Il tam-tam tra tutti i disperati: c’è Gesù  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,29-39)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, andò subito nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Audio della riflessione.

Ogni uomo che viene al mondo deve portare il suo carico di dolore, di pena, di male. Non è una fatalità, ma un dato di fatto.  Resti spesso sconcertato quando fai il conto di tutto il male che esiste nel mondo, ti senti schiacciato quando ne devi portare una parte. Ti tocca perché sei papà o mamma e spesso ti sembra di non farcela a sostenere il dolore che ti accumula la vita di famiglia; ti tocca per la tua stessa vita, per le vicende che ti capitano, che qualche volta hai provocato tu con la tua insipienza o che spesso ti vengono caricate sulle spalle senza tua colpa: è un incidente, è una malattia, è una ingiustizia, sono le disonestà, le cattiverie, i delitti di chi non ha rispetto di nessuno. 

 La TV e la stampa ogni giorno ci mettono davanti le sofferenze dell’umanità. Se poi hai avuto occasione di visitare direttamente qualche popolo del cosiddetto terzo mondo ti senti sicuramente in colpa. Ma perché tutto questo macigno straziante di male? C’è qualcuno o qualcosa o qualche prospettiva che ci permetta di vincerlo, non solo di sfuggirlo; di superarlo non tanto di scaricarlo sulle spalle di altri. 

A Gesù, al tramonto del sole di quella prima giornata di Cafarnao, passata amichevolmente nella casa di Pietro, si presenta una massa di ammalati e di indemoniati. Si è diffuso un rapidissimo tam-tam tra tutti i disperati; la notizia della sua presenza è passata di tugurio in tugurio, di disperazione in disperazione e ciascuno ha trovato, la forza di portare alla luce i suoi mali, i suoi malati, i reclusi del dolore. C’è Lui. Lui ha detto che il Regno sta scoppiando, Lui comanda ai demoni; Lui è capace di portare tutto il male del mondo e se ne sente quasi schiacciato.  

Ha bisogno di fissare il suo sguardo gravato dalle scene del dolore negli occhi del Padre e di buon mattino si ritira in un luogo deserto a pregare: Non è una fuga, al “tutti ti cercano” che Pietro gli grida non oppone rifiuto, ma allarga ancora più l’orizzonte a tutti i villaggi vicini. 

È Lui l’agnello che si carica il male del mondo. Non siamo più soli a portarlo. Lui è la chiave di volta sotto cui il peso della vita non potrà mai schiacciarci. Non ci lascia soli. Il male del mondo è tanto, siamo tentati di dire che è troppo, ma bisogna cercare Lui per avere la certezza di vincerlo. Se la terra è spaesata, il cielo non è vuoto. 

Papa Francesco ci dice sempre che la chiesa deve uscire e accogliere tutti. Gli siamo obbedienti oppure ci fermiamo a guardarci negli occhi? Noi i bravi, i garantiti, quelli che dicono di avere bisogno di nessuno e magari non aiutano nessuno? Tutti cercano solidarietà, compagnia, amore. La chiesa è in uscita sempre per questo. 

04 Febbraio
+Domenico

Con Gesù in preghiera  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,30-34)

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Audio della riflessione.

In ogni nostra vita ci sono decisioni importanti da prendere, progetti di vita da attuare, ideali forti da seguire e diventa necessario darsi una calmata, trovare tempo e spazio adatti per decidersi più concretamente, impostare un cammino deciso e riportare alla luce della coscienza il significato profondo per sé e per gli altri della posta in gioco. Gesù dopo aver accolto i discepoli che tornavano dalle prime missioni cui li aveva mandati, sente la necessità di aiutarli a riflettere sulla loro missione a confronto esplicito con la sua.  

Li aveva scelti per farne una squadra di annunciatori della buona novella e ora si iniziava ad entrare nel vivo della missione. Propone loro quindi un retroterra di riflessione, di contemplazione, di preghiera che dia all’attività missionaria tono e carica. Questo, Gesù, propone alla gente che gli sta attorno, che ha pure scelto a uno a uno e che comincia ad affiatarsi, a raccontare le proprie esperienze di impatto con la gente. E a noi oggi che cosa propone, che cosa ci insegna per le nostre vite distratte, segnate dalla sindrome dell’agenda, da molteplici impegni, mangiati dalle cose da fare, senza tempo per riflettere e ricentrare sempre sulla sua persona la nostra sequela?  

