Domenico Sigalini (Dello, 7 giugno 1942) è un vescovo e giornalista italiano, Vescovo emerito della sede suburbicaria di Palestrina.
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Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 21b-28)
In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafarnao,] insegnava. Ed erano stupìti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
Audio della riflessione
Siamo veramente immersi in un mare di sofferenze. Spesso non ce ne accorgiamo o facciamo finta che non esistano, le nascondiamo per pudore, ce le teniamo nel segreto delle nostre vite, per vergogna, per evitare commiserazioni inutili.
Tanto i giornali sono pieni di notizie negative per fare colpo, tanto gli intrattenimenti televisivi invece nascondono le sofferenze umane. Molte famiglie si tengono in casa il loro malato, il loro handicappato, il figlio o la figlia incapace di autonomia o soggetto a crisi depressive, a schizofrenia.
Spesso ci si mette anche il demonio a distruggere la vita di una persona proprio con la sua possessione. Se ne raccontano più di quelle che esistono, ma non c’è dubbio che il demonio ci sia e sia operativo. E queste malattie escono alla ribalta appena si sente un segnale di aiuto, appena si sente dire che c’è qualcuno capace di dare pace, di guarire, di offrire per lo meno speranza.
E Capitò così anche a Gesù: quando transitava per un paese, stanava tutte le miserie che c’erano: le mamme si facevano coraggio e mettevano in pubblico le loro sofferenze, i malati che potevano si portavano sulla piazza per incrociare Gesù, chi vi era impossibilitato trovava qualche amico che lo aiutava.
E Gesù dimostrava di comandare anche agli spiriti del male: “Taci, esci, te lo comando”.
Qui c’è il Figlio di Dio e non ci può essere nessuna zona umana posseduta dal male. Gesù è l’unica potente salvezza! E’ giusto che ricorriamo alle medicine e alle scoperte scientifiche, ma ci sono dei mali che si superano solo nella preghiera, solo affidandoci a Lui.
Non c’è nessuna pastiglia che scaccia il male, il demonio, non ci sono sostanze chimiche che possono scacciare dalla vita lo spirito del male: occorre molta preghiera, una esposizione costante alla Parola di Dio.
Chi è mai Gesù? Certo non è riducibile a una persona politicamente corretta, tutta dimostrabile, ben comprensibile … è finito il tempo in cui una critica testuale insana doveva sempre dire che i miracoli che Gesù compiva e di cui ci parla il Vangelo erano frutto di visioni distorte o di racconti edificanti senza nessuna base reale e quindi schiacciare Gesù nei nostri ragionamenti senza un minimo di apertura al soprannaturale.
Gesù è colui che parla con autorità e che compie segni che lo dimostrano figlio di Dio, che lo accreditano a noi per come ha vissuto, per quello che ha detto ma anche per tutto quello che ha fatto.
Gesù è oltre la nostra natura umana: la nostra natura umana gli ha dato soltanto casa, ma lui già c’era!
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,14-20)
Audio della riflessione
Avere un lavoro oggi è una fortuna: è possibilità di vita, di sviluppo della persona, di creatività, di libertà di decidere di sé, di fatica, ma anche di progetto e di futuro … quando lo perdi vai in crisi nera! Oggi che sei costretto a cambiarlo piuttosto spesso, se hai una certa età provi ansia e disperazione. In certe zone d’Italia puoi stare in area di parcheggio per una vita e spesso sei costretto ad emigrare.
Proprio dentro questa esperienza quotidiana, comune, intensa fa la sua irruzione Gesù: i lavoratori sono pescatori, proprietari e salariati. Vita dura, esposta ai capricci della sorte, si può stare tutta notte a raschiare il fondo del lago senza prendere niente, qualche volta ti sorprende la burrasca e rischi la vita. Ma è sempre il tuo lavoro, la tua possibilità di vivere e di essere.
