Io sono solo una voce, lui è la Parola

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,6-8.19-28)

Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni,
quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:
«Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».
Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Audio della riflessione

Viene prima o poi per tutti nella vita il tempo in cui devi decidere se vuoi stare al centro tu di tutto quello che ti circonda o se ti metti a disposizione di una causa più grande di te o vuoi fare della tua vita un dono per qualcuno. La tendenza istintiva che giustamente abbiamo forte in noi è quella di portare tutto a noi; comincia il bambino a portare alla bocca tutto quello che afferra, quando inizia a parlare dice subito: questo è mio, quando è un po’ più grande fa capricci per ottenere. È sopravvivenza è conservazione, è identità. Ma per tutti pure scoppia prima o poi la stagione dell’amore che ti butta fuori di te, ti fa vedere che la tua felicità non sei tu, ma un’altra persona, e anche qui prima la tratti come un possesso e poi lentamente ti devi fare dono.   

Giovanni il Battista ha fatto la cura del deserto proprio per proiettare la vita non su di sé, ma sul Messia. Non ha portato nel deserto gente per fondare un movimento spirituale, come era anche naturale in quei tempi. Non è un profeta che voleva affermare una corrente di radicalità religiosa pure nobile e utile per il popolo, ma ha voluto solo fare da guida, da freccia che indica la direzione,  

Io sono qui per preparare una strada; è lui che deve d’ora in poi fare da perno attorno a cui il popolo di Israele costruirà la sua nuova vita. È Gesù l’atteso. Io sono pane e acqua, rispetto al vino della festa che è lui. Io ho continuato a tenervi sulla corda perché voi vi siete stancati presto di aspettare, ho dovuto continuare a distaccarvi dai vostri idoli. Ora, non fate di me un idolo che fa prurito ai vostri orecchi, ma orientate la vostra vita a Lui. Io sono una voce, lui è la parola di vita. Stesse in me avrei già bruciato tutto il marcio in cui siamo sepolti, perché ci impedisce di fare chiarezza, Lui invece è la luce vera, non ha bisogno di fuoco per distruggere, ma di accoglienza per illuminare. 

Io utilizzo simboli per farvi capire, lui vi dà lo Spirito per farvi nuovi; io faccio le impalcature, lui costruisce la dimora di Dio tra gli uomini. Io faccio da mediano, si diceva un volto nel calcio, lui fa il goal. 

Io lavoro per immagini per farvi intuire la bellezza di cui siamo in attesa, lui è la bellezza in persona. Io avverto che la promessa si compie, lui è il Dio che non ci abbandona mai. 

17 Dicembre
+Domenico

Il dolore è sempre e solo un passaggio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17,10-13)

Mentre scendevano dal monte, i discepoli domandarono a Gesù: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elìa?».
Ed egli rispose: «Sì, verrà Elìa e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elìa è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro».
Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

Audio della riflessione

Ci possiamo ribellare fin che vogliamo, possiamo stare giorni interi a discutere, possiamo mettere in atto tutte le nostre intelligenze e difese, ma con il dolore tutti nella vita dobbiamo fare i conti. È scritto nel nostro DNA. Si chiama fatica, si chiama malattia, si chiama offesa subita, ingiustizia, sopruso, si chiama pena o disagio interiore… può essere causato da noi o subìto da altri: sta di fatto che non lo si può ignorare.  

Anche nella vita di Gesù, nel suo desiderio solo di far del bene a tutti, di spendersi con generosità per la felicità di ogni uomo, di ogni malato o disperato, deve mettere in conto la sofferenza: il figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro.  

Il gruppetto dei discepoli molto presto si accorge che chi sta con lui non avrà vita facile, che chi lo segue si troverà prima o poi a dover affrontare solitudine e disprezzo, ingiuste accuse e patimenti. Non siamo facilmente irenici: tutto sorrisi e emozioni positive. Avvento non significa che stiamo aspettando la soluzione di tutti i problemi, che stiamo dimenticando le nostre pene quotidiane, ma solo che abbiamo una sicura compagnia nel viverle, una forza invincibile nell’affrontarle.  

