Cerca sempre prove, ma dentro una vera conversione intellettuale

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8, 11-13)

Spesso abbiamo anche noi voglia di comunicare agli altri quello che ci riempie la vita di gioia, di soddisfazione, di completezza.

Vorremmo che tutti lo sapessero, provassero ciò che noi percepiamo, condividessero con noi qualche passo della nostra esistenza; ma ci troviamo di fronte o a indifferenza, o biasimo, o rifiuto, spesso anche giudizi trancianti da disperazione.

Ebbene Gesù si scontra non una volta sola, con l’incredulità che non viene da valutazione, da disponibilità al dialogo, ma solo da accecamenti, da partito preso, da disattenzione degli stessi apostoli.

Il suo messaggio non è accolto in profondità.

I farisei lo vogliono mettere alla prova, rifiutano ciò che è loro donato dal Signore e pretendono di fissare essi stessi come Dio debba agire.  

Sempre con Gesù, non si tratta di restringere lo spazio della razionalità, del cercare ragioni convincenti da ogni punto di vista.

La fede ha buon diritto di stare a confronto con ogni ricerca scientifica, non teme la scienza e quindi non deve essere emarginata dal mondo intellettuale e da nessuna cultura.

Sembra un discorso da specialisti, ma deve stare al fondo di una corretta educazione che vuol aiutare l’uomo a vivere con dignità la sua dimensione religiosa nel mondo di oggi, negli snodi fondamentali della concezione di uomo, di bene comune, di vita, di persona che stanno alla base di tante discussioni e lacerazioni del tessuto culturale della quotidianità.

E’ necessaria  una conversione intellettuale, che è propria di chi sa ragionare con la propria testa, cogliendo la ragionevolezza della fede. 

L’impegno dei cristiani nella cultura è anche servizio allo sviluppo culturale della città, al condividere con il mondo degli universitari le speranze di un futuro  da vivere nel territorio. 

La dimensione religiosa dell’uomo ha pari dignità come ogni altra dimensione.

Spesso la fede cristiana è vista come una debolezza culturale e una caduta di tono nel mondo scientifico: Il positivismo è duro a morire sia nelle scuole, sia nei mass media, sia nella coscienza degli uomini di cultura e la Chiesa non può adattarsi a nessun talebanesimo, a nessun fondamentalismo o falsa certezza immotivata.  

Nei farisei, ma anche in noi, manca l’apertura, l’umiltà, la fiducia, la libera adesione, le disposizioni per accogliere Cristo.

Gesù che fa? Esce in un grande sospiro e si allontana rispettando la decisione umana, ma fa capire che essa impedisce l’incontro e la salvezza.

A noi comprendere che questa chiusura blocca anche noi che, invece, come Chiesa dobbiamo aprire i nostri cuori e quelli dei nostri contemporanei alla ricerca umile e disinteressata del bene, della verità, della salvezza. 

17 Febbraio 2020
+Domenico

Esuberanza del cuore e comportamenti limpidi

Una riflessione dal Vangelo secondo Matteo

<<Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli>>.

Vi sarà capitato qualche volta nella vita di godere dell’amicizia di una persona … magari quando hai fatto l’obiettore o la naia, lontano da casa.

In qualche posto in cui si è spaesati e impauriti poter contare su qualcuno che condivide le tue paure, i tuoi rischi, è sempre bello.

Ma la cosa più interessante è che una semplice amicizia qualche volta fa scoprire dentro di te forze e possibilità che non sapevi di avere.

Sembra quasi che quando ami qualcuno ti si aprano dei varchi che avevi sempre pensato invalicabili.

L’amico perfora il fondo roccioso della tua vita e ne fa sprizzare energia.

Così è quando vieni a contatto con Cristo: è come se scavasse nel fondo della tua coscienza e ne estraesse nuova e ignorata energia, la vita intera si mette in moto, prende un senso nuovo.

Immaginiamo quanto è triste la solitudine: ti fa avvinghiare alle tue abitudini, facendole passare per regolarità; ti blocca alle regole del galateo, facendotele vedere come il migliore comportamento; ti lega alle piccole sicurezze della tua prigione, spegnendo ogni novità.

E tutti quelli, soprattutto i giovani, che si comportano diversamente o che non rispettano le tue regole, li maledici, li detesti, li combatti.

