In fila con la Samaritana, ci possiamo mettere anche noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 4,5-42)

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: Io non ho marito. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». Parola del Signore. Forma breve: Gv 4, 5-15.19b-26.39a.40-42 Dal Vangelo secondo Giovanni In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Audio della riflessione

Ci sono delle ragazze che quando passano, attirano gli sguardi di tutti; tutti si girano, fanno sorrisi; saranno pure belle, ma ci sanno anche fare; giustamente vogliono dare un messaggio di bellezza, di grazia, di spontaneità in questo nostro mondo di programmi, di bilanci, di Dow Jones. Non necessariamente occorre pensare male, la bellezza e la grazia sono sempre un dono di Dio.  
Nel vangelo c’è una donna che quando passa, tutti si girano. Questa però è troppo superficiale, ha una vita chiacchierata, non è certo una buona madre di famiglia, anche se deve lavorare e tenere la casa. Ha passato in rassegna troppi mariti per essere solo sfortunata.  
Un giorno va a prendere acqua al pozzo della città e ci trova Gesù. È un pozzo famoso, risale al patriarca Giacobbe. È una ricchezza per la città di Samaria. Gesù è lì accaldato e stanco, da solo, mente i discepoli sono in giro per raccattare qualcosa da mangiare. Gesù perentorio le si rivolge solenne, come sa fare spesso nei suoi dialoghi: donna, dammi da bere. La donna non si sente né soggiogata, né remissiva. Come ti permetti di chiedermi da bere, tu che sei un giudeo e che, come tutti i tuoi, hai chiuso ogni rapporto con i samaritani?  
Gesù è stato perentorio perché voleva andare oltre. Ha letto nel cuore di quella povera donna tutta la sua sete di felicità, tutte le strade che ha percorso per trovarla, tutti gli inganni di cui è stata vittima e tutti i fallimenti che ha subito. Gesù le legge la sua telenovela, i suoi passaggi di uomo in uomo, di marito in marito, la sua superficialità e l’incapacità di guardarsi dentro, di fermare la corsa verso il nulla. Le legge la banalizzazione dell’amore, che solo in Dio è vero e che trova in Lui solo la sorgente. È una donna che ha smarrito la sorgente dell’amore, come tanti di noi che viviamo di tentativi, di prove, di aggiustamenti, di “stiamo assieme finché tiene”. Di questa sorgente ha bisogno.  
Se tu conoscessi il dono di Dio e se sapessi chi ti chiede da bere, chiederesti tu l’acqua che zampilla per una vita piena, non per rattoppi di sopravvivenza. La donna è colpita dalla chiarezza e dalla forza di verità che promana da Gesù. Vorremmo tutti essere guardati dentro da lui, riuscire a farci leggere nel nostro intimo la voglia di felicità, fare chiarezza nelle bufale in cui incorriamo e che spesso rifiliamo agli altri, sconfiggere la nostra incoscienza il nostro sorriso superficiale ed ebete che scambiamo per serenità, ma che nasconde l’imbarazzo di una vita a brandelli! Questa donna ha capito almeno dove sta la felicità.  
Non sappiamo se ha cambiato, sappiamo però che ha messo in piazza i suoi errori e ha convinto le persone che incontrava ad andare da Gesù. Io sarò quel che voi ben sapete e sempre mi rinfacciate, ma di una cosa dovete assolutamente convincervi: quel Gesù di cui tutti parlano è davvero la fine del mondo, non ve lo lasciate scappare, non state bloccati nei vostri pregiudizi. Non stiamo tutti aspettando il messia, non siamo tutti in attesa di un cambiamento, di una salvezza, di una svolta nella nostra storia e nelle nostre vite? Potrebbe essere proprio Lui, quello che aspettiamo. E andarono da Lui. In questa fila ci potremmo essere anche noi.

