Un vero cristiano non mette mai limite alla sua bontà verso tutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,43-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Audio della riflessione.

Se c’è una maschera intollerabile ai nostri giorni, è quella del perbenismo, del politicamente corretto. Non bisogna stare da nessuna parte, possibilmente sempre in mezzo, cioè né di qua, né di là. Non si deve offendere la sensibilità, non si deve esagerare, occorre tenere i piedi per terra, avere il senso della realtà, regolare la vita con il cosiddetto buon senso.  Religiosi sì, ma non troppo; buoni sì, ma non sempre, altrimenti ti prendono per buono a nulla; convinti sì, ma non senza riserve, altrimenti passi per talebano; cristiani sì, ma trattabili su tutto e per tutti.  

La religione cristiana è vista come un galateo che regola la buona educazione. Essere educati in un tempo in cui tutti si sforzano, e ci riescono troppo bene, ad essere zotici e villani, non è proprio un difetto, ma essere cristiani non è una atmosfera tiepida, non è un aggiustamento per andare tutti d’amore e d’accordo, non è fare la media dei comportamenti e collocarsi sempre in zona mediana. Sono venuto per portare fuoco su questa terra e ardo dal desiderio che si accenda e bruci. Il punto di arrivo dove è? Siate perfetti come il Padre vostro celeste che sta nei cieli. Non è cosa da poco, Gesù non ci chiede il minimo, ma il massimo.  

Essere cristiani non è adattarci alla media dei comportamenti delle persone per bene, ma essere in certo mondo trasgressivi.  Non si tratta di dire solo tanti rosari al giorno, cosa del resto meritevole, ma di far sperimentare a tutti come l’essere credenti cambia veramente il modo di pensare, di vivere, di rapportarsi con tutti. Amare gli amici, fare dei favori a chi ti vuole bene, essere cordiali con chi ti è simpatico, star bene con i buoni, invitare chi ti può a sua volta ricambiare è quello che fanno tutti; amare i nemici, porgere l’altra guancia, rimanere fedeli anche nella prova, amare i figli anche quando ti fanno soffrire, mettere in secondo piano le nostre difficoltà pur di salvare la famiglia, resistere nella fede anche quando non vediamo niente e ci sembra di essere abbandonati… ecco, questi sono gesti che si avvicinano all’essere cristiani. Oggi o si è cristiani fino in fondo o non val la pena di esserlo. 

Solo una vita così porta speranza al nostro mondo appiattito. Occorre però sapere dove sta la sorgente di questa speranza, che è sempre Gesù.  

24 Febbraio
+Domenico

Dio si lascia coinvolgere con te solo se sei in pace con tutti  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,20-26)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».

Audio della riflessione.

Sta sviluppandosi una tendenza abbastanza generalizzata che è quella che ciascuno si costruisce il suo Dio, ciascuno se lo fa bello, buono, grande, giusto come piace a lui. Se lo costruisce e distrugge come gli piace, lo fa esistere quando gli serve e come gli serve, lo dipinge cattivo o buono a seconda dei sentimenti che gli suggeriscono le fiction della TV, lo immagina fatto a suo uso e consumo. In questa arte dell’invenzione la cosa più interessante e pericolosa è che Dio è visto come uno da godere o incontrare in privato, da soli, in un rapporto creatore – creatura senza interferenza alcuna.  

Così c’è il devoto che va a pregare perché gli possa andar bene la prossima rapina, il mafioso che gli porta la decima delle estorsioni che è riuscito a esigere, la donna di strada che lo ringrazia del guadagno della sua giornata, il donnaiolo per averla fatta franca, il ricco possidente di aver una fabbrica con cui guadagna sulla pelle dei dipendenti. Cose strane, del secolo scorso, eppure i nostri santuari, le nostre chiese sono piene anche di questi fedeli e noi pure nel nostro piccolo usiamo Dio a nostro uso e consumo.  