Avvento significa essere avvertiti del futuro che ci aspetta e aiutati a trapassare con dignità la vita e i dolori nella compagnia dolcissima di Gesù, il figlio di Dio. È certezza che Dio nel suo misterioso disegno non ci lancia una corda o un galleggiante di salvataggio, dall’alto della sua posizione di superiorità e imperturbabilità, ma si immedesima nella nostra vita, ci sta fianco a fianco a costruire un futuro di salvezza e di senso. 

Con Gesù dentro nei meandri della nostra vita possiamo sentire sempre la paternità di Dio, la fratellanza con lui, e possiamo intravedere il vero futuro di beatitudine di questa umanità. Le guerre, le sofferenze, i mali del mondo sono ridotti a brevi periodi se li collochiamo nella storia dell’umanità, a spazi di purificazione, a rinascita di una umanità nuova, cui noi possiamo dare il nostro contributo. È difficile immaginare questo oggi con la tragedia di guerre crudeli, assurde, come tutte, ma ancor più brutali. Ciò ci fa capire come senza Dio possiamo ricadere sempre nella barbarie. Con Gesù la sofferenza non sarà più una condanna, ma una solidarietà e un abbraccio per la vita nuova, perché può contare sempre sulla immedesimazione di Dio nella nostra vita. 

È proprio così che Dio non ci abbandona mai. 

16 Dicembre
+Domenico

Essere veri sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,16-19)

In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Audio della riflessione

Lo scopo di ogni religione è di aiutare l’uomo ad alzare lo sguardo al futuro, alla vocazione profonda di ogni creatura, di offrire a tutti orizzonti ampi per la comprensione della vita. La tendenza dell’uomo invece è, una volta intuita qualche bella prospettiva, di imbrigliarla in abitudini ripetitive, in formalismi senza vita, in comportamenti standardizzati, dove a poco a poco la vita viene buttata fuori e ciò per cui si era lavorato, combattuto, sofferto, viene cancellato. È più forte di noi, è la legge di inerzia dell’uomo. Anziché conquistarsi ogni giorno freschezza, amore, giustizia, novità, tende a costruirsi comode abitudini, percorsi securizzanti, automatismi senza anima.  

È la sofferenza dei giovani che vedono spesso nei comportamenti della fede, la morte della fantasia, la stretta entro comportamenti standard, senza vitalità. È diversa la ricerca scientifica, lo sport, la musica, il divertimento, i ritmi della danza, l’arte, il teatro, lo stesso cinema. Ma c’è qualcuno che sarebbe pronto a mettere la mano sul fuoco che in questi campi tutto sia novità freschezza, vitalità? Non ci sono anche musiche ripetitive e ritmi buttati a caso, fatti diventare di moda senza anima? Non ci sono sport che sanno più di commercio che di atletismo? Non ci sono cinema che sono solo per far cassetta e non per dare emozioni vere? Siamo tutti nella stessa barca. Come la religione può diventare una routine, così lo possono diventare tutte le nostre azioni umane 

 Gesù aveva capito molto bene questa tendenza dell’uomo a mettere l’ammortizzatore su ogni slancio, anche sulla religione, anche sul suo dono d’amore. Non abbiamo fatto diventare anche la croce un gingillo da portare o un soprammobile che sta bene solo per la fotografia o il colpo d’occhio?  Così gli ebrei del suo tempo non riuscivano a cogliere la novità di Gesù, lo pensavano dietro il velo del Tempio, nascosto e lontano dagli uomini; invece, Lui si faceva incontrare mentre mangiava e beveva con tutti, peccatori compresi.  

Per cogliere la novità della vita occorre sempre essere veri dentro, non lasciarsi mai andare all’effetto, alla maschera. Essere veri dentro è obiettivo di ogni compositore di musica, di ogni sportivo, di ogni artista. E io dico di ogni credente. È una meta che abbiamo davanti. Non ci dobbiamo adattare alle mode, ma costringerle a dire il vero che Dio ci dona di essere.  

E per fare questo Dio non ci abbandona mai. 