Certo noi ci siamo fatti regole di programmazione, facciamo sedute di consultazione e di confronto, valutiamo i risultati e ipotizziamo nuove missioni. Abbiamo però una necessità assoluta di stabilire un esplicito e diretto riferimento a Dio per tutto quello che facciamo e vogliamo essere. Che cosa meglio della preghiera ci può aiutare a questo? Gesù lo faceva sempre, noi ci stiamo facendo pensate strane sulla preghiera.  

Pensiamo sempre che il luogo della preghiera è la vita stessa, dentro il tessuto di relazioni, dentro i nostri impegni: lavorare è pregare diciamo, predicare è pregare, fare il proprio dovere è pregare, cucinare è pregare… 

Ma la preghiera è anche l’esercizio del dialogo con Dio che diventa la fonte della nostra libertà, perché in essa avviene l’incontro con la libertà divina che rende possibile la libertà umana. Ognuno di noi si sente chiamato a divenire persona responsabile, cioè capace di rispondere. Così nasce e si sviluppa una bella relazione tra due libertà: Dio davanti all’uomo come uno che gli parla, lo chiama, lo attira a sé e l’uomo davanti a Dio come uno che si consegna e si affida a lui. 

Per vivere questo occorre il silenzio delle cose e degli uomini, una dimensione interiore che chiamiamo deserto, che non è alienazione, ma spazio di dialogo intenzionale e di intimità non distratta da preoccupazioni distorcenti. 

Altrimenti come faranno i discepoli e come potremo sentirci noi quando Gesù ci metterà davanti la sua croce, il dolore, la sofferenza necessaria per esprimere il massimo dell’amore per ogni nostra crescita umana e spirituale?

03 Febbraio
+Domenico

Presentazione del Signore al tempio  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-40)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore –  come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare,
o Signore, che il tuo servo vada in pace,
secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Audio della riflessione.

Che cosa ci aspettiamo dalla vita? Perché viviamo? Riusciremo a realizzare quei quattro sogni che abbiamo nel cassetto? La nostra vita è una continua ricerca che ci lascia sempre insoddisfatti o c’è un momento in cui possiamo dire di aver raggiunto con soddisfazione ciò che cercavamo? 

Nel Vangelo è descritta l’insana soddisfazione di un uomo che ha lottato tutta la vita per farsi un nome, per costruire un’azienda, per alzare il fatturato, per imporsi sul mercato. Un uomo riuscito che si è allargato sempre di più e che ha il dono di sedersi a contemplare e a sentirsi soddisfatto. Ebbene quest’uomo si siede, contempla e pone la sua fiducia in quello che ha. 

Invece c’è un altro uomo, carico di anni, saggio, con occhio da sentinella, che sta aspettando da sempre nella sua lunga vita non qualcosa, ma qualcuno: è Simeone; nella sua lunga esistenza non ha mai smesso di aspettare: “Il Signore è fedele alle sue promesse, la sua parola è per sempre. Ci ha promesso un Salvatore e ce lo darà. Se è Dio non ci può abbandonare”. Quanti suoi amici gli avevano detto: “ecco l’irriducibile, quello che continua ad aspettarsi qualcosa di nuovo da questa vita monotona e annoiata che ci troviamo a vivere. Ecco Simeone, il vecchio sognatore, che non smette di giocare all’adolescente! Dove è il tuo Dio se i pagani, i romani, ci opprimono e bestemmiano ogni giorno il suo nome con i loro riti peccaminosi?”. 

Quel giorno nel tempio però appare un bambino: è povero, non può essere riscattato che da due piccioni; ma è la promessa di Dio. Maria e Giuseppe restano meravigliati delle esclamazioni di questo vecchio Simeone: ora Signore muoio in pace perché l’attesa della mia vita è compiuta. È arrivata quella luce a lungo sognata per dissipare le nostre tenebre. Non aspettava di aumentare i suoi guadagni, ma solo di cambiare la sua attesa in presenza, il suo cercare in un trovare. Si avverava una speranza nel vedere Gesù, non ne registrava un possesso; si apriva a un dono, non si stringeva al petto un oggetto. 