C’è una frase nel vangelo chiarissima, che ribalta tutto questo modo comodo che abbiamo inventato di tenerci buono Dio: “se presenti il tuo dono a Dio e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta lì accanto all’altare, va a riconciliarti prima con tuo fratello, poi vieni a presentare il tuo dono”. Il rapporto con Dio non puoi averlo se stai arrabbiato col prossimo, se non guardi in faccia il tuo vicino, se in casa semini continuamente odio, se hai cancellato dalla tua vita le persone. Forse fare quaresima è anche questo. È chiarissimo: non c’è rapporto con Dio nella verità, se non è collocato nella bontà di un rapporto con gli altri. Purtroppo, molti si nascondono dietro una religiosità di facciata; sempre maschera rimane, mai vita vera. La religione è forza e speranza di pace e concordia. 

Possiamo avere speranza di una comunione autentica con tutti e con Dio? Ma questa speranza chi me la dà?  La parola di Gesù, il vangelo. 

23 Febbraio
+Domenico

Festa della cattedra di san Pietro

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mt 16, 13-19

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Audio della riflessione

Oggi si celebra in ogni comunità cattolica la festa della cattedra di san Pietro, cioè della autorevolezza di verità dell’insegnamento del papa, oggi di papa Francesco. Il vangelo ricorda Pietro come colui che tra gli apostoli intuisce che Gesù è il figlio di Dio, dirà tu sei il Cristo, il figlio di Dio e questo lo dovrà testimoniare al mondo. C’è nell’abside della basilica di san Pietro una sedia solenne (una cattedra, appunto) in grande evidenza, elevata come fosse una pala d’altare proprio ad indicare la funzione di servizio alla verità di ogni papa, assistito in questo dallo Spirito Santo. La basilica di san Pietro è un santuario e quindi quella cattedra che sta nell’abside è solo un puro simbolo che oggi viene messo all’attenzione di tutti, perché la vera cattedra del papa di Roma è nella sua cattedrale che è San Giovanni in Laterano. Lui è papa proprio perchè è vescovo di Roma, non perché abita a san Pietro.  

La cattedra è simbolo dell’insegnamento. Tale, quindi, è la funzione primaria del papa e lo sarà di tutti i vescovi nella loro diocesi in comunione col papa. Anche in ogni diocesi c’è una chiesa che custodisce la cattedra e che si chiama appunto cattedrale. Ciò che interessava in primo luogo i Padri era il dovere di ascoltare la parola di Dio e come capire spiritualmente il Lógos di Dio che s’incarna sotto la specie delle parole umane. Questa funzione, infatti, papa Gregorio la rivendica come propria: “Sono servo del Verbo, attaccato al ministero della parola; che io mai acconsenta ad essere privato di ciò. Questa vocazione, io la apprezzo e la gradisco e mi dà più gioia di tutte le delizie che un uomo comune potrebbe mettere insieme” (Or. 6,5). Predicare la fede cristiana dalla cattedra vuol dire insegnare ciò che dice Dio agli uomini, è esercitare il dono profetico. Agli inizi della Chiesa cristiana, san Pietro assicura i fedeli: “Voi siete figli dei profeti” (At 3,25). La profezia vera deve tornare ad abitare la chiesa e il suo primo passo deve avere spinta dalla cattedra.  

Le cattedrali in se stesse nella loro costruzione, nella esaltazione della storia della salvezza fatta con gli elementi architettonici, pittorici, scultorei sono una esplicazione della fede, sono il dispiegarsi armonioso della cattedra del vescovo, della grande missione che la chiesa particolare ha di insegnare e di aiutare a incontrare e vivere la Parola di Dio, di mettersi in ascolto dello Spirito, di lasciarsi di nuovo rigenerare alla fede dal Dio Padre, di farsi salvare dal Figlio e di farsi illuminare dallo Spirito. 

