Il digiuno cristiano non è per la salute fisica, ma per la propria coscienza di figli di Dio e di fratelli  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6,1-6.16-18)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Audio della riflessione.

Disintossicarsi, mettersi a dieta, svelenire la vita, staccare la spina, fare un po’ di deserto, prendersi una pausa… sono tutte espressioni che dicono come nella vita di ogni uomo ci sia bisogno di un tempo che crea discontinuità con la routine quotidiana e che ci permette di guardare alla vita da un altro punto di vista.  

Siamo sempre noi in ogni momento capaci di dare senso al nostro vivere, non ci possiamo permettere apnee o stati comatosi, occorre però ogni tanto avere il coraggio di collocarsi da altri punti di vista perché nella vita interviene spesso l’abitudine ad abbassare la guardia, la comodità a dare forza all’inerzia, talvolta anche la passione ad annebbiarci la vista, la solitudine a incancrenire atteggiamenti che assolutizzano stati d’animo.  

La Quaresima è vista proprio come tempo di conversione, di cambiamento del cuore, di prova per riportare alla sua brillantezza il metallo prezioso che è la vita. Vieni nel silenzio e parlerò al tuo cuore… dice il libro di Osea (16). E Gesù parla di digiuno, di mettere il corpo in uno stato di attesa inevasa dell’istinto della fame, di controllo della sazietà per accorgersi di un’altra fame, di un’altra sete. È un esercizio che siamo invitati a fare su di noi non per ridurre la cellulite o il colesterolo che pure sarebbe cosa utile, ma per ridare allo Spirito il suo compito di guida della nostra vita.  

E questo va fatto nella gioia di una decisione non nella costrizione di una legge, nella certezza di aprire l’animo alla bontà, non nella infelicità di una privazione, nella prospettiva di fare verità nella propria coscienza non nella preoccupazione di dare una immagine severa di noi. Il digiuno è un atto di amore a Dio, non è un biglietto da visita per accreditarsi nel mondo dei pii. 

 Allora digiuno è privazione a vantaggio di altri, è condividere con i poveri quello che abbiamo perché ce ne priviamo per loro, è riportare la natura ad essere madre per tutti e non un possesso di qualcuno, è riportare il mondo alla sua destinazione per la felicità di tutti e non per la gioia di pochi. Soprattutto è mettere al centro Dio, lo Spirito, la preghiera, la contemplazione di Lui. E questa opera quaresimale la facciamo con gioia perché è un altro segno che scriviamo nella nostra vita col quale ci facciamo segno per tutti che Dio non ci abbandona mai.

14 Febbraio
+Domenico

La presenza dello Spirito va cercata sempre nella vita, ne è la verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,14-21

In quel tempo, i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. Allora Gesù li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane.
Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non comprendete ancora?».

Audio della riflessione.

Ci sono tanti modi di affrontare la vita, i suoi problemi, soprattutto i significati di ciò che accade, le persone che sono sempre un messaggio per la vita di tutti. Certi fatti ricorrenti non sono solo ripetizione o mancanza di fantasia, ma segnali che ci vogliono parlare, se siamo capaci di farci provocare. In ogni fatto c’è la presenza dello Spirito che va decifrata e riconosciuta. Non ci deve mai essere niente e soprattutto nessuno che può essere dato per scontato.  

Dentro ogni vita umana c’è una presenza, una attesa, una necessità di compimento, di espressione che occorre saper leggere e da essa farsi stimolare. Sono eventi, fatti, aggregazioni di persone, che si portano dentro i disegni di Dio sulla nostra storia; godono di una diretta presenza di Dio, ci dicono che lì Dio ci sta, è a casa sua, vi sta lavorando perché ne nasca un progetto sempre più accessibile di regno di Dio.  

Il Concilio ci ha aiutato a chiamarli e a leggerli come segni dei tempi, come fatti, cioè dove Dio opera e si lascia trovare. E lì si costruisce la nostra storia, sotto la sua regia che diventa chiamata, vocazione per ogni persona per la sua felicità piena e la vita del mondo. Noi spesso siamo molto tardi a capire, pensiamo sempre che un brano di vangelo sia come un articolo di cronaca di quotidiano, che non ha niente da svelare, ma ha solo da informare. La nostra vita non è frutto solo di informazioni, pure molto utili, ma di capacità di lettura profonda che vuol dire lasciarsi attrarre da Gesù che sotto quei fatti ha collocato la sua azione, il suo sogno, il suo Spirito.  