12 Marzo
+Domenico

Il figlio tutto casa e chiesa, che non sa amare il fratello che torna

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15, 1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Audio della riflessione 

Ricordo quando da bambino mio padre mi raccontava le parabole del Vangelo. In una, soprattutto, ce la metteva tutta a crearci l’atmosfera, a narrare con particolari suoi la vicenda. Un padre con due figli il più piccolo fa il disobbediente, il saputo, l’ingrato, si fa dare i soldi e se ne va il più lontano possibile. E il padre aspetta, tutti giorni va sul solaio, il punto più alto della casa – così mi raccontava mio padre – per vedere se ritorna. E tutti in casa a dirgli: ma lascia perdere! Guarda come ti ha trattato! Quello sta bene, si gode la vita…. Ma il padre tutti i giorni sale sul solaio in cerca dell’orizzonte più largo e scruta…. quasi non ci vede più, le lacrime pure gli velano gli occhi.  
Ma un giorno vede un puntino lontano, s’avvicina… il cuore gli dice: è lui e non capisce più niente, in casa gli dicono che è dato fuori di matto. A mio padre si velavano gli occhi di lacrime mentre la raccontava e gli veniva in mente la sua prigionia durante la guerra, la lontananza da casa. Dentro di me dicevo: non farò mai così, non darò mai questo dispiacere ai miei genitori. Io non sono un figlio ingrato: io sto bene a casa, non abbandonerò la Chiesa.  
Divenuto più grande però la figura che mi rappresenta di più è l’altro figlio, quello maggiore, l’uomo fedele, l’uomo religioso. Lui sta sempre in casa. La sua fedeltà non è percepita come una gioia, ma come una schiavitù. È obbediente, ma sembra di più a un servo che a un figlio. È rimasto a casa perché gli manca la fantasia di fare peccati e si rapporta col Padre con la litania del contabile: io ho fatto, io ho servito (e conta gli anni), io non ho mai trasgredito, io ti ho assecondato, ti ho chiesto e non ho insistito perché non eri del parere io, io…. Non lo chiama mai una volta Padre. 
E ancora il padre, sempre alla grande cerca di portare questo misero calcolo di rivendicazione almeno al livello della verità se non dell’amore. “Figlio, tu sei sempre con me!” Essere col padre non è una questione banale di alloggio, ma il fondamento stesso del vivere, fino al punto che “tutto quello che è mio, è tuo”. È la pienezza dell’esistenza.  
Tutto quello che Dio è, sovrasta e riempie la vita nostra oltre ogni misura. Ho nella pelle l’infinito e sto ancora a contare. Ho il tutto e sto ancora a fare i miei mucchietti. 
Un figlio così, che sta a casa perché ama più i vitelli del Padre, che il Padre stesso non potrà aprire il cuore al fratello che torna. Riconoscere il Padre è la prima cosa da vivere per accogliere il fratello. E Dio non si ferma, metterà a disposizione sulla croce il figlio prediletto, amato a dismisura perché gli uni tornino e chi resta accolgano.

11 Marzo
+Domenico

Siamo noi i lavoratori della vigna che stritolano nel torchio il figlio del padrone

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21,33-43.45)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