15 Dicembre
+Domenico

La fede in Gesù è un salto di qualità anche nella religione

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,11-15)

In quel tempo, Gesù disse alle folle:
«In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono.
Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell’Elìa che deve venire. Chi ha orecchi, ascolti!».

Audio della riflessione

Abbiamo tutti dei sentimenti religiosi. Quasi tutte le ricerche sociologiche dicono che la domanda di Dio è dentro la vita di ogni uomo, fa quasi parte del suo statuto antropologico, del suo DNA. Dicono infatti molti scrittori e pensatori, molti uomini di scienza che nell’uomo c’è una inquietudine innata dovuta alla ricerca di un punto di riferimento solido, di un trascendente, che è necessario per capire la vita. Ci occorre salire su un albero per allargare gli orizzonti se vogliamo capire chi siamo e questo albero non è il tifo per la squadra del cuore o l’infatuazione per una star, ma la ricerca di un essere trascendente, cui riuscire a scoprire le carte, o, meglio, il volto.  

La dimensione religiosa insomma è normale. Tanto più che là dove non si cura la dimensione religiosa, questa irrompe nella vita dell’uomo in molteplici forme anche violente. L’uomo è tendenzialmente religioso. Ha bisogno di rapportarsi con Dio.  

La storia dei popoli della terra è tutta una dimostrazione di questo. Il secolo 21esimo che stiamo vivendo sta caratterizzando di religiosità, talora impazzita, le nostre storie quotidiane. Non avremmo pensato dall’alto del nostro positivismo e materialismo viscerale del secolo scorso che ci sarebbe stata una impennata di religiosità. 

Ma la fede in Gesù esige un ulteriore salto di qualità, non è in continuità con i nostri ragionamenti umani, è un fatto del tutto nuovo. Il Dio che la fede in Cristo invoca è un Dio sorprendente, che non sta negli schemi della storia delle religioni. È un Dio Crocifisso, è un amore che si inscrive nella debolezza, è un perdono gratuito, non è una riscossione di meriti, ma una agenda di gratuità, di sovrabbondanza di doni. 

Per questo quando Gesù parla di Giovanni, che è un campione di religiosità, di esperienza di Dio, lo dice grande, ma non tanto come colui che accetterà il dono di un Dio Crocifisso, la grazia della definitiva offerta di Gesù come senso completo della vita. Il più piccolo del regno dei cieli è più grande di Giovanni. Da quando Gesù è entrato nella nostra vita la religione ha fatto un salto di qualità.  Questo è un altro segno che Dio non ci abbandona mai. 

14 Dicembre
+Domenico

La carezza della vita di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,28-30)

In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Audio della riflessione

Abbiamo tutti bisogno di essere coccolati. Non è più sufficiente oggi per un bambino vedersi vicini i genitori, saperli sempre attenti alla sua vita, aspetta di venire a contatto fisicamente delle carezze del papà e della mamma. C’è bisogno di un contatto fisico in un mondo fatto di immagini e di disegni, di cartelloni e di proiezioni., di virtuale e di fiction. Può essere anche una necessità imposta dalla moda, ma sicuramente è segno di un desiderio innato di sentirsi di qualcuno, è la dimostrazione che l’uomo senza l’amore non può crescere. Se a un ragazzo, manca l’amore, manca la vita. Tutti i disastri che combinano i giovani hanno spesso solo una motivazione: non sono stati amati abbastanza.  

Gesù sta tentando di tirarsi su dei discepoli, delle persone che stanno con Lui, che condividono con Lui la tensione verso il Regno, che lo seguono nella sua tournée; a loro vuole affidare il compito di continuare la sua missione e li vede spesso smarriti, sconsolati.  

Non sempre le cose vanno bene. Nella vita devi resistere, non mollare perché se aspetti le consolazioni, puoi morire di spasimo. Se non hai una carica interiore, una riserva di forze e di motivazioni, saresti sempre col morale ai tacchi.  

