Due passi nella vita tenuti per mano da Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8, 22) dal Vangelo del giorno (Mc 8, 22-26)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo.

Audio della riflessione

Non riesco a immaginarmi tutta una vita al buio: non vedere, cancellare dalla esperienza del vivere una parte essenziale del mio essere, tutte le emozioni dei colori, i quadri macchiaioli e impressionisti di mio padre, dove ogni macchia è una persona una pianta, un fuoco.

Se sapessi che Gesù mi sta vicino, io cieco farei sicuramente il balzo urlante del cieco di Gerico, ma questo cieco di Betsaida non riesco a capirlo, sembra quasi rassegnato, se non renitente a prendere l’iniziativa: lui sta tranquillo, sono gli altri che lo presentano a Gesù … ha dei buoni amici, che forse non hanno aiutato lui cieco a immaginare i volti, i colori … ma almeno si prendono cura di lui, si fanno carico loro di portarlo da Gesù e dalle loro mani lo affidano alle mani di Gesù, nelle mani potenti di Gesù.

Ecco, fermiamoci a pensare e ad immaginare questo gesto tenerissimo: Gesù prende per mano il cieco. Lo prende per mano perché lo deve guidare, perché vuol fargli sentire il calore della sua amicizia, lo prende per mano perché un cieco ha bisogno di un contatto vivo, ha bisogno di sentire nel linguaggio di una mano la possibilità di fidarsi. Molti lo hanno spesso preso per mano per prestargli i loro occhi, poi lo hanno lasciato ancora cieco e bisognoso di un’altra mano e di un’altra ancora. Ma le mani di Gesù sono le mani del Dio vivente. Sono le mani tenerissime di chi sa accarezzare, di chi dà forza, di chi fa sentire il palpito del cuore. Voglio fantasticare a pensare quanta comunicazione è passata da quelle mani.

Voglio immaginare il cieco col cuore in gola, tutto abbandonato in Gesù, voglio pensare a Gesù che dà la mano a questa umanità ferita e sofferente, voglio pensare che in quelle mani Gesù pensasse di stringere anche le mie..

Ebbene Gesù con quelle mani comunica la compagnia necessaria per la vita del cieco e la fine dell’oscurità. Gesù si lascia andare a compiere gesti, a toccare; è un miracolo della corporeità, della fisicità di Gesù, del contatto, dell’incarnazione fino in fondo. S’è fatto uomo per darci la mano, per prenderci per mano. L’aveva deciso nella vita trinitaria questo sogno e ora lo vive ogni giorno. Gli mette la saliva sugli occhi gli impone le mani. Da quando ha toccato il lebbroso il suo tocco è salvezza.

Gesù vorrei anch’io sentirmi preso per mano da te. Sono peggio di questo cieco, mi adatto troppo al minimo, ma non per questo tu mi lasci alla mia inerzia.

Gesù vorrei anch’io sentirmi preso per mano da te. Sono senza vista, l’ho consumata tutta nell’inutilità, ho perso i colori della gioia, della solidarietà, per me gli uomini che mi stanno accanto sono alberi che camminano, senza volto, perché non sono più capace di vedere in profondità.

Gesù vorrei anch’io sentire la tua mano nella mia per dirti con la mia corporeità che ti amo. Sono stufo di dirlo con elucubrazioni astratte, ho voglia del tuo amore concreto. Voglio imparare da te anch’io a prendere per mano gli uomini per far sentire loro la tua tenerezza. Tu mi hai chiamato a vivere, fammi provare la tua dolce comunicazione di salvezza.

16 Febbraio 2022
+Domenico

Non abbiamo pane! … e Io chi sono per voi

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8, 14-21)

In quel tempo, i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. Allora Gesù li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane. Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non comprendete ancora?».

Audio della riflessione

Per la nostra vita superficiale e distratta spesso non riusciamo a capire che tutto quanto serve per la nostra felicità e serenità lo abbiamo sotto gli occhi, lo abbiamo tra mano e invece andiamo a cercare affannati altrove: abbiamo una famiglia e cerchiamo l’amore nelle avventure, abbiamo dei sogni veri e li sostituiamo con le telenovele, abbiamo delle prospettive concrete per il nostro futuro e ci lasciamo incantare da facili successi, che poi si ritorcono contro di noi; abbiamo un centro che orienta tutta la nostra vita, ci dà un programma, ci offre una meta e preferiamo fare i randagi.