Ti sei costruito una prigione comoda, dorata, sicura, ma sempre prigione è!

L’incontro con Cristo, l’amico, invece butta all’aria le tue abitudini. Ama e fa ciò che vuoi.

La vostra giustizia è superiore alla denuncia dei redditi, nel senso che fa la denuncia dei redditi, ma non s’accontenta di questa, è una giustizia di rapporti con le persone, con le comunità, non è legata solo e soprattutto a conti e timbri.

Il cristiano è colui che si è liberato dall’idea che la felicità, la giustizia, l’onestà, la dignità sia affidata a un insieme di regole impossibili da seguire, di fronte alle quali ti senti sempre schiacciato, sfinito; sono sempre più grandi di te, perché qualcosa te lo dimentichi o ti lega.

Il cristiano, come un innamorato, è sempre pronto ad andare oltre.

Ma è anche talmente saggio da custodire lo slancio del cuore, la generosità dei suoi gesti entro un comportamento limpido, alla luce del sole, confrontabile con tutti e per questo non bizzarro, cervellotico, ma umano, orientato.

Spesso il rispetto per gli altri ti obbliga a costringere l’esuberanza del cuore entro comportamenti semplici.

Anche questo voleva dire Gesù sulla montagna quando si proclamava libero di fronte alla legge, ma non la saltava; la osservava più di tutti e sapeva, però, andare oltre.

16 Febbraio 2020
+Domenico

Siamo folla e abbiamo fame non solo di pane

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8, 1-10)

<<Così essi mangiarono e si saziarono; e portarono via sette sporte di pezzi avanzati. Erano circa quattromila. E li congedò. Salì poi sulla barca con i suoi discepoli e andò dalle parti di Dalmanùta>>.

Siamo spesso anche noi folla che cerca risposte alle nostre vite, ai nostri affanni, alla nostra fame: Non abbiamo solo bisogno di beni materiali, di cibo, di acqua, ma anche e soprattutto di pace, di serenità, di compagnia, di umanità, di accoglienza.

La folla che si stringeva attorno a Gesù lo trovava sempre disponibile a donare il pane e rinnovare la sua misericordia.

Oggi vogliamo essere noi questa folla che cerca Gesù.

Siamo sicuri che non si stanca di noi, non si scoraggia per la nostra durezza di cuore: Insiste con il suo dono infinite volte.

Tutta la storia è il tempo della pazienza di Dio.

Il pane che il Signore dà ai suoi apostoli prefigura inequivocabilmente un altro pane che verrà dato all’inizio dell’ultimo gesto che Gesù farà per i suoi discepoli, nell’ultima cena.

E in questo gesto cerca di coinvolgere i suoi apostoli: Vince la loro iniziale resistenza, rendendoli strumenti della sua tenerezza.

I suoi apostoli… la sua Chiesa oggi siamo noi ed è a noi che Cristo chiede di aprire gli occhi sulla “fame”, spesso inespressa, dell’umanità che incrociamo nel mondo delle nostre relazioni.

Non siamo predicatori, nemmeno forse cristiani convinti, ma siamo donne e uomini, giovani e ragazze che si portano dentro un messaggio che ci ha tutti stregati, ci ha fatto intraprendere strade evangeliche.

A noi chiede di mettere a disposizione cuore, mani, talenti, beni perché il miracolo della moltiplicazione dei pani raggiunga gli uomini del nostro tempo.

Il clima politico della Galilea di quel tempo era surriscaldato e bastava poco a suscitare fanatismi messianici.

Scriveva allora Giuseppe Flavio: “Uomini ingannevoli e impostori, che sotto apparenza di ispirazione divina operavano innovazioni e sconvolgimenti, inducevano la folla ad atti di fanatismo religioso e la conducevano fuori nel deserto, come se là Dio avesse mostrato loro i segni della libertà imminente” (Guerra giudaica 2,259).

Gesù se ne guardava bene dal far deviare gli apostoli in questi messianismi e a noi pure oggi dice che il centro è Lui e Lui stesso è questo pane spezzato e questo sangue versato, perché lo possiamo seguire anche noi.

Questa moltiplicazione dei pani avviene in terra pagana e quindi offerta in pienezza anche ai pagani.

Le sette ceste di pezzi avanzati sono destinate alle settanta nazioni pagane della tradizione biblica ebraica (cfr Gen 10).

