Un invito “alla grande”: e la nostra risposta?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 15-24)

In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Audio della riflessione.

Qui cominciamo alla grande: “larghezza”, magnanimità, generosità senza limiti. È il cuore di Dio, non è pidocchioso come il nostro, che continua a contare, a telefonare, a fare iscrizioni, a mettere termini per le iscrizioni, altrimenti gli restano in gobba i coperti. Non è come gli amici che conosci e che quando si sposano vorrebbero tutto il mondo, poi devono litigare con la suocera per ridurre, per selezionare, per mettere dentro tutti gli zii che non hanno mai nemmeno visto. Non è una cena qualsiasi, ma una grande cena, e molti inviti. Dio ha il cuore grande, nel suo cuore ci stanno tutti, non fa preferenze di persone, ogni uomo è per lui scopo della sua divinità, oggetto delle sue cure. La tua vita è scritta sulle sue mani, tu sei un palpito del cuore di Dio. Sei invitato sempre, dovunque tu sia. 

Ma c’è un altro versante della medaglia che spesso non pensiamo. Dio invita alla grande, ma non lo fa dalla sua onnipotenza, dalla sicurezza di avere ai suoi piedi tutti, non esercita potere, ma fa un invito e l’invito rende fragili, perché mette in condizione di potersi sentire rifiutati. ‘Invitare’ significa dire che posso ricevere una alzata di spalle, il rifiuto, più o meno cortese. È chi riceve l’invito, sono io, che ho in mano il potere, paradossalmente, perché io decido se accoglierlo o rifiutarlo, e l’altro è in balìa della mia risposta. Abbiamo tutti l’esperienza di inviti andati a vuoto, di attese inutili, di preparazione di feste, di impegno senza respiro, di tensione fino all’ultimo e di una festa vuota. Poi per consolarci si dice che è la qualità che conta non la quantità, ma ti resta una delusione, un dubbio su di te, una frustrazione, la percezione di essere stato abbandonato. Colui che invita è onnigeneroso, è onnipotente e onnifragile”, si espone senza esitare a tanti rifiuti e scortesie… Ha una sorta di vocazione al fallimento; già lo sospettiamo e, purtroppo, il sospetto si avvera. 

Ma Dio non demorde. Si vuol misurare col rifiuto. Ti ho lasciato libertà, mi vuoi dire qualcosa, vuoi guardarmi in faccia, vuoi pensare con me alla pesantezza del tuo rifiuto? Ci vuoi ripensare? Vuoi dire a te, alla tua coscienza, le ragioni della tua scelta libera? Libero tu di dire di no, ma libero io di dirti l’urgenza di quello che ti propongo, di metterti di fronte non a una cosa, ma a me direttamente. Non dirmi che non hai appetito, dimmi piuttosto che non ti interessa di me. 

È un invito pressante, urgente, inesorabile, irreversibile, che ti obbliga a prendere posizione. Se irremovibili saranno i primi invitati nel non volere partecipare, irremovibile sarà il padrone nel perseguire il progetto della grande e fastosa cena e nell’escludere i ritardatari. Accogliamo l’invito ne va della nostra felicità. E sempre l’invito alla vita.

07 Novembre
+Domenico

Non fare commercio della tua ospitalità e del mondo che Dio ti ha dato

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 12-14)

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Audio della riflessione.

Se non teniamo alto il nostro senso di umanità, tipicamente italiano, che ci fa essere un popolo generoso, altruista, bonaccione, cordiale e ospitale, a confronto di un modello imprenditoriale che sta caratterizzando giustamente le nostre attività produttive, perdiamo il valore della gratuità. Oggi tutto si calcola, tutto si deve programmare per vedere quanto spendo, come spendo, quanto guadagno e che utile massimo ne posso ricavare, come ottimizzare i tempi e calcolare le opportunità, come distribuire le energie e ricuperare i tempi morti. A parte che anche nella produzione occorre trattare la persona come tale entro un contesto non solo di calcolo, ma anche di distensione umana. Se è vero che per produrre e garantire ai dipendenti un lavoro sicuro occorre reggere alla concorrenza, è anche vero che la vita è fatta anche di spazi di gratuità. 

