Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,11-18)
In quel tempo, Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò subito ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
Audio della riflessione
Una domanda ci dobbiamo fare: chi cerchiamo noi nella nostra vita? Quando ti poni di fronte a Gesù, chi cerchi? Nell’Evangelista Giovanni il termine cercare riferito a Gesù, ha sempre per oggetto Gesù nel suo mistero. Maria di Magdala nei giorni della Pasqua è al sepolcro per questa ricerca, ma all’inizio cerca il suo cadavere.
È un punto di vista troppo personale, troppo umano, sottolineato dalle sue lacrime (il verbo «piangere» ritorna quattro volte, in 20, 11-15). Essa spiega la ragione della sua pena con le parole: «Hanno portato via il mio Signore, e io non so dove l’hanno messo». Non sospetta minimamente che egli potrebbe essere risuscitato; è convinta che abbiano messo in qualche altro posto il corpo del suo Signore; vuole conoscere questo posto per andare a riprendere lei stessa quel corpo inerte: potrà almeno ricordarle colui che ella ha conosciuto.
Parla del suo Signore, come se non appartenesse più che a lei sola. Quel titolo Kyrios, troppo personalizzato, non ha qui la dimensione trascendente che assumerà più avanti. Maria deve essere liberata da un attaccamento ancora troppo sensibile al Gesù terreno, deve abbandonare la sua volontà di possederlo. Questo attaccamento al sensibile impedisce a Maria di riconoscere Gesù risuscitato: le occorrerebbe la fede. Ecco perché, alla domanda degli angeli: «Donna, perché piangi?» (20, 13), Gesù stesso aggiunge: «Chi cerchi?» (20, 15). Con questo invita Maria a prendere coscienza dell’equivoco della sua ricerca e a purificarla nella fede; invece di tormentarsi a proposito del luogo dove pensa abbiano messo il corpo morto del suo Signore, deve cercare il Cristo, il Signore vivente. La sua ricerca deve cessare di essere preoccupazione di trovare il Signore per sé, e trasformarsi in un movimento verso di lui.
Tutti, Maria di Magdala, i discepoli, noi cristiani, i giovani, i ragazzi devono e dobbiamo porci la domanda essenziale: «Dov’è Gesù?». Se cresciamo nella fede come Maria di Magdala e gli apostoli a questa domanda daremo un po’ alla volta una risposta molto diversa: non ha più importanza, come per Maria, di sapere dove hanno messo il suo corpo morto e di cercare questo corpo; si tratta ormai di sapere dove realmente è il Cristo, nella sua vita profonda, nel suo mistero. Colui che i discepoli ormai dovranno cercare, non è più il Gesù terreno quale essi l’hanno conosciuto, non lo devono cercare come Lazzaro risuscitato, come il figlio della vedova di Nain pure risuscitato, ma colui che è «nella casa del Padre», colui che è nell’intimità del Padre. Lo stesso tema è suggerito in 20, 15: Maria non deve più aggrapparsi ai ricordi del passato, cercando il corpo morto del suo Signore. I versetti che seguono diranno come deve orientarsi la sua ricerca: dovrà cercare nella fede colui che, in quello stesso momento, sale verso il Padre suo (20, 17). Allora soltanto, essa saprà dove è realmente il Signore: «Il luogo di Gesù risorto, è il Padre».
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28,8-15)
In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno». Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.
Audio della riflessione
Dopo che Gesù è stato deposto nella tomba, i sommi sacerdoti e i farisei avevano detto a Pilato: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Ma Pilato gli rispose: «Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete». Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia”.
Questo è il fatto precedente la mattina di Pasqua. Sigilli e guardia, a prova di furto. Racconta poi Matteo che, all’alba di Pasqua, mentre le donne si stavano recando al sepolcro, “vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve”. E qui Matteo descrive quanto è occorso alle guardie: “Per lo spavento che ebbero “di lui” le guardie tremarono tramortite“.
Dunque, le guardie hanno visto l’angelo scendere dal cielo, lo hanno visto rotolare la pietra assicurata dai capi del popolo e sedervi sopra. Hanno tremato tramortite, forse non sono riuscite a cogliere le parole dell’angelo alle donne, ma hanno di certo visto l’evento eccezionale che fugava ogni possibilità di furto del corpo di Gesù da parte dei discepoli. E questo hanno annunciato ai sommi sacerdoti!
