Nella bisaccia di un ragazzo il segno del pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,1-15)

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Audio della riflessione

Possiamo farci aiutare a riflettere dalla fede di un giovane sconosciuto, ma importante del vangelo di oggi: spontaneo, concreto, generoso, mescolato alla gente con una bisaccia piena di pane e qualche pesce.  

È un ragazzo che, come tutti, ha una vita davanti: va tutti i sabati in sinagoga a ripetere e cantare versetti, qualcuno ogni tanto lo prende e lo molla con qualche lavoro. Ma ha sentito parlare di Gesù. È uno che parla chiaro, che va giù duro, che non fa le solite raccomandazioni di galateo. Lo voglio sentire anch’io, voglio vederlo anch’io, voglio partecipare alla festa dell’esserci. E va, diremmo noi oggi, se non fosse irriverente, al suo grande concerto rock, all’incontro con qualcuno che lo infiamma, che lo fa sentire vivo. La quotidianità ritornerà ancora, non c’è dubbio: la ricerca di lavoro, il tirare a campare, lo stare a raccontarsi, il sentirsi addosso gli adulti con le loro infinite raccomandazioni… ma lasciatemi andare. 

E parte. Ma nella sua concretezza, poi dicono che i giovani sono sbadati, si prende una scorta di pane e due pesci seccati. Sa che gli viene una fame da morire certe volte, soprattutto quando la vita va a cento. 

Ascolta Gesù che parla, si mescola alla gente e gli viene fame; apre la sua bisaccia: è il momento in cui tra gli apostoli si diffonde il panico. Gesù li provoca: occorre dare da mangiare a questa gente. Sì! e noi che ci facciamo. L’unico che sta bene è questo ragazzetto qui, più saggio di tanti adulti. 

Il vangelo non racconta che cosa è successo in quel momento. Sta di fatto che quei cinque pani e quelle sardine arrivano a Gesù: il ragazzo nella sua concretezza, semplicità e generosità mette a disposizione. E tutti mangiano, e tutti si saziano, e tutti si scatenano e si scaldano. Erano solo la scorta di un ragazzo per la sua avventura in cerca di vita diventano il segno di un pane insaziabile, che è Gesù. Erano una debolezza, di fronte al problema, sono diventati per Gesù la forza. 

Quel pane eucaristico per noi oggi è la dolcissima presenza dello Spirito Santo. Siamo davanti a Dio come quel ragazzo che porta i suoi semplici pani e le sue secche sardine. Noi siamo questo, se l’opera è tua, noi ti mettiamo a disposizione il poco che abbiamo per la tua gloria. L’uomo di oggi ha bisogno di spirito e soprattutto di Spirito Santo. È il pane della speranza, della libertà, della santità che vogliamo chiedere anche oggi a Gesù.  

Il nostro pane è Gesù. È Lui che ci nutre, che fa rinascere speranza, che permette alle nostre deboli forze di sostenere le difficoltà della vita. Il pane è la Parola, è l’Eucaristia. Ma il pane ha bisogno dello Spirito per sfamarci, per farci crescere nella libertà. Si può mangiare un pane in schiavitù, un pane bagnato dalle lacrime della nostra cattiveria, delle guerre, dei soprusi degli uomini. Noi vogliamo che sia lo Spirito a santificare il nostro pane. Di fatto è con l’invocazione dello Spirito che il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo. 

Avere bisogno di pane significa avere fame. Forse noi oggi non abbiamo fame di Dio, ma di tante altre cose che non ci danno soddisfazione. Certa nostra infelicità non ha origine fisiologica, è bisogno di Dio. Occorre avere il coraggio di cercarlo e mettere la nostra semplicità davanti a Lui, lui sa moltiplicare non le nostre miserie, ma le nostre disponibilità. Sa cambiare la debolezza in forza, purché lo cerchiamo con sincerità. Lo Spirito ci guiderà a compiere l’opera e soprattutto a lodarlo per la sua immensa grandezza e amore. 

21 Aprile
+Domenico

Chi crede nel Figlio ha la vita eterna

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,31-36)

Chi viene dall’alto, è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito.
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.