Quanto è bello essere gratuiti, invitare a casa un amico perché è un amico, fare un servizio a una persona conosciuta per sovrabbondanza di disponibilità, aiutare un povero senza preoccuparci di tenercelo legato, fare dei favori senza calcolare che prima o poi ne avrò bisogno io e gli chiederò conto. Aiuto qualcuno perché anche lui impari ad aiutare un altro meglio di come faccio io; offro la mia disponibilità in caso di bisogno senza fare l’elenco delle persone aiutate e stare a lamentarmi quando nessuno mi ricambia. Il bene è bello quando è bene gratuito fino in fondo. 

Dice Gesù: quando fai un banchetto invita tutti i più scalognati che non avranno mai la possibilità di ricambiarti, assicurati nella vita il respiro indispensabile della gratuità per vivere sempre da uomo e non da registratore di cassa. Dio ci ha amati così, ci ha lasciato liberi, ha sprecato alla grande il suo amore a fiumi per farne nascere una goccia tra di noi. Nella vita quotidiana abbiamo bisogno di gente che sciala nell’amore, che sperpera nell’accogliere, che si spende per fare buono il mondo. 

Se si calcola solo, i conti non tornano mai, se non si calcola se ne avrà in sovrabbondanza; non sarò io a goderne, ma sicuramente l’umanità e questo mi basta, come è bastato a Gesù far irrompere nel mondo l’amore e aspettarsi da una croce la risposta. Non è stata quella dell’uomo, ma quella sovrabbondante di Dio. Una speranza così ci riempie di gioia. 

Ci dicono i vescovi riguardo a questa festa del creato che vorremmo fosse non solo di una giornata, ma distribuita nelle mentalità quotidiana e tenuta viva dalle varie forze educative soprattutto della famiglia: “La cultura della custodia che si apprende in famiglia si fonda sulla gratuità, sulla reciprocità, sulla riparazione del male. 

Gratuità. La famiglia è maestra della gratuità del dono, che per prima riceve da Dio. Il dono è il suo compito e la sua missione nel mondo. È il suo volto e la sua 

identità. Solo così le relazioni si fanno autentiche e si innesta un legame di libertà con le persone e le cose. 

È una prospettiva che fa cambiare lo sguardo sulle cose. Tutto diventa intessuto di stupore. Da qui sgorga la gratitudine a Dio, che esprimiamo nella preghiera a tavola prima dei pasti, nella gioia della condivisione fraterna, nella cura per la casa, la parsimonia nell’uso dell’acqua, la lotta contro lo spreco, l’impegno a favore del territorio. “Ricordiamo tutti quello che ci raccontavano i nostri genitori su Gesù che per ricuperare una mollica di pane caduta nel mangiare era sceso da cavallo. Il rispetto di ogni tozzo di pane da non sprecare”. 

Viviamo in un giardino, affidato alle nostre mani. «L’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime e attua la dimensione di trascendenza», ricordava Benedetto XVI nella Caritas in Vertiate (n. 34), in «una gratuità presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza». 

In questo cammino ci guida il luminoso magistero di Papa Francesco, che ha esortato più volte, fin dall’inizio del suo pontificato, a «coltivare e custodire il creato: è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti… Il “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il creato, riguarda anche i rapporti umani. I Papi hanno parlato di ecologia umana, strettamente legata all’ecologia ambientale. Noi stiamo vivendo un momento di crisi; lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo… Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. Anche alla GMG di Rio de Janeiro il papa spesso è intervenuto a difesa dei giovani e degli anziani che sono ritenuti lo scarto dell’umanità, anziché la promessa e la saggezza di essa.

