Viviamo sempre con dignità la nostra esistenza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 26-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti.
Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà.
In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot.
Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva.
Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata».
Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».

Audio della riflessione.

I tempi della vita sembra scorrano spesso lenti, tediosi, tutti uguali. C’è sempre molto tempo per tutto e non ci si decide mai. Si direbbe che è la legge d’inerzia che comanda, non la dinamica della forza di un colpo di reni, di uno scatto. Eppure nella vita siamo spesso messi davanti a fatti improvvisi che ci cambiano radicalmente il modo di vivere, siamo spettatori di tragedie impensabili, di scomparse improvvise di amici, di parenti, di persone carissime. Sappiamo che tutto questo è vero, ma per una sorta di istinto di sopravvivenza dimentichiamo tutto e conduciamo la vita quasi che fosse sempre programmabile a nostro piacere. Soprattutto c’è da mettere in conto la morte, che non siamo noi a decidere. Dice Gesù: quella notte due saranno in un letto: uno verrà preso e l’altro lasciato. 

Allora dobbiamo avere paura? Neanche per sogno, dobbiamo solo vivere sempre con dignità la nostra esistenza sapendo di essere fotografati nella nostra coscienza in ogni istante. Ricordo che mio padre, una persona di una grande serenità, aveva appeso alle spalle del comodino un teschio ben disegnato a china, da lui stesso. Io all’inizio ero molto impressionato, ma poi lentamente capivo che doveva essere un elemento naturale che diceva una verità sacrosanta. Da bambino andavamo a portare la comunione col prete ai moribondi. Entravamo con le candele vicino al letto del morente, ma entro una atmosfera di grande serenità. Chi ha detto che i bambini hanno paura della morte? Certo se continuiamo a esorcizzarla, a nasconderla, a vederla come la disgrazia massima della vita e non come un fatto da mettere in conto su cui elaborare un atteggiamento profondamente umano, saremo sempre nella falsità e nell’inganno. 

Noi cristiani sappiamo che alla fine della vita saremo messi di fronte alla sua dignità, conquistata facendo di essa un dono a chi abbiamo incontrato. Un giudizio verrà manifestato; non sarà mai una sorpresa, ma il punto di arrivo di tutta la nostra voglia di bene. Noi abbiamo veramente la speranza nell’aldilà, sappiamo che finiremo nelle braccia di Dio. Questa è più di una speranza. E’ la certezza della vita.

17 Novembre
+Domenico

Il regno di Dio è già tra noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 20-25)

In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».

Audio della riflessione.

Esistono almeno tre modi di guardare la realtà dal nostro punto di vista umano: fare delle fotografie che noi crediamo oggettive, ma ciò non è vero perché scegliamo noi l’angolatura, il colore, il lato, lo sfondo.. oppure farne una sorta di radiografia spirituale, cioè coglierne i vari significati, le emozioni, le riflessioni spontanee, studiarne le cause, le origini, farne insomma una storia. In questo secondo caso si esprime di più la nostra soggettività, ci possiamo ingannare, ma cerchiamo di sviscerare la realtà in molti dei suoi aspetti. Qui l’educazione, la formazione, la competenza hanno molto influsso, ma soprattutto lo ha un atteggiamento spirituale che sa forare la realtà per vederne il senso ultimo. Un terzo modo è quello che impone alla realtà un punto di vista esteriore ad essa, intenzionale, che risponde a logiche che la stessa realtà non ha, è quello di presentarla in forma esasperata, uno scoop, qualcosa di sensazionale, eclatante, meraviglioso, rivestito pure da forme colossali. Il regno di Dio invece è una realtà che sfugge a questi tre metodi, è già dentro tutto il reale che sperimentiamo, vi è nascosto. C’è un fiume sotterraneo che scorre e irriga tutta la realtà: è l’azione di Dio, il bene, che non ha bisogno di televisioni, non attira l’attenzione, scava, matura, si propaga in silenzio, si attesta nelle coscienze e non nei rotocalchi o nelle pagine web, non teme fake news. 

