davanti al sepolcro, aspetta Pietro.

Il giovane è entusiasta, è veloce, ma sa di avere bisogno della saggezza di Pietro. È sempre così anche nella vita: giovani e adulti stanno bene insieme, hanno bisogno gli uni degli altri.

E la scoperta che assieme fanno è di grande importanza: sarà determinante per i secoli futuri. Anche loro constatano che Gesù non c’è più, il suo corpo che Giovanni aveva visto esalare l’ultimo respiro non c’è più … e descrivono il lenzuolo, la sindone, le bende che avevano avvolto Gesù afflosciate su di sé, come se da sotto ne fosse sparito il corpo.

Ecco, il Natale che abbiamo appena festeggiato già ci rimanda alla Pasqua: quel bambino che abbiamo contemplato nella sua nascita è quel Gesù che sarebbe stato ucciso, ma che avrebbe vinto la morte con la risurrezione, dando al mondo una speranza definitiva.

27 Dicembre 2021
+Domenico

Il dono di una famiglia è impagabile

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 41-52)

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Audio della riflessione

All’indomani dell’aver celebrato la gioia grande, pur nella povertà e nella miseria di una nascita in una stalla, ma accolta dalla bontà di semplici pastori facciamo la festa della famiglia: ci viene presentata dal Vangelo la famiglia di Nazaret, nel dolore e nella gioia di una perdita e di un ritrovamento, di una incomprensione e della rivelazione di un grande mistero … la prima frase di Gesù che ci viene riportata è che Dio è Padre.

Oggi sembra che torni tra i giovani voglia di famiglia, la gioia di poter contare su di un ambiente accogliente, libero, non formale, caldo di sentimenti, semplice, dove si sa di stare a cuore a qualcuno: è in testa ai desideri delle giovani generazioni, forse perché non ne fanno sempre esperienza, perché devono fare i conti con famiglie sfasciate, con genitori separati, con ricatti, contratti … tornano a casa da scuola e dal lavoro arrabbiati senza sapere il perché e devono trovarsi motivi per vivere in solitudine.

Forse non è proprio così intensa la voglia di famiglia da parte degli adulti che ne sentono – tante volte – solo il peso, che non riescono più a dialogare con le giovani generazioni, che si sentono talvolta usati, spesso solo funzionali, che stentano a condividere gioie e dolori senza accusarsi o ricattarsi.

Certo oggi la famiglia sta diventando un punto nodale della nostra convivenza: tutti la vogliono, anche chi non ne ha diritto, perché la famiglia ha al centro due grandi compiti essenziali: l’amore tra un uomo e una donna e la procreazione dei figli; se ne manca uno non è famiglia.

Tutti la proclamano, ma pochi sono disposti ad imparare a costruire famiglia, a dare il proprio originale contributo di amore e di intelligenza, di impegno e di progetto.

Anche Gesù ha potuto godere di una famiglia: il figlio di Dio si è fatto uomo nell’intimità dell’amore di un uomo e di una donna. Ha imparato a vivere entro il sereno ambiente di una casa, a Nazaret. Sulle ginocchia di sua mamma ha imparato a modulare il sentimento fondamentale dell’amore, a dire quello che aveva nel cuore, ad entrare nella mentalità di un popolo, a  rivolgersi con estrema fiducia a Dio, a far crescere dentro rispetto e dignità per tutti. Dal padre acquisito ha imparato a progettare la sua vita, a lavorare per avere un futuro, a relazionarsi con tutti  per dare il suo contributo alla società.

“Cresceva in età sapienza e grazia”, dice il Vangelo: sviluppava la sua vita, dava risposte alle sue domande di significato e accoglieva i doni di Dio in un ascolto profondo.

E’ quello che ogni persona ha il diritto di costruire in un clima di comunione e di partecipazione, senza accampare diritti o esigere doveri, ma solo vivendo la forza dell’amore.