Quanto bisogno c’è che nella nostra esistenza ci siano anziani che non si divertono a scoraggiare i giovani con i loro lamenti, Dio non voglia che si rovinino con le loro passioni, ma che siano capaci di tenere sempre viva la speranza! Di incoraggiare ad attendere, di tenere sempre fermo lo sguardo su un futuro diverso come Dio ci ha promesso e manterrà! È necessario uno sforzo continuo di vita dedicata, di preghiera incessante, di gesti di fede, di amore a tutti.  

I nostri giovani devono sentire che ci sono persone innamorate di Dio, instancabili nell’intercessione, capaci di vivere stili di vita povera e sobria, disincantati dalle cose e dal denaro, che si dedicano a loro, che escono dai loro calcoli e li orientano alla sorgente della vita, al Signore della vita. 

Molta gente perde la speranza, fa fatica a cambiare stile. Ha bisogno di riscoprire il dono della solidarietà attraverso la nostra stessa solidarietà, ha bisogno soprattutto della nostra compagnia, di pregare con noi per trovare fiducia in Dio, in sé stessi e nella propria umanità che ha sempre da Dio risorse per superare le difficoltà della vita. C’è sempre una spada che trapassa l’anima, ma c’è sempre Dio che ne ferma il dolore e lo cambia in speranza.

02 Febbraio
+Domenico

La povertà è sacramento della fede  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,7-13)

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Audio della riflessione

Chi ha dimestichezza con le vite dei Santi sa che alla base della loro opera, che spesso è di grande portata, di grande impegno anche organizzativo, c’è sempre una assoluta fiducia in Dio, che chiamano Provvidenza. Soprattutto quando si interessano dei poveri riescono a portare avanti opere di assistenza grandiose solo con l’aiuto di Dio.  

C’è un’altra opera nel mondo che è altrettanto importante come le opere di carità, perché ne sta alla sorgente: è l’opera di evangelizzazione, cioè l’impegno di far giungere a tutti la Parola di Dio, la conoscenza di Lui, il Vangelo, la speranza. Per questa opera di annuncio, di far conoscere Gesù, come per la carità, l’amore concreto ai poveri, ogni cristiano si deve mettere a disposizione.  

Nel vangelo si racconta di Gesù che dà mandato ai suoi discepoli di mettersi in viaggio per questa opera di sensibilizzazione della gente nei confronti della buona novella: li mandò a due a due. I suoi apostoli, il suo gruppo, la sua squadra doveva cominciare ad affrontare direttamente, e non stando sempre coperti dall’ombra del maestro, il compito dell’annuncio. Loro sono i primi missionari, i primi mandati, i primi continuatori del suo compito nel mondo. E vanno, ma con alcune indicazioni precise.  

La potenza salvatrice della sua Parola di salvezza non è legata all’apparato degli strumenti, alla potenza dei mezzi, ma si basa solo sul potente aiuto di Dio. Chi va ad annunciare il vangelo, deve fare un atto di fede in Dio, deve sapersi abbandonare in lui, deve trovare la sua forza solo nella grazia di Dio. Bisaccia, denaro, borsa, sandali appesantiscono solo il cammino.  

La povertà è segno efficace della fede in Dio. Senza povertà non c’è fede, se non a parole. Noi non riusciamo mai a fare un salto di qualità nella vita di fede proprio perché siamo troppo attaccati a noi, non siamo disposti ad abbandonarci totalmente a Dio. 

Di fatto, dopo la morte di Gesù, Pietro e Giovanni sapranno offrire l’aiuto di Dio al povero storpio che incontrano ogni giorno alla porta bella del tempio. cui si sono quasi abituati coloro che frequentano il Tempio, dicendo semplicemente appunto: oro e argento non ho, ma quello che ho te lo do: nel nome di Dio alzati e cammina. 

È Dio che salva, è Lui la nostra felicità, non sono i nostri accomodamenti o le nostre parole, i nostri apparati. Le opere più grandi la chiesa le ha fatte quando era povera, ma ricca solo di Dio. Lui ci ha promesso che non ci abbandona mai.