Tutti i cristiani devono almeno una volta visitare la propria cattedrale (perché non farvi una visita in settimana?), per provare le forti emozioni di chi con cuore aperto sta a lasciarsi invadere dalla luce della verità che trasuda da tutta l’armonia artistica della cattedrale. Nelle più belle e primitive in ogni capitello, in ogni riquadro è come se parlasse il vescovo dalla sua cattedra. Abbiamo bisogno di simboli e soprattutto di bellezza. E’ soprattutto a questa bellezza che noi vogliamo accostarci entrando nelle chiese, che oggi forse sono più povere, per celebrare le nostre liturgie. Da questa bellezza è attratta ogni persona, credente o non credente, perché è di ogni uomo accostarsi al mistero e contemplarlo, sentirsi amato e accolto: è la condizione per riuscire a vivere e imparare a offrire speranza ai fratelli. 

22 Febbraio
+Domenico

Dio non ci fa mai mancare i segni della sua presenza  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 29-32)

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del  giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Audio della riflessione.

Ci lasciamo spesso incantare da tanti personaggi più o meno illustri, gente che appare molto, affascina, diventa un idolo, calca tutte le scene possibili. Sappiamo che sono passeggeri, ma tanto è così che va; la vita è tutta in fretta, ma soprattutto è sempre distratta. Ci lasciamo incantare dalla esteriorità, mentre invece facciamo parte di una storia bella, affascinante, grande che sta sottotraccia sempre. Abbiamo un papà e una mamma eccezionali, abbiamo avuto dei maestri che ci hanno insegnato a vivere, abbiamo amici che sanno donarsi senza suonare trombe o campane, che credono nella vita. Andiamo a cercare altrove ciò che invece abbiamo in casa, soprattutto abbiamo una speranza assoluta che è Gesù, il Figlio di Dio, che è la pienezza della storia e lo ignoriamo.  

Il fascino di qualche cosa di nuovo ci strega sempre, forse perché non siamo capaci di vivere in modo nuovo ogni giorno la nostra vita, l’amore, il lavoro, le relazioni, gli ideali. Crediamo sempre che la soluzione della vita sia altrove e ci lasciamo sfuggire i doni che Dio ci dà. Spesso abbiamo capito la bellezza e l’importanza del nostro territorio da gente che è venuta da lontano a visitarlo e non ce ne siamo mai accorti, perché si stende sempre su ogni cosa la pialla dell’abitudine, che soffoca tutto.  

Cerchiamo segni di futuro e non sappiamo leggere quelli che già abbiamo. Il popolo che Gesù si è trovato davanti è stato proprio un popolo di distratti, di cercatori di novità a tutti i costi, di infatuati del meraviglioso. Lui Gesù si era presentato come figlio di Dio e loro stavano ad aspettare ancora, l’avevano davanti e non lo vedevano. Avere un cuore che legge nella storia i segni della sua presenza è un dono grande che dobbiamo sempre chiedere.  

Signore aiutaci ad aprire gli occhi sulla tua presenza capillare, continua, dolce, precisa nel nostro mondo. Aiutaci a leggere i segni che lasci nelle persone, nelle menti, nella tua creazione. Aiutaci ad alzare gli occhi al cielo per vedere che non è mai vuoto e che tu sempre ci sei. Ferma la nostra smania di novità perché sei tu la vera e eterna novità della nostra vita.

21 Febbraio
+Domenico

Del tuo amore Padre e di tuo Figlio ti chiediamo nello Spirito  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 7-15)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Audio della riflessione.

Molti di noi credono di potersi arrangiare da soli. Noi non abbiamo bisogno di nessuno. Era la risposta strafottente degli scribi a Gesù: noi siamo figli di Abramo e non abbiamo bisogno di nessuno. Io sono autosufficiente. È finito il tempo della dipendenza dalla religione. 

Io sono autonomo, me la cavo da solo, mi arrangio, faccio tutto io, stabilisco io quello che mi serve e quello che mi va bene. Nessuno ci deve dire niente, nemmeno Dio. La vita ce la regoliamo noi come vogliamo. Sono io il dio della mia vita, sono io che stabilisco quello che si può fare e non si può fare. Salvo poi a trovarci soli come un cane. 

