A Dio dò ciò che non mi serve o quello di cui mi costa fare a meno?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 21,1- 4)

In quel tempo, Gesù alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio.
Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».

Audio della riflessione.

Siamo tutti e sempre in cerca di sicurezza, di conferme, perché ci accorgiamo che attorno a noi tutto è incerto, faticoso e indecifrabile. Possibile che la vita sia una cosa così caotica? Non è forse più facile? 

Ci viene il dubbio che ci sia qualcuno che si diverte a tormentarci, a seminare il dubbio. Invece basta un buon oroscopo per uscire di casa assicurati al mattino, basta una candelina collocata all’altare giusto per avere la scaramanzia necessaria, basta qualcuno che non ti metta davanti troppe strade, ma che ti dice:” Lascia fare a me, questa è quella giusta. Del tuo futuro non ti preoccupare, pensa al presente, al futuro pensiamo noi”. Non sai come andrà a finire il tuo viaggio? Portati sempre un ferro di cavallo in macchina. Hai qualche disturbo di cattiva coscienza? Fai una bella offerta ogni tanto al santuario e ti comperi una sicura polizza per il paradiso. 

Ecco a Gesù nel tempio è forse capitato di vedere anche questa nostra meschinità, gente che gettava monete, qualcosa che non li coinvolgeva affatto, qualche avanzo. Contento lui, contento il cesto che ogni tanto emetteva suoni confortanti, contento il tempio e chi per lui, ma la vita è da un’altra parte, Dio ancora di più. 

Dio, con gli occhi di Gesù, guardava invece una povera vedova, una donna che sperimentava il massimo della insicurezza e dell’abbandono che si portava dentro. Il dolore di un passato felice e di un futuro del tutto incerto. 

Eppure gettava nel tempio due spiccioli. Annota Gesù: tutto quanto aveva per vivere. I due spiccioli non risuonavano, non pesavano, ma si portavano dentro la vita. 

Dio a noi non ha dato il superfluo ma, come l’amore, ha dato tutto. 

E noi che cosa mettiamo in gioco della nostra vita? Che cosa buttiamo nel piatto? Le nostre cose, quelle meno consistenti o tutto quello che siamo? 

La prima sicurezza di cui abbiamo bisogno è quella di poter disporre di quello che siamo per una causa vera e buttarci senza riserve.

27 Novembre
+Domenico

Festa di Cristo re, ma di che regno si tratta ?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25,31-46)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”.
E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Audio della riflessione.

Nel sentire parlare di re, come oggi che è la festa di Cristo re, ci viene un soprassalto di democrazia e pensiamo che ormai sia finita anche per la religione di proporre dei re o dei regni, soprattutto di metterci davanti un potere assoluto. Invece per noi Gesù è proprio un re, così per deriderlo c’era scritto sulla sua croce, per tirarlo in giro, così si è meravigliato Ponzio Pilato. Non hanno saputo entrare nella propria coscienza e vedere che proprio lì ha radice il regno di Dio. Questa coscienza nostra verrà messa a nudo prima o poi? 

Credo che tutti abbiano passato qualche notte insonne in attesa di un esame. Come sempre l’abbiamo fatto più difficile di quanto non lo fosse, i nostri genitori magari ci ridevano sopra, ma per noi era una prova. 

Che cosa mi domanderà? Non ci bastava l’aver raccattato tutte le domande possibili: ci immaginavamo sempre qualcosa di inaspettato, di nuovo, di non previsto. 

Non sarà così invece per l’esame finale della nostra vita. Che cosa ci chiederà il buon Dio quando gli staremo davanti alla fine della vita? Che imprevisti inventerà per metterci al muro? Ci sarà qualcosa cui nella vita non ho fatto caso che non potevo nemmeno immaginare e che invece sarà decisivo? Niente affatto di tutto questo. Gesù nel Vangelo ci anticipa tutte le domande, tutto il programma. Non si tiene nessuna sorpresa, non trama nessun inganno. 

Ho avuto fame e tu mi hai dato da mangiare? Ho avuto sete e mi hai dato da bere? Ero straniero mi hai accolto? Stavo senza niente mi hai coperto con qualcosa? Ero senza salute e senza ospedale mi sei venuto a trovare? Mi hanno sbattuto in galera, sei venuto a farmi passare il tempo impossibile della prigionia, dell’attesa infinita di un giudizio equo, con una tua visita? 