15 Febbraio 2020
+Domenico

Il puro o l’impuro è cosa del cuore, non delle cose

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 14-23)

Riusciremo a riscrivere il Vangelo nella nostra vita, nelle nostre abitudini, nella nostra mentalità che tende sempre ad adattarsi, a cercare sicurezze esteriori, per non cambiare? 

Abbiamo sempre in noi le nostre vecchie tentazioni di inventare un qualcosa di “fisico”, di esteriore … comodo per distinguere il bene dal male, per tracciare i confini del lecito e dell’illecito senza coinvolgerci e coinvolgere soprattutto la nostra interiorità. 

Dividere nel creato le cose buone da quelle cattive, le cose di Dio da quelle di satana, le persone pure da quelle impure, i figli di Dio da eventuali figli degeneri, è sempre una operazione allettante, perché non ci scomoda; al massimo ci impone delle regole, qualche sacrificio: non mangiare questo, non frequentare quello, difenditi dalla TV, lascia perdere i delinquenti, non ti immischiare coi violenti … ti devi creare un “cordone sanitario” che ti costringe a qualche privazione, ma ti dà una certezza

Il tuo cuore allora è al sicuro se non entra questa “melma”, il tuo gruppo è un cenacolo, la tua compagnia è esemplare … Difenditi, insomma, dalla fogna. 

Invece Gesù ancora ci provoca, ci richiama alla grande dignità della nostra umanità: la nostra corporeità non è nessuna fogna.

La fabbrica del bene e del male è nella coscienza, in quell’intimo dialogo tra noi e Dio: cuore, lo chiama il Vangelo. 

Dio ha fatto bene tutte le cose e si è affidato alla nostra libertà per condurle: Non ci ha deresponsabilizzato, ma ha affidato alla profondità e alla qualità della nostra umanità la realizzazione del regno delle coscienze e non sulle coscienze. 

Certo è una strada in salita!

Avere nell’intimo della coscienza illuminata dalla fede la decisione per il bene o per il male ci porta a vivere spesso nell’oscurità, nel non sapere bene come vivere il Vangelo in ogni situazione, nel non avere la certezza del comportamento giusto negli affetti, nel lavoro, nelle relazioni, nella visione di sé, nella costruzione di un ambiente giusto … è vivere anche da battezzati o da consacrati quella laicità che deve qualificare ogni cristiano. 

Il senso del Vangelo di oggi è nato nel grande mistero dell’Incarnazione:  Gesù sta solo aiutando i suoi discepoli a cambiare mentalità ad assumere i criteri della Incarnazione, dove è iniziata per noi la nuova umanità.

Da quando Dio si è fatto uomo tutta la nostra vita, la nostra storia, il nostro tempo è esistenza che condividiamo con Dio.

Non c’è più distinzione tra sacro e profano!

L’unica profanità è il peccato, che nasce nel cuore dell’uomo, non è scritto nelle cose o in qualche parte del nostro corpo. 

Tutto il resto è vita di Dio in Gesù: ed è lo Spirito che delinea in noi i tratti di Gesù.

Maria, è lo spazio fisico e spirituale insieme, in cui è avvenuta l’Incarnazione.  

Dio nel suo piano imperscrutabile ci pone Maria davanti agli occhi perché ritorniamo a contemplare in lei la vera umanità riconsegnata alla nostra libertà che spesso usiamo male. 

Il simbolo di questo male sono le nostre sofferenze che proprio per l’Incarnazione cessano di essere una maledizione, ma ancora passando nel grande dono, nel cuore dell’uomo, ne possono uscire come collaborazione alla salvezza. 

Abbiamo in grande dono una alleata, di ogni genitore, di ogni adulto, che è sempre educatore, nell’impegno formativo delle nuove generazioni, di ogni cristiano: la Madonna, lo spazio fisico e spirituale della laicità cristiana. 