Andrea e Pietro, Giacomo e Giovanni ci stanno da una vita … ma arriva Gesù nel mezzo della loro fatica, mentre gettano le reti o mentre le rassettano: “Ma vi rendete conto che siamo a una svolta della nostra storia? Non sapete che sta scoppiando una novità inaudita, nuova, impensabile? Avete posto orecchio e occhio a quel che capita? Non vi suggerisce niente il vostro cuore? Non percepite che la terra sta gemendo per le doglie di un parto? Sta nascendo un mondo nuovo e voi state a tendere l’amo ai pesci, state a litigare con le correnti, a ingarbugliavi con le reti!? Il regno di Dio ci scoppia tra le mani e voi lo lasciate passare? Bisogna che vi lasciate rivoltare la vita, occorre guardarla da un altro orizzonte. C’è qualcosa di ancora più importante del vostro lavoro: non sono i pesci da pescare, ma gli uomini da salvare. Seguitemi! Vi farò pescatori di uomini! Pietro il tuo posto è oltre le tue barche, i tuoi tradimenti e le tue cocciutaggini … è in una nuova casa per tutti gli uomini: la Chiesa. Ci state a darmi una mano? Non vedete quanti uomini hanno perso la speranza, si adattano alla mediocrità, si impantanano nei loro peccati?”.
Non vedete che sta capitando con questa pandemia? Si crede a tutto e al contrario di tutto, tutti danno sentenze, si ostinano a guardare solo a se, non si accorgono che oggi si vive tutti o si muore tutti non solo fisicamente, ma anche moralmente, spiritualmente: quante persone hanno abbandonato la chiesa e la causa spesso siamo noi cristiani, che non aiutiamo nessuno ad alzare gli occhi al cielo, a mescolarsi a tutti i poveri per dare un minimo di speranza, quella che Gesù ci ha portato ed ha affidato a noi. Non vedete quanti muoiono sul lavoro, quanti sono lasciati soli a se stessi?
E dice il Vangelo “e questi, subito, lasciate le reti, lo seguirono”: Noi invece siamo esperti del calcolo, del rimando, del pesare bene tutte le opzioni, dell’indugiare, del lasciar passare la vita nella nostra inerzia. Nel regno di Dio c’è lavoro per tutti, tanto che il nostro stesso lavoro ne è un cantiere se vi saranno dedizione alla giustizia, alla solidarietà e al Vangelo.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 3,15-16.21-22)
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Audio della riflessione
Quando in una famiglia nasce un bambino, c’è gioia, attesa, meraviglia, compiacenza, festa … si rinsalda la parentela, si riaccende la voglia di vivere, ci si scambiano carezze, sentimenti di bontà, si diventa più buoni …
Così è capitato a noi ancora una volta la notte di Natale: siamo stati distratti da feste e regali, ma se abbiamo avuto la possibilità di raccoglierci in famiglia davanti al presepio o in Chiesa alle celebrazioni natalizie ci è nato qualche sentimento bello di umanità, benedetta da Dio, da questo bambino che, come dicevano gli angeli ai pastori, era il segno della grande e nuova alleanza che Dio voleva di nuovo stabilire con l’umanità.
Ma, come capita in famiglia, nei giorni successivi si comincia a capire di più che significa avere un pargoletto in casa, soprattutto se è il primo, che posto deve avere, i diritti che proclama con pianti infiniti, talvolta incomprensibili … il tessuto di relazioni cambia, perché c’è una persona nuova che timidamente, ma tenacemente si impone e sconvolge le abitudini di papà e mamma che devono trovare un nuovo equilibrio. Cambiano le relazioni tra i fratellini, si costruisce un nuovo stile di vita.
Fu così anche alla nascita di Gesù: presto l’attenzione fu posta al significato della sua venuta. La festa dell’Epifania che abbiamo appena celebrato, nella liturgia ci ha snodato tutti i grandi significati di questa nascita: è stata la festa della evidenza che questo bambino è il Figlio di Dio, è il re della terra, è il centro attorno a cui gira il mondo; per gli ebrei, abituati all’attesa di un Redentore, di un Salvatore, con il segno dei re magi Gesù diventa veramente colui che è, il Re dei re, il Signore.
Non è stato facile per il popolo capirlo, tanto che alla fine lo ha crocifisso: non è facile per noi capire e passare da un dolce bambino, alla necessità che Lui sia il significato della nostra storia di uomini e di donne, del nostro continuo disobbedire a Dio che ha bisogno di salvezza, di ricucitura di offese e di insulti.