Queste continue emigrazioni, per esempio non sono assolutamente casuali, ma nascono da un progetto più grande di Dio, che tocca a noi scoprire tra un naufragio e l’altro, una serrata di porti ufficiale e tanti approdi senza chiedere permesso a nessuno, se non alla propria voglia di vivere, di lottare, di cambiare, di dare amore e non solo difendersi da cattiverie e sfruttamenti inauditi.  

Di fatto tutti ci stiamo misurando con queste persone, con i morti in mare, con i torturati dei campi di schiavisti, con mani di sfruttatori travestite da compagni di viaggio. In questa grande migrazione di uomini, donne, bambini, giovani e nonni, Dio è presente e ci provoca a cercarvelo, ad ascoltarlo attraverso le loro voci. Noi magari ci stiamo continuamente solo a lamentare o a incuriosirci, o a provare compassione.  

La migrazione è un segno dei tempi, papa Francesco ce la presenta sempre così, perché lì ci sta Gesù e lì lo dobbiamo incontrare. Non diciamo come gli apostoli in barca che dicono che qui non abbiamo pane abbastanza, c’è un solo pane. E sì che avevano potuto vedere come Gesù sa moltiplicare i pani, uscire dalla strettoia, ma vuole sempre più il nostro appoggio, la nostra fattiva concentrazione, purtroppo non sempre vicina alla realtà. Non solo ma voleva far capire che dire che in barca c’era solo un pane, con una sorta di amarezza e di fame non soddisfatta, significava non capire che il vero pane della vita è Gesù e noi questo ce lo vogliamo dire, ripetere annunciare e vivere. 

13 Febbraio
+Domenico

La fede è un dono non la certezza di una prova  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,11-13)

In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.
Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno».
Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.

Audio della riflessione.

Fa parte della nostra esistenza di tutti i giorni nei rapporti con le persone, con il mondo delle informazioni, con la spesa che facciamo al supermercato, le visite mediche di cui abbiamo bisogno, nel rapporto genitori – figli, marito – moglie, datore di lavoro – operaio di dover mettere in atto un atteggiamento di fondo che è la fiducia, fidarsi, ritenere che la merce sia buona, l’amico non ti inganni, l’amore sia vero e non una finta, le notizie non siano fake news, il datore di lavoro ti versi i contributi, il lavoratore sia competente e coscienzioso…  

Insomma, sempre dobbiamo tenere l’occhio aperto, abbiamo intelligenza e forse anche esperienza, ma una buona dose di fiducia è necessaria. Non puoi chiedere di tutto la prova, la verifica… Coloro che ascoltavano Gesù erano molto perplessi su quanto diceva, sulla sua figura, sul suo vangelo e chiedevano continuamente dei segni, delle prove, volevano fare continuamente delle verifiche.  

Certo, se ci si fosse dovuti decidere di credere in Gesù, si sarebbe trattato sempre di un cambiamento radicale di stile di vita, di fede, di preghiera. C’era di mezzo non solo la salute come per i cibi, ma soprattutto il delicatissimo rapporto con Dio. Per un mondo religiosissimo come il popolo di Israele non era un fatto secondario.  

Gesù si scontra dunque con la incredulità che però viene da accecamenti, da partito preso soprattutto nei farisei, da disattenzione o faciloneria da parte degli apostoli. Il messaggio di Gesù non è accolto in profondità. I farisei gli fanno tranelli, lo vogliono mettere alla prova, rifiutano con leggerezza ciò che è loro donato da Dio, pretendono di essere loro stessi di dettare a Dio come deve agire. Manca l’apertura, l’umiltà, la fiducia, la libera adesione, che sono le disposizioni interiori per accogliere Gesù come Messia.  