Solo che quando saremo davanti alla commissione d’esame le nostre risposte già saranno là. 

Ma come? Ma quando ti sei mostrato a me in questo condizioni? Io non ti ho mai visto. Ho visto barboni, ho visto prostitute, ho visto delinquenti, ho visto immigrati, ho incontrato drogati, ma non avevano certo la tua faccia! 

E sì che ti ho cercato tante volte! E’ inutile che ti dica quanti santuari ho visitato, perché lo sai anche tu. E tutte le riunioni che ho fatto in parrocchia e le offerte per la parrocchia che ho e gli assegni spediti alla caritas non contano niente? 

Quello che non hai fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli è a me che non l’hai fatto. Sono questi, che stanno seduti sul trono del re. Questo sarebbe il vangelo della festa del Cristo Re?! Ma che religione è questa? Che Dio è questo? Che regno ha inventato? Qui invece abbiamo la massima democrazia e la massima libertà di comportamento e di deciderci da che parte stare. Buon per noi se Dio ci rimanderà a settembre come si faceva una volta a scuola e ci siamo meritati la promozione, un po’ di purgatorio non mi guasterebbe. Ricordate quelle 10 ragazze che aspettavano il padrone per le nozze e che ha ritardato troppo così le loro 

lampade si sono consumate ed esaurite e son dovute andare a comprarsi altro olio? Il padrone è arrivato proprio mentre stavano in giro e la porta fu chiusa; rumore di quelle serrature, di quei catenacci li hanno pure sentiti, ma è risuonato per loro non solo come il suono di una superficialità, ma come l’esclusione dalla festa della vita. Vedrai che all’italiana, troveremo sempre qualche scusa o qualche raccomandazione. Ma la porta fu chiusa. La nostra vita di uomini e donne si decide sempre nella nostra libertà. Gesù stesso ci dà addirittura la chiave per entrare e la porta si apre se c’è amore in noi verso Dio e per il prossimo.

26 Novembre
+Domenico

Il nostro futuro c’è e non finirà mai

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 20,27-40)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.

Audio della riflessione.

C’è una domanda che percorre tutte le nostre vite e che spesso torna alla coscienza: che c’è dopo questa nostra vita terrena? Abbiamo un futuro? Come possiamo immaginare un futuro diverso dal nostro? Possiamo penetrare questo al di là o dobbiamo accontentarci di vivere di congetture, di ansie, di desideri, di attese? 

Era la domanda che facevano a Gesù anche i suoi contemporanei. Lui parlava di regno di Dio, lui si diceva collocato entro questa grande intimità con Lui, Gesù doveva allora saper dare risposte a questo assillo della verità ultima della vita. Il modo di fare la domanda è un po’ curioso. Se c’è un al di là deve essere in grado di sciogliere tutte le nostre complicazioni; se c’è una realtà definitiva occorre che in essa si inscriva una possibilità di dare alla nostra vita la perfezione e la bellezza cui aspira. C’è una grande verità nella vita umana che ci può far impazzire di gioia o di paura: dal momento che siamo nati, noi non potremo non esserci sempre. 

È iniziato qualcosa nell’universo quando i nostri genitori ci hanno concepito, questo qualcosa è qualcuno e questo qualcuno non potrà più essere cancellato. La vita che sperimentiamo su questa terra è solo un piccolo inizio di una eternità. 

Ebbene il nostro futuro è una vita senza fine. La risurrezione traccia il confine tra i giorni che possiamo contare spesso nel dolore, talvolta nel male, sempre nella fatica e i giorni senza fine di una vita nuova. Sì! perché la fede cristiana è fede in una vita piena in Dio per ogni uomo cui giunge il suo amore in Gesù. 

Ma chi ci crede? Me lo dimostri? ma come è possibile? Ma ci siamo proprio noi o una biblioteca o videoteca con i nostri ricordi? Ma come fa Dio a raccattare tutti i pezzi in cui ci stiamo dilaniando ? Tentativi di ridicolizzare la vita futura li hanno fatti anche a Gesù quando gli hanno chiesto di chi sarebbe stata moglie in Paradiso la donna vissuta con sette fratelli maritati e morti uno dopo l’altro. 

Sembrava proprio un caso insolubile che rendeva ridicola la credenza di una vita futura bella, giusta, riuscita. Ma Gesù come sempre fa fare un salto di qualità, offre la possibilità di un colpo di ala. Il futuro, il paradiso, la pienezza della vita in Dio non è l’aggiustamento dei cocci della nostra fragile esistenza, non è un faro nella nebbia, non è un compromesso, una improbabile mediazione che da ragione a tutti e a nessuno, è una vita piena nel Signore. 