Ebbene Gesù esce con quella bella espressione che vorremmo sentirci dire tutti noi sui nostri tempi di disperazione, sulle nostre povere vite, sui nostri scoraggiamenti, sulle nostre solitudini, sui fallimenti, sulle incomprensioni. Venite a me, che vi consolerò, vi coccolerò, vi ristorerò. Vi darò la carezza della mia vita, vi passerò l’amore infinito che Mio Padre non mi fa mai mancare. Vi metterò a parte della mia intimità con Lui. Voi non sapete che significa avere un Padre così. Io sono qui per darvene una prova. Non immaginate che cosa sarà di voi, di noi tutti quando saremo nelle sue braccia. Intanto riposatevi nelle mie. La via sarà sempre dura, la vita porterà sempre travagli, ma non vi dovete sentire abbandonati. Il peso che vi ho dato, io non ve lo scarico, ma vi do la forza per portarlo con gioia. 

E abbiamo visto quanti santi, quante mamme e papà da una preghiera, da un colloquio così familiare con Dio sono riusciti a conquistarci all’amore, a rendere la nostra vita più piena e felice, a ricuperare forze di bene. Oggi è santa Lucia, la santa siciliana che al Nord Italia è sempre stata vista come la santa dei regali, dei doni tra genitori e figli in famiglia, della sorpresa di mattino presto prima di andare a scuola; ci ha risparmiato sempre dalla figura di babbo Natale e dei suoi regali sotto l’albero, perché non avevamo l’albero in casa, ma sempre il presepio. Che tutti i bambini abbiano ancora la possibilità di doni che li fanno gioire in famiglia. 

Dio non ci abbandona mai. 

13 Dicembre
+Domenico

Gesù ci ricerca tutti, senza se e senza ma

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18,12-14)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?
In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite.
Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».

Audio della riflessione

Il gioco della libertà degli uomini è sempre una gran bella realtà, ma anche un grande mistero. Hai fratelli o figli, tutti educati nella stessa maniera, nelle stesse condizioni, da genitori onesti e laboriosi: uno diventa un buon cittadino e un buon cristiano, l’altro non ha fede e non è capace di stare alla larga dal male; uno si fa un sacco di amici che lo stimolano a diventare migliore, l’altro si crea una banda e ogni tanto devi andare dai carabinieri a riparare qualche danno; uno si fa in quattro e costruisce una azienda, l’altro ti si attacca come una sanguisuga e  ti  manda in malora. Ma non sono stati tutti educati alla stessa maniera? Non hanno avuto tutti le stesse opportunità? Non siamo stati bravi genitori con tutti? Qualcuno può dire che gli sono mancate le carezze della madre? 

 Eppure, ciascuno si sceglie la sua vita, ciascuno ha il compito di affrontare in libertà il rischioso mestiere di vivere. La pecora che quella sera non torna all’ovile, è cresciuta con tutte le altre, ha sempre fatto la fila, ha sempre giocato e scherzato con le altre, ma un giorno non torna più. Ha voluto giocare la sua libertà o qualcuno gliel’ha tolta con inganno.  

L’importante è che qualcuno si accorga di lei. Purtroppo, non si accorgono gli amici, i fratelli, i colleghi, i compagni di squadra. Si accorge solo Lui, il pastore buono, che ogni sera stanco, fa la conta e gli viene un tonfo al cuore quando ne vede mancare una all’appello.  

È come la mamma che al mattino non trova nel letto il figlio che stanotte non è tornato; si gira nel letto, tende l’orecchio a tutti i suoni, lancia sms, chiama, ormai non dorme più, si mette a rassettare la casa, ma non riesce a concentrarsi. Se sente in lontananza una sirena, le viene un terrore freddo. Aspetta, cerca col cuore. 

Gesù fa così: si mette a cercare e esce di nuovo nella notte a cercare la pecora sbadata, sfortunata, magari sbagliata e discola, cattiva e strafottente, ma sempre in pericolo, soprattutto sempre lontana dalla sorgente, dalla gioia, dalla bellezza. Gesù rincorre tutti noi senza se e senza ma. Non si lascia intimorire dalle nostre bestemmie. Il suo amore non calcola le volte che ci ha perdonato, i tempi di attesa che ha vissuto, mentre noi Lo insultavamo e parlavamo male di Lui, Lo rinnegavamo. Pietro ne sa qualcosa, Giuda l’aveva intuito, ma è fuggito di nuovo, Paolo s’è fatto buttare a terra perché ancora non riusciva a capire quanto male stava facendo e si stava facendo. Aspetta, cerca, non ci molla. E finalmente trova la pecora smarrita. 