Un annuncio, dunque, è giunto anche a loro, ma avevano il cuore indurito, come quello del faraone. E un cuore indurito può solo partorire la menzogna già architettata. Non avevano creduto alle parole di Gesù circa la sua identità, lo avevano creduto un impostore quando annunciava la sua risurrezione, ed era menzogna. Ed essa, come sempre, ha bisogno di altra menzogna per legittimarsi come verità.
Per questo, contemporaneamente alla corsa delle donne e degli apostoli sulle strade della missione, corre anche la menzogna, che spesso si fa persecuzione sanguinaria. Corre accanto all’annuncio del vangelo un altro annuncio, persuasivo, subdolo, falso. Per questo, al fatto della risurrezione che si compie ogni giorno nella Chiesa e nei suoi figli, nelle famiglie, nei posti di lavoro, ovunque arrivino e vivano i cristiani, si oppone sempre la menzogna architettata dal demonio. Il fatto non esiste, anche se è lì, autentico, visibile. È un’impostura dei discepoli, è il tentativo della Chiesa di fare adepti, di conquistare denaro e potere, è l’oppio dei popoli…
È l’attacco del demonio al cuore degli apostoli, ancor prima che a quello del mondo. Ma essi hanno la certezza incrollabile che Cristo è risorto! Ha mangiato e bevuto con loro, lo hanno visto, cammina con loro ogni giorno! È Lui ad operare nella missione, come nella nostra vita di ogni giorno. La differenza è tutta in questa esperienza: gli apostoli l’hanno sigillata nel cuore e la rinnovano ogni giorno; i nemici di Cristo no, anche davanti ai segni e ai fatti non possono che opporre la propria carne malata e cieca d’orgoglio. Non possono credere, anche se la menzogna mostra tutti i suoi limiti: Come è possibile credere a delle guardie che, esercitate e formate proprio per vegliare e custodire, dormano tutte insieme nello stesso momento!?
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Audio della riflessione
Non è vero che la cattiveria vince sempre, che la morte è l’ultima parola, che chi vive da persona onesta debba per sempre soccombere. Non è vero che la nostra vita è una condanna, che alla fine siamo mangiati dal nulla. Non è vero che anche Gesù è passato, come tanti, come tutti coloro che vogliono il bene dell’umanità, No! Lui resta per sempre, Lui ha spuntato le armi della morte. Lui ha vinto tutti gli apparati di guerra, non c’è Pentagono che tenga. Il male è sconfitto.
E noi possiamo vivere di speranza, non abbiamo più paura della morte, noi possiamo credere che Dio non ci abbandonerà mai e ci aprirà le sue braccia. I nostri problemi sono visti e guardati con altro sentimento, quello del non mollare mai, del resistere a tutto il male che ancora ci tormenterà, ma sicuramente non avrà l’ultima parola sulla nostra vita e su quella del mondo.
Ma ora a noi cristiani di oggi non basta dare luce all’intelligenza dei fatti, vogliamo anche capire il senso di tutto questo. Oggi ci dobbiamo fare occhi di Pasqua: avere occhi di Pasqua significa vedere nella morte la vita, nella colpa il perdono, nella divisione l’unità, nelle piaghe la gloria, nell’uomo Dio. Dobbiamo cambiarci gli occhi, non c’è collirio che tenga, non ci sono retine trapiantate da fissare. È un cammino da fare quotidianamente, un percorso come lo hanno fatto gli Apostoli, i due di Emmaus, che si sono visti affiancare Gesù, e che hanno discusso con Lui, che hanno riletto con Lui le scritture, la Parola di Dio, luce indispensabile per un cammino di fede.
In Lui hanno versato tutta la loro amarezza come potremmo fare noi oggi. Che senso ha questa vita? Mi scriveva un giovane: che senso ha mettere quattro crocifissi alle pareti se poi si disprezza la vita degli uomini, dei poveri, dei lavoratori, si ruba e ci si approfitta del debole, si licenzia senza un minimo di garanzia, si imbroglia sui contributi…? Che senso ha, aggiungo io, che Dio ci dia la forza di generare e noi cancelliamo vite quando ci pare e come ci pare? E le facciamo morire insindacabilmente quando non servono più?