Lui darà risposta piena alle ombre di amore che nelle nostre vite tentavano di imitare la sua luce, lui darà forza definitiva che sorpasserà ogni nostra debolezza, lui riempirà la vita di tutti fino alla sazietà. L’amore di due sposi qui è appena all’inizio, l’amore di due genitori qui si trova impigliato sempre tra dedizione e sconforto, tra generosità e dubbio. Si semina un corpo mortale, debole, fragile, corruttibile, dirà San Paolo, e risusciterà immortale, fresco, forte, felice; siamo figli di Dio e non riusciamo a immaginare che cosa grande, sorprendente è godere della gioia del Padre. Figlio tu sei sempre con me, quello che è mio è tuo, diceva già il padre misericordioso al figlio che non sapeva cogliere la bontà di suo padre che avrebbe dovuto riempirgli la vita. Dio riempirà oltre ogni misura la nostra vita e questo ci basta. Quel cielo cui siamo destinati non è vuoto e può ogni giorno dare alla nostra terra la forza di viverne in pienezza l’attesa.

25 Novembre
+Domenico

Gesù a corpo morto per un futuro di speranza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19, 45-48)

In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà casa di preghiera”. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.

Audio della riflessione.

Capita a tutti qualche volta di sentirsi avviluppati da una ragnatela che non ti permette di muoverti, di sentirti imprigionato in una situazione da cui vorresti liberarti e che invece ti soggioga sempre di più. Talvolta è una esperienza affettiva in cui sei coinvolto e perdi l’uso della ragione. Ogni tanto hai dei momenti di lucidità, ma subito ritorni nella confusione. Percepisci il disordine, ma non riesci a liberarti; intuisci l’errore, ma le maglie della avventura si sono fatte di acciaio. E’ la situazione di chi si trova impigliato nella mafia, o in qualche racket; di chi è dentro la droga o la malavita, pure di chi è in qualche vizio innominabile. Per uscire occorre avere coraggio. Vedere chiaramente la situazione e buttarsi a corpo morto in un futuro diverso. A Gesù non sarà capitato mai di essere privato della sua libertà, ma ha visto tanti uomini prigionieri del male e ha fatto di tutti per liberarli. 

Un giorno passa nel tempio, la casa di suo Padre, la casa in cui deve regnare la pace, la serenità, l’amore, l’abbandono fiducioso, il linguaggio della confidenza, il luogo in cui puoi stare cuore a cuore con lui. Ma lo vede trasformato in un mercato, in una spelonca di ladri, in un luogo dove prevale la sopraffazione, l’imbroglio, dove l’idolo è l’affare e Dio ne è il piedestallo. 

Il pio ebreo veniva dalle sue terre di fatica per incontrare Dio e si trovava a barattare la sua stessa vita e la sua religiosità. 

Gesù reagisce: la ragnatela dei benpensanti non può osare oltre, pena il cancellare dai cuori dei semplici la speranza che era venuto a portare. E manda all’aria cambiavalute e mercanzie, offerte da vendere e offerenti tignosi. Dio vuole essere servito da preghiera e da lode, non da affari e da commerci. 

Si stava firmando la sua condanna, perché se tocchi i soldi ai potenti finisci sempre male. La gente semplice è abituata a farsi derubare, ma il potente no. Infatti tutti questi cercavano di mettergli le mani addosso, ma i poveri, la gente pendeva dalle sue labbra e faceva scudo morale. 

A troppe cose noi ci abituiamo, non solo ingoiamo moscerini, ma serpenti interi; ne va della sincerità della nostra vita e della passione che la deve far brillare. 

Gesù con quel gesto ci dà la speranza che si può osare se non si ha paura di pagare.

24 Novembre
+Domenico

Gesù piange per amore

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19, 41-44)

In quel tempo, Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo:
«Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi.
Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

Audio della riflessione.

Ci sono dei giorni in cui stai a guardare il comportamento impazzito di un ragazzo, i giri contorti di un drogato, le abitudini incallite di un alcolizzato, le superficialità di qualche ragazza e dici: dove andranno a finire queste vite? Ne vedi l’esito con assoluta certezza: quello si sfracellerà contro un pilone, l’altro non uscirà più dal giro e lo troveremo senza vita per overdose, l’altro ancora, giallo di cirrosi, l’altra su una strada a vendersi… Le previsioni non hanno niente di miracoloso. Vorresti intervenire, lo fai pure, ma la libertà mal usata, l’incoscienza prevalgono. 