Dio non ci abbandona mai. 

12 Dicembre
+Domenico

Paralizzati dal peccato e liberati dalla grazia

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 17-26)

Un giorno Gesù stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della Legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni.
Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza.
Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?».
Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire “Ti sono perdonati i tuoi peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio.
Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».

Audio della riflessione

Paralisi in una persona è una parola brutta. Significa che tutto si ferma, che non puoi più muoverti, che resti bloccato. Siamo abituati alle paralisi del traffico, sbuffiamo, guardiamo l’orologio, tentiamo tutte le vie di uscita possibili, poi ci adattiamo. È una paralisi che ci fa soffrire, ma che si risolverà.  

C’è un’altra paralisi invece più dura, quella del corpo, quella del restare impossibilitato a muoverti, la percezione di impotenza perché i tuoi comandi che partono dal cervello non arrivano più alle braccia o alle gambe. Allora è disperazione nera, è prova dura. Devi dipendere dagli altri, non ti puoi più muovere, è saltato qualcosa nel tuo corpo e devi cambiare radicalmente il modo di vivere e soprattutto trovarti una speranza interiore per affrontare le prove e i dolori. Spesso è un incidente di automobile, altre volte in uno sport, purtroppo oggi per i bombardamenti di una guerra. Molte persone devono convivere con questo stato di privazione della propria autonomia, spesso nell’indifferenza di tutti noi che stiamo bene.  

È così quell’uomo che entra di prepotenza nella scena del vangelo. Ha una fortuna però: per la solidarietà degli amici viene calato dal tetto davanti a Gesù che parla. Lui, Gesù sta insegnando che il regno di Dio è imminente, sta facendo fiorire sulla bocca di tutti una lode a Dio perché si è ricordato di loro e si vede davanti una sofferenza, un volto implorante. L’uomo paralizzato che viene calato davanti a loro è l’immagine nostra, delle nostre infermità, della nostra immobilità di fronte al futuro, della nostra mancanza di libertà nell’affrontare la vita.  

Quanti di noi sono schiavi, impediti di agire secondo i propri ideali o per povertà, o per mancanza di lavoro, o per vizio. La catena della droga è più di una paralisi, perché ti si ghiaccia il cuore, si blocca ogni progetto, scambi la voglia di vivere in voglia di farti, credi di essere te stesso, ma sei solo la roba che ti consuma. La paralisi dell’alcolizzato non è da meno, è un’altra catena che ti lega e ti consuma, ti distrugge i sentimenti, ti isola.  

Gesù lo guarisce, gli dice che perdona i suoi peccati, non perché le malattie siano conseguenza di un suo peccato personale, ma perché vuol andare ancora più in profondità nella nostra schiavitù. Certo le malattie ci fanno soffrire, ma c’è un male più grande cui purtroppo ci stiamo abituando è il male dell’anima. Questo solo Dio lo può guarire.  

E Dio per questo non ci abbandona mai.

11 Dicembre
+Domenico

Un grido! e una strada nuova si apre nel deserto  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,1-8)

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Audio della riflessione

Entriamo in questo secondo passo decisivo di attesa, di speranza, di fede scossi dal grido che parte dal Signore e ci raggiunge attraverso la sua Parola, per svegliarci perché forse ci siamo scoraggiati e stancati di invocarlo, soprattutto perché ci siamo impigriti; una voce grida, grida! che cosa dovrà gridare? Alza con forza la voce! La schiavitù in cui siamo stati condannati dal nostro male è finita, Dio ci offre il suo perdono, la colpa è scontata. Si tratta della schiavitù cui fu sottoposto il popolo di Israele, nel suo esilio, ma proprio perché è il Signore che parla, la sua parola è sempre un segno per l’umanità, sono tutte le nostre schiavitù che ci siamo costruiti allontanandoci da Dio che ci feriscono, ci destabilizzano e che con la venuta di Cristo ci vengono tolte, da esse siamo da Lui liberati.  