Tutti i discepoli erano curiosi di conoscere questo regno, questa nuova realtà e Gesù candidamente dice: guardate che il regno è già in mezzo a voi; diceva prima di tutto di sé, diceva dell’amore fatto persona che era Lui, e che loro non si accorgevano di avere. Avevano già cominciato ad adattarsi alla sua persona e non ne intuivano la novità. Lo ritenevano un buon maestro, un buon predicatore, un discreto taumaturgo, ma non certo il Regno di Dio fatto persona. 

E’ forse così anche oggi, quando non abbiamo occhi per vedere il bene che si diffonde silenzioso nelle coscienze, nelle vite dedicate di mamme e papà che lavorano in silenzio per il bene dei figli, nelle esistenze semplici e buone di giovani che vanno tutti i giorni a scuola e si preparano con coscienza a dare il loro contributo all’umanità, di ammalati che soffrono terribilmente nel loro letto ogni giorno in unione con la croce di Cristo e continuano così la sua opera di bonifica del mondo e a seminare energie di bene per tutti. 

E’ regno di Dio che sta in mezzo a noi la tenacia degli operatori di pace, dei missionari che sollevano i poveri dalla disperazione morale e dalla fame. E’ Regno di Dio in mezzo a noi il servizio quotidiano alla crescita dei ragazzi di tanti educatori che ricostruiscono vite distrutte dalla droga e dal vizio, lo è l’impegno onesto di chi crea lavoro per i giovani. E’ regno di Dio in mezzo a noi chi non si stanca di proclamare la verità andando controcorrente e paga duramente per quel che professa, di chi macina chilometri per portare speranza, di chi viene messo ancora in croce solo perché fa del bene agli altri. E’ regno di Dio chi fa ponti e non muri. Ci sarà un giorno in cui tutto verrà alla luce come un lampo, come capita a noi quando ci scoppia dentro una verità a lungo cercata e finalmente intuita. Prima però dice Gesù, occorre salire su una croce, 

occorre cioè farsi purificare fino in fondo dall’amore. E Dio, che non ci abbandona mai ce ne darà la forza.

16 Novembre
+Domenico

Ne abbiamo di lebbre addosso, Signore liberacene

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 11-19)

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Audio della riflessione.

Il ringraziare nella vita di ogni persona è gesto nobile, non solo rispettoso del galateo, ma anche capace di costruire relazioni positive tra le persone e soprattutto far crescere dentro ciascuno il senso della non autosufficienza, il riconoscere di avere avuto doni immeritati, gesti fuori dal tritacarne del do ut des, del commercio anche di sentimenti. Papa Francesco mette la parola grazie tra le tre più importanti di una vita familiare: per favore, grazie e scusa. Nella vita di Gesù, come ci riferisce il vangelo, capita che Gesù si incontri un giorno con 10 lebbrosi. Erano gente isolata da tutti, viveva in ghetti ben separati dalla comunità civile, condannati a morire oltre che di dolore, di solitudine e disprezzo. Qualche preoccupazione di igiene, di evitare contagi con il resto della comunità, ne era la causa. Così è stato fino a non molti anni fa. C’era un’isola, Molokai, che nel pacifico era il luogo in cui venivano relegati tutti i lebbrosi dell’arcipelago delle Hawaii e che fu il luogo privilegiato dell’apostolo dei lebbrosi san Damiano de Veuster. 

Ebbene Gesù li ode nelle loro grida da lontano, li avvicina e li guarisce; li invia, come recitava la legge, dai sacerdoti del tempio, autorizzati a dichiararli guariti e non più quindi reclusi e reietti. Immaginiamo la felicità dei dieci, sarebbe anche la nostra. Hanno una gioia incontenibile e riprendono la loro vita sociale insperata e tanto attesa, in cui non speravano più. Uno di loro però, oltre alla gioia e la felicità, fa alcune riflessioni e aiuta anche noi a farne. Questo Gesù mi ha guarito da un terribile malattia, ma io sento di essere stato guarito ancora di più nel mio intimo, sento di aver trovato un’anima libera, dei sentimenti mai provati, sento di essere stato liberato da rabbia, egoismo, desiderio di vendetta, disprezzo. 