01 Febbraio
+Domenico

Gesù non era solo un comunissimo giovane

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 6,1-6)

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Audio della riflessione

L’esperienza nella fede in Gesù deve sempre sentirsi provocata al cambiamento. Ti credi di essere riuscito a inquadrare la figura di Gesù nel tuo corretto modo di pensare, in uno schema di comprensione che a tutti è necessario per capire la realtà e invece ti sei fatto un’immagine tutta tua, comoda, in difesa, acquietante.

I concittadini di Gesù, gli abitanti di Nazareth vivono questa provocazione. Hanno sentito che Gesù sta spopolando nelle contrade vicine. È partito dal loro paese con una decisione radicale, si è spostato sulle vie del lago dove la gente sviluppa i suoi affari, la sua vita sociale, i suoi lavori artigianali. Ha predicato, ha fatto miracoli, ha trascinato nella sua avventura gente matura, giovani, persone per bene. Ora ritorna a Nazareth. Ma non è il carpentiere? non è il figlio di Maria? la sua famiglia non è quella che incrociamo tutti i giorni in sinagoga, per la spesa, al mercato? Non è quello che sta fuori alla sera con i nostri figli?

E si scandalizzavano di lui, dice il Vangelo. La sua umanità, la sua popolarità, la sua quotidianità era un ostacolo. C’era in lui una sapienza, una forza, una consuetudine al meraviglioso che è tipico di Dio; c’era in lui l’evocazione di una speranza che richiamava invocazioni profonde verso l’Altissimo, ma era un comunissimo giovane di cui si sapeva tutto, completamente posseduto da sguardi, informazioni, relazioni quotidiane. Se Dio si deve manifestare non sarà certo in questa normalità e debolezza. Come sempre, come anche per noi, Dio, pur immaginato come indicibile, sorprendente, è inscatolato nei nostri schemi.

Ma la cosa che sorprende ancor di più è la umanissima sorta di “crisi” che assale Gesù: si meravigliava della loro incredulità, della loro incapacità a forare la crosta dell’umano, del quotidiano per vederci spiragli di infinito. Gesù è di fronte al mistero della libertà dell’uomo. Il messaggio del Vangelo non si impone, ma si offre; non può penetrare là dove viene radicalmente rifiutato; neppure Dio può far violenza alla libertà dell’uomo.

Questa meraviglia di Gesù è espressione della logica di Dio che si abbassa al livello dell’uomo. La logica di un Dio “debole” che deve diventare la logica della Chiesa e di ogni credente. La mia potenza, dice S. Paolo, si manifesta pienamente nella debolezza. Questa debolezza ci caratterizza e, se abitata da Gesù, si fa per noi salvezza. Ricordiamo e chiediamo l’intercessione di san Giovanni Bosco che oggi celebriamo, perché ci aiuti come chiesa ad aprirsi di più ai giovani consapevoli che temono di più la mediocrità che il sacrificio; il nostro non sentire di niente, piuttosto che una dedizione generosa.

31 Gennaio – Memoria di San Giovanni Bosco
+Domenico

Gesù prendici per mano, ci è sfuggita la vita

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 5,21-43)

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Audio della riflessione

Le mani che Dio ci ha dato sono per aiutare, per lavorare, per chiamare, per gestire la nostra corporeità, ma soprattutto per stringere quelle degli altri e per accettare il loro aiuto. Se cadi in acqua, dice un vecchio guru, non puoi uscirne con le tue mani, stringendotele attorno ai fianchi per tirarti fuori, ma hai bisogno che qualcuno ti prenda per mano e ti tiri fuori.

Molte volte Gesù prende per mano le persone che incontra: prende per mano il cieco di Betsaida e lo conduce fuori, prende per mano i bambini, che vuole lascino liberi di stare con lui, prende per mano una ragazza dodicenne, distesa cadavere, pronta per la sepoltura nel dolore disperato di una madre: la prese per mano e le disse: ragazza, alzati. La stretta di mano di Gesù non è mai un rito convenzionale, ma la chiamata a vivere

La mano potente di Gesù è la salvezza dell’umanità. Lui ci prende per mano, lui sa far passare la forza della vita nel corpo di quella ragazza tramite la sua mano. Anche noi abbiamo bisogno che Gesù ci prenda per mano,  che ci faccia passare dalle nostre morti quotidiane alla vita, che solo lui ci può donare.