Audio della riflessione

I lavoratori della vigna non solo se ne credono padroni ma stritolano nel torchio anche il figlio del padrone. 
Nella vita è normale che siamo chiamati a scegliere tra due traiettorie: tra la traiettoria del dono e quella del possesso, tra la traiettoria dell’amore e quella dell’odio; dello stupore e della gratitudine e quella del calcolo. Queste due traiettorie alla fine si incrociano nel cuore di Dio e lasciano segni nella carne di Gesù.  
Ti capita questo quando guardi la natura o la apprezzi e ti esalta o la sfrutti e ti abbruttisce; quando hai relazione con le persone: o le ami e le fai felici oppure le usi e ti rendi infelice. Quando ti elevi a Dio: o lo canti e benedici e ti si aprono nuovi orizzonti oppure credi di fartene oggetto di inganno e distruggi la tua stessa dignità umana. Il teatro di queste scelte è la vita, è la vigna del Signore. 
La vita è sua, non nostra: ce l’ha affidata, l’ha curata, ne ha fatto capolavoro, l’ha architettata entro questo grande e meraviglioso universo; l’ha incastonata come un gioiello in un cielo che ci pare infinito da cui oggi dopo 14 miliardi di anni ancora arrivano segnali di nuove stelle. 
In questo grande ordine ha messo noi e ci ha dato capacità di sogno, di stupore, di iniziativa, soprattutto di libertà. 
Abbiamo cominciato a sognare, ma invece di sognare un dono, una gratitudine un regalo, abbiamo concepito una morte. Si sono incrociate due grandi sogni su questa stessa vigna:  
manderò mio figlio, è tutta la mia vita, io vivo per lui; è lui l’amato sopra ogni cosa, è la pienezza della vita, lui è la bellezza, la bontà, la santità, il sapore di ogni cosa. Mi ha detto lui di poter entrare in questa vigna, ho capito quanto ci tenesse all’uomo, alla perla del creato, a questa storia di libertà. Quando alla mensa della trinità è risuonata la mia domanda: chi manderò? Chi andrà per me? Gesù mi ha detto subito senza esitazione: Eccomi manda me. 
Gesù viene da questo oceano di amore, da questa sconfinata vastità di bellezza e di bontà; invece dai filari della vite, già resi tortuosi e imbrattati di sangue si formula un altro sogno 
Ecco il sognatore uccidiamolo. Questa vita è nostra e la vogliamo distillare e torchiare fino a spremerne l’ultima goccia. Dio aveva creato nei vignaioli l’abilità del torchio, una capacità innata di chiedere alla vite tutto e, illusi di poter possedere la vita come una cosa hanno mescolato il mosto con il sangue del figlio; hanno scatenato sul corpo del figlio il livore degli sforzi adirati, ma frustrati, di poter possedere la vita. E la vigna si è inaridita, ha incominciato a produrre veleno e non più vino. È la nostra storia, è il punto di arrivo della nostra mancanza di dono, della nostra miopia. È il mistero della nostra libertà, è il rischio in cui Dio ogni giorno gioca il suo amore. È una storia personale, che sta nel diario della nostra anima e diventa la storia di una comunità, di una società, di un mondo. Quando Dio dice le mie vie non sono le tue vie si rifà anche a questi due sogni contrastanti. 
Gesù si è messo di mezzo per svelare la contraddizione di questi sogni, la traiettoria sbagliata della nostra vita. 
È lui che svela le nostre intenzioni che ci spinge a prendere posizione. È interessante vedere la figura di Giuda col suo tentativo debole di non adattarsi; gli era venuto in mente che Gesù poteva essere barattato, ma ha esitato e alla fine compirà il baratto per soldi e svelerà quanto sia sempre inutile e pericoloso seguire Dio a metà. 
Nella vigna del Signore c’è sempre qualcuno che si lascia prendere da buoni sentimenti, dal buon senso, ma alla fine non decide. Pilato ne è un esempio: ragiona bene, vuole salvare Gesù, ma alla fine non ha coraggio e lo consegna. È così Erode che voleva bene a Giovanni, gli fa tagliare la testa per un ballo; così il re Agrippa davanti a Festo: solidarizzava e ascoltava volentieri Paolo e ha dichiarato in pubblico dibattito che Paolo era innocente, ma lo fece lo stesso tradurre a Roma.  
Oggi il nostro passo quaresimale verso Pasqua esige che facciamo incrociare i nostri sogni con quelli di Dio, che mettiamo al centro questa vita, questa vigna e confermiamo la traiettoria dell’amore, dello stupore, della gratitudine. 
È possibile: Gesù ha già pagato per noi, la sua eredità è già nostra, perché lui stesso ce l’ha donata; il vero mosto della nostra vita è il suo corpo e il suo sangue che ancora oggi possiamo accogliere come pegno sicuro dell’amore di Dio per noi. Basta che riconosciamo di ricevere nell’ Eucarestia Gesù il vero nutrimento. 