12 Febbraio 2020
+Domenico

Ne uccide di più l’abitudine che la fatica

Una riflessione dal Vangelo secondo Marco (Mc 7,1-13)

Noi adulti ci siamo un poco abituati a fare tutti i giorni le stesse cose, ad andare al lavoro e ripetere ciò che facciamo sempre, a incontrare persone e dire sempre buon giorno senza guardarci in faccia, a entrare in chiesa e adattarci ai gesti che abbiamo sempre fatto fin da ragazzi, a capire che in chiesa certe cose si possono fare ed è bene farle e altre sono assolutamente non decorose …  

I giovani invece, o perché non sono stati aiutati a capire gesti solenni e non quotidiani, o perché desiderano sempre qualcosa di nuovo, di originale, di spontaneo per quel giorno in quell’ora, non riescono più ad adattarsi a una routine stanca, ripetitiva, obbligata e alla fine insignificante.

Il problema si pone soprattutto per i gesti religiosi.  

Ti sembra talvolta di entrare in una recita che non ti dice più niente, che non traduce chi sei e che cosa provi o desideri: Così capitava ai giudei che avevano comportamenti fossilizzati dall’abitudine e privati di senso dalla ripetitività.  

Per “purificarci” non basta cercare Dio in chiesa, perché lì saresti in un luogo “puro”: Gesù al contrario insegnava che la vera purificazione è quella dal peccato che è dentro di noi, sia dentro che fuori dai luoghi di culto.  

Così si erano abituati a distinguere cibi “puri” da cibi “impuri”, non giustamente per ragioni igieniche, ma per tradizioni inveterate, che non dicevano proprio più niente.

Già Pietro aveva avuto una visione che gli diceva <<Ciò che Dio ha purificato tu non chiamarlo profano>>.

Con il vangelo l’unica profanità nella creazione e tra le creature è il peccato.

Gesù sceglie un caso particolarmente grossolano per dimostrare che il precetto umano può condurre alla trasgressione del comandamento divino: Il dovere di onorare il padre e la madre e di assistere i genitori vecchi e bisognosi era stato affermato da un comandamento di Dio. I farisei avevano trovato un comodo cavillo che diceva che se tu hai fatto il voto di fare una offerta a Dio potevi, per fare questa offerta, non dare l’aiuto necessario ai tuoi genitori. 

Gesù invece pone il comandamento dell’amore al di sopra dell’olocausto e degli altri sacrifici e non permette di trascurare il dovere verso i genitori nemmeno con la scusa di un voto.  

Dio non vuole essere amato e onorato a spese dell’amore del prossimo mettendo separazione peccaminosa tra l’amore a Dio e l’amore al prossimo.

Dio è amore e vuole solo amore, quell’amore del prossimo per mezzo del quale egli stesso viene amato. 

La religione insomma è sempre una buona scusa per disumanizzare le nostre vite, mentre la Parola di Dio ha al centro sempre il rispetto della nostra umanità che è sempre un dono grande di Dio. 

La devozione a Maria non è alternativa all’amore ai malati e oggi con la memoria dell’apparizione di Lourdes onoriamo Maria nel modo migliore condividendo con tutti voi malati e noi anziani la sua premurosa presenza e benedizione per tutti.

11 Gennaio 2020
+Domenico
 

Gesù guarisce le malattie, non parla perché sono solo segni quelli che fa.

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 6, 53-56)

Quando sei ammalato le tenti tutte per poter trovare una anche minima guarigione.

So di papà che seguono con tenacia e perseveranza il proprio piccolo figlio sofferente: prova tutti i medici, va a fare tutte le visite possibili, va nei santuari, dal papa per averne almeno una carezza.

La ricerca della vita è la prima preoccupazione di chi ti ama e tua se tocca a te una grave malattia.

Tutti abbiamo provato a stare tra i malati di un ospedale, nelle corsie abitate da lamenti e dolori … penso di si: molti di noi si sono trovati in una casa di anziani, di sofferenti, di persone che soffrono o in un carcere o in un campo di profughi e rifugiati.

Molti di noi sperano in una salvezza anche minima.

Così capitava a Gesù, dopo i primi miracoli che ha provocato per le persone, si trova ad essere invaso sommerso dal dolore che rintanato nei vari tuguri usciva con speranza di poterlo toccare.

Gesù accondiscende a compiere molte guarigioni, ma non parla: Persiste l’equivoco sulla buona novella che era inviato ad annunciare, sulla salvezza, sulla sua stessa identità.

Le folle cercano il pane, cercano la guarigione e dimenticano la conversione del cuore, l’adesione alla sua persona, il perdono dei peccati.

Non si meraviglia, ma il suo compito è di forare questa sete e alzare al desiderio di una fonte più alta e più completa.