Era tornata alla vita, ma aveva ancora il pallore della morte e Gesù stesso dice alla mamma di darle da mangiare. Le dona la vita, la possibilità di gestirla e di condurla, di farla crescere e di continuarla e ha bisogno prima di tutto di cibo per riprendere a vivere

Questo fatto crea scalpore nella gente, il rischio, che lo scambino per un guaritore e che non ne vedano invece l’intenzione profonda di guarire l’anima, sempre si annida sul suo cammino. Per questo spesso si ritira in disparte a pregare. Vuole ritrovare la dolce intimità con Dio Padre, vuol scrivere nei suoi occhi il suo amore e la sua fiducia.

Ma l’insegnamento di Gesù non si ferma qui; se fa risorgere è perché ci decidiamo per la vera fede, perché teniamo alto lo sguardo su ciò che avverrà, quando tutti lo piangeranno cadavere e solo alcuni pochi crederanno e lo vedranno risorto.

Il capo della sinagoga, che era papà di questa ragazzina, avrà lodato Dio anche per questo dono, immeritato, ma dolcemente orientato. Gesù compie spesso segni e prodigi; sono tutti annuncio di quello che sta avvenendo, cioè che Dio inaugura il suo regno che è vita e pace e sta sempre con noi.

30 Gennaio
+Domenico

Gesù rimette la persona nella pienezza della sua dignità

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 5,1-20)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre.
Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese.
C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare.
I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.
Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.

Audio della riflessione

Non sempre siamo uomini e donne che camminano diritte in piedi nella nostra grande dignità, spesso siamo mezze cartucce, rantoli di umanità, cattivi dentro e fuori di noi, incapaci di stimarci e di stimare e amare.

C’è nel vangelo la figura di un indemoniato. La descrizione di quest’uomo si concentra nel suo isolamento, nella sua dimora fra le tombe e i monti. E’ una persona incontenibile che non ha più niente di umano, vagava fra le tombe e non aveva rapporti umani con nessuno. Gesù lo accosta, ingaggia con il demone una battaglia senza sconti e alla fine del racconto vediamo lo stesso uomo seduto, vestito e sano di mente.

La guarigione si conclude con l’invito a tornare nella propria casa, cioè nel reinserimento di sé come persona nella pienezza della sua dignità nella casa, nella famiglia e fra i suoi. Non solo ma Gesù, come suo ultimo comando gli dice di andare e annunciare che cosa gli ha fatto la misericordia di Dio. Forse il comando per noi era un poco azzardato, visto il comportamento che aveva qualche minuto prima; ma questo dimostra che l’uomo guarito da Cristo vive bene tutte le relazioni, quella con se stesso, infatti è seduto e vestito; quella con gli altri, infatti torna a casa e quella con Dio, infatti diventa annunciatore della sua misericordia.

Questa è l’umanità di un cristiano: una persona che vive e si esprime in queste tre relazioni fondamentali; l’idea di uomo reintegrato nella sua dignità è quella di una persona in pieno equilibrio, non è sbilanciato. Non deve pensare a Dio e dimenticarsi degli altri, come pure vorrebbe fare chiedendo di salire sulla barca con Cristo, ma deve recuperare la relazione con i suoi; nemmeno deve solo ritornare a essere una persona socialmente a posto, deve anche essere missionario. La relazione con se stesso è quella che più di ogni altra è recuperata, non solo perché ha ritrovato il senno e si lava e si veste, ma anche perché si scopre come un prodigio di Dio.

Una persona è tutto ciò che la fa definire tale; soccorrerla è rimetterla in condizione di essere quella che è chiamata ad essere, come sanno bene quelli che si impegnano per il recupero delle persone, che, per vari motivi, hanno perso qualcuna o tutte queste relazioni. E’ un racconto di vita che ci fa scoprire tutto questo, non è un insieme di teorie, di elucubrazioni, di affermazioni di principio.