Audio della riflessione

In questo tempo pasquale possiamo addentrarci anche noi in un dialogo serio con il Signore; anche noi abbiamo bisogno di rigenerare la nostra fede. Il nostro è un tempo che ci chiede di uscire allo scoperto, di prendere decisioni, di stare della parte della verità, di contemplare il Signore, ascoltare la sua parola 

Ci possiamo domandare: come mai ci sono stati anni in cui la nostra vita cristiana è implosa, anziché esplodere? Forse perché non abbiamo contemplato, ma solo organizzato o custodito, abbiamo dato alla preghiera il significato solo di un dovere, di un compito da fare  

Non vogliamo più nasconderci nessuna delle domande profonde di umanità, dobbiamo percepire la sete dell’uomo di oggi, constatare il fascino di un mondo male orientato; oggi c’è una pervasività del male e delle tenebre e, come dice Giovanni, occorre uno sbilanciamento dalla parte dello sposo. Il primo nostro scopo è di contemplare 

La contemplazione è luogo di ricerca, spazio in cui ci si fanno domande, non si dà niente per scontato, dove c’è posto per il dubbio, la dialettica, il lavoro della ragione e dei sentimenti, delle emozioni e dei comportamenti. Vogliamo scavare in profondità, a far emergere tutte le riserve umane che nascono nei confronti della fede, del mondo religioso, della nostra appartenenza alla chiesa.   

Questi giorni pasquali sono un tempo in cui è possibile l’ascolto, il confronto, lo studio, l’incontro con Gesù, nel silenzio del raccoglimento o nella ricerca comune, nella preghiera o nel dialogo. L’amico dello sposo sta lì e si rallegra delle sue parole. È lui che deve diventare importante. 

Ogni tanto è utile una visita al cimitero, dove sono sepolti i nostri avi, quelli che ci hanno passato il testimone della fede, che nei secoli hanno tenuta viva la luce della fede e ce l’hanno tramandata, hanno creato esperienze di vita cristiana, hanno affrontato la vita con la speranza del Signore risorto. 

Vogliamo guadagnarci una nuova adesione, anche sofferta, ma decisa e felice alla vita di fede. Vogliamo confessare che Gesù è il Figlio di Dio. Chi crede nel figlio ha la vita eterna. Dobbiamo tornare da Gesù a dire quel “Mio Signore e mio Dio”, di san Tommaso di fronte all’evidenza del Risorto, È fatto di affidamento, di preghiera, di celebrazione, di vita sacramentale, di accostamento non episodico ai tesori della Chiesa. 

Allora la Chiesa prenderà nuovo slancio, la nostra comunità diventerà casa abitabile da tutti, soprattutto dai giovani, che sono sempre il nostro presente, ma soprattutto il nostro futuro. 

20 Aprile
+Domenico

Gesù, la Luce, è venuta nel mondo; noi abbiamo preferito le tenebre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,16-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Audio della riflessione

Capita spesso di chiederci se occorre una fede per vivere, se questo Dio rivelatoci in Gesù Cristo è la risposta a tutti i nostri interrogativi; ma spesso lo abbassiamo ad essere una toppa nel nostro vecchio vestito, una pretesa contro la nostra libertà, un superfluo per il mondo in cui siamo. Occorre fare un salto nell’impossibile e aprire la nostra intelligenza all’accoglienza di qualcosa, che non è un’altra volta una proiezione delle nostre paure o resistere a stare con i nostri piedi per terra consapevoli che non siamo capaci di intercettare la verità, il vangelo direbbe il soffio dello Spirito? 

Dio ha scelto di mandare il Suo unico Figlio, all’interno di questa religione, per voler far comprendere che il “canale preferenziale” e unico per vivere nella Sua volontà, è nel riconoscerlo come un vero ed unico papà che ha deciso di rivelarsi, farsi incontrare nel suo unico Figlio Gesù Cristo.  

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio, perché chi crede in Lui abbia la vita piena, felice, eterna. 