Non è un medico, un taumaturgo, ma il Figlio di Dio, e la sua vocazione è la salvezza che ha un segno forte nella salute, ma è più alta, più profonda, completa, e dono grande di Dio suo Padre.

Quanta gente oggi attende ancora un simile “sbarco” di Gesù, che porti salvezza esteriore, facile, ottenuta semplicemente “toccando le sue vesti”, recitando una preghiera, compiendo una pratica esteriore o magari entrando in una associazione o qualche ordine religioso.

Ma sono convinto, per esperienza diretta soprattutto a Lourdes, che se anche qualche malato inizia così il suo pellegrinare, molto presto la Madonna lo aiuta a fare il salto nella fede.

Capisce che la sua vera salvezza è profonda, interiore, radicale: guarisce il profondo del cuore.

Le altre guarigioni sono soltanto dei segni: segni della volontà di Cristo di donarci la vera salvezza, la salvezza totale.

Gesù vuole mettere la sua potenza a servizio della conversione del cuore.

Gesù darà la guarigione del corpo ricercata, ma quando il malato sarà guarito da questa malattia farà come l’unico lebbroso guarito assieme ad altri nove.:Tornerà da Gesù a chiedere la salvezza che ha intuito molto più profonda guarendo dalla lebbra.

Noi siamo chiamati a seguire Gesù perché ne ha bisogno il nostro cuore e la nostra vita: ne hanno bisogno i nostri sogni di mondo più pulito e più sano.

10 Febbraio 2020
+Domenico

La fede ci fa vedere Dio nella nostra storia concreta

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,1-6)

Siamo un po’ strani come persone: quando siamo chiamati a credere ci portiamo sempre in un mondo non nostro, non quotidiano.

Abbiamo bisogno di cose grandiose, di fatti eccezionali, possibilmente inspiegabili, meglio ancora se favolosi.

Così è stata anche la mentalità dei compaesani di Gesù: Non riuscivano a credere che Dio si potesse manifestare in questo carpentiere, in questo semplice compaesano di cui tutti potevano dire data di nascita, famiglia, mestiere, abitudini, complicità.

Dio si manifesterebbe in questo giovane qualunque, in questo Gesù di cui si sa tutto?  

Ogni volta che siamo chiamati a fare un salto di qualità nella nostra vita per vivere la fede abbiamo bisogno di uscire dalle frontiere che la nostra vita quotidiana delimita e impone: Rischiamo di rifiutare Cristo e di imitare le durezze di cuore dei nazareni, che faceva fatica anche Gesù a capire ogni volta che mettiamo in atto una attesa straordinaria, un misticismo facile una sacralità forzata.

E’ la persona di ogni giorno che deve essere misurata sul metro di Dio e riconosciuta in Lui.

I compaesani di Gesù ammettono facilmente che le cose dette da Gesù e fatte da lui non hanno origine umana, sono un dono dall’alto, ma non riescono a capire che Dio sia strettamente legato a un uomo concreto.

Che Dio abbia agito in maniera definiva nella persona e nell’azione di Gesù è scandaloso.  

Ecco perchè anche nella nostra testa la rivelazione di Dio è sentita come un attacco alla nostra mondanità e carnalità: La carne e il sangue, la patria, il colore della pelle, il buon senso non superano lo scandalo della nostra fede che ci dice che la Parola di Dio si è fatta carne.

Dio non è il Signore astratto, generale della storia: Dio è scritto dentro un pezzo di storia concreta, in un brano di storia, quella di Gesù e da lì tutti vogliamo e dobbiamo passare.

Dio nessuno l’ha mai visto: Gesù ce ne ha fatto fare esperienza decisiva.

Così anche da noi oggi questo Gesù rischia di essere confinato in una sua umanità passata, invece che essere ancora oggi e sempre il vero volto di Dio, la nostra salvezza. 

5 Febbraio 2020
+Domenico

Fiducia e affidamento: qualità rare

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 5,21-43)

C’è un curioso episodio nel Vangelo di Marco: Gesù ha iniziato da poco il suo cammino deciso e travolgente. Dove passa crea speranza, scuote le persone dubbiose, trascina chi sa sognare.

Così chiama i suoi collaboratori, che lasciano, case, campi, mestiere e lo seguono.  