Gesù prevede che capiteranno cose brutte anche di Gerusalemme. Lui è in questa santa città a supplicare la gente di cambiare, di ritornare a Dio perché tutti lo hanno abbandonato. Gli urge come passione travolgente e incontenibile il progetto di Regno di Dio, stabilito nella Trinità. E’ venuto a portare un fuoco sulla terra e vorrebbe che bruciasse tutto il male che c’è nel mondo, ma chi può e deve dare esempio al popolo lo osteggia, lo ritiene un esaltato, tiene di più al proprio potere che al futuro del suo popolo. 

Non è così Lui, che prevede la sua morte e la distruzione di una civiltà che si allontana da Dio. E Gesù piange sul futuro della sua città. Il pianto di Gesù non è frustrazione, non è delusione o gettare la spugna, è amore per una libertà buttata, è desiderio di mettersi al posto di chi sbaglia per pagarne lui le conseguenze. Fra poco salirà su una croce, vedrà compiuto il disegno di riportare l’uomo a Dio, ma non potrà andare mai contro la libertà degli uomini, continuerà a richiamare la bontà di Dio, difenderà tutti dal maligno, dalla vittoria del male sul bene, lotterà ogni giorno della vita del mondo perché ciascuno riconosca il passaggio della sua visita nella vita di ogni uomo. Chiamerà altri a fare la sua parte nel mondo. Il mistero del male ci sarà sempre, anche se non vincerà, perché Lui ha vinto il mondo. 

Nella nostra storia ci sono stati sempre pianti di persone buone che hanno guadagnato alla bontà i malvagi, al pentimento i peccatori, alla saggezza e al rinsavimento gli assassini. Gesù piange su Gerusalemme, perché sa di doverla cambiare in una città santa, la nuova Gerusalemme, quella eterna e indistruttibile, ma invita noi ad appassionarsi di chiunque sta su strade pericolose per aiutarli a cogliere in Lui un amore che non abbandona mai. 

Vorremmo stasera imitare Gesù con il nostro pianto, perché vogliamo cambiare questo mondo, appassionarci di più. Non vogliamo vendette, i kamikaze non meritano nessun nostro odio, ma vogliamo aiutare le loro vite a buttarsi per la causa della pace; non vogliamo aggiungere male al male delitto a delitto, ma lottare per un mondo nuovo. Dio ha un unico volto, Gesù Cristo. Questo unico volto può avere il Signore.

23 Novembre
+Domenico

Noi decidiamo di stare con Gesù, anche se il suo passo è difficile

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19,11-28)

In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro.
Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato.
Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”.
Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”.
Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”».
Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.

Audio della riflessione.

Avere una meta davanti verso cui orientare tutti i nostri sentimenti, azioni, intuizioni, forze, intelligenza, amore è una grande cosa. Ti permette di avere sempre ragioni fresche per vivere, dà significato a tutti i tuoi gesti, ti toglie da ogni forma di noia, attiva in te la creatività e ti permette di vivere felice per ogni passo che si avvicina al compimento. 

Gesù aveva una meta: Gerusalemme. La sua vita negli evangeli è descritta come un viaggio determinato, senza tentennamenti, verso Gerusalemme. Non lo fermava nessuno in questa decisione, nemmeno la trama di morte che lentamente, ma in maniera decisa, gli stava tessendo il Sinedrio. Per Gesù andare a Gerusalemme non era un pellegrinaggio, anche se ogni anno lo compiva da buon ebreo con i suoi discepoli, non era solo incontrare tanta gente nel luogo più sacro del popolo di Israele per poter annunciare a tutti la buona notizia della salvezza, ma soprattutto era la decisione irremovibile di arrivare al dono supremo di sé per la salvezza dell’umanità. A Gerusalemme avrebbe inaugurato definitivamente il suo Regno, si sarebbe assiso sul trono di questo regno di amore e di giustizia, di pace e di felicità: la croce. Nessuno lo fermava e trascinava tutti con sé, con decisione, con fermezza. Costellava il suo viaggio di annunci e di chiamate, di segni e di doni, di richiami e di misericordia. 