06 Novembre
+Domenico

Abbiamo tutti un solo maestro: Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23,1-12)

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Audio della riflessione.

La voglia di occupare sempre il centro, di farsi vedere, di apparire, di essere onorato e considerato, di stare al di sopra della media è sempre una grande tentazione per tutti. La vita che abbiamo sembra non abbia sapore se non siamo gente che conta, senza il plauso degli altri. Capita allora che abbiamo un compito importante da fare e quel che conta è la nostra persona e non il compito che dobbiamo fare. 

Così era dei farisei, che erano dedicati a far conoscere al popolo la Legge, la Parola dei profeti, ma mettevano al centro se stessi, non più la Parola di Dio. I cristiani invece sanno che il centro di ogni servizio della fede è Gesù, Lui solo è il maestro e noi dobbiamo sempre essere discepoli, Lui solo è buono e noi abbiamo sempre bisogno della sua bontà, Lui è il nostro Dio e noi siamo sue creature. Questo ci dà forza quando cadiamo per la nostra debolezza e dobbiamo sempre avere il coraggio di annunciare la sua parola. 

Se annunciassimo solo la Parola che sappiamo mettere in pratica saremmo sempre tutti muti; invece, se mettiamo Dio al centro, se Gesù occupa il primo posto nella nostra vita potremo sempre dire a tutti che noi con loro dipendiamo da Lui, che assieme abbiamo bisogno di farci salvare da Lui, chi è genitore e chi è figlio, chi è vescovo e chi è fedele laico o prete, perché Lui solo è il maestro e lo supplichiamo di darci la grazia di potergli essere fedeli 

Tanti di noi sono papà, sono padri, ma sappiamo che uno solo è il vero padre di Tutti, Dio. Da Lui impariamo la paternità, è Lui che ci aiuta a fare il padre, oggi soprattutto che è difficile esserlo con amore, ma anche con decisione, con forza, con lungimiranza e con generosità, pensando al vero bene dei figli e non a ricatti affettivi. 

Molti di noi sono insegnanti, maestri, presbiteri e vescovi, ma uno solo è colui che ci insegna la verità, noi spesso la tradiamo, la abbassiamo alle nostre opinioni, ai nostri mutevoli sentimenti. Il nostro insegnare deve essere sempre ispirato a Gesù, alla sua tenacia nel vivere e morire per la verità, non per le ideologie che vogliamo imporre senza rispetto della libertà. Paternità e insegnamento sono sempre servizi e mai poteri. 

Alzare sempre lo sguardo a Lui irrobustisce la nostra vita; se guardiamo sempre a noi e facciamo di tutto per stare al centro, saremo sempre dei poveracci frustrati e non felici di vivere per qualcuno, come esige la nostra vocazione e la nostra felicità.

05 Novembre
+Domenico

Invita anche chi non può ricambiare alla mensa della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1.7-11)

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Audio della riflessione.

Un invito a qualche pranzo importante con tanti invitati è capitato a tutti. Tra amici ci si mette dove capita, a meno di calcolare di non finire con chi è più insopportabile; nei pranzi di gala il galateo vuole che ci sia una piantina dei tavoli con il tuo nome al posto ben preciso e a parte qualche difficoltà di orientamento, per cui giri e rigiri qualche volta la piantina, alla fine ci sei. Stai tranquillo, sei al tuo posto, non fai figuracce. 

La mensa è un po’ una immagine della vita e Gesù nel vangelo ha fatto scuola con i vari incontri a pranzo o a cena, tanto che una cena non finirà mai se non in cielo, l’Eucarestia. In essi ha compiuto tanti gesti decisivi per la sua vita e quella dell’uomo, del credente, del politico e del pubblicano, per il suo insegnamento e soprattutto svelando gli atteggiamenti fondamentali del suo regno. Nella vita è importante il posto e sono importanti i compagni di viaggio. 