Che senso ha che nel pieno della vita un ragazzino di quattordici anni, di cui mi sono occupato tempo fa, stia solo aspettando la morte tra una operazione chirurgica e l’altra tra una chemioterapia e l’altra? Lì ci sono una mamma e un papà, dei fratelli che fanno una cordata d’amore, di coraggio, di dedizione. Solo Dio nella sua bontà infinita sa vedere e calcolare ogni sospiro che diventerà vita piena in Lui.
La risurrezione non è soprattutto un fatto di cui meravigliarsi, perché superiore alle nostre possibilità e alla nostra fantasia, ma diventa il punto di arrivo di tutti noi. C’è un mondo altro che bisogna lentamente creare, in cui in maniera impensata occorre traghettare ogni vita donata da Dio; ebbene il giorno della Risurrezione questa nuova vita ha fatto il suo ingresso nel mondo e ha trascinato con sé tutti gli uomini. Dio non ci aveva creati e buttati a caso nel mondo, ma ci aveva predestinati a questo, perché Lui non ci abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28,1-10)
Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto». Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Audio della riflessione
Le donne il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.
Tutto doveva tornare come prima. L’avventura era finita così deve finire chi attenta alla tranquillità. Il Sabato Santo è il giorno della preparazione dei funerali, delle incombenze pratiche, della compassione: il giorno dell’ormai: purtroppo, non c’è stato più niente da fare. Regna sovrana la delusione e l’illusione, la rivincita per qualcuno, il rimorso per altri.
Pilato che troppo presto se ne era lavato le mani è pieno di fastidi. Non quadra tutto come previsto il morto disturba ancora. A Pilato non interessa proprio, ma gli strateghi del potere devono controllare anche eventuali mitizzazioni, sublimazioni, dicerie e ci mettono la guardia. È un cadavere da custodire gelosamente.
Ma la mattina non c’è più. Le guardie ci sono, le bende pure, ma lui no. Prima è un timido affacciarsi di donne, poi le visite ufficiali, poi il rapporto dei “carabinieri” la questura, la scientifica, la TV, la diretta nel luogo. Le bende sono distese sulla pietra afflosciate su di sé, come se il morto fosse stato sfilato di sotto. Poco per volta dallo stupore, si passa alla gioia. È lui. È vivo. È di nuovo con noi. Stanotte stiamo rivivendo con segni quel fatto. È un fuoco che brucia, è luce che illumina, è pane spezzato che nutre, è acqua che rigenera. Quella morte ci ha cambiato, perché si è cambiata in vita.
A Napoleone, nel pieno del suo successo, del suo dominio su tutta l’Europa, nel pieno del crollo di tutti gli stati ai suoi piedi gli dicono: perché non inventi anche tu una religione che consacri per sempre il tuo splendore? e lui sorprendentemente: dovrei prima farmi crocifiggere e poi risorgere e questo non lo posso fare.
Questo è il centro della nostra fede e lo diciamo, lo crediamo, lo vogliamo, come l’esperienza determinante della nostra vita. Noi adulti ce lo vogliamo ridire e lo vogliamo comunicare a voi giovani. Non giudicateci troppo; siamo stati infedeli, è vero, non ve lo abbiamo sempre fatto capire bene. L’abbiamo vissuto come una strana abitudine, ma questa è la nostra fede. Aiutateci ad essere coerenti, voi giovani che non volete maschere, che non vi adattate alla mediocrità, che volete ancora sognare.
C’è subito in questa veglia qualcosa che tutti dobbiamo fare. Tra un poco ci domanderanno: credete? Rinunciate? A chi vi affidate? Che vita volete condurre? Qui dobbiamo essere coerenti. Si, mi affido a questa speranza! Voglio avere una esistenza, impostata così integralmente sulla speranza? Voglio condurre una vita, la cui mira va oltre tutto ciò che noi possiamo vedere, misurare, dimostrare?
Rinuncio a farmi leggi da me stesso? a far diventare i soldi il mio padrone? a vendere il mio corpo a pezzi? Ad affidare alle sostanze la mia vita, a fare differenze tra bianchi e neri, a spegnere le piccole speranze che ogni vita coltiva? Apro la mia esistenza al mondo della fede che mi assicura in Dio un padre? So affidarmi alla volontà di Dio? Tento di vederlo all’opera in ogni buona opera? Mi affido alla sua Parola come criterio del mio vivere? Rinuncio a pensare alla vita come a un caso, a un cieco destino? Credo che ci aspetti una vita piena come regalo iniziato da Cristo proprio in questa santa notte? Da bambini al nostro battesimo hanno risposto i nostri genitori. Stanotte tocca a noi, è la nostra risposta a questa santa resurrezione.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 18,1–19,42)
In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».
Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.
Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».
Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».
Audio della riflessione
È la croce il centro della nostra preghiera di stasera. È un legno incrociato con inchiodato l’uomo Gesù, il Figlio di Dio Gesù, l’uomo qualunque che viene sacrificato dagli egoismi umani, la persona torturata, disprezzata, uccisa per vendetta o per cattiveria pura, come anche in questi giorni la cronaca ci mette davanti. È la consapevolezza del dolore umano che resta sempre un grande mistero, anche se spesso la causa siamo proprio noi e lo sappiamo bene.
Un supplizio mal tollerato da tutti in tutta la storia è al centro della nostra fede: la croce. È la croce su cui sono finiti i tanti martiri del cristianesimo, i nostri santi protettori fin dai tempi antichi, che durante la quaresima abbiamo ricordato, pregato e cercato di imitare.
Muore Gesù: è una morte efferata, è un supplizio assurdo. È l’immagine di tutte le morti atroci, ingiuste, violente; è il bisogno di purificazione delle nostre tragiche condotte, la ricerca di una innocenza che abbiamo perduta.
Lui arranca con quella croce sulle spalle per quelle strade distratte e piene di commerci della vecchia Gerusalemme, tra il fastidio della gente che viene disturbata nelle sue spese per la festa imminente. Tra poco chiudono i negozi, si entra nel grande sabato, occorre far presto, occorre far presto anche a uccidere un uomo innocente, perché sia finalmente chiusa la sua vicenda che ha già avuto troppa sopportazione da parte del potere. E Lui, solo, martoriato, fa il suo cammino, entra nella vita di un contadino ignaro, Simone di Cirene, il Cireneo, che lo aiuta a portare il supplizio, nella compassione di una donna che gli deterge il viso, nel pianto delle mamme che rivivono le tragedie dei figli.
Lo accompagna sua madre e un ragazzo che si era entusiasmato di Lui, della sua forza d’amore, del suo messaggio, Giovanni. Sognava ancora, ma gli stavano spegnendo i sogni nel pianto. Epperò resisteva. Lo vedrà morire, si sentirà donare l’ultimo affetto che il condannato a morte si teneva per affrontare il dolore: sua madre. Figlio: Ecco tua madre.
Signore abbiamo sempre bisogno di guardarti morire, ma dacci tua madre per avere una spalla su cui piangere e attendere la tua risurrezione, è il pegno che mentre muori, Dio non ci abbandona mai
Di questa morte in croce ci restano alcune immagini che il vangelo ci ha ricordato. È un fatto doloroso, crudo, ma altamente significativo. Gesù è appena spirato dopo una lunga agonia su quella croce. È morto per i dolori atroci della flagellazione e della crocifissione, dell’abbandono e della solitudine. La causa fisica ultima della morte di un crocifisso è un soffocamento dovuto alla compressione dei polmoni per l’essere appeso per le mani tenute fisse a un palo coi chiodi. Dice il vangelo che i soldati si meravigliarono che fosse morto così presto.
In genere il colpo di grazia era dato dallo spezzare le gambe ai crocifissi, così che non potessero più rialzarsi puntando sui piedi e riprendere respiro. Visto che Gesù era morto, vollero lo stesso sincerarsi della morte; hanno fatto le cose da professionisti; allora non avevano abitudini meno barbare, non erano in una cella della sedia elettrica con elettrodi e strumenti elettrici, che potessero mostrare il diagramma piatto. Gli hanno dato un colpo netto, magistrale, da intenditori al cuore, per sincerarsi che il motore della vita fosse bloccato e svuotato della linfa necessaria all’esistenza: il sangue. Ne uscì sangue e acqua. L’Eucaristia, diranno i padri della chiesa, e il battesimo
Quel cuore lacerato, svuotato, aperto, sanguinante è diventato il segno del dono fino all’ultima goccia di Gesù per noi uomini e donne. Giustamente allora ne è nata una contemplazione, uno sguardo amorevole e continuato del credente a quel cuore squarciato per avere sempre ben impresso negli occhi questo gesto estremo di amore. Questo è il Sacro cuore. Non si aspetta uno sguardo anatomico, ma una contemplazione di amore che si fa per noi sicura speranza.