Ma era difficile stare al suo passo. Ogni uomo è dotato da Dio di capacità di seguire un ideale, di seguire Gesù, ma molti se ne stanno chiusi nel loro egoismo, godono nello loro solitudine dei doni ricevuti, non si dedicano che a se stessi. Hanno ricevuto un bagaglio di bontà e lo seppelliscono nella loro vita, non hanno il coraggio di far fruttare il dono che essi sono per il bene di tutti. Su queste vite chiuse Gesù è severo. Toglietegli anche i doni che ha e dateli a chi ne ha già tanti, perché nella vita non è importante avere tanto o poco, ma mettere a disposizione quello che si è per una causa, per amore. Tutti hanno da Dio il minimo per vivere, per decidere di sé nella bontà; in tutti anche nella persona che ci sembra più sfortunata c’è un seme di grandezza che va esaltato e non sotterrato. La fede, l’amore, la speranza, la gioia sono seminati in noi e devono costituire il tessuto connettivo della vita del mondo. I doni di Dio non possono restare in nessuna cassaforte, l’unica cassaforte è la vita quotidiana dove ciascuno si apre al desiderio di alzare lo sguardo al cielo e di vederlo abitato dalla bontà e misericordia di Dio per tutti. E’ come un canto che non può non essere cantato per poterne godere tutti. 

Santa Cecilia che oggi celebriamo ci aiuti a fare della nostra vita, della nostra anche fragile fede, del poco o tanto vangelo che viviamo un canto che si sparge e porta serenità e consolazione a tutti.

22 Novembre
+Domenico

Zaccheo, vengo a casa tua

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19, 1-10)

Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

Audio della riflessione.

C’è gente caparbia che non cede mai. Si mette in testa una cosa e la persegue costi quel che costi. E’ il giovane che vuol, conquistarsi un record, è lo scalatore che si allena giorni e giorni per arrampicarsi sulle vette, è l’innamorato che non dorme finchè non ha scalato il balcone o dipinto il muro della stazione per dichiarare la pienezza del suo cuore, la pazzia dei suoi sentimenti. E’ anche il cattivo che si fa più furbo dei buoni nel perseguire i suoi obiettivi. 

Era così anche un riccone, più largo che alto, di nome Zaccheo, che voleva cavarsi a tutti i costi la voglia di vedere Gesù. Tutti ne parlano, tutti ne dicono bene, tutti quelli che vengono nella mia banca mi tormentano con le loro descrizioni. Lo voglio vedere anch’io. Non mi interessa più di tanto, ma mi voglio cavare la curiosità. E finisce su un albero, lui il notabile, il ricco che ha bisogno di nessuno, lui il frodatore del povero, lui il pallone gonfiato dai suoi soldi. 

L’operazione riesce, Gesù passa proprio sotto quell’albero che lui aveva oculatamente scelto. I momenti che si susseguono sono di una sequenza sorprendente. Lui passa, Zaccheo è soddisfatto, Gesù alza gli occhi, lo vede, lo chiama e gli dice di saltar giù da quell’altana, da quel podio da stadio, scatta una cosa impensabile per Zaccheo che credeva di aver concluso la sua avventura. 

Gesù gli dice: vengo a casa tua, mi interessi, non mi lascio vedere per curiosità, voglio che tu conosca la mia missione e entri nel mio Regno. Detto fatto, gioia e entusiasmo, efficienza di organizzazione, pasto assicurato, invitati a non finire, perché i soldi ci sono, la compagnia pure, la voglia di apparire ancora forte. E anche qui succede quel che Zaccheo non prevede. Aveva sì previsto l’invidia dei suoi colleghi di furto e vessazioni, che si meravigliano da ottimi farisei che Gesù vada a mangiare a casa di un poco di buono. Aveva sentito con un po’ di aria di rivincita la solita delusione dei poveri che speravano di vedere in Gesù uno che sferzava i ricchi sfruttatori e che invece va da loro pure a mangiare. 

Ma gli scoppia in petto una decisione perchè quel Gesù che voleva vedere ora gli cambia il cuore. Do la metà dei miei beni ai poveri, restituisco il quadruplo, mi voglio rovinare, ma non voglio perdere quella pace che la tua persona, Gesù, mi ha dato con questa tua visita. Avessimo noi una vista così: Dio ce la garantisce perché non ci abbandona mai.

21 Novembre
+Domenico

Se passa di qua Cristo non mi ferma più nessuno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18, 35-43)

Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». 
Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 
Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». 
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

Audio della riflessione.