Un altro grido ci annuncia che, se siamo stati liberati, occorre costruire una strada nuova nel deserto, cioè una strada di conversione nella vita. Ma soprattutto un cristiano deve gridare che Dio non ci abbandona mai, che nelle nostre colpe e fragilità, adattamenti e disperazioni siamo sempre sorretti dalla sua Parola. Di fronte a queste grida noi creature reagiamo in vari modi: Con la rabbia contro tutto e contro tutti, perché siamo violenti e pieni di disperazione oppure ci ripieghiamo su noi stessi, non vogliamo più affrontare la realtà oppure molto meglio, coraggiosamente continuiamo a lottare perché ci siamo dati degli ideali alti, che pure non resisteranno all’impatto col male, ma per i quali vale sempre la pena di spendersi. Tutto qui la nostra storia umana, la nostra vita? Siamo sostenuti soprattutto dalle nostre risposte più o meno buone?  

Si staglia in questo nostro riflettere la potente figura di san Giovanni il battezzatore, che ci ha aiutato a vedere nel momento presente quello che si prefigurava nella vita del popolo ebreo: la venuta di Gesù. Il compimento di ogni promessa, di ogni nuova alleanza, di ogni perdono, di ogni conversione è l’incarnazione della fedeltà di Dio nella dolce e forte persona di Gesù. È lui il segno che ci fa vedere come Dio ha accettato il nostro mondo definitivamente. Giovanni Battista, e Gesù ancora massimamente di più, non si è limitato ad annunciare, a farsi in quattro per togliere la sua gente dal torpore, a invitare a penitenza. Rende presente Cristo nella sua persona. Al discepolo, al cristiano non è chiesto solo di entusiasmarsi della gioia del vangelo o di predicare anche con vera convinzione.  

Giovanni non fu solo il vero profeta e coraggioso annunciatore della venuta di Cristo, ma ne è stato la vera immagine. Infatti, poco tempo aver presentato al mondo Gesù, il messia tramite il battesimo, verrà brutalmente decapitato; ha seguito la stessa sorte di Gesù. In questa maniera ha reso presente il maestro superando un mare di difficoltà. Anacoreta fino in fondo, ma presenza di Dio, in ogni esperienza di vita, figura di uomo con dentro la figura di Gesù. 

10 Dicembre
+Domenico

Uscire! La sete di Dio abita tutto il mondo  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 35-10,1. 5-8)

In quel tempo, Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. E li inviò ordinando loro: «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Audio della riflessione

La nostra vita cristiana spesso si sviluppa solo entro gli angusti confini delle nostre strutture ecclesiastiche. La sete di Dio oggi abita nelle coscienze di molte persone, ma noi cristiani spesso stiamo abbarbicati nei nostri comodi e pacifici spazi.  

Gesù con i suoi discepoli è perentorio: rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’ Israele. Uscite dal tempio e andate per le strade. Oggi la Parola di Dio deve risuonare ovunque. L’abitudine a isolare il cristianesimo o alla coscienza privata o alle nostre sacrestie è un insulto al vangelo, è una ingiustizia nei confronti dei tanti che hanno bisogno di Dio, hanno sete di lui e se lo vedono sottrarre dai nostri comodi loculi.   

Il mondo non è una sterpaglia, dice Gesù, non è una landa di ululati solitari, non è un groviglio di domande assurde, non è una accozzaglia di casualità senza senso: il mondo è una messe; è un terreno fertile, in esso è già maturato da sempre un desiderio, è saturo della attesa di uno sbocco, aspetta solo che qualcuno dia inizio a una mietitura. Il regno di Dio, dirà, è già in mezzo a voi e non solo parlando di sé stesso, ma anche della azione della Trinità su ogni vivente di questa nostra terra.  