In questo cuore squarciato ci sono tutti i drammi umani, la guerra della Russia contro l’Ucraina, i morti annegati nel mediterraneo, tutte le ricerche, talora le sconfitte e le disperazioni, le debolezze e le piccole vittorie, le ansie e i martirii, la tenacia nella debolezza, la progettualità e l’accoglienza del dono. Diventa allora importante riuscire a sagomare la vita del cristiano attorno all’esperienza di questo cuore donato fino alla morte, ma regalato vivo nella risurrezione. A noi far vedere nella vita e nella società l’umanità nuova che il cristiano incarna nel vivere in sé e nel mondo delle sue relazioni questo centro della nostra fede pasquale. Questa è la sorgente e il fondamento da cercare e la speranza da offrire.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,1-15)
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
Audio della riflessione
Quella sera Gesù viveva un momento molto delicato, decisivo, determinante. La sua missione, la sua passione per il regno di Dio, per un nuovo patto con il popolo, con la gente, con l’umanità era vicina all’apice, alla sua conclusione pure. Il profumo della donna che aveva spezzato un vasetto di alabastro di nardo purissimo per ungergli i piedi, quest’ultimo gesto d’amore fatto per il suo corpo, si era già diradato nell’aria e cominciava a diffondersi l’acre odore di un tradimento; un altro gesto che avrebbe dovuto essere di amicizia, sarebbe stato un bacio d’amore; invece, tentava di fissare la vita di Gesù a una morte efferata e vergognosa.
Sono le nostre vite che spesso oscillano tra bene e male, tra gioie e dolori, tra amore e tradimento. Oggi siamo decisi, domani non ci interessa niente della vita cristiana; ora siamo desiderosi di spiritualità, domani non siamo capaci di opporci a una tentazione della carne. Ma Lui, Gesù è lì e si dona in un simbolo, si dona in pane e vino che diventano il suo corpo e il suo sangue.
Stasera in ogni chiesa si va a rinnovare, più che a ripetere, quei suoi gesti, quel suo grande dono, quella passione per l’umanità. Lo faremo solo lavando i piedi, una chiesa del grembiule come diceva don Tonino Bello; non deve essere solo un gesto, ma la scelta di una vita regolata sui dolori e sulle domande degli altri. E qui siamo chiamati in causa tutti: vescovi, preti, genitori, famiglie, giovani e ragazzi.
Ho desiderato moltissimo mangiare con voi questa cena. Gli anni scorsi ci accontentavamo di focacce, di qualche sorso d’acqua sorgiva, poi ci stendevamo sotto gli ulivi, al chiaro di questa luna piena, ad aspettare l’alba per andare al tempio. Quest’anno no. Ho desiderato mangiare questa Pasqua con voi, la prossima sarà nel regno dei cieli. Sappiate che vi amo con tutto me stesso, voglio di nuovo dirvi che abbiamo, e che avete, un Padre che stravede per voi, che soffre con me come Abramo quando pensava di sacrificare suo figlio; avrebbe voluto essere lui al posto di quel figlio. Così il Padre soffre con me per voi; solo questo linguaggio voi potete capire.
Quante sofferenze ci sono nella vita dell’umanità. Dio si è immerso in questo male perché ne nascesse un amore pulito, una dedizione senza condizioni, nascesse l’affetto tra marito e moglie, tra papà e mamma, tra uomo e donna, tra figli e genitori, tra giovani e vecchi, tra bianche e neri, tra poveri e ricchi, tra fortunati e scalognati, tra buoni e cattivi, tra pentiti e offesi con la morte dei propri cari.