10 Marzo
+Domenico

Gesù è l’unico morto tornato in vita definitiva, Lui va ascoltato

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Audio della riflessione

Ci sono delle espressioni nel nostro vocabolario di persone adulte legate alla cultura cristiana che sono rimaste fissate nella memoria e che ci richiamano verità della vita semplici e indimenticabili. C’è il buon ladrone sul calvario accanto a Gesù. Non si sa perché si deve sempre dire ladrone e non ladro o delinquente. Ci richiama la grande bontà di un Dio che muore con i peccatori, con loro viene accolto nelle braccia del Padre e con loro riceve vita senza fine. 
Il figliol prodigo, altra parola inusuale, quel figlio ingrato che sperpera tutti i beni del Padre e ci ricorda ancora la certezza di un amore inattaccabile, trasbordante ogni nostra fantasia. 
E c’è il ricco epulone, un altro aggettivo usato di rado, ma che ci sta fisso in testa e ci ricorda un banchetto, un poveraccio, Lazzaro, una ingiustizia descritta o immaginata nella forma più crudele.  
Epulone, mangione, colesterolo puro, in alto; dall’altra parte invece il povero, coperto di piaghe, tra i cani, gli unici che lo apprezzano. La nostra immaginazione si è sempre sollevata continuando la lettura della parabola che presenta un cambiamento, un rovesciamento di sorti. La scena finale è che Lazzaro sta in alto, il poveraccio è nell’abbraccio di Dio e il ricco, il famoso epulone si dispera e chiede un miracolo, un morto che esce dalla tomba per avvisare i suoi. Purtroppo, non sa che cosa chiede, non sa che l’Onnipotente Iddio lo esaudirà con la risurrezione del Figlio. La storia l’ha sempre in mano Dio. Anche il sommo sacerdote Caifa diceva: È necessario che uno muoia per la salvezza di tutti, condannando a morte Gesù. Ed è stato proprio così che Il Signore Iddio ha patito la morte nel suo Figlio Gesù.  Gesù sarà quell’uno che è morto per la salvezza di tutti e quell’unico morto tornato in una vita vera insuperabile, invincibile, definitiva. Purtroppo, come avrebbero fatto i fratelli del ricco epulone molti non lo ascoltano, anzi con sicumera lo disprezzano. 
Qualcuno ha sempre tratto conclusioni ideologiche da questa parabola. La religione è proprio un oppio: ti inganna. Invece della giustizia aspetta, che tutto passa. Gesù invece ci insegna ancora un’altra volta che la ricchezza ci impedisce di vedere. L’unico morto tornato in vita che può cambiare il cuore e aprire gli occhi non è un personaggio di Dylan Dog o un tavolo che balla o uno zombie che strattona il ricco distratto… è Lui, il Vivente, Lui la Parola che ci deve continuamente tenere aperti gli occhi.  
Se ascoltassimo Lui, la Parola fatta carne, non ci sarebbero più poveri, saremmo costretti a uscire dalle nostre torri di avorio, smetteremmo di fare gli epuloni in un mondo di affamati. 

9 Marzo
+Domenico

Siamo tutti chiamati al crogiolo del dolore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 20,17-28)

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».
Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».
Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Audio della riflessione 

Ci sono delle verità talmente evidenti nella nostra coscienza che dovrebbero farci cambiare modo di vivere, progetti, desideri. Esistono fatti che ogni giorno ti stanno a dimostrare che la vita ha un suo percorso obbligato di fronte al quale occorre prendere posizione; eppure la nostra superficialità trova tutte le strade per evitare il confronto, il rinsavimento. Pensiamo per esempio alla morte. E’ una verità di una evidenza crudele e di un grado di certezza assoluto, eppure la si continua  a nascondere; così è per la inutilità della guerra, la sua devastazione oltre ogni previsione, eppure la si continua a ritenere un mezzo adatto per risolvere i problemi e ci si invischia sempre più. 
  E’ stato così anche per i discepoli di Gesù. Lui continuava a predire la sua fine tragica, a far puntare gli occhi sulla sua passione morte e risurrezione, invece loro pensavano ad altro, non la mettevano in conto nella loro sequela. Quando capiteranno gli eventi resteranno impauriti e torneranno con fatica a scavare nella memoria. Ora però sono presi ciascuno dal proprio problema, vedono davanti solo quello che darà loro gloria o prestigio, scambiano l’amicizia con Gesù per un privilegio umano, per una collocazione in un grado sociale più alto.  
Invece Gesù dice a loro e ridice a noi che Lui deve essere consegnato, deve patire, morire, deve passare attraverso l’esperienza del tradimento e dell’abbandono, anche se trionferà con la risurrezione. Non si può mai guardare a Gesù senza aver davanti questa decisiva verità: il maestro è chiamato al crogiolo del dolore come segno del massimo amore che vuol offrire all’umanità. 
Quella croce è il libro su cui imparare a vivere da cristiani; non per niente i grandi santi stavano ore e ore a contemplare il Crocifisso. E’ l’unica possibilità che ci è data di vedere oltre, di sperare che la pienezza della vita c’è, ma non è qui. E’ la chiave interpretativa di tutta la nostra vicenda umana. E’ l’invito ad alzare lo sguardo a colui che hanno trafitto e a  non abbassare mai la guardia, a non vivere di rimedi o di solitudini, ma di verità e di solidarietà con chi si è fatto mettere in croce, come ha fatto san Giacomo e tutti gli altri apostoli. 
Quel Crocifisso è il segno che Dio non ci abbandona mai.