Non è così invece per i discepoli di Gesù.  Lo vedono spesso ritirarsi sul monte a pregare. Fa invidia a questi dodici semplici credenti della legge vedere che Gesù, non va solamente al tempio a pregare, ma prega tante volte da solo. Li aveva abituati a chiamare Dio con il nome di Padre, perché voleva che cambiasse radicalmente il rapporto con Dio, che non fosse un rapporto di paura, di distanza, di pur giusta e doverosa adorazione, ma fosse un rapporto filiale. A un Padre si fanno tutte le domande più belle, a lui si confidano i sogni, i progetti, le visioni di mondo, le sofferenze. Con il papà qualche volta si ha il coraggio di aprire il cuore e di far giungere a lui anche le domande più semplici, quelle che determinano la vita di ogni giorno. 

E la prima cosa che Gesù ci insegna a chiedere al Padre, dopo aver guardato con immenso stupore al suo nome, dopo aver immaginato di poter vivere in un mondo diverso che è diventato suo regno e dichiarato di sentirci sicuri solo nei disegni grandi della sua volontà, è il pane di ogni giorno. 

Il pane ti ricorda la casa, la famiglia, la fame, la semplicità, la terra, la sporta cui ti attaccavi, quando eri bambino, il fuoco, il panettiere, quell’odore fragrante di forno, quelle ore dell’alba, la gente che l’addenta, il calore di un gesto di dono, la semplicità e la naturalezza di un nutrimento, il compagno quotidiano di ogni vita, l’elemento necessario di ogni tavola. 

E questo pane è prima di tutto Gesù, è Lui, è Gesù Cristo. Lui è il senso, la pienezza, l’intimità, la serenità, la gioia. Lui è la luce di ogni giorno, Lui il dono inestimabile e assolutamente necessario che chiediamo al Padre, ogni giorno, per ogni giorno. È una follia continuare a dire che non abbiamo bisogno di Gesù. Ho bisogno del suo amore, della sua luce, dell’intimità con Lui.

20 Febbraio
+Domenico

L’ esame da superare per la salvezza: ecco le domande decisive

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Audio della riflessione.

Se ci fossero stati dubbi che il periodo della quaresima potesse sembrare una sorta di fiction in cui i cristiani possono giocare a mettersi la maschera del digiuno o della finta preghiera per dare l’idea che c’è ancora un po’ di attaccamento alle tradizioni (infatti le ceneri, il colore viola dei paramenti in chiesa, il digiuno, il mangiare di magro al venerdì e altre tradizioni ne potrebbero dare l’idea), il vangelo di Matteo che oggi si legge in tutte le chiese ce ne toglie ogni copertura. Alla fine del mondo, l’esame di licenza o di laurea per il paradiso sarà di tutt’altro tipo.  

Le domande risolutive saranno molto semplici. Che avete fatto al povero che petulante bussa alla vostra porta? all’handicappato che non può salire nessuna scala? al carcerato che aspetta che gli si venga data una pena certa e una possibilità di riabilitazione? all’immigrato che è venuto a chiederti alloggio o un lavoro? al demente che viene accollato solo sulle spalle dei suoi vecchi genitori? 

Abbiamo mandato assegni alla Caritas, abbiamo fatto petizioni in comune, abbiamo fatto manifestazioni in piazza, abbiamo dato quattro soldi per levarceli di torno, abbiamo fatto lavare i vetri ai semafori… 

Ero io in quel povero, in quel demente, in quell’immigrato, in quel carcerato…  Mi hai guardato negli occhi? mi hai degnato di un sentimento di amore o hai provato solo pietà e magari distacco? 