Gli apostoli sono in questa situazione quel giorno che Gesù li invita a salire sulla barca per i soliti spostamenti lungo le rive del lago: è un episodio altamente simbolico … questa volta non c’è tempesta di vento e di burrasca sul lago, tutto è calmo, tutto è liscio, ma è il cuore di Gesù che è in tumulto: ha con sé i discepoli, quelli che sta curando con tanto amore e dedizione, ma non riesce a far loro capire dove sta il cuore di tutta la loro avventura. Credono che dipenda tutto da mezzi, da miracoli, da organizzazione … dice il Vangelo “non avevano con sé sulla barca che un pane solo” … certo a loro nasce il timore di non poter affrontare la giornata, pur sapendo che Gesù ha già moltiplicato i pani.

La loro fede è ancora piccola, troppo piccola per salpare verso nuovi lidi: quel pane che hanno è la immagine di Gesù! Per la prima comunità cristiana diventerà l’immagine dell’Eucaristia … e loro dicono candidamente “non abbiamo pane” e Gesù comincia a raffica a fare domande: “Che è questo dire che non avete pane? E io chi sono? Che cosa sono stato per voi finora? Perché continuate a riportarvi al lievito dei farisei, al loro modo di impostare i rapporti con Dio, alla loro autosufficienza intellettuale? Perché siete sempre legati al lievito di Erode, al desiderio di risolvere tutto con la potenza? Non vi ho dimostrato di avervi saziato finora? Vi ho saziato solo la fame di cibo? Non vi siete accorti che avete ricevuto col pane che vi ha sfamati, la serenità, la gioia della vita, il segno di una promessa che si sta compiendo, la strada vera della felicità? Questo pane che abbiamo in barca è il segno della mia presenza. Questa non vi mancherà mai, Io sarò con voi sempre!“. 

Purtroppo non conosciamo o amiamo davvero Gesù e lo riteniamo lontano, fuori dalle nostre stesse domande, ma Lui c’è sempre e per ciascuno, soprattutto se ci mettiamo assieme.

15 Febbraio 2022
+Domenico

Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-9)

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Audio della riflessione

Se fai del bene sei sempre osteggiato: tutto quello che sembra un bel messaggio di pace crea reazioni incontrollate; il male è pronto a soffocare il bene: è il mistero della cattiveria dell’umanità che indica quanto il male si è radicato dentro di noi, nelle nostre relazioni, nei tessuti sociali.

Uno che vive di furti, non accetta chi gli dice che non può rubare; uno che vive di inganni non si adatta a perdere il suo potere; chi ha impostato la vita sullo sfruttamento non accetta di essere richiamato alla giustizia e di cambiare soprattutto comportamento; lo spacciatore cui vengono sottratti i clienti perché qualche sforzo educativo riesce a far rinsavire i giovani non perde impunemente i suoi facili guadagni.

Per questo Gesù dice molto chiaramente ai suoi discepoli che dovevano cominciare da soli a predicare il Vangelo, a far nascere anche in tante altre persone la speranza che avevano visto in Lui.

“Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi.” : è la verità nuda e cruda di Gesù, sa che la sua parola è una spada, il suo messaggio un fuoco, il regno di Dio una sfida … e di fronte a questo messaggio lupi lo diventiamo tutti quando veniamo contestati nella nostra vita egoista: lupi siamo quando siamo obbligati a smettere di lucrare interessi disonesti, a fare pulizia nei nostri sentimenti e relazioni disordinate; lupi siamo quando veniamo richiamati ai nostri doveri di padri e madri, di cittadini e di uomini responsabili di tutto il creato… Proprio per questo abbiamo  bisogno di uomini e donne forti, capaci di andare controcorrente. Il papa Benedetto a Loreto invitava i giovani così. “Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie “alternative” indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda”.L’agnello vincerà non certo per la sua potenza, lui è inerme, ma per la forza di Dio, con la sua umiltà. Dio guarda l’umile e lo ascolta.

C’è bisogno di agnelli, anche se i lupi saranno sempre più agguerriti, ma Dio non ci abbandona mai.