8 Marzo
+Domenico

Gesù solo è il maestro e noi vogliamo essergli fedeli

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23,1-12)

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate padre nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato»

Audio della riflessione

La voglia di occupare sempre il centro, di farsi vedere, di apparire, di essere onorato e considerato, di stare al di sopra della media è sempre una grande tentazione per tutti. La vita che abbiamo sembra non abbia sapore se non siamo gente che conta, se siamo senza il plauso degli altri. Capita allora che abbiamo un compito importante da fare e quel che conta è la nostra persona e non il compito che dobbiamo fare.  
Così era dei farisei, che erano dedicati a far conoscere al popolo la Legge, la Parola dei profeti, ma mettevano al centro se stessi, non più la Parola di Dio. I cristiani invece sanno che il centro di ogni servizio della fede è Gesù, Lui solo è il maestro e noi dobbiamo sempre essere discepoli, Lui solo è buono e noi abbiamo sempre bisogno della sua bontà, Lui è il nostro Dio e noi siamo sue creature. Questo ci dà forza quando cadiamo per la nostra debolezza e dobbiamo sempre avere il coraggio di annunciare la sua parola.  
Se annunciassimo solo la Parola che sappiamo mettere in pratica saremmo sempre tutti muti; invece, se mettiamo Dio al centro, se Gesù occupa il primo posto nella nostra vita potremo sempre dire a tutti che assieme dipendiamo da Lui, che abbiamo bisogno di farci salvare da Lui, perché Lui solo è il maestro e lo supplichiamo di darci la grazia di potergli essere fedeli 
Tanti di noi sono papà, sono padri, ma sappiamo che uno solo è il vero padre di Tutti, Dio. Da Lui impariamo la paternità, è Lui che ci aiuta a fare il padre, oggi soprattutto che è difficile esserlo con amore, ma anche con decisione, con forza, con lungimiranza e con generosità, pensando al vero bene dei figli e non a ricatti affettivi.  
Molti di noi sono insegnanti, maestri, ma uno solo è colui che ci insegna la verità, noi spesso la tradiamo, la abbassiamo alle nostre opinioni, ai nostri mutevoli sentimenti. Il nostro insegnare deve essere sempre ispirato a Gesù, alla sua tenacia nel vivere e morire per la verità, non per le ideologie che vogliamo imporre senza rispetto della libertà. Paternità e insegnamento sono sempre servizi e mai poteri.  
Alzare sempre lo sguardo a Lui irrobustisce la nostra vita; se guardiamo sempre a noi e facciamo di tutto per stare al centro, saremo sempre dei poveracci frustrati e non felici di vivere per qualcuno, come esige la nostra vocazione e la nostra felicità.