Solo Dio mi può dare questo, Gesù non è solo o soprattutto un medico del corpo, ma soprattutto dell’anima e questo lo può fare chi è imparentato con Dio. E torna da Gesù a ringraziare, a riconoscere e a lodare Dio “a gran voce”; la sua guarigione si è arricchita di un atto grande di fede. Infatti Gesù gliela riconosce: la tua fede ti ha salvato, non solo guarito nel corpo, ma nella interezza della tua persona. 

Fossimo anche noi tutti guariti da tante nostre lebbre, che ci mutilano la vita, ce la segregano dal mondo dei buoni, ce la scrivono nei nostri pensieri e nei nostri comportamenti. Non abbiamo solo bisogno di far diventare i nostri moncherini delle mani che ancora stringono quelle degli altri, ma anche braccia levate a Dio nella lode e nella preghiera.

15 Novembre
+Domenico

Soltanto e soprattutto veri servi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 7-10)

In quel tempo, Gesù disse:
«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Audio della riflessione.

Si sentono spesso dire molti spropositi sul rapporto tra uomo e Dio. Lo mettiamo alla sbarra come se avesse commesso sopraffazioni nei nostri confronti, lo bestemmiamo senza ritegno e talvolta con cattiveria perché pensiamo di aver subito da lui dei torti. Ci permettiamo di insegnare a Lui come deve governare il mondo. Lo trattiamo da datore di lavoro e il nostro rapporto con lui è di tipo commerciale. Io faccio tanto e tu mi devi tanto, come se stessimo barattando con lui la nostra esistenza. 

Crediamo poi di aver acquisito diritti nei suoi confronti perché siamo finalmente riusciti a comportarci bene. Qualcuno crede di aver assicurato anche il paradiso perché ha bazzicato tanto tempo negli ambienti clericali. Dio invece si serve soltanto. Siamo servi e basta, siamo soltanto servi, soprattutto servi veri, nei suoi confronti. Acquisire una mentalità umile e serena nei confronti di Dio e un assoluto distacco dal rivendicare qualcosa perché ci sentiamo di accampare dei meriti, è segno di grande fede. 

Il cristianesimo non è una meritocrazia, non c’è una scalata nella fede data dai meriti acquisiti, dalle opere buone fatte. Non ci sono lapidi in paradiso, ci sono solo i gesti di amore gratuiti di Dio, il suo abbraccio, la sua intimissima compagnia. Verrebbe da dire: giù le mani da Dio, non crediamo di potercelo tirare dalla nostra, di poterlo fasciare per alcuni servizi che facciamo in parrocchia. La vita cristiana non è da far pesare a Dio per la restituzione di meriti, ma solo ed esclusivamente per aiutarci tutti ad essere buoni. Del resto se abbiamo il coraggio di guardarci dentro, troveremmo tante nostre incongruenze o tante approssimazioni. 

Il vangelo ci dice che quando fai del bene al tuo prossimo, quando eserciti una servizio anche importante sei tu che deve ringraziare le persone beneficiate, perché ti hanno dato la possibilità di realizzare la tua vocazione, ciò per cui ti senti chiamato. Non sei stato in giro a partecipare a una ennesima festa, ma lavorando per gli altri hai realizzato lo statuto della tua umanità, quello che veramente ti rende felice. 

A Dio non si va mai con le pretese, ma sempre con la certezza che Lui ci riempie di tutto quello che veramente ci serve e che noi nemmeno sappiamo chiamare per nome. Per questo siamo servi soltanto, servi di un Dio che non ci abbandona mai.

14 Novembre
+Domenico

I bambini devono trovare sostegno per ogni tempesta della vita

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 17, 1-6)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!
Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».
Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Audio della riflessione.

Nella mentalità contadina da cui proveniamo c’era una grande attenzione allo scandalo nei confronti dei piccoli e in genere della gente. Se uno avesse combinato qualche guaio, avrebbe avuto il pudore di non mettersi in mostra e soprattutto di non essere di inciampo nella vita degli altri, di non trascinarli sulla sua stessa strada sbagliata. Contadini di mentalità ancora lo siamo, ma siamo diventati spavaldi nel mettere in mostra i nostri comportamenti devianti. 