Hanno sperimentato la reazione feroce anche tra gli stessi cristiani i protettori dell’Europa, i santi Cirillo e Metodio

Nativi di Salonicco, rampolli di una nobile famiglia greca, il loro padre Leone era di elevato status sociale. Cirillo era il più giovane di sette fratelli. In giovane età si trasferì a Costantinopoli, ove intraprese gli studi teologici e filosofici. La curiosità tipica di Cirillo dimostrava il suo eclettismo: egli coltivò infatti nozioni di astronomia, geometria, retorica e musica, ma fu nel campo della linguistica che poté dar prova del suo genio. Oltre al greco, Cirillo parlava infatti correntemente anche il latino, l’arabo e l’ebraico. Da Costantinopoli, l’imperatore inviò i due fratelli in varie missioni; in una di queste  Cirillo rinvenne le reliquie del papa San Clemente. La missione più importante che venne affidata a Cirillo e Metodio fu quella presso le popolazioni slave della Pannonia e della Moravia. Cirillo accettò volentieri l’invito e, giunto nella sua nuova terra di missione, incominciò a tradurre brani del Vangelo di Giovanni inventando un nuovo alfabeto, detto glagolitico oggi meglio noto come alfabeto cirillico. Nel 867 Cirillo e Metodio si recarono a Roma il pontefice riservò loro un’accoglienza positiva, ordinò prete Metodio ed approvò le loro traduzioni della Bibbia e dei testi liturgici in lingua slava. Inoltre Cirillo gli fece dono delle reliquie di San Clemente, da lui ritrovate in Crimea. Durante la permanenza nella Città Eterna, Cirillo si ammalò e morì: era il 14 febbraio 869. Venne sepolto proprio presso la basilica di San Clemente.

Metodio ritornò poi in Moravia e durante un successivo viaggio a Roma venne consacrato vescovo. Al suo ritorno in patria iniziò la persecuzione dei discepoli di Cirillo e Metodio, visti come portatori di un’eresia. Lo stesso Metodio fu detenuto per due anni in Baviera ed infine morì presso Velehrad, nel sud della Moravia, il 6 aprile 885. I suoi discepoli vennero incarcerati o venduti come schiavi a Venezia. Se l’immane opera dei due fratelli di Tessalonica fu cancellata in Moravia, come detto trovò fortuna e proseguimento in terra bulgara, anche grazie al favore del sovrano San Boris Michele I, che abbracciò il cristianesimo e ne fece la religione nazionale. La vastissima attività dei discepoli di Cirillo e Metodio in questo paese diede origine alla letteratura bulgara, ponendo così le basi della cultura scritta dei nuovi grandi stati russi. Il cirillico avvicinò moltissimo i bulgari e tutti i popoli slavi al mondo greco-bizantino: questo alfabeto si componeva di trentotto lettere, delle quali ben ventiquattro prese dall’alfabeto greco, mentre le altre appositamente ideate per la fonetica slava. Ciò comportò una grande facilità nel trapiantare in slavo l’enorme tradizione letteraria greca. La nuova lingua soppiantò ovunque il glagolitico e rese celebre sino ai giorni nostri il nome del suo ideatore.

14 Febbraio 2022
+Domenico

Nostra gioia è la paternità di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6,20-26)

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti”.

Audio della riflessione

Non è che il cristiano deve dubitare di sé quando sta bene, quasi che essere cristiani significhi soffrire, avere delle prove, essere sfortunati nella vita, sopportare ingiustizie… certo tutti cerchiamo la felicità e il Signore ci indica strade di felicità quando fa quel bellissimo discorso che noi conosciamo come quello delle “beatitudini” …

… in Luca però le beatitudini – nell’evangelista Luca – sono tre felicità e tre guai, tre consolazioni e tre messe in guardia: significa allora che non solo siamo chiamati a dare un altro significato alle nostre lacrime, alle persecuzioni, all’indigenza perché sappiamo di stare sempre a cuore a Dio, ma anche che dobbiamo avere qualche buon dubbio, quando stiamo troppo bene, o siamo troppo soddisfatti.

Basterebbe infatti fare un giro nel terzo mondo per vedere se possiamo stare tranquilli nella nostra abbondanza o se forse non ci dobbiamo fare un serio esame di coscienza per vedere se il nostro benessere – e lo è – non dipende dal malessere che il nostro mondo procura a popoli poveri e affamati; se la nostra abbondanza sfacciata non significhi una appropriazione indebita di qualcosa che è di tutti.