La nostra fede spesso vacilla … ma se siamo qui anche oggi significa che vogliamo rinnovarla.
Oggi appare nel racconto del Vangelo il momento solenne della dichiarazione di Dio, che questo Gesù è proprio suo Figlio, è l’atteso delle genti. E come avviene ? Nella fila di uomini pentiti e distrutti, ma desiderosi di salvezza che si fa al Giordano, nella fila dei peccatori.
Qualche anno fa, forse di più di qualche anno, facevamo anche noi la fila ai confessionali; ecco, immagino ancora questa fila e che in essa si ponga anche Gesù, non perché ha peccato, ma per dirci che sta con noi anche nei nostri cammini di conversione, anzi li conduce Lui, li riempie di misericordia, di comprensione e soprattutto di perdono.
Sorprendente e bello quello che dice Dio: questo è il mio figlio, l’agapito, l’amato, il prediletto del mio cuore.
Ecco, oggi si compie il Natale, si compie nelle nostre coscienze e si compie nelle nostre famiglie. Ci ridice che l’amore è la roccia solida su cui si basa la nostra vita, perché in esso c’è la risposta alla grande vocazione all’amore che Dio fa a tutti.
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,35-44)
In quel tempo, sceso dalla barca, Gesù vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci». E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.
Audio della riflessione
Nella vita spesso siamo presi dalla fame, che si fa sentire per digiuno, per lavoro impegnativo sia materiale che intellettuale, per mobilitazione dei sensi su cibi che stimolano l’appetito …. insomma, abbiamo però evidente anche un’altra fame: fame di verità, di ragioni per vivere, di espressioni di vita che allargano gli orizzonti oltre la nostra persona e ci permettono di desiderare una compagnia di amici, o di essere solidali con loro per altri che ne hanno bisogno.
Gesù si sorprende di trovare sul lago tanta gente che si dimentica pure di mangiare per sentire la sua Parola, le sue parole, per godere della sua persona che dà fiducia, apre alla speranza … e fotografa in maniera commovente questa gente: ebbe viscere di compassione perché erano come “pecore senza pastore”.
Sperimenta già subito che la messe è molta e mancano operai, manca gente capace e volonterosa di farsi carico di questa domanda, di questa apertura delle persone del suo tempo al regno di Dio e invece di prendersene cura continua a mantenerli nella loro inedia.
Ma comincia subito dalla fame materiale, dal bisogno di pane, dal bisogno di companatico per poter rinfrancare dalla fame, con concretezza, osando turbare anche il suo gruppetto di apostoli che sono convinti di applicare un’altra soluzione: “Congedali… ognuno sarà capace di arrangiarsi”.
E’ l’esatto contrario di quello che Gesù vuol proporre: piuttosto, occorre dare se stessi, senza limiti, come l’amore che fa miracoli, se si comincia anche col poco che si ha.
Molto concreti gli apostoli, ma troppo meschini, troppo legati a speranze chiuse, già ben sigillate in un unico obiettivo che toglie agli stessi apostoli, il senso più profondo di quello che sta facendo Gesù: Lui scava nel bisogno di pane, nella fame di ogni persona, finché giunge là dove il corpo e lo Spirito si danno appuntamento per la salvezza globale dell’uomo e della sua dimensione profonda, e quindi si intravede già l’offerta di un altro pane, il dono dell’ultima cena, il pane vivo disceso dal cielo.
Luca infatti – se ci badate – usa gli stessi verbi che saranno pronunciati sul pane e sul vino all’ultima cena e che si diranno sempre per continuare la sua presenza nella vita di ogni popolo, di ogni persona da qui all’eternità: “Prese il pane, levò gli occhi, pronunciò la benedizione, spezzò i pani e li diede….”
Non è questa l’eucaristia, non è questa la sua morte fino all’ultima goccia di sangue?
E’ il suo corpo spezzato per noi e il suo sangue versato per noi.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 4, 12-17.23-25)
In quel tempo, quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.
Audio della riflessione
Quando si imbocca una strada difficile non sempre si ha il coraggio di continuare: le tentazioni di fermarsi, di lasciare tutto a metà, di non finire niente sono più di un raro episodio.