“Quando sei invitato a pranzo non andare al primo posto, ma mettiti all’ultimo”. Non è una concessione al galateo, ma un richiamare che il cristiano deve essere come Lui, uno che serve, uno che non ha in sé il fondamento del proprio vivere, ma l’ha in Dio. Non si tratta di deprezzare la nostra vita, le nostre qualità, le cose belle che siamo riusciti a fare, ma di avere netta la convinzione che tutto quel che siamo viene da Dio e per questo va messo a disposizione. Tutto ciò che siamo è per grazia, soprattutto l’essere chiamati a responsabilità e autorità nei confronti di altri. 

“Quando offri un pranzo, non invitare quelli da cui ti aspetti un contraccambio”. Se regali, dona davvero gratis. La tua vita non può essere ridotta a un giro di affari, di scambi, di investimenti, non è un calcolo strategico di vantaggi; non può essere un continuo gioco diplomatico di ricerca del tuo benessere. C’è gente che ha fame e non ti inviterà mai a pranzo, c’è gente che è sola e non ti farà mai compagnia, ci sono figli che hanno bisogno di affetto e non te lo restituiranno mai, ci sono giovani che non si sentono di nessuno, che vogliono uscire dalla solitudine e non potranno mai farti crescere in carriera; ci sono immigrati di cui hanno tutti paura e ti isolano dalla tua compagnia, ci sono anziani che aspettano di morire in un abbraccio e che ti lasceranno solo. “Sarai beato perché non hanno da ricambiarti”. 

San Carlo Borromeo, che oggi soprattutto in Lombardia celebriamo, ha portato alla sua mensa per mangiare, ma soprattutto alla mensa della Parola e della Grazia tantissima gente e si è consumato di inviti a tutti.

04 Novembre
+Domenico

Nella coscienza sei tu solo con Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1-6)

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?» Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Audio della riflessione.

Non si parla più tanto oggi di obiezione di coscienza. Non c’è più la coscrizione obbligatoria, oggi chi non vuol fare il militare non vi è obbligato e quindi il rifiuto di imbracciare le armi è una possibilità e non l’opposizione a una costrizione. Ci sono però oltre al rifiuto della guerra, che permane sempre, anche tante altre leggi cui una persona ha diritto di non sottostare con l’obiezione di coscienza, per esempio rifiutarsi di fare pratiche abortive. 

Un medico sente in sé la vocazione a servire la vita sempre, come è nel suo statuto deontologico, si può rifiutare di togliere la vita a un futuro nascituro. Certo è disposto a pagare le conseguenze per la sua carriera, non certo a subire discriminazioni. 

“La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio…” (GS16) È il rapporto con questo Dio, Signore dell’esistenza, con la sua voce; è il momento in cui Dio istituisce la persona e il suo mistero, la sua consistenza, la formula del suo vivere felice. Gli uomini anziché un istinto hanno una coscienza. È il luogo in cui si esprime davanti a me e su di me la legge divina. 

L’obiezione di coscienza che io faccio è l’espressione esterna dell’obiezione che la coscienza fa a me. In un certo senso non è il massimo di libertà, intesa come far quel che meno impegna o più piace, ma il massimo di “costrizione”. L’obiezione di coscienza che io faccio alla società o alla legge è l’espressione esterna dell’obiezione che la coscienza fa a me. Ho il diritto di trasgredire la legge, perché ho il dovere di seguire la mia coscienza. La mia disobbedienza non solo è possibile, ma necessaria. 

“La coscienza è una legge del nostro spirito, ma che lo supera, che ci dà degli ordini, che indica responsabilità e dovere, timore e speranza… la messaggera di Colui che, nel mondo della natura come in quello della Grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo.” 

Gesù spesso è tornato ad educare i suoi seguaci su questo punto, a stimolare la propria responsabilità nell’obbedire alle leggi, mettendo in crisi l’assolutezza della stessa legge del sabato che passava sopra le infelicità delle persone. Ma Dio è per la felicità, per questo la dona anche di sabato. Fa nascere così speranze nuove nella bontà di Dio.