La sua visione della vita è affascinante, la sua capacità di leggere le aspirazioni profonde del cuore è sorprendente.

Ti senti interpretato dalla sua visione della vita, vieni trafitto dai suoi sguardi intensi, ti senti scosso dalle sue invettive, dai progetti, dalla novità delle sue intuizioni e visioni di futuro.

Alla gente non par vero di potersi togliere dal torpore di una vita monotona, dalla stessa cappa di una religiosità ridotta a riti scontati, a ripetitività di formule che lentamente hanno nascosto il volto di Dio. 

Ebbene, attorno a Gesù si fa calca, né lui fa qualcosa per schivare la gente: Si ferma, dialoga, ascolta, alza la voce, richiama, conforta.

C’è pure una donna tra la gente che accorre a lui, è afflitta da  una malattia maledetta: perdita di sangue.  

Per questo tipo di malattia la legge è molto dura e categorica: è una situazione di “impurità” e deve assolutamente evitare ogni contatto umano.

Per la donna è una situazione invivibile. Ha fatto di tutto per uscirne, per ricuperare salute e soprattutto possibilità di vivere una vita normale nella società, nel mondo delle relazioni umane: ha speso tutti i suoi soldi.

Niente! Condannata all’isolamento oltre che alla sofferenza. 

Ma quando sente parlare di Gesù, di questo regno, di un Dio che non ha creato la morte, che non gode per la rovina dei viventi, che ha creato tutto per l’esistenza e che ha fatto in modo che tutte le creature del mondo siano portatrici di senso e di salvezza, si fa un suo progetto: «con questa malattia la legge mi imprigiona e non mi permette di toccare nessuno: ma questo Gesù è la salvezza: lo devo toccare, non oso parlargli, non sono all’altezza di una richiesta, ma non è giusta la prigione in cui sono chiusa: mi basta toccare la sua veste, il suo mantello». 

E quel tocco la guarisce: Gesù, che non sta facendo servizi davanti alle telecamere, ma che sta incontrando la grande sete di un Dio vero, si accorge e le dice che non è avvenuto niente di magico in lei: la chiama “figlia” annullando ogni distanza.

Quel che è avvenuto è dovuto al coraggio della sua fede, alla sua massima fiducia in un abbandono nelle braccia di Gesù. 

4 Febbraio 2020
+Domenico

Il male non è “generico”: ha l’identità PERSONALE di un angelo decaduto

Una riflessione sul vangelo secondo Marco (Mc 5, 1-20)

 

Non ci toglie nessuno l’idea che ai mali in cui siamo costretti ci dobbiamo pensare noi, che se ci mettiamo di impegno possiamo ben vincere tutte le suggestioni e tutte le cattiverie che abbiamo in corpo, che basta mettercela tutta, che alla fine riusciamo a superare tutto.

Il male, per alcuni, è una comoda invenzione dei preti per tenerti sotto e per avere potere su di te, magari per mangiarti i soldi con qualche Messa … salvo poi a non riuscire nemmeno a vincere una innocente abitudine che ti porta lentamente alla tomba, o una inclinazione che ti ha talmente stregato da farti rovinare una vita di famiglia serena, un vizio che ti manda in malora, un gioco che ti asciuga tutte le tue risorse, una sostanza che ti distrugge non solo la salute fisica, ma la consistenza di uomo e donna, l’alcool che ti brucia il fegato.   

Non occorre andare troppo lontano per capire che siamo posseduti dal male e che ci occorre una grande forza per uscirne: Il male, molte volte, siamo noi con le nostre meschinità volute e programmate, spesso però è anche qualcosa di sovrumano: è il demonio.

E’ facile vedere il demonio dappertutto, immaginarcelo ad ogni debolezza della vita, ma è pur vero che c’è un divisore, un personaggio, un angelo decaduto ci dirà la Bibbia, che tormenta la nostra esistenza e ci vuol portare al male.

Gesù nel Vangelo ha fatto i conti con questo principe della divisione,  della falsità, dell’odio e ha dimostrato la sua grandezza liberando la gente dalla sua possessione. 

Un giorno si trova sul lago e vede circolare tra le tombe un poveraccio, legato dal demonio e tenuto in una tomba ancora più mortale: E’ una figura di uomo violento, è indomabile, non è tenuto calmo da nessuno, urla, grida la sua prigionia con  pazzia e percosse di pietre; si fa del male e fa del male a tutti. Ha una forza sovrumana.  