Proprio perché è un racconto è riproducibile, permette di vedere se per caso non ci siano anche nella nostra vita persone che possono somigliare a quell’indemoniato, permette di riflettere che un uomo si recupera alla vita se si recupera alla relazione. Soprattutto consente di scoprire un fatto su cui non si riflette mai sufficientemente e cioè che per Gesù l’uomo vale molto. Gesù nel suo cammino incontra ogni tipo di umanità, e non ha una visione irreale della condizione umana, nelle parabole dipinge ogni tipo di persona, non solo esempi positivi, ma spesso negativi; nemmeno una negatività inconsapevole, ma una negatività scelta.

29 Gennaio
+Domenico

Taci, esci: non ti chiedo per favore

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 1,21-28)

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Audio della riflessione

E’ esperienza di noi tutti andare per uffici a chiedere qualche permesso. Dobbiamo fare dei lavori di allargamento della casa, oppure dobbiamo ristrutturare o rimettere a norma, dobbiamo fare una scala. Che si fa? Si vanno a chiedere permessi. Modulo, spiegazione, compilazione, raccolta di documenti, spedizione, raccomandata, consegna. Poi si aspetta. Certi uffici sono eterni. Soprattutto quando devi ritirare un permesso. Le carte sono tutte a posto, ma vede signora, c’è una nuova disposizione che prevede l’autorizzazione dell’ufficio che trova lì nella seconda porta a sinistra. Vai alla seconda porta a sinistra e ti rimandano a quella del piano di sotto; al piano di sotto ti dicono che devi ripassare perché quello riceve solo il martedì e tu sei andato il lunedì. Insomma vai da questo, ti manda da un altro, esponi il caso a quest’altro, occorre una istanza superiore. Vai dal superiore e ti accorgi che ne ha altri sopra di sé. E’ mai possibile poter parlare con chi ha piena autorità o ci si deve adattare sempre a strappare raccomandazioni, mezzi consensi, pareri? Se questo poi capita per la tua salute o per la tua stessa vita, il problema è ancora più serio. C’è qualcuno che può dire sulla mia vita qualche parola definitiva?

Capitava così anche agli ebrei. La religione era arrivata a un punto di non ritorno. I riti erano freddi, la gente andava in sinagoga, in chiesa diremmo noi, ascoltava la Parola di Dio, ma pareva una parola spenta, ingessata. Occorreva tornare a sperare e la speranza non poteva nascere dalla routine, dalla ripetitività, dal sentito dire.  Ormai quando parlavano gli scribi davano l’impressione di chi inizia un discorso con “mi dicono di dire”. Come il presentatore televisivo, che sarà molto brillante, ma ha sempre in mano una maledetta scaletta in cui altri hanno scritto quello che deve fare, non solo, ma ha una auricolare attraverso cui gli sparano nell’orecchio anche le battute da dire.

Anche gli scribi avevano una sorta di regia che dovevano seguire. Era la regia del riportare fedelmente i versetti della torah, di chiosarli con i pareri autorevoli della scuola rabbinica da cui provenivano, ne riportavano le flessioni, i punti e le virgole, portavano a conoscenza la sapienza concentrata nei commentari.

Veniva spesso il dubbio che ci credessero, che si battessero per qualcosa di nuovo, di importante, di inedito. L’elogio migliore che si poteva fare di uno di loro era: “non profferì mai una parola che non avesse imparato dal suo maestro”. Mai una volta “io vi dico che… è stato detto sempre che, ma io… Sicuramente molto fedeli, ma senza autorità.

Quando si presenta Gesù invece è tutta un’altra cosa. Lui è diverso: intanto parla in prima persona, non si mette a dire: mi dicono di dirvi… oppure: secondo i pareri più importanti che sono stati espressi su questo argomento sembra utile, tenendo conto delle varie situazioni che … Gli va qualcuno a chiedere se c’è una speranza nella vita e lui non risponde: vediamo che cosa dicono gli altri. Lui dice: Io sono la via, la verità e la vita; Lui parla in prima persona. A chi ha terrore della morte Lui dice: Io sono la risurrezione e la vita e lo dimostra con la risurrezione di Lazzaro, del figlio unico di quella mamma vedova, soprattutto lo dimostrerà con la sua risurrezione, con la sua vittoria sulla morte. Gesù non ha una autorità di professione anche molto curata, ma sempre imparata: Lui è l’autorità, la sorgente del suo dire e del suo potere.  Dice perentorio: taci, esci da quest’uomo! Esci, non ti chiedo per favore. Non ammette discussioni e Satana sopraffatto non osa resistere. Anzi i demoni hanno paura.