Di solito siamo gente molto seria, compassata; ciascuno ha una sua vita, suoi pensieri. Quando giriamo per strada o salutiamo o siamo assorti. Se ci capita di discutere con qualcuno facciamo valere il nostro punto di vista senza polemica. Ci definiscono persone perbene, razionali, con qualche difetto e qualche sbandata, ma tutto sommato normali. 

Quando però ci capita qualche disgrazia, la normalità si sgretola, se abbiamo qualche malattia poco chiara, stiamo in ansia fino al risultato delle analisi. Che se poi il risultato è positivo (una parola che sembra bella, ma che si porta dentro una condanna) allora andiamo in crisi nera. Se c’è di mezzo la vita a che cosa ci aggrappiamo? La nostra razionalità, il disprezzo per gente che vive di rimedi, perde i colpi. Pur di recuperare una speranza siamo disposti a fare di tutto. Ci vanno bene anche i maghi o i fattucchieri, gli esorcismi e le benedizioni più strane. 

A questo mi fa pensare quel cieco che stava seduto a mendicare lungo la strada, come racconta il Vangelo di Luca. Che cosa poteva fare un povero cieco se non vivere della carità di tutti? lì seduto conosceva tutti i passi della gente: il bambino che andava a scuola, la signora che si affrettava per la spesa, il vecchio che trascinava i piedi, qualche giovane sempre di corsa. Qualcuno gli faceva una battuta, qualcuno lasciava cadere una moneta nel cappello. Sicuramente però molti gli devono avere parlato di un certo Gesù di Nazareth, che stava spopolando nei paesi vicini. Quello si che è bravo! Vedessi come sa far stare zitti tutti quelli che con noi si danno arie. Ma non solo: fa miracoli, guarisce gli ammalati, raddrizza le gambe agli storpi. L’altro giorno ha fatto saltare in piedi un uomo paralizzato. Immaginate che cosa stava nascendo nel cuore di questo cieco. 

C’è qualcuno che può mettere fine a questa condanna che ho addosso. Continua la sua vita da cieco, ma ha dentro una attesa. E un giorno finalmente sente un tramestio, un vociare che non è il solito della gente che torna dal lavoro o che va in sinagoga; è un correre, un chiamare e sente che c’è Gesù. Allora si mette a gridare, non sembra più il cieco tranquillo di tutti i giorni. Mi ha sempre fatto molta impressione questo gridare del povero cieco, ma anche la assoluta noncuranza della gente che stava vicino a Gesù. Da una parte il grido angosciato che proviene da una malattia e dall’altra lo stato di disinteresse di chi sta bene e vuol sequestrare Gesù per le sue curiosità anche sane nel volerne ascoltare le parole. Da una parte la sofferenza e dall’altra l’indifferenza. 

Da una parte un povero ammalato che non si vuol adattare alla sua solitudine, alla sua sofferenza, ad avere una vita sociale dimezzata, se non addirittura cancellata, un urlo, una invocazione di vita; dall’altra l’egoismo di chi sta bene, di chi forse ha interesse a mantenerlo così, comunque di chi non condivide la malattia. 

Gesù si fermò e ordinò che glielo conducessero. Due verbi assolutamente controcorrente, che sicuramente hanno disturbato la folla che aveva altri interessi. Gesù 

aveva un amore da esprimere e ha piegato l’evento che stava vivendo alla possibilità di esprimerlo. 

Non lo ferma più nessuno, getta il mantello, rischia di sbattere contro il muro, ma vuole incontrare Gesù. E Gesù gli dà la vista. Ha sperato e ha osato. Le aveva tentate tutte, ma questa volta ha trovato Gesù; non è un mago o un fattucchiere, ma la felicità piena della vita. Ha sperato, ha atteso ed è stato salvato. 

Anche noi abbiamo bisogno di questa speranza.

20 Novembre
+Domenico

Abbiamo sempre doni da Dio per rendere il mondo migliore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 14-30)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.
A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”»

Audio della riflessione.

Non era sicuramente un giovane quel personaggio della parabola dei talenti che ricevutone uno lo è andato a seppellire perché lo voleva conservare e restituire a un padrone che si immagina esigente, ma ingenuo! 