Sto passando in rassegna la varia umanità che abita nelle nostre città e paesi, le famiglie provate da dolore e da povertà, le carceri, dove scontano la pena coloro che nella vita hanno sbagliato e tanto, l’ospedale dove si guarisce, ma si muore anche per malattie non gravi, le strade su cui si lascia la vita in un attimo tragico e irreversibile. In questo tempo non possiamo non pensare ai luoghi di guerra, alle sofferenze delle mamme per i loro figli soldati. Abbiamo ancora negli orecchi le urla di aiuto di chi annega nel mediterraneo e il dolore lancinante dei parenti che s’aspettavano un ricongiungimento e si sono solo buttati sulle loro bare e non di tutti. Su tutti stasera continua a stendersi la presenza straripante di amore di Gesù, la sua tenerezza, il dono del suo corpo e del suo sangue. Su ogni immigrato invochiamo il sangue di Cristo e il dono della sua morte e risurrezione.
Il dolore ci abita, ma assieme vogliamo dare corpo alla speranza, alla solidarietà, sicuri che Dio è sempre e solo Padre e il suo farsi cibo è un dono senza condizioni… il suo patto d’amore intramontabile, la decisione di stare con noi tra una congiura e un tradimento, di dare significato e risposta a tutti i nostri interrogativi, il fascino con cui ci trascina nella sua vita d’amore, è sempre e di nuovo riproposto da Gesù.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 26,14-25)
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Audio della riflessione
Siamo tutti piccoli o grandi traditori. Tutti un giorno o l’altro abbiamo venduto la fiducia che qualcuno ci aveva regalato per fare i nostri interessi, abbiamo tutti un tiro pronto alla schiena, una menzogna per salvarci la faccia, una amicizia che abbiamo usato per il nostro egoismo, un giuramento sulle cose che abbiamo più care, per salvarci in extremis da una verità che non abbiamo il coraggio di dire e che ci brucia dentro. Non ci interessa se facciamo del male, se feriamo, abbiamo solo urgenza di salvarci la faccia perché non abbiamo la forza di guardarci dentro e di accettarci per quello che siamo.
C’è un tradimento che oggi risuona nell’atmosfera severa delle chiese, che viene letto e riletto, messo davanti a nostra confusione, collocato in vetrina per potercisi specchiare. È il tradimento di Giuda. Lui, l’amico, il confidente, la persona che Gesù ha caricato di tutta la sua volontà di coinvolgerlo nel piano di salvezza. Lo conosceva, sapeva che era un sicario, che nel suo sangue bolliva urgenza di cambiamento, di rivoluzione. Aveva voluto trascinarlo nella rivoluzione dell’amore, ma non ce l’ha fatta. Lui Giuda si è ripreso la sua libertà. Ha seguito per un po’ Gesù, ma non è riuscito a trasformare il suo odio in amore, la sua ideologia della violenza in visione evangelica di cambiamento delle coscienze.
Quei trenta miseri denari, che gli scotteranno subito tra le mani appena monterà nella sua anima la vergogna al solo loro tocco, risuoneranno metallici e striduli sotto le arcate cupe dei palazzi del potere. Non saranno la musica dei singhiozzi di Pietro, ma il riso satanico di chi ha venduto la sua anima al Divisore.
Il mistero dell’iniquità si è fatto vivo e non smetterà mai di tormentare l’uomo, di tentarlo sempre di tradimento.
Ma Gesù tenterà l’ultima carta e lo chiamerà amico, rievocherà con quel nome tutti i tentativi di forzare la cattiveria che albergava nel cuore di Giuda. Amico, è una parola che ci vogliamo sempre sentire da Gesù, perché sappiamo che Lui è un Dio che non ci abbandona mai.
In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».
Audio della riflessione
Anche nei cuori più puliti, nelle intenzioni più belle e sincere, nelle amicizie più profonde c’è sempre la presenza di un tarlo che può rovinare tutto: il tradimento. Lo abbiamo provato tutti nell’età dell’adolescenza, quando avevamo trovato un amico, una amica, che speravamo fosse la nostra ancora di salvezza, il nostro punto di confidenza, il superamento della nostra solitudine e poi ci siamo visti le nostre confidenze messe in piazza, i nostri sentimenti buttati in pasto a tutti, soprattutto l’amico, con cui avevamo fatto patti di acciaio, farsi ostile e nemico, con il vantaggio di avere in mano tutti i nostri punti più deboli: traditore.