Io ho potuto sperimentare in alcune esperienze di esorcismo quanta cattiveria si può costringere nel corpo di un uomo posseduto dal demonio, quanto livore, quanta rabbia, quanto odio.

Ebbene: Gesù lo snida, segno che sa di dover individuare come fosse una persona, non un male generico, e ne domanda il nome, lo caccia con un perentorio: esci, spirito immondo da quest’uomo.

E quella belva che l’uomo si dimostrava sotto queste catene del demonio si ritrova seduto sul ciglio della strada, tutto tranquillo e sereno, fatto nuovo dalla liberazione di Gesù. 

Lui Gesù non è nuovo a questi fatti, lui calma la tempesta, lui ammansisce quelli che stanno lapidando la donna peccatrice, lui con gli occhi ferma i compaesani che lo vogliono precipitare dalla rupe.

Lui è la salvezza, lui è ancora e sempre la nostra speranza.

Ma questa speranza la cerco ancora? 

3 Febbraio 2020
+Domenico

Mettiamoci definitivamente dalla parte di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,22-40)

Quando nasce un bambino prevalgono sempre sentimenti di stupore, di meraviglia, di delicatezza: Si dà spazio alle emozioni, ai sentimenti teneri della vita intima di un nido familiare ….

Forse è stato così anche per noi il Natale di Gesù: l’abbiamo vissuto .. così nella nostra fede, abbiamo provato gratitudine, abbiamo sentito stupore per questo Dio debole che ci è stato donato.

Oggi a 40 giorni da quel Natale, la festa è finita, la vita ha ripreso i suoi ritmi, siamo tornati alle occupazioni di sempre: Quel bambino, anche in famiglia, non è più solo stupore e meraviglia, ma un soggetto con diritti, esigenze, personalità, carattere, domande e provocazioni.  

Così Gesù viene portato al tempio, a Gerusalemme, all’anagrafe della storia: Non è mai stato … ma in questa occasione ancor meno … proprietà privata di Maria e Giuseppe, come non lo è nessun figlio su questa terra.

Ti sembra d’averlo fatto tu, ma quel che nasce da te è sempre più grande di te; la sua vita ha bisogno di te, dei suoi genitori, ma non è tua proprietà, non è un oggetto, ma un soggetto di relazioni, di rapporti; ti pone da sempre di fronte a delle scelte e pone tutto il mondo di fronte a delle responsabilità: la cittadinanza, la legge, la casa, il nutrimento, l’educazione, la società; La famiglia … prima, la parentela, i fratelli e le sorelle, le istituzioni si devono piegare o forgiare su questa nuova “presenza”.  

Ecco: Gesù è nato a questa vita, a questa terra, a questo nostro universo, a questo nostro tessuto di relazioni, alla nostra storia personale e collettiva, e diventa un segno di contraddizione per gli uomini del suo tempo e di tutti i tempi.

Gesù può essere rovina o risurrezione, dice il vegliardo Simeone che accoglie Gesù nel tempio. 

Lui divide la storia in due: prima e dopo Cristo, prima e dopo questo fragile bambino, prima e dopo la protervia umana che lo ha rifiutato; venne nella sua casa e i suoi non lo hanno accolto.

Gesù, solo per il fatto di essere nato provoca le coscienze, provoca i pensieri di molti cuori, a svelarsi, dice il Vangelo. 

Siamo sempre stati liberi di fronte a Lui, ma non possiamo tenere il piede in due scarpe.

Giuseppe (san Giuseppe) ha già scelto da che parte stare: la sua vita è segnata, non smetterà mai di avere per lui coscienziosa e coraggiosa cura.

Maria ha già messo a disposizione tutto quel che è e serba ogni mistero, ogni gesto di Gesù nel suo cuore.  

Insomma, collocarsi e prendere posizione davanti a Gesù non è indolore: <<a te una spada trafiggerà l’anima>>.

A noi non basta relegare Gesù nei ricordi come le statue del presepe che già da tempo sono state definitivamente tolte anche da Piazza S. Pietro, occorre metterci definitivamente dalla sua parte. 

2 Febbraio 2020
+Domenico

P.S. Di fronte a lui bisogna decidersi, bisogna schierarsi: occorre prendere posizione.