E’ difficile che un giovane seppellisca i suoi talenti; lui scatta, lavora, briga, è furbo, ha fantasia, creatività, non sta mai fermo, si entusiasma. Chi si tiene il suo talento stretto e lo va a sotterrare, proprio non lo capisco: è un poveraccio. E’ vero; tu hai sempre moltiplicato le doti che ti trovi in corpo: la bellezza, la giovinezza, l’intelligenza, l’affetto, la vivacità. Quando eri in compagnia era una gioia averti dei nostri. Spontaneità è la parola giusta. Un giovane è spontaneo, gli viene facile esserci simpaticamente. Non ha bisogno di sforzi e ascesi faticosa per lanciarsi. 

Ma possiamo farci una domanda? Per chi ha moltiplicato tutte le sue qualità questo giovane, che possiamo essere stati anche noi, quando avevamo la sua età? Quale era il motore di questa spontaneità? Quando si è trovato con la catena della vita a terra che ha fatto? Ha cambiato compagnia. Allora non moltiplicava che per sè, si faceva i fatti suoi, aveva le sue mire; secondi fini no, ma incoscienza molta, autocentratura massima e specchi a non finire. Era sempre lui il centro di tutto. Ha continuamente spostato il tempo delle sue decisioni, perché gli sembrava di andarsi a seppellire se decideva di sposarsi o di prendere un impegno serio nella vita. Forse non aveva sepolto i suoi talenti, ma li andava tutte le mattine a lucidare, a vedere se ancora c’erano, a calcolare che non si svalutassero, a mostrarli in vetrina per convincersi che il loro valore non diminuisse. 

Se abbiamo fatto così anche noi è come se li avessimo sepolti; quando Dio ci chiamerà non potremo dire: eccone altri cinque o altri due o altri dieci, perché ce li siamo usati e moltiplicati solo per noi e saranno ancora gli stessi. Ci sembrerà di averli moltiplicati, ma li abbiamo solo guardati con una lente di ingrandimento, sono sempre e solo quelli di partenza. 

Potevamo e possiamo tenere per noi l’amore? Potevamo e possiamo tenere per noi gli affetti, l’intelligenza, il sorriso, la gioia, la stessa giovinezza? Potevamo far girare attorno a noi tutto il mondo? Potevamo vivere continuamente di rendita, senza mai metterci a disposizione di tutti? Come abbiamo fatto a pensare che il mondo potesse diventare migliore senza il nostro semplice, ma necessario contributo? Donare non è seppellire, ma moltiplicare. Scegliere di donare la vita non è bruciarsi, ma ritrovarla sempre piena. 

Duro alla fine il padrone: li abbiamo sprecati e quindi ce li siamo giocati. E’ meglio che li passi a qualcun altro che li metta a disposizione. Spesso ci sentiamo vuoti anche per questo, per un nostro passato poco generoso. Dio non smette mai di volerci bene, ci accoglie ancora e ogni giorno di vita che ci dà è per rendere il mondo più buono e aiutare i giovani a vivere generosi sempre.

19 Novembre
+Domenico

La fede è pienezza di adesione, che non va mai incrinata

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)

Subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.

Audio della riflessione.

Ti capita spesso di partire deciso, spavaldo, senza calcoli, convinto e poi perdere ogni ragione valida del tuo percorso. Resti fermo a metà strada, perdi ogni stimolo, cerchi invano motivi, ti senti vuoto e ti fermi. È il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro. Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che deciso aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua; lo guardava fisso ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù. Era stato in intimità con Gesù, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo si cambiò in domanda, la domanda in passi sicuri. A un certo punto però gli vengono meno tutti i motivi dell’entusiasmo, abbassa gli occhi su di sé, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare. 

Solo la fede in Gesù lo sosteneva. Ma poco a poco è venuto meno quello sguardo fiducioso, si è incrinata la certezza, si è inscritto il dubbio. E Gesù, non solo in questa occasione, ma anche altre volte gli si rivolge, e si rivolge a tutti noi, chiamandolo uomo di poca fede. Siamo di poca fede, quando ci vogliamo sostituire a Dio, quando crediamo di essere noi i padroni della nostra vita, quando ci sentiamo il centro di tutto. Siamo di poca fede quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, ostentazione delle nostre sicurezze. Allora svanisce l’abbandono in Dio, non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, ma lo abbassiamo alle nostre debolezze, ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia. Pietro forse voleva tentare il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni in Lui 

La fede non è una quantità, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, ad abbandono convinto senza riserve. E noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci abbandona mai.

18 Novembre
+Domenico