Gesù passa attraverso questa dolorosissima esperienza, non nei giochi di una adolescenza che per prove e difficoltà si fa più forte nell’affrontare la vita, ma nel pieno della sua missione. È stato tradito: aveva riposto tutte le sue speranze nei dodici, ma aveva sempre avuto grande rispetto della libertà di tutti. Giuda e Pietro sono alla stessa mensa, a quella cena intima che Gesù ha voluto consumare prima degli eventi definitivi della sua missione. Ambedue apostoli, ambedue collaboratori stretti di Gesù, ambedue alle prese con la propria coscienza, le proprie paure, ambedue con un rapporto di amicizia con Gesù. E satana scatena la sua battaglia, si insinua nelle loro vite e ne sfrutta le debolezze. Giuda lo tradisce con un bacio, Pietro con la paura.
Gesù li ha chiamati entrambi, ha voluto far nascere nel loro cuore la sua passione per il Regno di Dio. Giuda era un poco di buono, Gesù accetta la sfida: se vuoi puoi farti affascinare da un amore più grande di quello che provi oggi. Giuda era stato scelto per essere apostolo, chiamato all’intimità con Gesù, a partecipare al suo progetto di mondo nuovo a partecipare al suo amore, alla sua missione. Ma ha scelto di abbandonare e ha creduto che il peccato fosse più grande della misericordia.
Non ha capito che poteva sempre e solo sperare, perché Gesù è la speranza vera di ogni vita. Anche là dove si costruisce la tana dei disperati, c’è sempre uno spiraglio di bontà. La luce della speranza si insinua in ogni fessura e vince.
Pietro è ancora molto frastornato, forse si ritiene ancora forte; il momento decisivo verrà dopo. Ciascuno di noi deve sentirsi chiamato a decidere sempre, a scegliere di nuovo ogni giorno se stare con Gesù o perderlo.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,1-11)
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Audio della riflessione
È bello ascoltare storie, evocare sentimenti, osservare descrizioni di personaggi, vedersi rispecchiare in figure che ci aiutano a leggere più in profondità le nostre stesse emozioni e a dare voce ai nostri sentimenti. La settimana più decisiva della vita di Gesù ce ne presenta tanti.
Sei giorni prima della grande festa ancora tutto è normale, non è ancora esplosa la cattiveria umana che porterà Gesù in croce, c’è una scena intima di amicizia, dove si mescolano tenerezza e triste presagio. Gesù sente di essere braccato, quell’ingresso trionfale a Gerusalemme ha messo in allarme il sinedrio; non staranno con le mani in mano a farsi cogliere di sorpresa. O adesso o mai più, pensano i sommi sacerdoti. Quel che Gesù ha fatto è troppo. E Gesù si concede un momento di intimità con gli amici. Va a Betania nella casa dell’amico Lazzaro. La casa è piena di tanti amici, ma la scena è occupata da due persone: Maria, la sorella di Lazzaro e Giuda.
Da una parte la tenerezza, un cuore ansioso, pieno di presagi, una sensazione di qualcosa di irreparabile che sta capitando, dall’altra un freddo calcolatore pieno di sicurezza e di disprezzo, frustrato e tentato di tradimento. Maria rompe un vaso di nardo preziosissimo e riempie la sala di profumo. Sono i piedi di Gesù che meritano tanto, ma è tutta la casa che ne viene saturata, la vita di quel gruppo di disperati che viene inondata da un profumo che nei loro ricordi resterà indimenticabile. È un gesto d’amore, è l’ultimo vero gesto d’amore che viene rivolto dall’umanità a Gesù.
La sua vita stava arrivando al termine cruento e violento. Alla sua nascita aveva avuto la cura delicata di sua madre, in quella estrema povertà, ma sicuramente in un abbraccio d’amore, il più bello che possa immaginare l’umanità, l’abbraccio di Maria. La sua vita poi era proseguita, aveva provato tutti i sentimenti umani: l’affetto di coloro che si era scelto, il desiderio di ascoltarlo di molti poveri, la sincera gratitudine dei miracolati, l’odio strisciante dei suoi oppositori. Proverà tra poco il massimo di cattiveria che il cuore umano può esprimere, quando viene strattonato da una cella all’altra del palazzo del potere, nella passione, sul Calvario, lungo le vie della città, con qualche gesto di umana pietà. Ma ce ne sarà tra poco un altro, il bacio di Giuda, quello non sarà amore, ma tradimento.