Probabilmente è colpa della informazione che ci mette davanti la spudoratezza di una madre che si contende l’amante con la stessa sua figlia, solo per farsi quattro soldi o un po’ di notorietà; altre volte è il maschio latino che si vanta di avere rovinato tante ragazzine per apparire un conquistatore; spesso è chi ruba che si vanta di essere stato furbo e tutto questo di fronte a chi deve imparare a vivere, chi deve essere aiutato da valori a dare speranza alla sua esistenza fragile. 

Non ti permettere di fare osservazioni agli spettacoli che ti senti dire che sei un bacchettone, che oggi non si può censurare niente, che siamo liberi. Liberi certo di ingannare, di far soffrire, di deviare le vite innocenti di chi crede nella bontà. 

Le parole di Gesù al riguardo sono molto dure. “E’ meglio per lui che gli sia appesa al collo una grossa pietra e sia gettato in mare, piuttosto che scandalizzi uno di questi piccoli”. Se stessimo alla lettera di questa affermazione, non ci sarebbero pietre sufficienti per tenere a bada i pedofili, gli spettacoli senza il minimo senso morale, le leggerezze di tanti genitori con i loro figli, i violentatori domestici. Non si tratta di applicare nessuna shaarìa, ma di ricuperare un minimo senso di responsabilità soprattutto nei confronti delle giovani generazioni che non hanno bisogno di crescere sotto campane di vetro, ma di essere aiutati a superare le sfide della vita con proposte alte di bontà, con ideali di bellezza. 

Un adulto come Erodiade con sua figlia che le domanda: che devo chiedere ad Erode che mi ha promesso un futuro radioso anche la metà del suo regno? Lei l’adulta, la persona tutta casa e figli le dice con il massimo di malvagità: la testa di Giovanni il Battista qui su un piatto. Il suo rancore , la sua cattiveria, la sua vendetta invece del futuro di sua figlia. Siamo spesso così noi adulti con le giovani generazioni. 

E non si tratta di problemi legati solo alla sessualità, quasi che fossimo bacchettoni, ma a tutte le forme di degrado dell’umanità, al disprezzo del povero, dell’handicappato, del debole. I cristiani hanno un volto da far contemplare, il volto del Crocifisso risorto. Quella è la speranza di andare oltre gli scandali.

13 Novembre
+Domenico

Attendere Gesù non è un mestiere ma tutta una vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 1-13)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”.
Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.
Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose:
“In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Audio della riflessione.

La tendenza culturale del nostro tempo, caratterizzato dal pervasivo modello televisivo, dalla facilità con cui riusciamo a fare e spedire fotografie, dalla molteplicità di immagini senza di cui quasi non possiamo vivere, è quella della facciata, del farsi vedere, dell’apparire. Se vai in televisione allora esisti, altrimenti nessuno sa di te e se nessuno ti ha visto non ci sei. Le immagini hanno raccorciato le distanze, permettono di vivere in diretta fatti lontani, prendere coscienza di quello che avviene in ogni parte del mondo, aiuta la fantasia a galoppare, rende tutti capaci di immaginazione oltre le strettezze del luogo in cui si vive. Il pericolo però, non troppo calcolato è quello di dare importanza all’apparire e non all’essere, all’esteriorità e non all’interiorità. 

Il vangelo parla di 10 vergini, dieci ragazze, dedicate a fare corona a una festa di nozze. Tutte belle, tutte preparate, tutte ben vestite, ma solo cinque di esse vivono l’attesa come una molla della loro vita, le altre cinque invece si accontentano di esserci, di apparire, di fare coreografia, non pensano a vivere l’attesa dello sposo con intensità, con partecipazione, con occhio vigile. Non si preparano, danno tutto per contato, è un mestiere come un altro. E’ fin troppo facile cogliere l’insegnamento di Gesù. 

Capita così della nostra fede. E’ terribile pensare che sovente la facciata è salva, diciamo di essere credenti, cattolici pure, ma dentro, l’amore è finito e con esso la speranza. Si continua a vivere la vita per abitudine, con stanchezza, per quieto vivere o per puntiglio, per tradizione o per contrapposizione, ma manca dall’interno l’attesa vigilante e operosa dell’incontro con lo sposo, dell’incontro con Cristo. La vita di fede è un invito a nozze, ma non ci interessa più niente dello sposo. Siamo come una coppia che non trova più motivi per stupirsi l’uno dell’altra. La religione è diventata una abitudine di facciata. Le parole di Gesù a queste cinque ragazze sono tremende: “non vi conosco”, non mi interessa la facciata. Dio guarda il cuore e al posto del cuore c’è un sasso. 