Il Signore ha dato la nostra terra a tutti perché ne possano godere e possano vivere felici; il mondo invece noi l’abbiamo diviso in due parti non proprio uguali: il 40% delle persone consuma l’80 % delle energie di tutti e il 60% delle persone, quindi, si deve accontentare dell’avanzo degli altri e vive di stenti e di fame.

La nostra allegria spesso è falsa, perché legata a ideali bassi, a soddisfazioni egoistiche. Vivere le beatitudini è anche questo: mettere in discussione il nostro benessere perché sia quello vero e di tutti … Beati voi poveri perché vostro è il Regno di Dio … Beati voi che ora avete fame perché sarete saziati, ma guai a voi che ora ridete perché sarete afflitti e piangerete, guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi …

Insomma, soprattutto è sempre far consistere la nostra gioia nella paternità di Dio, nell’abbandono in Lui, nella consapevolezza che a Lui stiamo a cuore come figli e che non ci può essere privazione che ci porta infelicità.

Gesù – diceva papa Giovanni Paolo II – è le beatitudini: è Lui il povero che si affida a Dio, è Lui il mite che possiede la terra, è Lui colui che è perseguitato a causa della giustizia ed è per noi la pienezza della realizzazione di ogni bene.

A Lui facciamo riferimento nelle nostre difficoltà, nelle fatiche dell’onestà e della povertà, perché Lui è sempre la nostra ricchezza e la nostra forza, Lui ci tiene aperto il cielo perché ne appaia Dio nella sua paternità e bontà senza confini, ed è Lui che si identifica con gli affitti che noi facciamo piangere, con tutte quelle persone che sono umiliate dalla nostra sicumera.

Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi, ma li fate star male!

13 Febbraio 2022
+Domenico

Gesù trova coraggio nella preghiera

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8, 1-10)

In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, Gesù chiamò a sé i discepoli e disse loro: “Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano”.
Gli risposero i suoi discepoli: “Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?”. Domandò loro: “Quanti pani avete?”. Dissero: “Sette”. Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli. Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. Erano circa quattromila. E li congedò.
Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà.

Audio della riflessione

Marco riporta due moltiplicazioni dei pani (6,35-46; 8,1-9); ciò che anzitutto impressiona in questi racconti è la folla: una folla numerosa, venuta a piedi da ogni parte, che segue Gesù giorni e giorni.  Secondo alcuni, tanta folla farebbe sospettare la formazione di un movimento messianico di tipo politico che vedeva in Gesù un possibile capo. Ciò è verosimile: del resto Giovanni, a proposito del medesimo episodio, annota che le folle “cercavano Gesù per farlo Re” (Gv 6,15).

Il clima politico della Galilea di quel tempo era surriscaldato e bastava poco a suscitare fanatismi messianici … scrive ad esempio Giuseppe Flavio: “Uomini ingannevoli e impostori, che sotto apparenza di ispirazione divina operavano innovazioni e sconvolgimenti, inducevano la folla ad atti di fanatismo religioso e la conducevano fuori nel deserto, come se là Dio avesse mostrato loro i segni della libertà imminente” (Guerra giudaica 2,259).

In questa luce, nella prima moltiplicazione dei pani, acquista importanza l’annotazione che Gesù obbligò i discepoli ad allontanarsi: “ed egli, dopo aver congedata la folla, si ritirò sulla montagna a pregare” (6,45-46). Gesù non accondiscende alle attese politiche della folla, ma si allontana da essa, ritrovando nella preghiera la chiarezza della via messianica della croce e il coraggio per percorrerla.

Questa seconda moltiplicazione dei pani avviene in pieno territorio pagano come prefigurazione dell’eucaristia universale, offerta in pienezza anche ai pagani: le sette ceste di pezzi avanzati sono destinate alle settanta nazioni pagane della tradizione biblica ebraica (cfr Gen 10).

Ancora una volta Gesù dona il pane e rinnova la sua misericordia: non si stanca di noi, non si scoraggia per la nostra durezza di cuore … insiste con il suo dono infinite volte: tutta la storia è il tempo della pazienza di Dio.