Torniamo al nostro caso che abbiamo detto prima.  Finalmente dopo tanti giri trovi la porta giusta. Resti impressionato quando finalmente sei arrivato per risolvere il tuo problema davanti a chi se ne intende, ha potere e lo risolve senza contorsioni, né rimandi. Non ti fa più girare né di qua né di là, ma ha lui l’autorità di aprire tutte le porte. Questa è stata l’impressione che ne hanno ricavato i primi ascoltatori di Gesù. Lui parlava con autorità, non vendeva speranze a buon mercato, ma era lui la speranza; non cercava mediazioni, ma offriva soluzioni. Lui era ed è la porta della vita, la parola definitiva, assoluta, potente. E’ Lui la sorgente del nostro essere e ha in mano tutti i segreti della nostra felicità. Per chi cerca ragioni di vita questa è l’unica strada possibile e noi con Gesù la possiamo percorrere.

28 Gennaio
+Domenico

La vita incontra tempeste e in noi nasce bisogno di salvezza, di Dio

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 4,35-41)

In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Audio della riflessione

Quando siamo depressi o stritolati dalle difficoltà della vita, come gli apostoli nella tempesta che si scatenò su lago mentre lo attraversavano in barca, andiamo a cercare aiuto, vogliamo trovare qualche riferimento che ci permette di stare in piedi, di capire, di dare un senso a quello che ci capita. Quel Dio che prima ritenevamo un soprammobile ora lo cerchiamo, lo accusi, lo chiamiamo in causa. Ma tu dove sei? Perché mi fai capitare tutto questo? E scopriamo che Dio è assente dalla nostra vita.

Abbiamo sempre vissuto come se non esistesse, lo abbiamo ritenuto ininfluente, abbiamo programmato sempre la vita senza di Lui. Oppure dicevamo ogni giorno le preghiere, ma erano appunto le preghiere, le formule, non la preghiera. Abbiamo giocato soltanto. I discepoli avevano Gesù a disposizione tutti i giorni, vi si erano quasi abituati. Lui doveva risolvere tutti i loro problemi, quasi si sentivano in diritto di restarne protetti. Invece stavolta non se ne cura, sta dormendo beatamente. E’ assente, non risponde, non risolve un bel niente, è solo un peso. Ma che fai? Come ti permetti di giocare sulle nostre vite? Che significa questa tuo assoluto estraniamento? E’ la domanda di molti giovani e non più giovani di fronte al male del mondo, di fronte alle sfortune della vita, di fronte alle morti degli amici, di fronte alle ingiustizie. Molti ragazzi cominciano ad abbandonare la chiesa, la pratica, la parrocchia perché si ribellano all’assenza di Dio, perché credono che Dio dorma sulle loro vite e le loro vicende. Il sonno, il silenzio o l’assenza di Dio suscita in noi paura e disappunto, più che una domanda che va alla radice del problema. Non hanno il coraggio di domandarsi prima: ma io credo in Dio? Ho fede in Lui, ho sperimentato la bellezza dell’abbandono nelle sue braccia? So di stare a cuore a lui? Ci credo davvero? Mi sono mai affidato a Dio con qualche preghiera? Il cero che vado ad accendere per il compito di matematica è scaramanzia, paura o affidamento?