Quel bacio viene preparato da un conteggio che passa per la mente di Giuda: un profumo sprecato questo unguento, con tutti i poveri che ci sono e che potrebbero avvantaggiarsi del suo valore. Vale ben trecento denari. Il prossimo conteggio lo farà ancora il Sinedrio, quando gli conterà trenta miseri denari come prezzo del tradimento.
La nostra vita si snoda tra un atto di amore e un tradimento, siamo Maria che si vota a Cristo e nello stesso tempo siamo Giuda che calcola. Per Maria e per noi spesso Gesù è tutto, ma purtroppo abbiamo la tragica possibilità di essere anche Giuda, di non capire Gesù, di vendicarci su di Lui con la nostra cattiveria. È la Settimana Santa dobbiamo prendere posizione. O contro Gesù o con Lui. C’è un uomo di Cirene che viene coinvolto all’inizio senza spontaneità, ma poi un po’ alla volta con amore, ci sono i ladri crocifissi con Lui: uno ci sta, l’altro si ribella, c’è il centurione che alla fine crolla nella sua indifferenza e fa il primo atto di fede; c’è Giovanni ai piedi della croce, c’è Maria, ci sono gli apostoli in fuga. Ecco noi dobbiamo prendere questa settimana la nostra posizione. Gesù ci aspetta. Decidiamo di fare Pasqua non nei negozi a comprare regali, ma nella coscienza ad assumere la nostra responsabilità di fronte a Lui.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21,1-11)
Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma». I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».
Audio della riflessione
Ho visitato tante volte i luoghi che la lettura della passione ci presenta e che tutti oggi è giusto ascoltare di nuovo. Ho rivisto quell’orto tragico, quei luoghi di tortura di Gesù, i tragitti che ha fatto, ho rivissuto quella sua struggente cena nel Cenacolo. Siamo oggi introdotti direttamente in quella settimana che chiamiamo santa, attorno a cui si condensano tutte le accorate e compassionevoli capacità dell’uomo di rivivere la morte e la risurrezione di Gesù.
In Gerusalemme, alla chiesa di san Pietro in Gallicantu, che ricorda il canto del gallo che ha fissato Pietro nel suo tradimento e Gesù nella sua solitudine, ma anche il suo perdono al futuro papa, c’è un mosaico che fa vedere Gesù imbragato come se stesse per essere calato in una cisterna. All’interno si può visitare la cisterna che fu la sua prigione in attesa del giudizio di quella notte del Getsemani. Qui i primi cristiani hanno firmato con tante croci la loro partecipazione al dolore di Gesù, degli apostoli, che in seguito, vi furono imprigionati perché non smettevano di parlare di Gesù. Sono i dolori di tutti i cristiani che in questa settimana vogliamo avere davanti agli occhi e soprattutto nel cuore.
Come i discepoli entriamo un po’ alla volta nella consapevolezza del momento culminante della vita di Gesù. Anche noi nel simbolo abbiamo fatto salire Gesù sull’asinello, abbiamo steso se non i nostri mantelli le nostre vite, abbiamo tagliato i rami dagli alberi d’ulivo che caratterizzano tanti nostri paesaggi, abbiamo cantato quel famoso osanna che rimarrà per sempre nella liturgia della chiesa. Il vangelo di Luca usa le stesse parole del canto degli angeli sulla grotta di Betlemme.
Lo canteremo anche oggi al sanctus e avrà ancora di più il suo significato. Signore che vieni sull’altare nell’Eucaristia, nel corpo e sangue di tuo figlio Gesù, noi ti adoriamo, ti scongiuriamo, salvaci. Ti stiamo attendendo ogni giorno e siamo felici che tu venga tra noi. Osanna nell’alto dei cieli. Come pellegrini andiamo verso di Lui e lui pellegrino con noi ci viene incontro e ci coinvolge nella sua ascesa verso la croce e la salvezza e ci fa compagnia e ci dà forza nel suo corpo e nel suo sangue, ogni giorno, perché ogni giorno è una lotta tra il bene e il male.
Gesù ti vogliamo fare compagnia in questa settimana con i nostri familiari, i nostri amici, le nostre pene e le nostre gioie. Non stiamo allestendo spettacoli, ma rinnovando la nostra fiducia in te; la nostra solidarietà con i fratelli e vedere te in ciascuno di loro. Oggi decidiamo di stare con te, Gesù, fino alla tua risurrezione che è speranza, certezza, punto finale della nostra vita.