Lo vedi in certe regioni in cui si cominciano le case e le lasciano per decenni con le impalcature per l’ultimo piano; lo vedi nella politica che è l’arte di non decidere mai, di rimandare all’infinito; lo sperimenti nella tua vita privata quando sei convinto di dover prendere alcune decisioni per mettere ordine nei tuoi affetti, nelle tue passioni che spesso debordano e rimandi continuamente. La dieta comincia sempre il giorno dopo … allora ti capita come quando devi alzarti al mattino: non vorresti mai uscire dal letto, maledici la sveglia, la metti lontano per costringerti a uscire dal letto, spegni quella maledetta soneria, ma poi risalti nel letto, inventi tutti i ragionamenti possibili per convincerti che non è necessario alzarsi, che le cose si possono fare anche più tardi… nella vita invece ci sono momenti in cui occorre un colpo di reni che ti mette nella direzione giusta.
Gesù ha dato una decisione definitiva alla sua vita da sempre, ma nella sua esistenza umana ha preso una decisione per il Regno di Dio e si è tagliato dietro tutti i ponti: lasciò Nazaret, il luogo della sua infanzia, la sua gente, il suo lavoro, i suoi amici, sua madre e venne ad abitare a Cafarnao. Una cittadina sul lago, crocevia di genti e di affari: qui circolava tanta gente e quello che aveva in cuore da realizzare qui lo poteva comunicare a tutti. Era preso da urgenza, non da fretta, non c’erano da fare tante cose, c’era da prendere una decisione: occorreva sbilanciare la propria vita, i propri affetti, i propri progetti, la stessa vita sociale e religiosa dalla parte del Regno di Dio, dalla parte del Regno di Dio, dalla parte del Vangelo, che era la bella notizia che Jui voleva comunicare..
La notizia sconvolgente che non doveva lasciare tranquillo nessuno era la grandezza e la paternità di Dio che si stava manifestando in Lui. Segno di questo nuovo che stava irrompendo nella storia erano le molteplici guarigioni che Gesù operava: faceva toccare con mano che la vita poteva prendere un’altra piega; se le malattie erano vinte, perché non lo doveva e poteva essere la malattia ancora più profonda che è il peccato, un cuore marcio.
Era finito l’incubo della storia, l’uomo poteva ancora abitare una speranza. Non sappiamo noi oggi quando finirà l’incubo della pandemia, anche se oramai non ci sorprende più; sicuramente è una prova e chiediamo al Signore di uscirne migliori come uomini e come donne, come ragazzi e ragazze, come comunità attiva e che non si scoraggia di vivere in una incertezza, che si cambierà in verità.
Sappiamo sperare e vivere oltre la pandemia combattendola con generosità verso tutti, intelligenza e affidamento a chi si dedica con generosità e disinteresse.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 2, 1-12)
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele””. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”. Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
Audio della riflessione
Ieri sera, o questo pomeriggio prima di andare a dormire, o questa notte abbiamo completato il presepio: erano forse già collocati in vista questi tre personaggi stravaganti nei vestiti, nei regali, nel seguito, e oggi sono stati avvicinati alla capanna di Betlemme … si conclude così l’elenco degli invitati, con i Re Magi.
La tradizione vuole che fossero tre anche se nessuno nella Bibbia l’ha mai detto … ma quello che ci interessa è che cosa e chi cercano e perché sono tanto considerati nella nostra tradizione: sono l’immagine della ricerca anche pensosa di Dio, della vocazione, che noi ancora ci incaponiamo a chiamare “destino” dell’umanità, del punto di arrivo di ogni ricerca umana.
Cercare è non sentirsi soddisfatto di quello che si ha e osare di volere la luna
Cercare è farsi domande profonde: chi sono? dove vado? perché esisto? che senso ha la mia vita?
Cercare è lasciare la certezza per sperimentare la sorpresa, è rispondere all’impulso interiore della libertà.