03 Novembre
+Domenico

Morte, non ci fai paura

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 37-40)

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Audio della riflessione.

Nella celebrazione dell’Eucaristia di questo 2 novembre vogliamo mettere al centro, senza paura, senza nasconderci, senza false condoglianze la morte spesso inaspettata, improvvisa, traditrice, ma anche tanto attesa e invocata. La morte spesso capita proprio nel bello di una speranza di ripresa, di ricostruzione, di desiderio di vivere al meglio. Così l’abbiamo davanti in tutta la sua crudezza, non riusciamo a darci una ragione di ogni lutto, che è sempre impensabile, distruttivo della nostra serenità, del tessuto delicato e necessario delle nostre relazioni, troncato senza pietà, in maniera che a noi sembra cieca e ingiusta. Altre volte è anche invocata e attesa dopo una lunga vita di fatiche e di dolori. Di fronte ad essa tutti oggi nella chiesa vogliamo farci illuminare dal Signore; è la nostra fede che ce ne dà la forza e la verità. 

Non perdo nessuno di quelli che il Padre mi ha dato. Non vi lascio soli, non vi abbandono, non mi metto gli occhiali da sole per non farvi capire i miei sentimenti, non mi vergogno di piangere con voi, non ho paura di affrontare con voi il vostro dolore, vi prendo in spalle, vi porto nella mia vita infinita. Vi ho caricato sulla croce, con me avete sofferto, con me risorgerete. La morte non può avere l’ultima parola sulla vita. 

Questa certezza anche oggi vogliamo dirci e con questa sicurezza guardare alla nostra vita. Siamo a qui a pregare, ad affidare a Dio ancora le vite dei nostri cari e a farci aiutare da loro a ridare le giuste proporzioni e importanza a quello che viviamo, alla nostra difficile convivenza. Guardiamo più in alto non per abbandonare la sfida della vita quotidiana, ma con la certezza che dentro ogni nostro giorno c’è una speranza, c’è un seme di felicità, c’è una attesa che si fa sempre più bella nella misura in cui la scorgiamo dentro le nostre relazioni, i nostri gesti di amore, le nostre preghiere, le gratuità con cui rendiamo felici le persone che ci incontrano, la proposta umile e serena della verità che ci possiede, la compagnia delicata del pane di vita. 

Gesù ci ha detto che non vuol perdere nulla dell’umanità che Dio ha affidato ad ognuno dei nostri cari e ce lo dice quando lascia a noi il regalo che scandisce i nostri tempi, da qui all’eternità: il suo pane. Chi mangia questo pane vivrà sempre. È questo pane che cambia il nostro corpo che si consuma sempre più. Mi ha sempre fatto impressione vedere nella mia vita di prete mentre visitavo i malati i segni della vecchiaia, i dolori, le gambe che non ti reggono, le ossa che ogni giorno si consumano, le infermità. 

Abbiamo il coraggio di leggere in questo declino non una condanna, ma la speranza di una vita futura piena, bella felice, come Dio ce la prepara. Uno dei nostri problemi è di imparare a invecchiare, di sapere che siamo fatti per il Signore, non abbiamo qui una abitazione perenne, ma ne cerchiamo una futura. Siamo in affitto, l’affitto aumenta sempre di più e ci dà sempre meno soddisfazioni. 

Che ci resta? Sicuramente il bene che abbiamo fatto, vissuto, regalato, indipendentemente dalla gratitudine che ha saputo scatenare.

02 Novembre
+Domenico

Ognissanti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Audio della riflessione.

Gesù subito quando si presenta alla gente sulle rive del lago di Galilea, non punta sui 10 comandamenti; sono dei buoni paletti dentro i quali è definito un grande spazio di vita di azione da colorare. Non lancia fulmini e saette come aveva fatto Giovanni il Battista nel deserto, dice solo gli appuntamenti con la felicità che Dio offre a tutti gli uomini. 