Il pane che il Signore dà ai suoi apostoli prefigura inequivocabilmente un altro pane che verrà dato all’inizio dell’ultimo gesto che Gesù farà per i suoi discepoli … e in questo gesto cerca di coinvolgere i suoi apostoli: ne vince l’iniziale resistenza, rendendoli strumenti della sua tenerezza … i suoi apostoli… la sua Chiesa!

Oggi  è a noi che Cristo chiede di aprire gli occhi sulla “fame”, spesso inespressa, di tanti fratelli: a noi chiede di mettere a disposizione cuore, mani, talenti, beni perché il miracolo della moltiplicazione dei pani raggiunga gli uomini del nostro tempo.

12 Febbraio 2022
+Domenico

Ci aprisse qualcuno le orecchie per ascoltare?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 31-37)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.

Audio della riflessione

Essere sordi è una grande sofferenza perché ti senti isolato dal mondo che ti circonda: vorresti sentire, capire quello che gli altri dicono, vorresti partecipare con loro a un dialogo che ti toglie dal tuo isolamento e invece non puoi … diventi anche sospettoso perché spesso non riesci a decifrare nel volto, nei sorrisi o nei disappunti le reazioni di chi ti si rivolge …

… ma ci sono molte altre sordità nella nostra vita: c’è un non voler ascoltare che è peggio dell’essere sordi: è la decisione di non permettere a nessuno di entrare nella nostra esistenza, bastiamo a noi stessi e non vogliamo che nessuno ci disturbi … la vita degli altri è sempre una seccatura, una invasione …

… invece la vita è proprio fatta di dialogo: di gente che sa ascoltare e di gente che parla, di persone che aprono la loro vita e di gente che ascolta, che offre il suo sostegno.

Non possiamo passare la vita a fare i sordi e a fingere di essere muti …

… e Gesù incontra un giorno un sordo-muto, una persona che non può comunicare, che è costretta a vivere nel suo isolamento, in grandi difficoltà nello stabilire relazioni: parla con gli occhi, ma non sempre c’è gente che lo sta a guardare e soprattutto lui non può dire chiaramente la pienezza dei suoi sentimenti e del suo cuore … e Gesù gli grida quel perentorio “apriti”, toccandogli labbra e orecchie con la sua saliva.

Per Gesù è sempre bello toccare, avere un contatto fisico con le persone, far loro sentire che si immedesima, si mescola, si accomuna e alla gente spesso basta toccare il suo mantello per sentirsi salvato oltre che guarito.

E’ un gesto che fa sempre ogni prete quando battezza: “apriti” gli comanda, la tua vita ora è nuova, c’è una parola da ascoltare che ti indica le strade vere della vita, è la Parola di Dio e c’è una parola che devi far sgorgare dalla tua vita che è la lode a Dio: quando ti alzi al mattino non cominciare a maledire la giornata e magari anche Dio … ringrazialo invece e apriti ai suoi doni, ai suoi appelli: c’è gente che si aspetta da te anche solo una parola e tu non rispondere con due grugniti o con qualche monosillabo … ascolta e parla, mettiti a disposizione e offriti! Questo è il segreto della vita di tutti! Gesù questo lo sa fare, sa far parlare i muti e udire i sordi, sa togliere tutte le nostre chiusure egoistiche per ascoltare e offrire speranza a tutti.

E’ la vocazione dell’uomo quella di riaffidarsi sempre al Dio della Parola che salva e dell’ascolto che accoglie: la nostra vita deve sempre avere come punto forza il dialogo, l’ascolto paziente e la forza di dire e di convincere, di esporsi e di ricevere, di orientare e far convergere dopo aver apprezzato e meditato quello che la vita degli altri ti presenta … occorre avere sempre una grande fiducia che da ogni cuore possa sgorgare una bontà e che in ciascuno ci sia disponibilità ad accogliere la verità, che per questo va sempre servita con coraggio.

In questo seguiamo il maestro Gesù, perché ne ascoltiamo sempre la Parola e ne annunciamo la forza.