Sono la nostra immagine di razionalisti impertinenti. Il vangelo mette a nudo un sentimento di Gesù disturbato da questa richiesta e scrive: “sospira profondamente”. Gesù sta vedendo come spesso è difficile che accettino i suoi principi, rispetta sempre la libertà degli interlocutori, della decisione umana, perché è proprio da essa che deve nascere fiducia, accettazione, dialogo serrato, ma aperto. Ci dobbiamo domandare anche stiamo costringendo Gesù a fare questo sospiro profondo anche per noi, per le nostre pretese, la nostra sfiducia, la nostra immobilità a stare sempre sulle nostre, la nostra cocciutaggine o altezzosità nei confronti della sua proposta di bontà paziente, la nostra vergogna di fronte ad amici increduli per cui passeremmo per stupidi o arretrati. Ci interessa di più una sorta di stima comperata che una convinzione accettata 

 Ci nasce l’invito ad aprire i nostri cuori e quelli di tutta la gente alla ricerca umile e disinteressata del bene, della verità e della salvezza. E sappiamo che Gesù in questo caso non concede prove; ci donerà qualche volta un segno, ma non sarà mai la rispostina che chiude il problema, che mette una botola sulla domanda, ma una grande provocazione: il segno che concederà sarà quello della risurrezione, che è ancora tutta da accettare e non da dimostrare. La fede è bella proprio per questa libertà che innesca nella vita del cristiano: è libertà che ci permette di scoprire e seguire la verità. 

12 Febbraio
+Domenico

Una lebbra che ci corrode tutti è il peccato  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,40-45)

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Audio della riflessione.

Ci sono delle persone che hanno un coraggio indomabile di fronte a tutte le avversità, altri si adattano e non reagiscono. Capita così anche nella malattia. Vedi subito se uno ha voglia di vivere o no, se vuol combattere o ha perso ormai ogni energia. Qualcuno si lascia morire, altri invece hanno voglia di vita da vendere e reagiscono. Spesso questa è la forza necessaria per continuare a vivere, è una forza che compie miracoli. La vita anziché essere una fatalità è sempre una scelta, o meglio, un dono da accogliere e se non lo vuoi, nessuno te lo può imporre, prima o poi se ne va. 

Era attaccato alla vita quel lebbroso che è corso ai piedi di Gesù: ha saltato tutte le regole che imponevano ai malati di lebbra l’isolamento e si è portato davanti a Gesù. La gente pensava: ormai sei condannato, stattene tranquillo dove sei, la vita è un colpo di fortuna, tu sei sfortunato, adattati alla tua situazione!  

Invece lui balza nella vita e supplica: se vuoi, se mi dai ascolto, se guardi alle mie privazioni, a quel che mi manca per essere un uomo, tu puoi ridarmi tutto quello che hai dato ad ogni creatura. Perché io dovrei rimanerne privo? Puoi guarirmi. È una preghiera semplice, ma decisa, sa quel che chiede e sa a chi chiede. Gesù di fronte a questa fede risponde subito: lo voglio. È animato da compassione, da attenzione profonda alla sofferenza.  

E lui, il lebbroso diventa il primo annunciatore della grandezza di Gesù, lo va a dire a tutti, non lo tiene più fermo nessuno; ha riottenuto la gioia di vivere e la canta più che può. E annuncia non solo e soprattutto il fatto, ma la parola, il logos, se vogliamo stare alla parola greca che Marco usa. Annuncia qualcosa di più di un miracolo, di un aspetto meraviglioso, che ha dell’incredibile, ma annuncia la parola di salvezza.  

Nella guarigione della lebbra è significata ogni altra guarigione. Anche noi siamo quel lebbroso, anche a noi cade la vita a pezzi, perdiamo la freschezza e l’innocenza. Anche a noi le mani anziché essere tese all’abbraccio diventano moncherini mortificati, le nostre labbra anziché essere aperte a parole d’amore, sono disfatte dalla maldicenza; anche i nostri piedi anziché essere portatori di gioia, di vangelo sono paralizzati nella nostra solitudine. Una lebbra ce la portiamo dentro tutti, un principio che smonta la nostra vita pezzo a pezzo e ce ne fa perdere la bellezza la proviamo tutti. È lebbra il peccato, è lebbra lo scoraggiamento, è lebbra la paura. È lebbra l’odio. È lebbra la ritorsione, la vendetta. È lebbra farsi giustizia da sé. È lebbra farsi sempre e solo i fatti propri. È lebbra un cellulare che non riesci mai a spegnere. Abbiamo bisogno di gridare anche noi: se vuoi, puoi guarirmi, certi che Dio non ci abbandona mai. È lebbra possedere la persona amata invece che volerla sempre più sé stessa e gioire della sua originalità. È lebbra il tuo amore di giovane se comincia ad essere un laccio invece che un seme che apre a una vita nuova che completa la vostra.