Ci ricasca però ancora addosso tutta la nostra miseria, tutta la cattiveria e il male che c’è nel mondo, la tragedia di guerre infinite, di terremoti devastanti, di una umanità che si crede autosufficiente e che sta trasformando il suo unico spazio vitale che è l’universo in una camera a gas, in una distrazione di massa dalla bellezza della vita che ci è stata donata.  

“Dio, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Ma “gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce”. 

Essere cristiani significa saper sempre scegliere e mettersi a disposizione; intuire un bisogno e far nascere speranza; vivere nella incertezza, ma tendere sempre alla luce, amare questa nostra umanità. 

La ricerca e la risposta possono segnare tante nostre giornate, incunearsi sempre nella nostra ripetitività, ma ogni giorno è una fatica nuova, anche se la verità è sempre quella e ad essa non ci si può certo abituare, perché accende sempre una nuova luce nelle nostre giornate quotidiane che sono sempre la nostra vita. 

19 Aprile
+Domenico

Un altro simbolo ardito per rappresentare Gesù: il serpente

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,7-15)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

Audio della riflessione

La nostra vita è piena di simboli, di immagini che attirano l’attenzione o che ti indicano un servizio pubblico. Ce ne è uno che indica la farmacia: un serpente attorcigliato a un palo a forma di T. È un simbolo biblico; il serpente provoca con il suo veleno la morte, ma è anche capace, come avviene ormai comunemente nella medicina, di neutralizzare lo stesso veleno che produce. Infatti, sappiamo che quando si fa un vaccino si inocula nel paziente un virus della stessa malattia per sollecitare l’organismo a produrre anticorpi. Lo abbiamo sperimentato in molti con il vaccino contro il covid 19. Il rifiuto di tanti era motivato dal non farsi iniettare qualcosa di troppo invasivo e magari pure mortale. 

La Bibbia ha però scelto il serpente come animale che provoca la morte con il suo veleno, ma anche capace di neutralizzare il veleno stesso. Come Mosè nell’Antico Testamento ha innalzato un serpente di bronzo su un bastone perché chi lo guardasse soltanto potesse vincere il morso dei serpenti che infestavano l’accampamento degli ebrei, così dice Gesù a Nicodemo che anche il Figlio dell’Uomo, cioè Lui stesso dovrà essere innalzato, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna. È come se Gesù facendosi peccato per noi inoculasse un virus per liberarci da esso, dallo stesso peccato in cui siamo invischiati tutti, da Adamo in poi.  Per usare la stessa immagine, Gesù si lascia iniettare nell’umanità moribonda attraverso la croce. E Gesù così diventa la nostra salute, la nostra salvezza, la nostra vita nuova, la vita che viene dall’alto, il soffio dello Spirito che porta vita nuova nell’umanità. 

Capiamo ancora di più ciò che Gesù afferma a Nicodemo cioè che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio perché chi crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 

Noi amiamo esporre sempre il Crocifisso in ogni luogo, che per noi e per tutta l’umanità è segno di salvezza, di pienezza di vita nuova, di invasione dello Spirito, di nascita dall’alto. Non è una bandiera, non è un talismano, non è un segno di guerra, o di possesso e proprietà, ma la contemplazione della salvezza che viene dal sacrificio di Gesù sulla croce, che va contemplata, cercata, amata, e invocata sempre. 

Avvicinandoci a grandi passi alla settimana di passione, alla Settimana Santa, dobbiamo avere negli occhi e soprattutto nel cuore questo dono fino all’ultima goccia di sangue e di vita di Gesù per noi e per tutta l’umanità. A noi cristiani farci testimoni credenti e credibili. 

18 Aprile
+Domenico

Il vento soffia dove vuole, e sai dove soffia se nasci dallo Spirito Santo

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,1-8)

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».
Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».

Audio della riflessione

Spesso ci rivolgiamo alla fede e leggiamo il vangelo con una mentalità esageratamente logica, ragionata, definita già prima di interrogarci su di esso, sulla figura di Gesù, sulla sua vita, il suo essere il Figlio di Dio, in unità sempre viva con lo Spirito Santo. Facciamo la figura che ha fatto Nicodemo quando è andato da Gesù di notte. 