Cercare è non lasciarsi fasciare da nessuna comodità;
Cercare è rincorrere Dio che non si lascia mai prendere;
Cercare è lasciare alla speranza di essere il motore della vita;
Cercare è tendere l’orecchio a chi ti può chiamare;
Cercare è ascoltare una parola che ti provoca a camminare, è togliersi le cuffie per lasciarsi destabilizzare dalle relazioni vere!
Cercare non è fuggire nel virtuale, ma forare la realtà per seguirne le tracce;
Cercare è lasciarsi incontrare;
Cercare è spesso solo tenere aperti gli occhi sulla vita, sulle persone, sugli altri;
Cercare è inseguire l’orizzonte che s’allarga all’infinito;
Cercare è vivere da innamorati, innamorati di Gesù e del suo mondo di pace.
L’Oriente è sempre stato visto come la terra degli scienziati, dei saggi, dei cercatori di ragioni per vivere, di mondi eterei, dedicati al sapere, alla ricerca della felicità non da quattro soldi … loro scrutavano il cielo, ne leggevano continuamente i messaggi, non erano dediti alle guerre, non dedicavano la loro vita a costruire armi, a fare battaglia, a seminare terrore … hanno visto una stella curiosa, strana, ne hanno letto l’indicazione: nasce il Messia! Linguaggio figurato fin che vogliamo, ma capace di dirci che ci sono da cercare continuamente ragioni di vita e di speranza.
Cercare ragioni di vita, vuol dire che non ne abbiamo abbastanza di quelle che ci presentano i talk show o le star del rock o gli eroi dello sport: vogliamo qualcosa di più! Non ti riempiono la vita nemmeno le belle e buone amicizie, il successo nel lavoro, una buona vita di famiglia … l’uomo è fatto per qualcosa di più grande; c’è un inquietudine sempre che affiora e che non si deve seppellire.
E una volta trovatolo, dice il Vangelo, lo adorarono.
Adorare Dio oggi è impegnativo: vuol dire che riconosci al di fuori di te le ragioni del tuo essere, mentre sei circondato da gente e da insegnamenti che ti dicono che sei autosufficiente, salvo poi a darti alla droga o all’alcol o ai maghi per trovare ragioni per una vita decente.
Adorare Dio significa che hai pure un corpo bello, lo puoi continuamente perfezionare, curare con ore di esposizione a tutti gli specchi possibili e a tutte le creme più sofisticate, ma alla fine c’hai un’anima da mettere al centro, hai un cuore da servire, un amore da sprigionare e un Dio che ti insegna la vera arte di amare.
In questa ricerca si collocano coloro che si donano al Signore: si sono collocati coloro che si sono fatti preti o suore … hanno seguito una stella, si sono domandati tante volte dove sta la felicità … hanno lasciato casa, amici, superficialità, i progetti di tutti. Hanno investito in una direzione come i cercatori d’oro, hanno setacciato il fiume della vita per cercare le famose pepite. In questa ricerca come tutti i giovani erano guidati da un istinto infallibile, che è l’amore. A chi darò la mia vita? Chi mi merita? Chi potrà sentirsi felice con me? A chi potrò dedicare la mia vita perché ne nasca felicità per me e per tutti.
Sono le domande che ogni giovane si fa nella sua esperienza d’amore: non si domanda solo qual è la ragazza più bella? Che figurone faccio se riesco a scarrozzarla e a farla vedere a tutti sul corso? Una ragazza non si accontenta di sentire qualche fischio quando passa o qualche complimento, sempre più pesante e volgare in questo nostro mondo materiale, ma vuole sapere con chi può costruire felicità per se e per tutti.
La ricerca dei magi è arrivata a Dio e oggi ci dicono che lui, il Signore della vita e della storia è la loro felicità! Ed è una felicità vera, che non finisce mai. Oggi ci aiutano a togliere il vetro all’orologio e buttare via le lancette o resettare sul digitale il programma per far sparire i numeri e far comparire la parola “sempre”.
Vogliono dire anche a noi che è bello seguire Gesù, che essere poveri non è una condanna, ma una libertà, di fronte a tutte le ingessature dei soldi. Ci ricordano che la vita è bella se il centro è Gesù, che il nostro amore umano, l’amore di coppia, l’amore dei genitori, l’amore tra amici deve sempre avere come riferimento Gesù.