11 Febbraio
+Domenico

Cammino lungo, compassione viscerale, pane abbondante

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,1-10

In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, Gesù chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano». 
Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?». Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette».
Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli.
Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. Erano circa quattromila. E li congedò.
Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà.

Audio della riflessione.

Di fronte al bisogno c’è gente che si mette in moto subito per rispondervi e altra che o non si accorge delle domande, o non vuole nemmeno interessarsi. Gesù invece è sempre il primo che quando intuisce una sofferenza, una necessità, un bisogno anche materiale, come la fame, si lascia sempre coinvolgere, prende posizione, fa suo il problema (la parola compassione “sento compassione di questa folla”, si commosse, talvolta dice il vangelo, significa che si mette a disposizione visceralmente, non solo pensando a un bisogno, ma vivendone la tensione, la provocazione) e ha la capacità di rispondervi allargando e aiutando ad approfondire la domanda, sviscerando che cosa di più profondo deve portarsi dentro.  

Ha di fronte gente che lo segue da tre giorni, affascinata dalle sue parole e dalla sua capacità di coinvolgere e far parlare la vita e si preoccupa della loro fame. È Lui che prende l’iniziativa, che sottolinea la necessità del pane per la lunghezza del cammino che la gente deve compiere; nello stesso tempo però vuole aiutarli a pensare a un’altra fame: quella che li ha portati a seguire Gesù, la Parola fatta carne. 

Vuol quindi far alzare lo sguardo di tutti a Lui, perché lui stesso è questo pane. Quando rileggeranno o si racconteranno nelle loro case o nelle loro chiese domestiche questi fatti lo ritroveranno nel pane donato a tutti nell’eucaristia per la vita del mondo. La chiesa verrà percepita sempre più non solo come una scuola di sapienza fondata da un maestro, in cui si possono abolire i riti conservando solo l’insegnamento di fratellanza. Diventerà chiaro che essa è il corpo di Cristo, che si nutre di Lui, morto e risorto.  

E noi oggi a più di 2000 anni di distanza, sappiamo che ci mettiamo in una unità profonda, nello stesso corpo di Lui attraverso la parola e i sacramenti. Questo miracolo Gesù lo ha fatto in terra pagana, con molti che vengono da lontano, dice il vangelo. Questo pane misterioso è destinato ai molti che devono ancora venire e che tocca a noi invitare al banchetto. Impariamo a dividere i beni della terra con tutti e nello stesso tempo ad offrire a tutti il pane che è Gesù. Questo servizio nei confronti della gente sia per sfamarsi di pane che per offrire loro il mistico Corpo di Cristo sarà il compito principale della chiesa che si nutre alla mensa della sua Parola e distribuisce il pane che sostiene nelle prove e nelle tentazioni. 

10 Febbraio
+Domenico

Ci aprisse qualcuno le orecchie per ascoltare?  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,31-37)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Audio della riflessione.

Essere sordi è proprio un bel guaio perché ti senti isolato dal mondo che ti circonda, vorresti sentire, capire quello che gli altri dicono, vorresti partecipare con loro a un dialogo che ti toglie dal tuo isolamento e invece non puoi. Diventi anche sospettoso perché spesso non riesci a decifrare nel volto, nei sorrisi o nei disappunti le reazioni di chi ti si rivolge. Ma ci sono molte altre sordità nella nostra vita: c’è un non voler ascoltare che è peggio dell’essere sordi. È la decisione di non permettere a nessuno di entrare nella nostra vita. Bastiamo a noi stessi e non vogliamo che nessuno ci disturbi. Invece la vita è proprio fatta di dialogo: di gente che sa ascoltare e di gente che parla, che apre la sua vita e di gente che ascolta, che offre il suo sostegno. Non possiamo passare la vita a fare i sordi e a fingere di essere muti.  