Le chiamiamo beatitudini nel nostro linguaggio. Non sono soprattutto cose da fare, non sono lo scontro tra ricchi e poveri, tra oppressi e oppressori, ma sono soprattutto Lui, Gesù, sono uno stato, una pienezza di vita, la vera felicità. Se hai dimenticato che cosa ti insegnavano da bambino quando frequentavi la chiesa è questa felicità ti indicavano. 

Beati se siete poveri perché siete padroni del cielo e della terra; 

beati se siete afflitti, sì proprio quelli che non riescono mai a tirare il fiato perché subiscono una disgrazia dietro l’altra, perché non riuscirete più a contenere la gioia della consolazione; 

beati se siete miti, se siete di quelli che non sanno arrabbiarsi mai, che non si scagliano contro nessuno, che non fanno i black-block; perché se hanno qualcosa da rimproverare è solo a sé stessi; 

beati se vi sentite sempre affamati, perché non trovate niente che vi sazi, per voi non c’è mai possibilità di star seduti perché nessuna situazione umana realizza piena giustizia; 

beati se siete misericordiosi, di quelli che hanno un cuore in cui tutti possono scavare amore, perdono, comprensione; 

beati i puri, quelli che ti guardano negli occhi, sanno stare mano nella mano, ti sanno coccolare, non stanno a sfruttare l’occasione, a indovinare le debolezze per rubarti la vita, non sono partiti con un disegno in cui devono inscatolarti; 

beati quelli che portano pace, quelli che non temono di sfilare sotto nessuna bandiera purché finiscano le guerre, si spengano gli odi, si blocchino le ritorsioni, vadano in bancarotta i fabbricanti di armi, quelli che sanno far pace nel loro cuore e tendono al cuore di tutti e sanno pagare e passare per imbecilli pur di spuntare anche solo un coltello; 

beati quelli che sono sempre presi di mira e privati della propria libertà, subiscono persecuzione, perché sono dei veri trasgressivi dell’ingiustizia; beati tutti quelli che sanno prendere posizione per me: sarete insultati, messi fuori giro, davanti a voi spegneranno le dirette televisive, non sarete trend, dovrete sempre ricominciare da capo. Ma sappiate che io sarò sempre lì con voi. Io nella mia vita ho sempre fatto così e voglio essere la vostra felicità. Io, non le mie cose, o i miei pensieri, io, nel massimo dell’intimità dell’esistenza. Queste otto strade di felicità non sono le mie idee, ma sono io stesso, la mia persona, la stessa Trinità che regola l’universo. 

Questa è la vita che noi sogniamo, per questa vita noi facciamo festa oggi, ma facciamo festa anche per un’altra vita che ci è stata donata, la vita di Gesù 

nell’Eucaristia, il suo corpo e il suo sangue donato per noi, da contemplare, da amare, da mangiare per avere pienezza di vita.

01 Novembre
+Domenico

La forza sperimentabile dell’invisibile, come un seme o il lievito   

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 18-21)

In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Audio della riflessione.

Oggi i grandi paesi, le potenze evidenti e mostrate con i pugni, gli eserciti imbattibili delle cui bombe ogni tanto si fanno le prove, le distanze enormi e sorprendenti che i missili possono coprire in poco tempo, con grande capacità di distruzione, la quantità di mercati che si possono controllare imponendo dazi dalla mattina alla sera, le atomiche in continua proliferazione… sono le grandeur che si confrontano continuamente e che grandi leaders continuamente ingrossano per creare tensioni, paure, deterrenze. 