Ma torniamo al presepio: nei pressi, e in qualche presepio se ne fa vedere l’artiglio, sta appostato Erode, l’avvoltoio che cala sulle nostre ingenue aperture all’infinito. Ha molti volti: tutti i nostri quando non sanno apprezzare il bene che faticosamente altri, i nostri genitori, gli amici, i nonni hanno da donarci. Ha il volto dell’egoismo, il volto dell’indifferenza, della paranoia, della vergogna cui soccombiamo di fronte agli amici quando si tratta di essere cristiani convinti; ha il volto del vizio.
Per mantenere la speranza intuita occorre passare sempre da un’altra strada però per evitarlo … e i re magi tornarono da un’altra strada.
Carissimi tutti, qualche strada bisogna cambiarla se vogliamo mantenerci puliti e belli dentro e fuori.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 43-51)
In quel tempo, Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».
Audio della riflessione
Se hai deciso di intraprendere una strada, non puoi restare solo: se ti si è fatta chiara una missione hai bisogno di condividerla; se hai trovato quello che da una vita cercavi per lo meno lo dici agli amici: non vuoi far perdere loro l’occasione di fare una esperienza che tu hai vissuto e che ti ha dato felicità.
Così è stato delle prime persone che Gesù ha scelto: Lui, da un po’ di tempo gira avanti e indietro per il lago, vede la vita tenace e impegnata della gente, tutti i giorni a faticare per vivere, a lavorare sodo per darsi una minima possibilità di esistenza … ha ascoltato le parole, le conversazioni della gente, ha visto la forza che ci mettevano nel perseguire i loro interessi … e tante volte li ha proprio squadrati: “Chi mi potrà dare una mano ad annunciare il Vangelo, chi di questi saprà scaldarsi per il mio Regno, chi avrà forza e disponibilità a seguire una vita ardua e difficile?”
Occorrerà prima o poi scegliere … ma sono loro gli abitanti delle rive del lago che si incuriosiscono di Lui, che vogliono sapere che fa, che pensa, di che cosa vive, quali segreti ha in cuore.
Infatti erano incantati da Gesù: alcuni erano stati con Giovanni il battezzatore, ma nel sentire Gesù si apriva ancora di più il loro cuore, vedevano che proprio di Lui avevano bisogno!
Poi Gesù finalmente comincia scegliere: “Tu, Filippo seguimi, vienimi dietro” … e Filippo non può tenere per sé la gioia che prova a stare con Lui, a condividere la sua passione per la vita di tutti a partire dalla intimità con Dio Padre … si fa in quattro per coinvolgere altri: lo dice a Natanaele, che lo gela con una battuta quasi insolente, se non fosse preziosa per la sincerità e la voglia di cose grandi che si porta dentro … “Ma che vuoi che venga fuori di buono da un paesetto sperduto, fatto di montanari, che non ha mai prodotto niente di buono, se non amici con cui ogni tanto sbaraccare?”.
Ma anche Natanaele di fronte a Gesù crolla: è schietto, non ha maschere e Gesù non ha paura di chi dice come la pensa … non gli piacciono quelli che continuano a tergiversare, a mettere davanti scuse a una decisone urgente.
Più tardi alcuni gli diranno di volerlo seguire, ma accamperanno tutte le scuse possibili, compresi i contratti di compravendita, compresi i tranelli affettivi … alla loro età, alcuni hanno risposto “lo vado a chiedere a mio papà” … ma prenditi in mano la vita finalmente, non nasconderti dietro scuse che non portano a niente; la vita non ti salta addosso, tante volte ti schiva e ti lascia a far niente e a consumare la vita nell’inedia.
E hanno il coraggio di guardare in cielo, non lo trovano vuoto, ma pieno dell’amore di un Dio che li chiama.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 35-42)
In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” – che significa Pietro.
Audio della riflessione
Ciascuno di noi ha bisogno di un tessuto di relazioni per vivere, per orientarsi nelle scelte, per crescere, per dare alla sua esistenza una direzione, per sentirsi pienamente persona: abbiamo una forte identità, ma la costruiamo nel confronto, nel dialogo, nello scambio di sentimenti, nel coinvolgimento con altri. Soprattutto poi se si tratta di portare avanti progetti, lanciare messaggi, convincere, abbiamo bisogno di fare squadra.