 Sicuramente era senza pretesa, voleva dare alla vita come tutti noi una boccata di ossigeno. Siamo sempre infatti legati a deduzioni, tabelle, previsioni matematiche, deduzioni, sequenze logiche se non a abitudini che ci siamo creati con i social, Facebook o WhatsApp e crediamo che l’ossigeno ci venga da una sequenza di cose che già sappiamo e possediamo.  

Siamo impelagati nelle difficoltà a seguire i comandamenti, abbiamo già la certezza che essere cristiani significa entrare in qualche gabbia di vita, in qualche luogo di costrizione, di coercizione, mentre immaginiamo di essere liberi, ma di una libertà che vuol dire ancora di fare ciò che ci piace.  

Occorre rinascere dall’alto, dice Gesù a Nicodemo, e lui risponde portando il discorso alla nascita umana, alla impossibile ed evidente verità di dovere uscire dal seno di una madre. Qui Gesù sfonda subito e dice: Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» 

 Essere cristiano non è soltanto osservare prescrizioni, comandamenti, precetti, rifarci a gabbie di ogni tipo. Ci sono certo anche i comandamenti, che finalmente stiamo riscoprendo come proposte di autentica libertà: si devono vivere anche questi, è vero; ma se ci fermiamo lì e con questo crediamo di essere cristiani, siamo ancora lontani; il cuore della vita cristiana è lo Spirito Santo. Essere cristiano è lasciare che lo Spirito entri dentro di te e ti porti, ti porti dove lui vuole.  

Nella nostra vita cristiana tante volte ci fermiamo come Nicodemo, perché non sappiamo il passo da fare, non sappiamo come farlo o non abbiamo la fiducia in Dio per fare questo passo e lasciare entrare lo Spirito. Nascere di nuovo è lasciare che lo Spirito entri in noi e che sia lo Spirito a guidarci.  

Bella frase, ma concretamente? Come gli apostoli che usciti dal cenacolo ebbero quel coraggio e quella franchezza di osare, senza pensare alle conseguenze, ai condizionamenti tipici che li tenevano rinchiusi là dentro per la paura. Non sapevano che cosa sarebbe successo di loro, ma avevano avuto questa ispirazione di essere franchi, decisi, portatori della novità che era stata la risurrezione per Gesù, in cui erano immersi anche loro.  

Credere e pregare perché lo Spirito agisca, vivere la tensione a una vita nuova, a una speranza nuova, a una visione di vita libera da tante sovrastrutture che ci siamo creati, è una grazia sempre da chiedere e lo Spirito non ci può lasciare soli a noi stessi, ai nostri spazi asfittici. Mettiamoci come Nicodemo alla scuola di Gesù questa settimana, ne vogliamo seguire la vicenda, la sua fatica e il suo dialogo con Lui. 

17 Aprile
+Domenico

Per la tua dolorosa passione abbi misericordia di noi…

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Audio della riflessione

Certe feste vorremmo che non finissero mai. È la festa di matrimonio, è la festa di una prima messa, è la festa di una nuova nascita. È stata attesa, preparata a lungo e quando giunge sembra debba chiudersi in un baleno. L’attesa alla velocità del suono, la festa alla velocità della luce, come i momenti di felicità della nostra vita. 

Invece per la Pasqua non è così: per noi oggi è ancora Pasqua e Giovanni ci aiuta a porre la nostra fede in parallelo con gli avvenimenti di quella giornata interminabile, piena di sorprese. Era iniziata con una notizia sconvolgente, si era prolungata in corse, constatazioni, meraviglie, emozioni, esperienze. Ora il gruppetto degli apostoli tira le somme, si ritrova nella Santa Sion, in questo luogo che tramite l’interessamento di Gesù era diventato il luogo in cui questo gruppo sparuto di Galilei si era rifugiato per la Pasqua. E arriva Gesù: pace a voi. 