Occorre riattivare la vita, il sentimento, occorre tornare a sperare e Dio la forza ce la dà sempre.

12 Novembre
+Domenico

Non si possono servire due padroni

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16, 9-15)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

Audio della riflessione.

Ma che hanno queste ricchezze da mettere continuamente in allarme il cristiano? “Non potete servire Dio e il denaro”, dice Gesù in maniera perentoria. Se ne andò via triste (quel giovane ricco) perché aveva molti beni. È difficile, quasi impossibile che un ricco entri nel regno dei cieli. E avanti di questo passo. Ma che male c’è se son stato capace col mio duro lavoro di procurarmi benessere, se non sono stato con le mani in mano e ho aiutato la fortuna? Che colpa ne ho se sono nato dalla parte giusta? Non tolgo niente a nessuno, non uso male quel che ho, faccio anche qualche carità quando serve. Se tutti fossero capaci di darsi da fare nella vita come ho fatto io, il mondo non sarebbe pieno di barboni, di lavavetri, di accattoni. 

Potremmo continuare anche con teorie economiche più elaborate per nascondere non i principi di una sana imprenditorialità o aggressività nell’affrontare la vita con tutta l’intelligenza possibile, ma una verità che il Vangelo ci pone davanti con pacatezza e fermezza: la ricchezza tende a diventare idolo. Essa finisce per richiederti una sorta di adesione di fede, ti domanda a poco a poco un attaccamento del cuore che ti toglie libertà e si pone nella tua vita come un assoluto, diventa come signore alternativo all’unico Signore. 

Chi segue Cristo non è di questo parere, non solo perché alla fine ce ne dovremo staccare, ma perché il centro della nostra vita è Dio, lui è la nostra felicità, lui è colui che solo ci può riempire l’esistenza. 

“Nessun servo può servire a due padroni o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro”. E non abbiamo bisogno di far vedere quanto questo è vero ogni giorno! quanto il denaro, l’avidità, la ricerca di esso rovina la vita degli uomini. Per il denaro si tradiscono gli affetti più cari, si ammazza, si vendono le persone, si calpestano i diritti, si sterminano i poveri, si sporca il nome di Dio, si inquina la religione. Per la ricchezza si perde la propria dignità, si distrugge il creato, si affossano i sogni, si fa morire di fame. Il denaro, le ricchezze fasciano il cuore, tarpano le ali, spengono i desideri. Quello che è impossibile all’uomo, è possibile a Dio. Basta, come sempre, sentirci e vivere da servitori solo di Lui, di Dio. 

E questa è la scelta che ha fatto san Martino di Tours che oggi celebriamo, non ha servito a due padroni, ma nella sua vita ha deciso di servire Dio solo. La vita di un pastore è questo, è fare di tutto se stessi, della propria missione, del proprio corpo, dei propri gusti, di tutte le proprie espressioni una freccia puntata verso il regno dei cieli e mettersi a servizio fino alla morte della sua chiesa e della sua gente. 

Lo ha fatto con la castità, aiutandoci a capire che l’amore ha la sua vera sorgente in Dio, lo ha fatto con l’obbedienza a Dio quando sentendosi morire di fatica disse se vuoi che stia ancora in vita anche se a stenti, lo farò, ma sono pronto e desideroso di morire, facendoci vedere che se si fa la volontà di Dio, ciò che lui dice nel vangelo, si è felici, lo ha fatto con la povertà, distaccandosi dai beni che oggi non gli servirebbero e facendoci capire che si può vivere felici affidandoci alla provvidenza di Dio. Tutti ricordano l’episodio del mantello tagliato in due per coprire un poveraccio intirizzito di freddo. San Martino intercedi presso Dio per noi perché siamo sempre fiduciosi in Lui e nel suo grande amore.