Invece la nostra visione di mondo è sempre la fotografia, di ostilità, di mali, di lontananza da Dio. Gesù dice invece che è una messe che ha bisogno di operai che la raccolgono. Ci viene offerta su un piatto d’oro una sete e noi, che custodiamo la sorgente, non la mettiamo a disposizione; ci viene offerto un campo maturo e noi non siamo capaci di raccogliere i frutti.   

Avvento è anche accorgersi della sete di Dio che c’è nel mondo e offrire la sorgente; è portare a compimento una attesa con il dono della sua Parola. Torna ancora la parola precisa, che definisce la sollecitudine di Gesù: compassione, Gesù ha compassione della gente stanca, sfinita e sbandata. Sono tre aggettivi che possono ben fotografare noi uomini di oggi, giovani inesperti e in balia di tutte le possibili novità e adulti disorientati a guardare continuamente indietro e a sperare di riportare il mondo come era prima.  

Ma il futuro è sempre davanti, è sempre Gesù, è sempre scritto nella nostra decisione di offrire gratuitamente il vangelo, gratuitamente perché è dono di Dio che non si può tenere tra le mani, ma che si deve continuamente mettere a disposizione di tutti.  

Anche attraverso la nostra gratuità Dio non ci abbandona mai. 

09 Dicembre
+Domenico

Bella da sempre – 8 dicembre

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
E l’angelo si allontanò da lei.

Audio della riflessione.

La mamma è sempre la donna più bella della vita, almeno finché sei piccolo, poi un po’ alla volta diventi addirittura impietoso, perché ne stai a vedere tutti i difetti: non ti piace questo, quello, poi ti metti a gridarle dietro, poi la ignori, dio non voglia, la offendi; e viene un tempo che la pensi con nostalgia e la cerchi, ma non c’è più. Ti ha dato la vita e un po’ alla volta se ne è ritirata per lasciarti spazio.  

Anche Gesù ha avuto una mamma, e Dio suo Padre l’ha scelta tra miliardi di creature con una qualità impossibile all’umanità, ma a Dio sì: senza peccato. Noi uomini abbiamo una storia di male, lei no; noi siamo stati morsi dal serpente, lei no; noi abbiamo un concentrato di cattiveria, lei no; noi siamo sempre soggetti alla tentazione, lei no. Non c’è in lei niente che possa far pendere verso il male, è tutta orientata alla bellezza, alla bontà, all’accoglienza.  

Con un po’ di irriverenza qualcuno potrebbe pensare a un automa, a una creatura già programmata, senza possibilità di scelta, costretta dentro un ruolo disegnatole addosso da altri. Il vangelo invece ce la presenta nel massimo della sua libertà, della sua ricerca, dello stupore per l’invito a diventare madre di Dio, ad abbandonare i suoi progetti per i progetti nuovi di salvezza per tutti. Vuol sapere, ha deciso diversamente fino ad ora, c’è di mezzo una persona, Giuseppe; si sente già un cuore donato e ora deve ripensare, riflettere, affidarsi a Dio. Occorre proprio una fede grande per fare così; non ha spostato solo qualche impegno per accontentare gli amici, come spesso dobbiamo fare noi, ma ha definito di nuovo la sua giornata, la sua vita, la sua fede. 

Vuoi diventare la madre del Salvatore? È la domanda più bella e più impegnativa che Dio può fare a una creatura e vuol appendere i suoi sogni, il suo progetto, la sua volontà alla decisione di Maria, di una giovanissima ragazzina.  È un dialogo d’amore, una decisione di lasciarsi prendere e di donarsi, di offrirsi e di dedicarsi. Maria rischia tutta la sua giovinezza, la sua semplicità, la sua affettività, il suo amore, lo mette a disposizione di Dio. Si offre mamma e viene esaltata come regina, si presenta serva e ne esce come mediatrice. Sperimenta anche Lei nella gioia della nascita di Gesù il desiderio di offrire tutto e si butta, sono la tua serva, non mi abbandonare. E Dio questa mamma l’ha lasciata a noi prima di morire in croce: Figli questa è vostra mamma e noi possiamo sempre dire: mamma sia sempre tuoi figli. E siamo ancora più sicuri che Dio non ci abbandona mai. 

08 Dicembre
+Domenico