Dona loro la pace, la massima aspirazione dell’uomo della terra. E oggi ci rendiamo conto quanto la guerra ci intorbida le coscienze, ci imbroglia i pensieri, fa soffrire innocenti, scatena odi e ritorsioni. Un compito ci dobbiamo dare anche oggi: supplicare Dio che ci dia la pace. Noi siamo capaci solo di fare gli interventisti o i non interventisti se Lui non ci cambia il cuore. Credo che oggi come cristiani siamo anche chiamati a una grande responsabilità. Noi costruiamo armi. Noi non vorremmo che il nostro benessere fosse dovuto alla morte dei bambini come lo è stato per tanti anni con le mine fabbricate in Italia.  Siamo davanti a Dio a supplicarlo di farci capire il dono della pace, di aiutarci a cambiare il cuore, a ritenerci tutti responsabili di questo grande male che c’è nel mondo. 

L’altra grande parola che dice Gesù è il dono dello Spirito per rimettere i nostri peccati. Sappiamo quanto è dono togliersi dal cuore il male che abbiamo fatto. Ci possiamo ubriacare, drogare, ma la coscienza pulita è un’altra cosa. Solo Dio col suo perdono può davvero mettere una pietra sopra il nostro passato. Può riportarci alla innocenza primitiva. E questo lo ha dato alla Chiesa. Abbiamo tutti provato questa gioia confessandoci a Pasqua. 

I cristiani oggi stanno dimenticandosi di avere bisogno del perdono e assillano gli studi degli psichiatri o degli psicologi. Non per niente papa san Giovanni Paolo II ha collocato nella seconda domenica dopo Pasqua la festa della divina misericordia, dopo che magari abbiamo fatto penitenza e ci siamo confessati. Pensiamo a quanta gente ancora non conosce la misericordia di Gesù e non ne ha ancora goduto, non ha provato quella pace che si sente dentro di noi quando veniamo accolti dall’amore di Dio nostro Padre 

È Gesù solo che ci può dare la pace del cuore. Certe nostre inquietudini non sono di origine psicologica, sono consapevolezza di un male più grande di noi; occorre curarsi se si è ammalati, ma spesso la nostra malattia è spirituale. Diceva il sociologo Andreoli: i giovani sono in crisi di astinenza da fede. Perché sono così inquieto nella mia vita? Perché sono sempre infelice? Come mai sono sempre arrabbiato con tutti, sono cattivo dentro? Ti sei mai chiesto che posto ha Dio nella tua vita? Se l’hai buttato fuori che felicità speri se è solo lui la pace e la felicità?

16 Aprile
+Domenico

Andate; il vangelo è luce per tutta l’umanità

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16,9-15)

Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero.
Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro.
Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».

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Noi tutti siamo per natura pellegrini, magari girovaghi, viaggiatori. Sappiamo che era così anche quando c’era solo il cavallo o la barca, lo è oggi con tutti i mezzi di trasporto più moderni. Fa parte della nostra natura essere cercatori, scopritori, contemplatori del creato, della natura. Spesso anche imprudenti perché ci andiamo a cacciare in situazioni assurde e pericolose. Soprattutto siamo viandanti perché abbiamo dentro una forza incoercibile che è quella di far sapere, di comunicare, di rendere partecipe gli altri della gioia che viviamo. L’uomo non è fatto per tenere per sé, ma per offrire e trova la sua gioia nel condividere.  

Per questo alla fine del vangelo di Marco c’è un comando perentorio di Gesù, un comando che destabilizza, che non permette di stare chiusi nel proprio egoismo, ma apre all’inedito di Dio, alla sua novità assoluta: andate. Non si può star fermi quando hai visto che è giunta la pienezza dei tempi.  

Gli apostoli hanno fatto molta fatica a entrare in questo ordine di idee. Già era sembrata di averla scampata bella quando hanno saputo che Gesù era vivo, che il Sinedrio non aveva detto l’ultima parola su di Lui; grazie a Dio lo avevano incontrato risorto, dopo i giorni bui della passione e morte.  