La quaresima è avere il coraggio di guardarsi in faccia e riconoscere in ciascuno il volto di Gesù. Fare la carità oggi, ma è sempre stato così, non è facile, occorre farsi carico della vita dell’altro, anche negando il denaro che non risolve nessun problema, offrendo la canna per imparare a pescare e non il pesce, aiutando a trovare lavoro perché ciascuno si costruisca il suo futuro, offrendo un microcredito che possa ridare fiato al momento sfavorevole. Molta povertà è solo frutto di inedia, di forze inoccupate e orientate all’ozio e quindi al vizio.  

Come fanno questi poveri a capire che Dio non li abbandona? Solo se troveranno persone che vedranno in loro il volto di suo figlio e lo metteranno al centro della loro vita. Avevo fame e mi avete dato da mangiare, facevo la fila alla Caritas, ma mi sono trovato accolto nel caldo di una famiglia. 

19 Febbraio
+Domenico

È necessario cambiare vita e seguire Gesù nel deserto  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. 
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Audio della riflessione.

Laconico il vangelo, arida l’immagine: un deserto pietroso, una solitudine e un silenzio assoluti, una fame e una sete che ti tormenta la carne. È Gesù che viene condotto dallo Spirito nel deserto. Quante volte sentiamo il bisogno di staccare la spina perché non ce la facciamo più, perché non capiamo più niente di noi, perché la vita ci travolge. Qualche volta abbiamo dei flash, che ci fanno percepire le assurdità che viviamo e desideriamo prenderci in mano la vita.  

Gesù prima di dare corpo ai suoi sogni, prima di mettere in atto il suo progetto radicale, prima di ripercorrere tutte le strade della Palestina per predicare il vangelo, la buona notizia, si guarda dentro, vuol organizzare tutta la sua vita per l’unico scopo che con Dio Padre ha da sempre sognato: dire a tutti gli uomini, farlo loro provare, convincerli che è imminente la salvezza definitiva per l’umanità, dono di un Padre pieno di amore e misericordia. Sono giunti i tempi in cui Dio rimette il mondo nella prospettiva vera, definitiva, in cui libera l’uomo dal peccato, dalla disperazione, dalla solitudine mortale. A questo occorre orientare tutto.  

La nostra arte invece è sempre quella di sfruttare l’occasione, di tenere il piede in due scarpe, di non deciderci mai per cose definitive. C’è sempre un rimedio a tutto. Certo, decidersi vuol dire tagliarsi le vie di fuga, sapere bene per che cosa vivere, o meglio, per chi vivere e per questo imboccare la strada giusta. 

C’è una inversione a U da fare. Nella vita non è come in autostrada, dove occorre sempre andare avanti diritti; nell’esistenza qualche volta c’è da cambiare radicalmente, da tornare indietro. Abbiamo capito che siamo fuori strada, qualche amico, i genitori o il coniuge, ce lo ha fatto intendere, talvolta ci si apre davanti un baratro, spesso è un rimorso insostenibile. Non ci sono calmanti da prendere, c’è solo da dirci onestamente: ho sbagliato; ho perso la testa, sto rovinando tutto. Cambio. Mi costerà, ma voglio una vita dignitosa, più bella, veramente senza fiele per nessuno e piena di gesti di amore. Cambio, mi converto. Sarà dura, ma ne val la pena. Stacca davvero le cuffie e mettiti a gridare che c’è ancora una speranza di vivere alla grande.

18 Febbraio
+Domenico

Non farti blindare la vita da una cassaforte  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 27-32)

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

Audio della riflessione.

Sentirti prospettare davanti una scelta di vita chiara, decisa cui puoi rispondere risoluto, senza tentennamenti è bello. Purtroppo, invece tante nostre vite si devono trovare la strada nell’incertezza, devono vivere di tentativi, prove, ripensamenti, approssimazioni. Ne imbocchi una che sembra la più adatta e non t’accorgi che è un vicolo cieco, hai fatto tanti sogni, ti han promesso che si sarebbero realizzati se avessi seguito quella strada, se avessi scelto quella facoltà, quegli studi, quella professione, poi alla resa dei conti non conta più niente, è cambiato il contesto, sono diverse le aspettative della società.  