I brevissimi versetti del vangelo di Luca invece ci parlano di due realtà quasi invisibili: una, il granello di senapa, che si fa fatica a vedere nel palmo di una mano e l’altra ha poca consistenza e non si vede perché la massaia la nasconde addirittura nella pasta: è il lievito. Non sono missili, né bombe, ma hanno una forza invincibile che si può opporre a tutti i regni della terra. 

 Al tempo di Gesù c’era una bella differenza nell’ordine di grandezza materiale tra il piccolo Gesù che nasce in una grotta a Betlemme, e l’imperatore Augusto che nasce a Roma, tra il regno di Dio predicato dal Nazzareno e l’impero che reggerà l’imperatore Augusto. Il primo vive ancora, e siamo orgogliosi di appartenervi, del secondo si trovano tracce solo scavando sotto terra e sabbia e portando alla luce ruderi, che danno il segno della grandezza, ma ruderi sono. 

Queste due piccolezze e quasi nullità ci danno l’idea invece della rilevanza, importanze, definitività del Regno di Dio, che all’apparenza sembra un nulla, ma che alla fine mostra tutta la sua potenza interiore, e quindi racchiude per noi uno straordinario annuncio di speranza, che non è un vago presentimento, ma la forza di  un senso che siamo certi di dare ad ogni nostra vita e fatica. 

Siamo allora contenti di accogliere in noi il regno di Dio, la Parola del Signore, che è solo una Parola, che non ha gittata oltre gli oceani per colpire ovunque come i missili, ma forza interiore misteriosa di trasformare le vite di ogni persona e di mandare testimoni coraggiosi ovunque. 

 Certo la mentalità di oggi che vorrebbe tutto e subito chiede immediatamente conferme, manifestazioni che si possono provare, vedere, toccare, filmare, invece granello di senapa e pugno di lievito si mostrano solo a una attesa paziente e a un affidamento incrollabile per tutta la nostra esistenza, a ginocchia che pregano come ha fatto Gesù prima di scegliere e di mandare a due e due i suoi discepoli ad annunciare. Sono tornati con le pive nel sacco, ma hanno ridetto la loro fiducia nel Signore e hanno cambiato il mondo.  

Oggi a chi tocca ? Certo a ciascuno di noi. Sapendo che non siamo noi che fa crescere e che produce speranza, ma solo Dio e noi ci fidiamo di lui e attendiamo vigili, con le lucerne della vita in mano, consapevoli che Dio viene quando meno te l’aspetti, quando hai finito di fare calcoli e ti metti in contemplazione di Lui che viene e non ci lascia mai soli. 

31 Ottobre
+Domenico

Non mi strumentalizzare, io sono per la felicità

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 10-17

In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Audio della riflessione.

C’è sempre qualcuno che vuol salvare Dio con le sue intransigenze, quasi che Dio abbia bisogno di lui per esistere o per operare nel mondo. Capita così che qualcuno inventa una guerra in nome di Dio, sancisce condanne di persone in nome di Lui, perpetra torture, fa leggi che tolgono la libertà e la dignità alle persone, mantiene nella sofferenza anziché offrire gioia e libertà. Certo è difficile riuscire a far maturare la propria coscienza e quella dell’umanità che oscilla sempre tra la negazione di Dio e l’assolutizzazione dell’idea che noi abbiamo di Lui.  

Oggi nel nostro occidente è più facile vedere una esclusione di Dio dalla vita, mentre in Oriente sembra che prevalga il talebanesimo, cioè una imposizione su tutti di una irrazionalità assoluta nei riguardi delle esperienze religiose.  

Il responsabile del culto che ha incontrato Gesù quel giorno nella sinagoga era di questo secondo tipo. Gesù ha davanti a sé una donna piegata da un male, che da troppo tempo la teneva nell’infelicità, di sabato la guarisce e la restituisce alla gioia di vivere.  