In questo dolore che si prova Dio è sparito, ma non c’era già più da un pezzo. E’ da una vita che va avanti senza riferirsi veramente a Lui, senza interpellarlo sul suo futuro, sulla sua vocazione. Si è già ridotto a pensare la vita come un destino e spera di essere fortunato. Fortuna si chiama la presenza di Dio, non fede. Siamo tornati ai tempi della dea fortuna, siamo tornati indietro di secoli. Allora a Palestrina un ragazzino Agapito, il giovane martire prenestino, con la sua tenacia, la sua testardaggine, la sua decisione d’amore per Gesù, morto e risorto, aveva cambiato la storia di un popolo, noi la facciamo tornare indietro di diciotto secoli

Lo svegliano e lo rimproverano. No, qui non ci stai a farti i fatti tuoi, ci hai tirato dentro e adesso ti dai da fare con noi. Non ti permettiamo di affogare senza accorgerti, devi vedere anche tu la morte in faccia come la vediamo noi. Non ti importa che moriamo? E’ un grido e un rimprovero, è una disperazione e una rabbia, è una constatazione e una pressante richiesta.

Tu sei un palpito del cuore di Dio e vuoi che a me non importi niente di te?  Io ti ho amato fino a morire per te e tu credi che io abbia abbandonato la mia missione? Tu mi sei stato affidato da Dio, mio Padre e credi che io non sia deciso a fare tutto quello che è necessario per te? Sono io che dormo o sei tu che non hai fede?

27 Gennaio
+Domenico

Produce di più la serenità che l’agitazione

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 4,26-34)

In quel tempo, Gesù diceva alla folla: “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura”.
Diceva: “A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielopossono fare il nido alla sua ombra”.
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Audio della riflessione

Viviamo in un tempo dove occorre programmare tutto, definire i tempi, fare sondaggi, distribuire su scala i passaggi, studiare bene il target, mobilitare tutto in vista del risultato… Non è una sequenza da infarto, ma quasi. C’è di peggio. E’ la nostra vita convulsa degli affari, se vuoi riuscirci. E’ importante però non tirar dentro in questo affanno gli affetti, il compito educativo, l’amicizia, lo stesso amore.

Una vita di famiglia impostata in maniera convulsa prima o poi si sfascia. Il Regno di Dio non è certo una sequenza da cardiopalma, ma è l’abbraccio di una forza nel massimo della serenità della vita. Occorre caricarsi di pazienza e fiducia. E’ Dio che butta dentro la nostra vita il seme della bontà e con la sua grazia lo farà sicuramente maturare. L’importante è accogliere la semina di questo Regno di Dio, poi esso si svilupperà nella persona, nella comunità, nella società per forza propria interiore, fino alla maturazione.

Allora occorre fare esperienza positiva di attesa, non di fretta o di coercizione, tanto meno  di disperazione. Il seme cresce lentamente e silenziosamente, ma con sicurezza, Anche se nell’attesa ti assale il dubbio che tutto dipenda da fortuna o sfortuna, ho fatto bene o dovevo fare diversamente. Un insuccesso umano, nostro, non è valutato allo stesso modo da Dio.  Anzi i santi ci insegnano che la sofferenza dell’attesa, della fatica, del dubbio, della solitudine è segno del lavoro di Dio, una garanzia di autenticità.

Gli atteggiamenti di un vero apostolo o di ogni educatore non sono l’agitazione, ma la serenità; non il disinteresse, ma l’impegno; non lo scoraggiamento, ma la certezza della fede. Venga il tuo regno… viene anche senza la nostra preghiera, anche se pregando supplichiamo Dio che questo regno si compia anche da noi, affinché noi non ne veniamo esclusi.

La povertà dei nostri mezzi in rapporto al compito immenso di annunciare il regno a tutti gli uomini fa meglio risaltare l’azione di Dio. Nessun apostolo, nessun educatore è autorizzato a mettere la firma su una qualsiasi  realizzazione del regno di Dio; come del resto nessuno la può mettere sulla vita sua o quella degli altri. Siamo soltanto servi, siamo felici che Dio abbia voluto aver bisogno di noi, ma noi giochiamo sempre e solo il ruolo di mediani, facciamo l’assist, se Dio ce ne dà la forza e la gioia e si intesta la fede di ogni popolo.

I santi Timoteo e Tito, che oggi celebriamo cresciuti e battezzati da Paolo, sono stati tra i primi non provenienti dal popolo ebreo a ricevere il battesimo di Gesù aiutando a superare la grossa difficoltà di accoglierli nella comunità cristiana, senza passare dalla religione ebraica, senza quindi essere circoncisi.

26 Gennaio – Memoria dei Santi Timoteo e Tito
+Domenico