11 Febbraio 2022
+Domenico

Coraggiosa, decisa, tenace: una madre per sua figlia

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 24-30)

In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: “Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Ma lei gli replicò: “Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli”. Allora le disse: “Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia”. Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Audio della riflessione

Capita ai personaggi televisivi che ti trovi ad ogni ora sul video e che poi incontri in città o in spiaggia, di sentirsi cercato … se poi è un campione sportivo o una medaglia d’oro o un cantautore di cui conosci a memoria ogni testo e che ti passa in cuffia in tutti i tempi liberi lo desideri incontrare: in lui ti identifichi, ti interpreta la vita, sembra che ti capisca, che dia voce alle tue aspirazioni, ma l’hai sempre pensato grande, irraggiungibile, di alto rango … “poterlo vedere, potergli parlare è una aspirazione forse fatua, ma utile per me, per darmi un po’ di adrenalina … non è solo curiosità”.

Gesù non era un personaggio televisivo, non bucava il video, ma stanava dai cuori speranza e per questo, dice il Vangelo, tra virgolette, leggo: “non poteva restare nascosto, lo cercavano tutti”.

C’è tra la folla una donna coraggiosa, decisa, sfacciata direbbe qualcuno, che bada più alla sostanza che alla forma: è di origine greca, non è del giro degli ebrei, per questo si sente più libera, ma anche più disperata … le è stata strappata la figlia dal demonio e le è stata tolto il suo bene sommo: non è più la stessa – sua figlia – da quando il demonio gliel’ha stregata, se ne è carpito il corpo, il cuore e l’anima; le ha distrutto tutti i legami di affetto, si sente in casa non solo un corpo estraneo, ma il male in persona e questo male sta in sua figlia, in colei che ha partorito con dolore e segue con indomabile amore.

Sa che c’è Gesù e va da Lui: non le importa niente delle convenzioni sociali, si butta ai suoi piedi, lei straniera, donna, intrusa e disperata, ma con la speranza puntata in Gesù e osa … osa dire quello che il suo cuore le chiede, quello che da tempo sente di affidargli: “Gesù qui c’è mia figlia, ma il male me l’ha rapita, Tu che sei la vita vera, Tu che ami la gioia di vivere, Tu che non hai niente in comune con il maligno, Tu che sei l’innocente … guariscila, restituiscila alla vita, alla bontà, non permettere che sia preda di un male più grande di noi e che noi non possiamo vincere”.

Gesù sepolto dalla folla rumorosa dei suoi connazionali avverte che c’è una domanda pressante, una umanità ferita davanti a sé: coglie la disperazione, ma sa di essere circondato da una mentalità arroccata su un’alta concezione di sé: “Noi siamo il popolo che ha Dio ce l’ha più vicino di ogni altro popolo, noi siamo popolo eletto, siamo discendenza di Abramo e tu Gesù sei venuto per ricostruire il nostro tempio interiore”. La gente lo vorrebbe per sé, solo per sé! Il cerchio dei buoni si deve chiudere … e dice alla donna quel che la gente pensa: “ti rendi conto che stai esagerando? Non c’è pane per l’estraneo, per l’intruso! Ci sono figlie e figli che hanno bisogno di ritrovare salute, appartenenza piena al popolo santo di Dio. Che pretendi, tu che non sei dei nostri?”

Lo pensiamo sempre tutti e lo diciamo pure perché vogliamo goderci quel che abbiamo e che non ne possiamo più degli intrusi, degli stranieri, dei poveracci che disturbano la nostra già fragile quiete ed equilibrio: “Stessero tutti a casa loro, noi vogliamo godere della nostra vita da soli. Noi abbiamo sudato il nostro benessere e non vogliamo spartirlo. Non solo non siamo accoglienti, ma ci appropriamo anche di quello che Dio ci ha dato per tutti”.

Ma la donna ha una disperazione nel cuore, per lei si tratta di vita o di morte: “Non aspiro al pane, mi bastano le briciole. Non mi arrogo diritti di figliolanza, mi basta fare il cagnolino che gira tra le gambe dei commensali, prendendo qualche volta calci tra i denti. Non ho pretese di privilegi o di doni, mi accontento di ciò che avanza dalla tua mensa, perché per me anche una briciola del tuo amore, fa la mia felicità”. Questa è fede pura, lo dice anche Gesù, e le briciole che la donna sperava si trasformano in pane della vita, e la straniera, la siro-fenicia, la pagana, l’immigrata  si rivede donata, libera, vera, guarita, ricostruita nella sua dignità e nella sua figliolanza la sua creatura che prima era del demonio.