Il sabato è un giorno sacro, dice il capo della sinagoga; la sinagoga non è un ambulatorio, non è di sicuro il luogo in cui si può andare contro la legge di Dio. Ma tu Gesù che tanto tieni a che il nome di Dio sia lodato e benedetto, tu che vedi quanto la gente si stia allontanando da Dio, anche tu vieni a mescolare il profano col sacro, vieni a far crescere la magia, a far correre la gente in sinagoga a trasformare la religione in un placebo per disperati. Dio va lodato e benedetto, non servito con medicine e chirurgie.  

Quello che Gesù invece vuol far capire guarendo questa donna, ammalata da 18 anni, è di tenere in grande dignità e considerazione la vita umana. Non ci può essere contrasto tra la vita e la legge di Dio, non ci può essere subordinazione della persona  alla legge, né contrapposizione tra  i precetti e la sete di felicità vera che ha l’uomo. Sarà Lui con la sua morte in croce a rimettere al centro della vita dell’uomo la vera libertà e il vero culto a Dio: comunione con Lui e solidarietà con i fratelli. 

 Assolutizzando Dio ideologicamente, noi lo allontaniamo dalla nostra umanità, che è stata costruita a sua immagine. Ai nostri giorni forse non c’è questo pericolo perché è da tempo che abbiamo tolto Dio dai nostri pensieri, dal nostro mondo di relazioni. Non lo si adora veramente però se lo si colloca come nemico della nostra umanità, della corporeità, della voglia di vivere, della libertà perché Lui è la verità, la vera libertà e quell’amore verso cui tutti aspiriamo. 

30 Ottobre
+Domenico

Nella vita Cristiana occorre vivere un’attesa

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 22,34-40)  

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Audio della riflessione.

Ci sono dei periodi nella vita in cui le uniche cose che ti interessano sono quelle concrete, quelle che vedi, che tocchi, che possiedi. Rischi di farti ingoiare dal fare, dalle cose, dal denaro, dalle realizzazioni. Tutto quello che ha senso nella vita è qui dentro ben percepibile, palpabile. È immanente.  

In altri periodi invece hai bisogno di aria fresca, di poesia; hai sete di cose che non finiscono, di spiritualità; vedi fino all’evidenza che il senso non sta nelle cose, che quattro soldi non possono decidere tutto, che la tua vita è portata sulle mani di qualcuno che sta oltre. Hai bisogno di un trascendente. O ti schiacci su un orizzonte o ti astrai in una fuga.  

Era anche questa la domanda che la gente faceva a Gesù. Tu che te ne intendi, che dici parole che vanno dritte al cuore, ci aiuti a trovare la strada vera della vita? Siamo condannati a restare divisi in cerca di fragili equilibri che non ci lasciano mai soddisfatti o ci puoi indicare la strada vera della vita? Sono le cose che ci misurano o è possibile una fuga almeno consolatoria? 

E Gesù: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… Amerai il prossimo tuo come te stesso. Se hanno un senso le vostre tradizioni, se ha un senso quella legge che tanto venerate, se ha un significato per noi quanto ci hanno detto i Profeti è solo perché vi dicono questo.  

Né trascendenza, né immanenza, ma trasparenza. A Dio devi giungere, ma lo incontri se passi dall’uomo! L’uomo devi servire, ma non ti puoi fermare, lui è trasparenza di Dio, immagine, continuo rimando a lui. L’uomo vivente è gloria di Dio e vita dell’uomo è la visione di Dio, diceva S. Ireneo.  

È un modo originale di pensare Dio, di pensare la vita, di vivere atteggiamenti religiosi. Nel cristianesimo non c’è spazio per la fuga dalla vita né timore di restarne imprigionati, c’è sempre una trasparenza da guadagnare, un Dio da incontrare nell’uomo e un uomo da vedere in filigrana in Dio. Per questo il segreto della vita è l’amore, l’azione più alta in cui possiamo identificarci, sicuri che se è vero amore non è né una fuga, né una prigione ma la vita stessa di Dio, che ogni persona può sperimentare già oggi. 

29 Ottobre
+Domenico