Ecco, si dicono i discepoli, adesso le cose sono state ben sistemate. Si sa chi ha colpa, si sa che Gesù è risorto e questo ci dà una grande serenità. Il male non vince, gli inferi sono spalancati. Questo Gesù ci ha veramente riconciliati con le nostre radici e ci ha anche aiutato a dare alla nostra vita la sua serenità. In questo stato d’animo si sarebbero adagiati i discepoli se non avessero avuto questo comando perentorio: andate. Non sono venuto al mondo solo per aggiornare la vostra vita religiosa, per collocarvi nella bambagia, sono venuto a portare un fuoco e voglio che divampi. Il popolo di Israele sarà un grande popolo, ma di fronte al mondo occorre prendere il largo; la mia casa è il mondo, la Parola deve correre ovunque, la salvezza è per tutti.  

Gli apostoli capiranno come obbedire a questo comando dalla vita, dalle persecuzioni. Paolo lo capisce quando in un processo che volevano intentargli i giudei si dichiara cittadino romano e per questo ha diritto di essere giudicato a Roma dall’imperatore e parte per Roma, dove annuncia Gesù, dove il vangelo prende casa, nel cuore del mondo di allora, Giacomo va in Spagna. Il mandato di andare è la scelta di Dio di abitare il mondo, dimostrando di non abbandonare nessun popolo, nessuna nazione. Ancora oggi con tutte le grandi visioni del mondo che abbiamo stiamo ancora accovacciati nei nostri mondi e lasciamo che tante persone non conoscano Gesù, la vera felicità e la vera pace

15 Aprile
+Domenico

Vivere da risorti non è continuare ad adattarsi

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21,1-14)

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Audio della riflessione

Ci capitano tanti fatti nella vita di cui facciamo fatica a vedere la portata e l’importanza che hanno, ci passiamo sopra e perdiamo occasioni di rinnovo, di rilancio dello stesso lavoro, della vita affettiva, delle responsabilità anche ecclesiali o civili che possiamo prendere. Spesso sono responsabilità verso i figli o verso i genitori, gli ammalati o gli stessi poveri che ci vivono accanto e non ce ne accorgiamo. 

Così gli apostoli; erano tornati a pescare. Storditi dalla morte e dal dileggio dei benpensanti che vedevano in loro, gli apostoli, dei poveri illusi avevano ripreso la vecchia amicizia e il vecchio sodalizio del lavoro. Occorreva tornare a vivere; avevano dentro la certezza della risurrezione, ma ancora non riuscivano a capirne il vero significato, le conseguenze per la loro vita, per il futuro della esperienza credente, quasi che la risurrezione fosse stata solo una rivincita di Gesù nei confronti dei suoi nemici e di loro di fronte a chi li umiliava spesso. Non avevano ancora capito che tutto doveva cambiare, che la prospettiva del loro vivere, del loro credere e del loro sperare era completamente nuova, diversa, non mai prima sperimentata.  

Vivere da risorti non era continuare ad adattarsi, ma sprigionare nuova vita, nuovo rapporto con Dio, mettere al centro Gesù, ancor più di quando era vivo tra loro.  Non avevano ancora capito che toccava a loro fare quel che aveva fatto il maestro, che non potevano starsene più a casa loro a ridirsi la bella esperienza e a sentirsi gratificati di una bella avventura che avevano vissuto, magari vivendo di nostalgia. 

Cominciavano forse troppo presto ad aspettare il suo ritorno, come aveva sempre promesso e se lo immaginavano imminente, quasi a riempire il loro futuro. Ma Gesù non li lascia soli, ritorna a definire mete grandi e a condurre la loro vita al largo. Gettate le reti dall’altra parte. Come? abbiamo lavorato tutta notte da professionisti, abbiamo raschiato inutilmente il fondo di questo lago e non abbiamo ricavato niente. Adesso viene lui questo turista sconosciuto a darci consigli. La forza del comando di quell’uomo però li ha stregati. Della serie: le abbiamo tentate tutte possiamo tentare anche questa. Non si erano accorti che era Gesù. Il primo ad accorgersene è Giovanni il più giovane, quello che ne era innamorato perso; l’amore pulisce la vista sempre, ti fa guardare col cuore, trapassa tutte le nebbie e le oscurità. Quel che occhio non vede, cuore sente. 