La famiglia di Nazaret può ben essere una speranza per le nostre fragili famiglie

Papa Francesco ci dice che la strada per essere famiglia felice è di rafforzare il legame con la comunità cristiana: se facciamo rete di collaborazione e corresponsabilità tra famiglia e parrocchia, voi famiglie fate del bene alla parrocchia che deve essere sempre accogliente come una casa, perché se questa tiene le porte chiuse è solo un museo, non più la casa di Gesù e della gente … e la parrocchia non vi fa mancare Gesù.

Famiglia e comunità cristiana, parrocchiale o interparrocchiale o unità pastorali accoglienti, sono una sicura alternativa contro i centri di potere ideologici, finanziari e politici, perché famiglia e parrocchie sono centri di amore evangelizzatori, ricchi di calore umano, basati sulla solidarietà e la partecipazione.

Sono gli stati, i governi che oggi sono chiamati all’accoglienza, ma chi li ha mossi? Avete in mente quel bambino strappato da papà, mamma e fratello, dalla sua famiglia e morto di freddo in un bosco; famiglie che hanno deciso di aprire la loro casa e famiglie che hanno acceso lampade verdi per dire che lì c’è ospitalità per  tante altre famiglie come loro, abbandonate sulla strada dallo stato.

Celebriamo questa bella festa della famiglia con il desiderio e la decisione che  dobbiamo tenere cuore aperto, generosità di amore e accoglienza, stile più pieno di quell’amore che Dio ci ha donato.

“Famiglia e comunità cristiana devono compiere il miracolo di una vita più comunitaria per l’intera società” … dice ancora papa Francesco: “Il Signore non arriva mai in una famiglia senza fare un qualche miracolo”, come l’ha fatto alle nozze di Cana in una giovane famiglia alla prese con le immancabili difficoltà dell’inizio.

E proprio lì Maria, la mamma, ha potuto contare sull’atteggiamento consolatore, d’amore, di solidarietà, di porta sempre aperta di Gesù, come l’aveva imparato e vissuto sempre nella sua famiglia con lei, con san Giuseppe … e Lui, bambino, ragazzo, giovane che amava la vita.

26 Dicembre 2021
+Domenico

Cerca la sua tenda: è tra le nostre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,1-14) dalla Messa del giorno di Natale (Gv 1,1-18)

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Audio della riflessione

Accampati, siamo in questa terra: crediamo di aver messo basi solide, di esserne i padroni, abbiamo qualche fazzoletto di terra e ci abbarbichiamo come l’edera, ma questo fazzoletto … ma è tutto provvisorio! A questa terra possiamo solo mettere tende, confortevoli, con i canaletti per lo scorrere dell’acqua come ci insegnano gli Scout, in posti il più possibile sicuri, ma chi è sicuro oggi dal terrorismo, dalla malvagità che aguzza ogni giorno fantasia e malizia?

Ebbene tra queste tende ce n’è una nuova anche quest’anno: è arrivato uno straniero, arriva proprio da un altro mondo! È una tenda come la nostra, ma diventa subito il centro di visite, di attacchi, di desideri e di improperi. La gente si divide subito in due, chi con lui, e chi contro: ha messo la sua tenda qui perché i suoi non l’hanno voluto.

È Gesù: il verbo si è fatto carne e abitò fra noi, quell’abitò è alla lettera “pose la sua tenda”. Viene ad abitare la nostra povertà, non gli fanno paura le nostre intenzioni malvagie, sa che lo porteranno alla morte, ma spera che sicuramente questa morte sarà la risposta definitiva a chi lo vuol cancellare, perché si trasformerà in risurrezione.

È la Parola, è la comunicazione di Dio: Non è vero che Dio non parla, che ci lascia soli ad arrabattarci alla bell’e meglio. Dio si prende cura e ci viene a visitare. Condivide con noi la vita dell’accampamento: Non è un villaggio turistico in cui possiamo stringere i denti per qualche mese e poi andare altrove dove c’è la vera vita.