11 Novembre
+Domenico

Fatti furbo se vuoi essere santo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16,1-8)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

Audio della riflessione.

Per la vita spirituale, nemmeno un po’ di furbizia, tutta routine, tutto scontato, tutto scialbo, tutto slavato, tutto dovuto. I ritagli di ogni cosa: del tempo, dell’interesse, della preoccupazione, della progettualità, delle risorse, delle amicizie, della professionalità. In oratorio è la stessa cosa: gli ambienti più sciatti, le stanze più buie, il disordine più organizzato, l’umidità più penetrante, lo sport più svogliato. Per il gruppo solo le battute che ti vengono spontanee, le solite frasi, le preghiere della serie: dico quello che secondo me voi vi aspettate di sentire; la puntualità con un chi quadro nella media da cinque punti, una dedizione agli amici da talk show. Per la vita di fede, qualche bella emozione ogni tanto, una frase di vangelo da mandare in sms, una preghierina prima dell’esame, la solita domanda del perché occorre confessarsi a un prete che è un uomo come me e i soliti dubbi, ormai ampiamente messi a tacere, sui rapporti prematrimoniali. 

I figli di questo mondo nel trattare le cose fra di loro, sono più scaltri dei figli della luce. Il Signore non ha mezzi termini nel fotografare questo nostro esserci abituati alla vita cristiana, come al colore delle pareti. Ci si è spento dentro l’entusiasmo e vogliamo fare i missionari, pensiamo di poter aiutare chi sta in ricerca a trovare la strada vera della vita. Presentiamo un cristianesimo senza anima e speriamo che il mondo possa darsi una svolta. Offriamo una domenica da precetto e ci lamentiamo che si preferisca il supermercato o un qualsiasi week end al mare. La gente sfida le code interminabili in automobile perché noi non siamo più capaci di presentare una comunità viva in cui esploda la gioia del Risorto. Tutte le ditte si mettono in cordata per sopravvivere o per proporre i loro prodotti, noi ci dividiamo continuamente in tanti gruppi e gruppetti. Ogni idea una fondazione, ogni sottolineatura una struttura. 

Certo noi non siamo una catena di commercio, non dobbiamo andare a porta a porta a vendere un prodotto, non siamo una massa, ma potremmo presentare il dono grande della comunione se non fossimo tanto addormentati e svuotati dal di dentro. 

Il vangelo non si merita tanta nostra svogliatezza, tanto pressappochismo, tanta impreparazione. Per prendere una laurea ti metti di lena a studiare, tagli le amicizie, ti chiudi come in gabbia. Per conoscere il vangelo ti fermi ai ricordi del catechismo della Cresima di tanti anni fa? 

Adulti e giovani, se vogliono, possono oggi darci un soprassalto di furbizia, di scaltrezza, di entusiasmo, di autentica professionalità, che è la santità, nel vivere la vita cristiana e nell’annunciare il vangelo.

10 Novembre
+Domenico

Nessun santuario o chiesa è un mercato, ma sempre e solo l’incontro con Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-22)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Audio della riflessione.

Bancarelle a non finire, voci, grida, bisogna attirare l’attenzione. Questi pellegrini che finalmente hanno lasciato i loro posti di fame e vengono a lucidarsi gli occhi al tempio vorranno fare un’offerta al Dio Altissimo, non saranno così tirchi e pidocchiosi. 

Per sciogliere i tuoi voti, per dare corpo alle tue promesse non comperi questo agnello? perché non baratti con me quella bella collana che hai al collo? Fate attenzione che se non fate offerte a Dio vi capiterà qualche disgrazia! Non avete il denaro giusto? Non c’è problema: qui si cambia tutto! È la scena che appare a Gesù. Non è l’agitazione parossistica di una borsa valori dove tutti con il computer davanti, il telefono all’orecchio, le mani alzate a percuotere l’aria e la voce a urlare sembrano non pensare che a vendere e comprare. 

Ma è la stessa cosa: un mercato. Al centro ci sta il denaro. Avete scambiato la mia casa per una borsa valori, il mio tempio per una spelonca di ladri, il mio santuario è il luogo dei vostri affari. 