Sono ancora loro due alla ricerca del risorto, sono ancora il vecchio e il giovane. Stavolta Giovanni intuisce e vede e Pietro si tuffa nel mare e a nuoto arriva a Gesù; chi nuota concentra tutte le sue energie verso la meta, i suoi muscoli, la sua intelligenza, la sua forza, il suo sguardo, tutto il suo corpo sono tesi verso il punto di arrivo. È una immagine della nostra vita che tende a Gesù. Forse però noi impegniamo tutte le energie per fuggirne, per altre cose che crediamo felicità invece sono inganni.  

A Pietro non sembrava vero di poterlo rivedere. Era ormai lontano il tempo del tradimento; la fiducia che Gesù gli aveva dimostrato aveva già invaso la sua vita e segnato il suo futuro. La speranza era diventata realtà e si cambiava in nuova speranza ogni giorno. 

14 Aprile
+Domenico

Il nostro gruppo di amici può riprendere a entusiasmarsi di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,35-48)

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Audio della riflessione

Ci capita spesso di ritrovarci tra amici e rivangare il passato di gioventù o sentire i nostri genitori che ci raccontano la loro esperienza di amicizia di avventure, di sogni, di illusioni e di decisioni, di avventure belle o andate male, di speranze vive che poi si sono spente. Per ora i giovani forse non hanno grandi cose da farsi perdonare. Collochiamo allora questa riflessione del vangelo che vede Gesù ritornare tra i suoi amici, gli apostoli, dopo la loro fuga dalla crocifissione, al nostro vecchio gruppo che fu pieno di speranze e ora le ha perse tutte… 

Gesù ritorna dai suoi e li trova sconvolti e pieni di paure. Avevano vissuto assieme si erano lasciati lentamente convincere e scaldare il cuore. In Gesù avevano ritrovato speranza. Si erano sentiti entusiasti al ritorno dalle piccole missioni a due a due che avevano fatto. Ogni tanto litigavano fra loro per spartirsi i ministeri del Regno di Dio; Gesù li rimproverava amabilmente. Il Giovedì Santo, a quella cena erano convinti, partecipi, commossi. Si erano lasciati lavare i piedi. Ma poi c’era stata la prova, lo sconvolgimento, la tentazione, la fuga, per Pietro l’infamia, per Giuda il tradimento; la crudezza della vita e della realtà aveva loro buttato in faccia la verità. Giocavano al Regno di Dio il gioco si era infranto su quella croce. 

La costruzione della loro nuova mentalità non aveva retto. Erano crollate a una a una le risorse umane: fascino di Gesù, amicizia, entusiasmo per una nuova visione della realtà, sogni di mondo nuovo, progetti di attività comuni, contrapposizione al mondo, della ribellione al modello impostato del tempio. 

Lui l’avevano lasciato al suo destino. Avevano sperimentato ciascuno in cuor suo la delusione, forse hanno pensato che fosse stato un inganno e forse ancora questo sentirsi “sconvolti e paurosi” era ancora una sorta di rabbia quasi fosse stato Gesù ad averli traditi e ingannati e non loro ad averlo lasciato solo. Lui non aveva mantenuto le promesse e loro se ne erano tornato a pescare. Le donne avevano speso un capitale per imbalsamarlo, tanti credevano a quanto aveva loro promesso e i discepoli si stavano a lacerare le ferite.  

Gesù si ripresenta, e non per la resa dei conti. Arriva per aiutare a capire, per ricostruire amicizia, per radicare nella fede le loro esistenze smarrite. Quei colpi secchi sui chiodi che avete udito da lontano mi hanno forato mani e piedi, ma non mi hanno fissato alla morte. Quell’urlo agghiacciante che avete potuto sentire ben protetti per non farvi vedere non è stata disperazione, ma affidamento a Dio che è Padre e che mi donò per sempre a voi. Quel colpo di lancia ha fatto nascere la nuova comunità che ora affido a voi, non ha chiuso la nostra comunione. 