Chi ti ha consigliato e ti ha messo in cuore prospettive di futuro o faceva i suoi interessi e gli servivi soltanto o non si portava dentro le risposte alle promesse che faceva. Gesù invece sa guardare nel cuore degli uomini e vede che sono fatti per cose grandi e osa stanarli dai loro loculi, osa tirar fuori anche noi dal nostro piccolo orizzonte autosufficiente che è sicuro solo di accontentare non di esaltare e portare a piena realizzazione. 

È così quando passa davanti al banco delle imposte. Lì c’è gente che conta i soldi, che li riscuote, che li sa far fruttare, li impiega, li gira, fa bonifici, costruisce piani di finanziamento, accontenta e spreme. Il guadagno è sicuro. È proprio un bel lavoro: comodo, pure onesto, se non fosse per quel rapporto con i romani, gli occupanti che vivono da parassiti. Una vita può ben essere impostata così: 9-12, 15-18. Che vuoi di più? Mi resta anche del tempo libero. Ma il cuore vaga altrove, il pensiero si porta ogni giorno su domande destabilizzanti. Ma è proprio qui tutta la mia vita? Sono venuto al mondo per stare dietro a un banco a contare e a far quattrini? La forza che mi sento dentro, la voglia di spaccare il mondo, il desiderio di pienezza si può arenare su questi registri o chiudere in questa cassaforte? 

Gesù legge quello che bolle in questa vita, è Lui che ne conosce il segreto, che ci ha messo un desiderio incolmabile di bontà e lo chiama: perentorio, deciso, senza lasciare dubbi. Non è: potresti riflettere, fare un bilancio tra entrate e uscite nel registro della tua vita. Non ti sembra che forse potresti… Non c’è nessun condizionale. C’è un imperativo: seguimi, vienimi dietro, stammi attaccato, lascia tutto e cambia, vieni. Quei soldi che conti non ti fanno felice, quella cassaforte che custodisci, sta blindando anche la tua vita, sta chiudendoci dentro anche i tuoi sentimenti. Seguimi.  

E Levi lasciando tutto si alzò e lo seguì. E non si pentì mai di avere deciso di stare dalla sua parte. Si è messo a girare il mondo per dire a tutti che Dio non ci abbandona mai neanche nello scegliere la nostra strada. 

17 Febbraio
+Domenico

La vita cristiana è una vita beata e felice  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 14-15)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Audio della riflessione.

Essere cristiani è sbilanciarsi dalla parte della severità della vita, della austerità dei comportamenti, della mortificazione delle espressività umane o è scegliere la gioia, la serenità, la letizia come stato normale di vita? Credere in Gesù che ci invita a prendere sulle spalle la nostra croce è vivere di lutti e digiuni oppure è essere capaci di fare festa, gioire anche con gli occhi velati di pianto, avere nel cuore una grande speranza che dà sollievo alle immancabili sofferenze dell’esistenza? È essere destinati alla mortificazione o è far esplodere la bellezza del vivere in una umanità aperta al futuro bello e beato di Dio?  

I discepoli di Giovanni, dopo le sfuriate e le invettive che si erano sentititi addosso nel deserto, alla sequela della sua austerità avevano cominciato a girare per la Palestina per richiamare a tutti la severità di una nuova impostazione di vita. Occorreva dare una svolta a una vita segnata dalla falsità e dalle abitudini mortificanti di una religione che rischiava di essere senza Dio. Gesù inizia da lì, ma il suo messaggio è di gioia e di felicità. Lui sa che cosa ha depositato Iddio nel cuore dell’uomo, lui conosce le potenzialità di una umanità riportata al disegno del Creatore e lancia i suoi discepoli sulla prospettiva di una vita nuova. Dirà sulla montagna per otto volte: beati, beati, felici. 