Gesù si trova lanciato sulla scena della vita del popolo di Israele con un perentorio: Ecco l’agnello di Dio, che a noi ricorda un gesto liturgico quotidiano, ma che alla gente radunata sulle rive del Giordano da Giovanni è apparso come la fine di una attesa forse un po’ confusa.
“Sei tu che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro? Eccolo colui che stiamo aspettando. Io ho finito la mia parte, il futuro è dalla sua.” … e i discepoli di Giovanni si fanno discepoli di Gesù: lo seguono, cambiano guida, prima da curiosi, poi da veri appassionati: “Dove abiti? Che fai? Che vita vivi? Possiamo condividere con te il nostro tempo, la nostra ansia, le nostre aspettative? Hai per noi una risposta alle molte domande che ci facciamo? Abbiamo deciso con Giovanni che non si può stare inerti ad aspettare, ora che la nostra attesa sembra approdare a Te, vogliamo stare con Te. Ci dobbiamo prendere un sacco a pelo per stare con te?”.
E Gesù con un “venite e vedete”, comincia a formare la sua squadra, comincia a chiamare esplicitamente a far parte del suo regno, inizia a formare i nuovi ministri, i preti: quelli del tempio sono stati molto utili e necessari fino ad oggi, ma ora vi chiamo io, vi scelgo io, vi voglio stare cuore a cuore per prepararvi a donare il mistero della salvezza, per farvi entrare in comunione con il Padre, che è Dio l’altissimo.
Ed è un bellissimo incontro tra la volontà dell’uomo e la chiamata di Dio. Gli uomini, in questo caso, gli apostoli con un tam tam inarrestabile si passano la parola, si comunicano la gioia di una amicizia cercata a lungo e trovata … e Gesù trasforma la curiosità, la generosità, la voglia di avventura in una chiamata esplicita, in una missione che diventa concreta anche a partire dal cambiamento di nome: tu ti chiamerai Pietro, non più Simone.
E’ il mistero di ogni vita: cercatori e chiamati, liberi e convocati, spontanei e orientati, affascinati e impegnati esplicitamente. Spesso ci domandiamo chi essere nella vita, come posso capire a che cosa sono stato chiamato, quale è la mia vocazione? È una ricerca delicata perché la chiamata di Dio si sposa sempre con la ricerca dell’uomo, con la sua intelligenza nel capire i segni che Dio ci lascia e che ci testimoniano che non ci abbandona nemmeno nella scelta del nostro futuro.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,29-34)
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
Audio della riflessione
Quante volte vorremmo che il male da noi fatto ad una persona amata non fosse mai stato fatto: abbiamo sbagliato, ci rendiamo conto che tutto è capitato in piena coscienza, ma entro una visione sbagliata della vita, in un soprassalto di ira, di cattiveria … e purtroppo le conseguenze rimangono, e spesso irrecuperabili. Pensi a chi ha ammazzato per odio o per rubare, per idee politiche o per affari, ma anche a noi che grazie a Dio non uccidiamo, ma ci sentiamo spesso egoisti e cattivi, stracciamo affetti e sentimenti, vite e dedizioni …
Potremo ancora ritornare innocenti? Molti credono che l’unica possibilità sia il castigo, l’occhio per occhio, la vendetta. Se anche la giustizia deve fare il suo corso, resta sempre un cuore ferito, una vita spenta, un’angoscia mortale.
“Peccato” chiamiamo noi cristiani questa colpa che oltre a distruggere sentimenti, legami e vita distrugge lo spirito, l’anima; spegne speranza e cancella l’innocenza.
Ma si alza un grido tra la folla al di là del Giordano: è Giovanni il Battista, il battezzatore che vede Gesù e lo indica dicendo: ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo. È lui che ha la possibilità di sradicare dal cuore il peccato, di ridare l’innocenza perduta.
I tuoi peccati, se anche fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve: non è una medicina psicologica per far passare il senso di colpa, o un terapia contro il rimorso … è Dio l’unico che sa ricucire le ferite che il male provoca in noi. È lui che va oltre ogni riparazione, ogni castigo. È Lui che cambia il male della nostra vita nella prima tappa della rinascita.