Gesù incontra un giorno un sordo muto, una persona che non può comunicare, che è costretta a vivere nel suo isolamento, in grandi difficoltà per comunicare; parla con gli occhi, ma non sempre c’è gente che lo sta a guardare e soprattutto lui non può dire pienamente la pienezza dei suoi sentimenti e del suo cuore. E Gesù gli grida quel perentorio “apriti”, toccandogli labbra e orecchie con la sua saliva. Per Gesù è sempre bello toccare, avere un contatto fisico con le persone, far loro sentire che si immedesima, si mescola, si accomuna, che è uomo fino in fondo come noi.  

È un gesto che fa sempre ogni prete quando battezza; apriti! gli comanda, la tua vita ora è nuova, c’è una parola da ascoltare che ti indica le strade vere della vita è la Parola di Dio e c’è una parola che devi far sgorgare dalla tua vita che è la lode di Dio. Quando ti alzi al mattino non cominciare a maledire la giornata e magari anche Dio, ringrazialo. C’è gente che si aspetta da te anche solo una parola e tu non rispondere con due grugniti o con qualche monosillabo. Ascolta e parla, mettiti a disposizione e offriti. Questo è il segreto della vita di tutti. Gesù questo lo sa fare sa far parlare i muti e udire i sordi, sa togliere tutte le nostre chiusure egoistiche per ascoltare e offrire speranza a tutti. Se ti chiudi in te stesso non solo muori tu, ma privi il mondo della tua persona, dei doni che Dio ti ha dato; sbarri la porta alle tante domande che molti ti possono fare per avere il tuo aiuto. La felicità la trovi solo se ne sai donare una briciola a qualcuno. 

09 Febbraio
+Domenico

I figli di Dio, e lo siamo tutti, possono disporre del pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,24-30

In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto.
Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia.
Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia».
Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Audio della riflessione.

A chi crede in Dio non può mai mancare niente, non manca la sua Parola per illuminare la vita, non mancano i sacramenti per sostenere il cammino quotidiano, non manca una comunità che ti accoglie, non manca l’Eucaristia come cibo che rinforza, non manca la speranza che nasce dalla fede, non manca una visione positiva della vita che ti permette di affrontare con serenità il tuo futuro. Tutto questo il vangelo lo chiama il pane dei figli, per significare che se viviamo da figli di Dio possiamo contare su di lui in ogni momento, in ogni prova della vita.  

Molti invece sono senza niente; hanno domande profonde, ma sbagliano le risposte, hanno sete di Dio, ma vanno alla sorgente sbagliata per trovare ristoro; hanno desiderio di felicità e credono che si trovi nella droga o nell’alcool; desiderano amore e invece si adattano a comperarlo.  Forse era questa la situazione di quella donna greca, quindi non ritenuta nel numero dei figli d’Israele e quindi tagliata fuori dalla fede e dalla religione ebraica, che si gettò ai piedi di Gesù, disperata per la possessione demoniaca della figlia. Lei non aveva diritto al pane dei figli e Gesù per provarla glielo ricorda. 

La parola del Signore sembra dura. Forse intende mettere alla prova la fede, l’umiltà e la tenacia della donna. Ma questa donna ha grande desiderio di avere questo pane, e non si scoraggia, non discute una discriminazione quasi offensiva, ma perfeziona ancora di più la sua domanda che è più profonda della petulanza che avrebbe potuto esprimere: a me ne bastano alcune briciole, dice a Gesù. A lei che non fa parte del popolo eletto, ma che ha capito che è lì, in Gesù, che sta la salvezza, ha dentro una certezza: ha capito che i limiti che l’uomo pone, le ingessature, che si fanno di Dio per comodità, devono saltare! È tanto il bisogno suo, che nell’esprimerlo con insistenza si fa interprete dell’umanità che ha bisogno di una persona come Gesù. Nessuno può privatizzare la bontà di Dio, nemmeno l’appartenenza al popolo eletto. E Gesù che l’ha provocata le concede il miracolo, proprio perché ne ha visto la fede e la lucidità con cui la vive. 