 Il segreto della fede cristiana sta nel sentirsi accolti da Dio come figli, nel sentirsi trattati come amici e fratelli di Gesù, nel toccare con mano il futuro di Dio. Quello che sarete non lo potete nemmeno immaginare; ora siete nella tristezza, ma verrà lo Spirito e vi darà la vera gioia. La vita cristiana è l’invito a una festa di nozze, per le quali lo stesso sposo anticipa la sua presenza nel mondo. Sono venuto perché abbiate vita in abbondanza, chi segue me non cammina nelle tenebre, voglio che la vostra gioia sia piena, oggi sarai con me in paradiso, io sono pane di vita che produce eternità, chi crede in me non avrà più fame…  

Si potrebbero moltiplicare tutte le frasi di Gesù, tutte le sue promesse e i suoi doni effettivi. Lui è il sole della vita, la gioia dell’esistenza. Soltanto quando lui non c’è abbiamo da soffrire, ma Lui non manca mai dall’orizzonte della nostra storia. Vivere da cristiani è avere questa certezza. Per questo i martiri attendevano con gioia la morte, passavano attraverso supplizi indicibili con il sorriso sulla bocca: andavano incontro allo sposo. 

Sappiamo tutti che nella vita la felicità non è messa in dubbio dalla fatica, ma dalla disperazione. Noi non siamo disperati perché Dio non ci abbandona mai. 

16 Febbraio
+Domenico

Fatti carico della croce e porta con me il male del mondo  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 22-25)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».

Audio della riflessione.

Ci mettiamo tutti sulla strada di qualcuno, ci facciamo tutti un ideale da seguire, abbiamo tutti una persona che è per noi una guida, un esempio, un modo di concretizzare i nostri sogni, le nostre attese. Ognuno segue più o meno intelligentemente una strada che altri hanno segnato per lui. Si impara per intelligenza, ma sempre applicata a una esperienza; la creatività è distaccarsi da una sequela pedissequa, inventare una nuova via, ma sempre a partire da quella che abbiamo sotto gli occhi. Da soli non possiamo vivere e non possiamo nemmeno crederci autosufficienti. Le più grandi scoperte sono sintesi geniali del cammino dell’umanità, luci che abbagliano, e che sono state alimentate dal lavoro paziente di secoli.  

Ma c’è nel discorso di Gesù qualcosa di più profondo di questo sentirsi tutti far parte di una fila; è essere orientati a una sequela. Con Gesù c’è qualcosa di necessario da prendere per stargli dietro, non gli si va dietro a qualche maniera, ma con una croce. Chi vuol venirmi appresso, può starci solo con la sua croce; venire dietro a me non è scaricare il dolore immancabile della vita sugli altri, rifiutare quella sofferenza che spesso tu stesso ti sei procurato. Io non sono una comoda esenzione dalla durezza della vita, ti insegno a portarla invece.  

A stare con me cresce la tua responsabilità e la coscienza che il male che hai fatto te lo devi caricare, anzi se vuoi venire con me ti chiedo anche qualcosa di più, di farti carico del male del mondo. C’è troppo male nel mondo. Non è possibile cambiarlo in bene se non con un di più di amore.  

A chi mi vuol seguire chiedo di buttare dentro nella vita sacrificio e sofferenza, non meritata e nemmeno immaginata, per quelli che stanno nel mondo da gaudenti a rovinare gli altri.  Il buon comportamento, che è già una scelta eccezionale per i tempi in cui viviamo, non è sufficiente a sradicare il male. Occorre un di più di amore, occorre sradicare il male mettendo in campo la capacità di assorbirlo su di sé e distruggerlo.  

La logica della reversibilità che prevede che a una azione buona corrisposta un premio, a una azione cattiva una punizione e di conseguenza a una azione ingiusta una ritorsione va superata. Uno accetta la sofferenza perché è innamorato di Cristo e diventa come grazia, dono di salvezza, segno concreto per tutti che camminiamo con Gesù e che Dio non ci abbandona mai. 

15 Febbraio
+Domenico