Ma siete venuti a Gerusalemme per ridirvi che Dio è il centro della vostra vita, a raccogliervi in preghiera o a farvi i fatti vostri? 

E Gesù non ne può più. Butta all’aria tutto. Non è rabbia, non è l’ingenuità di colui che crede di risolvere i problemi con i gesti di piazza. 

È solo un segno! 

La povera vedova che non ha niente, che butterà i suoi ultimi spiccioli per le opere di Dio, è venuta a incontrare il Signore. Non insultatela. 

Il giovane frastornato da tutto che ha ancora qualche ideale e spera ci sia un mondo diverso ha diritto a nutrire la sua speranza nel tempio, e oggi ai nostri tempi, a incontrare nella Chiesa la Parola che gli apre gli orizzonti della vita, la persona stessa di Gesù. Tutti si dovranno abituare a incontrare Dio ovunque. 

Da quando Dio si è fatto uomo però onorare Dio è possibile solo adorando Cristo crocifisso e risorto, amando Dio sopra ogni cosa e il prossimo come sé stesso. Il pensiero va a tutti i santuari: quante persone si mettono in viaggio per i luoghi cari alla nostra fede, circondati di cura, abbelliti. Gesù ricorda a tutti che l’adorazione in Spirito o verità è anche purificazione che la Chiesa fa di sé stessa, spinta dal fuoco divorante di uno zelo che non ammette compromessi o ambiguità. Per questo motivo ad ogni santuario si va per una purificazione della propria vita e per imparare una solidarietà con tutti coloro che soffrono e sperano.

09 Novembre
+Domenico

Oggi essere cristiani oggi è soprattutto una scelta radicale

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Audio della riflessione.

Una vita riuscita sta nelle scelte di mezzo tra lo slancio entusiasta del giovane e la ponderatezza eccessiva dell’adulto? Sta nel politicamente corretto che si preoccupa delle sensibilità, delle reazioni, dei malumori da non esasperare, che si prefigge di accontentare tutti? Oppure sta in scelte decise, radicali, senza mezze misure, sbilanciate da una qualche parte e quindi provocatorie, non convenzionali e attendiste? 

Fatta salva la classica prudenza e il rispetto di tutti, soprattutto dei più deboli, esclusa ogni forma di giudizio, la vita cristiana che è sempre vita di un uomo riuscito e pienamente realizzato nella sua vera dignità umana, secondo il vangelo, non sta nelle scelte di mezzo, ma nella decisione anche provocatoria di dedicarsi senza riserve al Regno di Dio, di sbilanciarsi dalla parte della giustizia e delle esigenze profonde di verità e libertà da tutti i condizionamenti del galateo. 

Per questo Gesù non teme di offendere i sentimenti tenui e dice: chi non odia padre, madre fratelli e sorelle, chi non si butta senza rete di protezione non può essere mio discepolo, chi non osa abbracciare la sua croce, il suo supplizio, la sua sofferenza, il suo dolore non è degno di stare dalla parte del vangelo. Non si tratta di odio, tomba dell’amore, ma di assoluto primo posto di Dio nella vita di ogni credente, di precedenza assoluta dell’amore su ogni legame o calcolo, di centralità di Dio in ogni vita e convivenza umana. 

Non si tratta di nessun talebanesimo o fondamentalismo, ma di aver chiaro che la fede cristiana ha in sé la forza di ridare significato profondo a tutta la vita, di ridire la sua vera dignità, di essere atto intellettualmente onesto, laicamente dignitoso e umanamente capace di dare senso all’intera esistenza personale e del mondo. La fede in Gesù ha una sua dignità di razionalità che sta alla pari di ogni ricerca umana, non teme alcun giudizio, né si colloca nell’irrazionale. 

Essere cristiani è stare dalla parte del vangelo, dalla parte del fuoco che Gesù viene a portare sulla terra e che desidera ardentemente che si accenda e porti calore al povero e sostegno al debole. Il cristiano è uomo di parte, non perché fonda un partito, ma perché sceglie di stare sulla croce come Gesù, di stare dalla parte della bontà contro la malvagità; non avrà mai vita facile, ma vita piena di dignità, felice e beata.

08 Novembre
+Domenico