  Nessuno oggi pensa che il vangelo sia eredità di alcuni pochi privilegiati, ma spesso il modo di costruire relazioni nella chiesa, tra i cristiani, il modo di accostarsi alla fede da parte di molti di noi è diventata una abitudine che non ci fa percepire che abbiamo sempre a disposizione il pane dei figli. Ci serve qualcuno che vive di briciole per capire quanto amati siamo e quanto il Signore voglia la nostra felicità.

08 Febbraio
+Domenico

La nostra voglia di vivere non va mai affidata alla routine  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,14-23)

In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Audio della riflessione.

È uno sconfortante destino di tutte le religioni, quello di far crescere una serie di cultori del formalismo che ogni tanto hanno il sopravvento e ingessano l’esperienza religiosa autentica. È stato così sicuramente per la religione ebraica al tempo di Gesù. Ma anche prima: questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me… trascurate il comandamento di Dio e osservate le tradizioni degli uomini. 

È così anche del nostro vivere la fede nella Chiesa cattolica. Mi rendo conto quanto allora spesso, soprattutto i giovani, si decidano per dei loro spazi informali di vita, di ritrovo, di dialogo e anche di espressione religiosa. La domanda religiosa è alta, ma ha dentro sempre un desiderio di purezza, di autenticità, di creatività e originalità nell’esprimere la sete di Dio, il desiderio di una verità e di un coinvolgimento non di facciata, ma profondamente radicato nel tessuto delle relazioni umane; c’è la voglia di vivere anche la religione in diretta.  

Che cosa sono queste distinzioni tra sacro e profano? C’è forse qualcosa a questo mondo che è stato fatto sbagliato dal creatore? C’è qualche cibo, qualche elemento materiale che entrando nell’uomo gli può contaminare lo spirito? o non è dal cuore dell’uomo che nascono tutte le storture che ci sono in questo mondo! Non bisogna forse riportare al centro la dignità e responsabilità dell’uomo? 

Sono le domande stesse che si fa Gesù, le domande che pone a ciascuno di noi. È sempre in agguato anche per noi una sorta di formalismo religioso, di tradizionalismo ottuso e miope, una difesa di noi stessi, delle nostre abitudini spesso comode, scambiata per difesa della fede. È per comodità che affidiamo alla routine la mancanza di entusiasmo e la voglia di vivere, è per una inerzia colpevole che non ci lasciamo più interrogare dalla vita che cresce, che si trasforma, che si fa sempre nuova, dallo Spirito che continuamente ci sorprende. 

Noi cristiani di oggi saremo santi, se sappiamo essere uomini e donne di oggi, se sappiamo offrire alla Parola di Dio la nostra vita di oggi come carne in cui essa prende corpo. I santi di ieri ci indicano solo e bene la strada, le tradizioni sono indicazioni di direzione, ma vanno sempre rinnovate e la fede oggi è vera se si incarna nella vita di oggi. 

Due domande occorre sempre farsi per vincere il formalismo, l’adattamento, l’ingessatura nella fede. Che cosa regala la nostra vita alla Parola di Dio oggi? E l’altra: Che cosa regala la Parola di Dio alla nostra vita? Solo questo incontro operato dallo Spirito mantiene la fede viva per ogni uomo e donna, giovani compresi.

07 Febbraio
+Domenico

La fede si svuota con i nostri comodi formalismi  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,1-13)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Audio della riflessione.

Non è raro purtroppo rendersi conto che nella vita e nelle pratiche religiose spesso si insinui un ben camuffato tradimento. Gesù espone con forza richiamandosi alla grande tradizione dei Profeti quale è la vera religione e il vero culto: è interiore, espressione profonda della vita intima della persona; è vicinanza del cuore a Dio, un rapporto cuore a cuore con il Signore, con Dio Padre e lo sarà poi per sempre anche con Gesù stesso;  è osservanza del suo comandamento, che è sempre l’amore; è realizzazione autentica della sua parola; la parola di Gesù è la stessa sua carne, perché Lui è la Parola fatta carne. Subito si capisce, quanto è distante dalla vera religione qualsiasi formalismo, qualsiasi assolutizzazione di comportamenti di sola esteriorità senza anima. 