Gesù non ci rinfaccia i nostri tradimenti, continua a farci crescere, ci lancia nella missione: “Voi sarete testimoni di tutto questo”. C’è un modo di educare che è quello di calcare la mano sugli errori, di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe, quello dei consigli di classe che chiamano alla resa dei conti. Oppure c’è quello di Gesù che torna ad avere fiducia, che ti richiama ancora dalla sua parte e che dice: ti affido la missione. Non vi lascio soli il mio corpo e il mio sangue lo avrete sempre. E ce lo affida ancora oggi. 

13 Aprile
+Domenico

Andiamo pure a Emmaus, ma sicuri di incontrare Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)

Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.
Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Audio della riflessione

Sicuramente delusi, forse anche un po’ disperati, assolutamente con il morale ai tacchi. Ti capita qualche volta di avere giù la catena e di stare con il tuo miglior amico a dire tutte le scalogne che ti capitano, magari tutti e due con una birra in mano per vedervi crescere la forza di una confidenza impossibile e la sofferenza di una tristezza palpabile. Ed ecco in quello stesso giorno due dei discepoli di Gesù erano in cammino 

Erano in cammino e si allontanavano da Gerusalemme per andare a Emmaus. Se ne andavano dal centro della fede. Avevano smesso di camminare verso la felicità e le remavano contro. Si erano stancati di cercare, avevano preferito tornare sui loro passi. Sono l’immagine dei nostri percorsi di fuga dalla vita vera, soprattutto dai problemi veri, dalle prospettive faticose, ma che danno soddisfazione. È fuga anche non aspettare più, non attendersi più niente dalla vita. Potremmo vedere quante fughe facciamo, quante scuse accampiamo per non guardarci dentro, quante solitudini andiamo ad accumulare, anziché a nutrire di speranza. Discorrevano e discutevano: si buttavano addosso l’un l’altro la colpa della tristezza che sentivano. La loro amicizia li aveva legati nella risposta generosa al “venite e vedrete”, nella consuetudine con Gesù, ma adesso si rimproveravano l’un l’altro del fallimento. Gesù in persona si accostò e camminava con loro.  Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Stanno fuggendo, stanno allontanandosi dalla via che Gesù aveva loro indicato, stanno facendo di testa propria, hanno deciso forse di chiudere l’avventura con tutta la questione Gesù. Anche questa volta è ancora Gesù che non li molla. 

Si ripete un ritratto che definisce sempre le apparizioni di Gesù, il Risorto. Non sono in grado di vederlo. Lui c’è, ma non è nelle nostre facoltà di poterlo vedere, non è il punto di arrivo dei nostri sforzi, delle nostre ricerche, delle nostre astrazioni, o delle nostre finte per far tacere il problema o per ritrovare una sistemazione alla bell’e meglio nella vita cristiana, in parrocchia, nel gruppo. È lui che si dà a vedere, non siamo noi che lo troviamo. Noi seminiamo la strada per Emmaus delle nostre pietre tombali, dei nostri definitivi “ormai”, delle nostre disperazioni incoscienti. Sappiamo usare solo i verbi all’imperfetto. Tutto è irreparabile. Questa è una cattiva abitudine con cui definiamo tutte le nostre vite, le esperienze affettive: ci volevamo bene, ma ormai…; le abbiamo tentate tutte, ma ormai…; siamo entusiasti di quello che con l’amore ci nasce nel cuore, ma ce lo hanno avvelenato e ormai…  Ho cercato lavoro dovunque in maniera onesta, ma ormai… Credevo di offrire al mio amore un cuore puro, e un corpo dedicato, ma ormai l’ho già venduto a pezzetti a tutti quelli che mi hanno preteso.  Sciocchi e tardi di cuore. Siete proprio senza testa e vi tenete in petto un cuore di pietra, pesante, grossolano. Mettete testa e cuore a quanto vi dico e vedrete a quale piccineria avete affidato le vostre intelligenze e i vostri cuori.  Dobbiamo anche noi riuscire a dire a Gesù: Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. E Lui spezza il pane dell’Eucaristia, loro lo riconoscono risorto e noi abbiamo chiaro un luogo in cui ogni giorno lo possiamo incontrare, nell’Eucaristia.

12 Aprile
+Domenico