Gli ebrei nell’Antico Testamento credevano di potersi liberare dal male stendendo le mani su un capro da spedire nel deserto lontano da tutti caricato dei loro peccati.
Gesù si prende su di sé il nostro male, il cumulo dei nostri odi, delle nostre cattiverie infinite e … non va nel deserto a portarle via, sale sulla croce per cancellarle, e ci ridona salvezza, serenità e innocenza.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv1, 1-18)
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
Audio della riflessione
E’ ancora Natale per chi crede di poter tornare come prima con tutte le sue comodità;
E’ ancora Natale su questa nostra Italia perseguitata ancora dalla pandemia;
E’ ancora Natale per chi piange e per chi gioisce;
E’ ancora Natale per chi cerca speranza nella malattia e luce nel buio degli affetti;
E’ ancora Natale per chi ha perso il lavoro e per chi lo cerca senza speranza;
E’ ancora Natale per chi si sta affogando nei debiti;
E’ ancora Natale per chi crede, ma anche per chi vuole lo sbattezzo;
E’ sempre e ancora Natale.
I riti si sono ripetuti: le luci si sono accese sulle strade, l’albero è stato addobbato e caricato di luci, imbrigliato da tiranti perché il vento e l’acqua ne fanno continuamente scempio.
In molte case splendono i presepi preparati con cura, con arte finissima, con passione, segni di mani abili, ma soprattutto di cuori aperti al dono di pace di questo bambino che è venuto ancora, anche se molti lentamente lo buttano fuori di casa: Lo buttano fuori se è in croce perché un morto fa male ad una laicità intollerante; lo buttano fuori se è in una culla, perché crea discriminazione; lo buttano fuori dalla vita perché ci si crede autosufficienti.
Noi invece lo vogliamo dovunque, prima di tutto nella nostra esistenza: lo abbiamo atteso perché non vogliamo vivere di possesso, ma di speranza e non di sicurezza, di verità e non di certezze.
Lo abbiamo voluto perché abbiamo imparato quanto siamo diventati migliori con noi e con gli altri, quando abbiamo accolto in casa i figli o i fratelli: alla nascita di un fratellino siamo andati in crisi, ci ha destabilizzati nella nostra sicumera, ma ci ha fatto tanto bene … ci ha fatto capire che non siamo il centro del mondo, che è bello vivere da fratelli, avere un cuore grande non per noi, ma per amare.
Lo abbiamo voluto questo natale e lo vogliamo anche nelle nostre relazioni, perché siamo cristiani e non crediamo di fare del male a nessuno, quando diciamo senza ostentazione, ma con convinzione che crediamo in Dio, in un al di là, in un creatore, quando abbiamo il coraggio di andare controcorrente.
Ci hanno incantato tante volte i soldi, come capita a tutti, abbiamo abboccato a questa facile salvezza, ma ci stiamo accorgendo che non sono tutto nella vita. Siamo sempre in tempo a porre la nostra fiducia nel Signore, nell’amore, nella bontà, nella solidarietà. Per noi il bambino Gesù non è un soprammobile, ma una fede in chi ci salva e ci dona pace.
L’abbiamo voluto questo Natale e vogliamo anche nelle nostre strade, nei negozi, negli uffici, nelle scuole, dove crescono i nostri giovani, dove possono confrontarsi con la cultura che li precede e trasformarla con intelligenza, non nell’ignoranza di chi vuol scegliere per loro o si vergogna di aver creduto, perché ha fatto scelte liberissime, ma che non deve imporre a nessuno.
La nostra cultura è nata lì: i nostri progenitori hanno vissuto tramandandoci le cose belle, a noi interessa sapere perché, come hanno fatto a motivare le loro vite difficili, a tramandarci le cose belle, che hanno fatto, le musiche meravigliose che ci siamo sentiti ancora, i tanti valori che noi oggi non riusciamo più a vivere e a rinnovare.
Non siamo più felici di loro, ma almeno vorremmo esse curiosi e liberi di cercare e di sentire, di vedere e di amare.