Gesù collega strettamente fra loro religione e amore, comandamento esterno e obbligo interiore. Non si può “annullare la parola di Dio con la tradizione” dice il vangelo. Lo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II si riferisce a questo passo evangelico per denunciare “uno dei più gravi errori del nostro tempo” e cioè il distacco che si constata in molti di noi, tra la fede che professiamo e la nostra vita quotidiana. Contro questo scandalo già i profeti non risparmiavano rimproveri, avvertimenti, condanne, inviti a conversione, e ancora di più Gesù Cristo stesso con le sue parole e la sua stessa vita.  

Ne deriva che occorre una continua vigilanza per impedire che lo zelo per l’osservanza esteriore della legge dia l’avvallo a un certo tipo di persone, che si qualificano come religiose e che, proprio per questa osservanza esteriore, si considerano migliori degli altri, mancando nell’amore del prossimo e diventando duri e orgogliosi. È una vera tragedia umana, non solo contro-testimonianza, che gente simile ambisca a presentarsi come esempio di religiosità, tradendo così la bella e serena, pacifica e dolce comunione di Gesù con il Padre. 

Che Dio ci aiuti a non separare mai religione e vita, ma che la fede guidi tutte le decisioni e le riflessioni della nostra esistenza come aiuto infallibile per rendere trasparente e convincente la vita cristiana. 

06 Febbraio
+Domenico

Devo toccarlo a tutti i costi

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,53-56

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono.
Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse.
E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Audio della riflessione.

È abbastanza innato per noi persone fatte di carne e ossa che i nostri incontri abbiano sempre bisogno di una concretezza, di un contatto. Il contatto concreto non solo da smartphone, ma nella nostra corporeità è ancora più desiderato oggi, che possiamo tenerci in contatto 24 ore su 24 con il mondo virtuale.  

Il dire io c’ero, non stavo solo a distanza a vedere su un monitor, è la festa dell’esserci, del toccare con mano luoghi, persone, suoni e panorami. Ancora di più è importante il contatto fisico se si tratta di un amico, di un medico, di un taumaturgo e, per i ragazzi e i giovani, di un idolo del calcio o della TV, di una persona sempre vista, ma mai incontrata. Ho un selfie con lui, ho una sua firma sulla mia T-shirt, un suo autografo sul libro che ha scritto in cui io mi riconosco.  

Gesù nei suoi giorni di predicazione, di incontro con la gente sulle rive del lago, sa che la gente non solo lo vuol ascoltare, ma anche vedere e toccare, soprattutto se sono malati. È la festa della corporeità ferita, dell’aver raggiunto una meta, una possibilità di salute e salvezza come molti capiranno, oltre la salute fisica.  

Per Gesù è anche la possibilità di un contatto personale, per Lui ciascuno è una originalità, non sono mai massa, né gente anonima, ma persone con una storia, con una sete, con una vita spirituale assetata di pienezza.  

Noi questa consolazione di sentirci amati personalmente da Lui, la vogliamo provare, sentire, accogliere. Non essere solo un numero soprattutto quando il cuore canta a mille e la vita ha bisogno di sentirsi accolta, di travasare dentro di sé un amore unico, un momento per me.  

Diceva san Giovanni Paolo II: Voi siete un pensiero di Dio, un palpito del suo cuore. Ebbene Gesù era il tocco del Padre di ognuno, era il contatto col mantello, cioè il trapasso nella vita di chi lo toccava della sua forza d’amore, del suo slancio di offerta, del suo sguardo negli occhi del Padre. 

Noi oggi questo tocco personale, questa udienza privata e comunitaria l’abbiamo ogni giorno nell’Eucaristia: un mistero grande, ma che ci riporta sempre a quel pane che Gesù si è mostrato di essere anche ai suoi discepoli sempre scoraggiati.

05 Febbraio
+Domenico