10 Febbraio 2022
+Domenico

Davanti al Signore tutto ciò che è creato è puro

Una riflessione sul Vangelo secondo (Mc 7, 14-23)

In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: “Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?”. Così rendeva puri tutti gli alimenti. E diceva: “Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.

Audio della Riflessione

Certe affermazioni nette anche in campo religioso sono rivoluzionarie, rispetto al nostro “tirare a campare”, al nostro pensare che tutto sia una stucchevole ripetizione di cose dette, ripetute, trite e ritrite e alla fine insignificanti.

Il Vangelo oggi presenta un detto pronunciato da Gesù che sa di principio rivoluzionario per la mentalità farisaica del tempo, ma anche per la nostra: “Non c’è nulla fuori dell’uomo , che entrando in lui possa contaminarlo, sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo“. Non c’è allora nulla fatalità inscritta nelle cose e nessuna legge che la posso far conoscere, così che seguendola possiamo salvarci: tutto dipende dal nostro cuore, che nell’osservare o no il sacramento dell’amore rende presente o meno il volto di Dio tra gli uomini.

Non c’è assolutamente una sfera religiosa, divina, della vita e una sfera quotidiana che non appartiene a Dio: dicendo che le cose del mondo non sono mai impure, ma divengono tali attraverso il cuore degli uomini, la comunità di Gesù ha conservato – e dobbiamo continuare ora noi – la fede nella bontà del creato di fronte a una certa tendenza ascetica che vede di malocchio la stessa creazione di Dio.

C’era tra gli ebrei osservanti un modo di interpretare il rapporto con Dio che era più una schiavitù di comportamenti che una apertura di cuore alla bontà di Dio, una assolutizzazione di leggi e leggine che soffocavano la vita e la stessa fede e pure una grande ingiustizia. Gesù ne dà un esempio: «Voi siete degli ipocriti, come sta scritto “Questo popolo mi onora a parole, ma il suo cuore è molto lontano da me”. Il modo con cui mi onorano è senza senso, perché insegnano come dottrina di Dio comandamenti che sono fatti da uomini.  Per esempio – dice sempre Gesù – Mosè ha detto “onora tuo padre e tua madre” voi invece dichiarate che se  una parte del costo di alimenti che dovreste usare per i genitori li avete distolti con un voto di darli a Dio, dite che non avete più il dovere di aiutare i vostri genitori. Dio per voi è una scusa per non essere figli veri di vostro papà e vostra mamma.»

Gesù predica fondamentalmente la libertà interiore dell’uomo da ogni prescrizione esterna e non la sostituzione di una prescrizione più stretta di un’altra più larga: si tratta qui di porre la centralità dell’amore fraterno concreto, come pratica dello spezzare il pane, sopra ogni legge e ogni sistema che codifichi discriminazioni e ingiustizie dalla legge.

La legge vanifica il Vangelo … essa separando Dio dall’uomo, impedisce di riconoscere che Dio è ormai qui tra gli uomini, uno di noi, nell’uomo Gesù: questa è l’essenza del Vangelo, che ci rende liberi dalla legge, perché figli del Padre e quindi fratelli fra di noi.

La fratellanza è l’unica reale presenza di Dio in mezzo a noi.

9 Febbraio 2022
+Domenico

La fede cristiana crea una religiosità del cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,1-13)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”
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E diceva loro: “Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte”.

Audio della riflessione

È uno sconfortante destino di tutte le “religioni”, quello di far crescere una serie di cultori del formalismo che ogni tanto hanno il sopravvento e ingessano l’esperienza religiosa autentica: è stato così sicuramente per la religione ebraica al tempo di Gesù, Ma anche prima … “questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me… trascurate il comandamento di Dio e osservate la tradizioni degli uomini” …

È così anche del nostro vivere la fede nella Chiesa cattolica? C’è una forma di religiosità tutta intenta all’aspetto esteriore, una religiosità delle labbra, fatta di parole, di moltiplicazione di discorsi? O c’è invece una religiosità del cuore, in cui l’uomo si apre a Dio?

Mi rendo conto quanto allora spesso, soprattutto i giovani, si decidano per dei loro spazi informali di vita, di ritrovo, di dialogo e anche di espressione religiosa: è sicuramente il desiderio di purezza, di autenticità, di creatività e originalità nell’esprimere l’impulso nella propria fede … è la voglia di vivere anche la religione in diretta!