No, la nostra vera vita prende forma in questa terra precisa, in questo insieme di tensioni e di problemi, di gioie e di dolori … e qui c’è Dio, c’è colui che tutti riteniamo responsabile dei nostri mali e viene a cercare di capire perché siamo così assetati di vita, e la vita è Lui, e ci adattiamo alle pozzanghere; la felicità è Lui e noi la cerchiamo nello stordimento, la salvezza è Lui e noi la andiamo a mendicare agli oroscopi.

Il Natale presto supera i momenti emotivi, per andare alla sostanza: belle le luci, buono il suono delle zampogne, ma la tenda Dio me la deve mettere nei miei giorni quotidiani, nelle relazioni che costruisco con parenti e amici, nello slancio della missione.

I giovani potranno finalmente vedere che le nostre parrocchie sono “abitabili”, proprio a partire dalla tenda di Gesù? Sarebbero un segno di speranza … e questa speranza deve cantare nel cuore di tutti.

25 Dicembre 2021
+Domenico

Non solo atmosfere

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,6-7) dal Vangelo della Veglia di Natale (Lc 2,1-14)

Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

Audio della riflessione

E finalmente sta arrivando la notte: i preparativi sono terminati, c’è sempre un’ultima corsa da fare a qualche negozio … abbiamo tenuto duro fino a oggi per non scialare e magari, complice l’atmosfera, ci lasciamo andare a comprare l’ultimo regalo inutile. Qualcuno forse ha pensato anche al festeggiato: tra i tanti panettoni, lustrini, pacchetti e regali, ha pensato che c’è un cuore che va preparato e un male che va estirpato dalla vita che spesso si è snodata nella distrazione, nella mediocrità, nel qualunquismo … e si è andato a confessare.

Che vado a dire? Sono sempre le solite cose, i soliti comportamenti che non segnano la mia vita! Mi sembra di tornare bambino a fare elenchi impossibili per concludere un dialogo che oggi trovo pesante, troppo invasivo nella mia esistenza.

Qualcun altro invece si trova bisognoso di perdono: sa di avere una vita che non è all’altezza delle sue possibilità di bontà, gli brucia dentro qualche tradimento di sé e degli altri, gli ritorna alla mente l’offesa fatta e vorrebbe presentarsi a quella culla con la vita meno smembrata e corrotta.

La notte è sempre “magica”: è quella notte che unisce cielo e terra, la notte degli egoismi e della povertà, la notte in cui Giuseppe e Maria si devono adattare negli anfratti della roccia. C’è un brano del Cantico dei cantici che esalta questa corsa tra le rocce dell’innamorato che cerca la sua innamorata … ora l’innamorato è Dio e colui che cerca è l’uomo, gli vuol portare il suo amore.

Il suo dono è un tenerissimo bambino!

Dio cerca l’uomo e lo trova sempre distratto: sicuramente non è la stessa attenzione che pongono a Roma i maggiorenti, la gente, il popolo alla nascita dell’imperatore Augusto. Là tutti si sono accorti! Qui invece si accorge solo chi ha il cuore puro o per lo meno chi, come noi, che abbiamo tanta nostalgia di averlo più pulito e più umano.

È la notte dei sentimenti; non abbiamo paura dei sentimenti!

È la notte delle debolezze di fronte a chi crede di aver carattere a stare sempre duro come una pietra e a non cedere mai all’accoglienza di un dono, ma è anche la notte di chi vuol essere sicuro che c’è una speranza che non tramonta mai: Gesù, il figlio di Dio, l’Emmanuele, il Dio che sta con noi, è qui!

Lo attendiamo! Vogliamo ascoltare le voci degli angeli, vogliamo cantare con loro quello che a tutte le Messe e tutte le volte che ci troviamo assieme esprimiamo: questo è il Santo che ci viene dato da Dio.

24 Dicembre 2021
+Domenico