Che cosa sono queste distinzioni tra sacro e profano? C’è forse qualcosa a questo mondo che è stato fatto sbagliato dal creatore? C’è qualche cibo, qualche elemento materiale che entrando nell’uomo gli può contaminare lo spirito? O non è dal cuore dell’uomo che nascono tutte le storture che ci sono in questo mondo! Non bisogna forse riportare al centro la dignità e responsabilità dell’uomo?

Sono le domande stesse che si fa Gesù, le domande che pone a ciascuno di noi: è sempre in agguato anche per noi una sorta di formalismo religioso, di tradizionalismo ottuso e miope, una difesa di noi stessi scambiata  per “difesa della fede”: è la comodità di affidare alla routine la mancanza di entusiasmo e voglia di vivere, è l’inerzia di chi non si lascia più interrogare dalla vita che cresce e dallo Spirito – soprattutto – che continuamente rinnova.

I cristiani di oggi saranno santi se saranno uomini e donne di oggi, se sapranno offrire alla Parola la loro vita di oggi come carne in cui prende corpo. I santi di ieri ci indicano solo e bene la strada, le tradizioni sono indicazioni di direzione, ma la fede oggi è vera se si incarna nella vita di oggi.

Due domande occorre sempre farsi per vincere il formalismo, l’adattamento, l’ingessatura nella fede: Che cosa regala la nostra vita alla Parola di Dio oggi? E l’altra: Che cosa regala la Parola di Dio alla nostra vita? Solo questo incontro operato dallo Spirito mantiene la fede viva per ogni uomo, per ogni donna, giovani compresi.

8 Febbraio 2022
+Domenico

La miseria lo vuol soffocare, ma viene sconfitta

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 53-56)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono. Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Audio della riflessione

Ci sono dei luoghi in cui non vorresti mai stare: ci sono assembramenti di persone, che ti stringono il cuore; ci sono tante concentrazioni di dolore che ti tolgono il respiro. Tutti abbiamo provato a stare tra i malati di un ospedale, nelle corsie abitate da lamenti e dolori … molti di noi si sono trovati in una casa di anziani, di sofferenti, di persone che soffrono o in un carcere o in un campo di profughi e rifugiati. Abbiamo negli occhi quello che spesso la TV ci fa vedere di bambini affamati, di lebbrosi, di feriti da terremoto o tsunami o guerre.

Ecco, questa impressione mi dà quella pagina di Vangelo che racconta di Gesù che dovunque andava gli facevano trovare davanti tutte queste miserie concentrate: “Ma quanto male c’è nel mondo? Tutto a me lo portate? Mi volete soffocare, mi togliete il respiro … che cosa volete che faccia?”

Si era diffusa la sua fama, ormai aveva suscitate nuove speranze: chi nella vita non s’aspettava più niente ha cominciato ad alzare il capo a percepire che forse la sua umanità poteva essere ancora vivibile in rapporti conciliati con tutti, che la sua malattia, poteva essere vinta.

E Gesù non si sottrae: Lui è la vita e dove passa scoppia piena; non solo quella fisica, ma soprattutto quella interiore, la voglia interiore di vivere, di tornare a sperare, di dare alla propria vita un futuro migliore … ma c’è una cosa che sorprende in tutti questi malati: tutti lo vogliono “toccare”, tutti vogliono avere un rapporto diretto con Lui! Il cristiano è proprio così: vuole toccare Gesù, vuole e deve avere un contatto personale con lui.

Gesù te lo devi incontrare tu nella tua interiorità: è nel profondo della coscienza, non sta sulle bancarelle, nemmeno in piazza, è nel tuo essere profondo.

E … quando finalmente i malati riuscivano a toccare Gesù, a stabilire con lui un contatto personale, ne tornavano cambiati, rifatti, pieni di speranza; capitasse anche a noi di incrociarlo per le nostre strade, sul nostro treno, nelle nostre code, nelle lunghe file a far tamponi, sui banchi di scuola o davanti al tormento di un computer.

E’ una speranza vera che noi lo possiamo incontrare, e la certezza che Lui si fa incontrare.

7 Febbraio 2022
+Domenico