7 Marzo
+Domenico

Non giudicare mai: il tuo prossimo merita sempre stima e rispetto

Una riflessione sul vangelo di Luca (Lc 6, 36-38)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Audio della riflessione

Siamo passati da una vita contadina, piuttosto controllata in tutto a una vita cittadina in cui la gente giustamente va e viene senza sentirsi continuamente catalogata dagli altri. Si è creato un anonimato di troppo, ma forse più libertà. Sembra però che non sia cambiato il vizio di giudicare gli altri, di farsi una idea preconcetta e di continuare a vivere di pregiudizi. Artisti in questo sono i giornali che ti dipingono una persona come vogliono e te la fanno passare per l’immagine che ne hanno creato. Così sono per esempio i giovani visti dagli adulti e spesso anche viceversa, così sono gli immigrati visti dai residenti, così chi è vestito in un certo modo che viene valutato per come si addobba, così sono i cattolici nei confronti del dibattito pubblico. Il problema essenzialmente sta nel non avere mai il coraggio di parlarsi di comunicare personalmente, di guardarsi negli occhi, di stare ad ascoltarsi. I nostri mezzi di comunicazione in questo sono conniventi. 
Il vangelo invece dice che non si deve assolutamente giudicare. Si possono avere idee molto precise sui fatti in sé, ma per le persone occorre sempre avere grande rispetto. Le persone hanno diritto al nostro amore, all’amicizia, al rispetto e non a un giudizio, che è un definire ciò che non si vede, non fa parte del nostro vero rapporto umano, spesso è tranciante e troppo superficiale per entrare nella coscienza della persona. Ognuno ha la sua coscienza, che è in dialogo profondo intimo con Dio, il suo tribunale interiore che lo giudica, che lo mette a nudo di fronte a sé e a Dio. Noi dobbiamo solo avere il massimo rispetto e la massima apertura di comunicazione, per poterci aiutare l’un l’altro a vivere e a sperare. Del tuo prossimo o dici bene o non parlare. 
Non giudicare significa essere come un papà, che accetta senza condizioni suo figlio. Non aspetta di farsene un’idea per volergli bene, non fa analisi, ricerche, appostamenti per volergli bene. Il voler bene è un atto unilaterale. Così lo deve essere di ciascun uomo verso l’altro. Non giudicare significa che ho sempre le braccia aperte all’accoglienza senza condizioni.  
Alla fine della vita, quando si compirà la nostra storia e appariremo davanti a Dio con tutta la verità della nostra vicenda, Dio ci leggerà il suo giudizio, ma la sua bontà è tale che Lui lascia scrivere a me il giudizio che leggerà, che definirà la mia vita davanti a Lui per l’eternità: è lo stesso che io oggi formulo su mio fratello. Non giudicare però è ancora troppo poco, l’amore di Dio sovrasta giudizio, colpa e condanna con il perdono, proprio perché Lui non ci abbandona mai.

6 Marzo
+ Domenico

Contempliamo anche noi Gesù nella sua verità, trasfigurato

Una riflessione sul Vangelo di Matteo (Mt 17,1-9)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Audio della riflessione

È da un po’ di giorni che non riesci a vedere il fondo. Sembra che tutto si accanisca su di te. Posso avere pazienza di fronte a chi da sempre mi avversa, mi fa dispetti, gode nel vedermi soffrire, ma spesso mi sembra che anche Dio mi abbia abbandonato, mi sembra di essere stato scaricato, non trovo più gusto nella vita e la preghiera assomiglia più a un’illusione che a una forza. 
La mia vita sarà sempre in salita. È vero che si dice che nel buio della vita c’è sempre una luce per tutti, ma dove è questa luce? Siamo lasciati in questa esistenza ad arrangiarci da soli a trovare appigli oggi che diventano delusioni domani? Non erano forse giunti ancora a questo punto gli Apostoli? ma dopo la generosa risposta alla chiamata di Gesù, dopo aver lasciato tutto per avventurarsi con Lui per le strade di Palestina, speravano di poter cominciare a portare a casa qualcosa.  
Pietro, hai lasciato azienda, moglie e figli, per correre dietro a questo Gesù come un adolescente. Ma ti rendi conto che a parte un po’ di notorietà, non concludi niente? Non ti accorgi che invece attorno a Gesù si comincia a stringere il cerchio della gente che lo vuole far fuori?  
Tu Giovanni sei giovane, a te piacciono le avventure, non devi rendere conto a nessuno del tempo che butti, ma questo Gesù ti sembra all’altezza dei tuoi ideali, del tuo entusiasmo, della tua voglia di vivere? Già altri come te hanno girato i tacchi e se ne sono andati. Sono le storie delle nostre vite, le domande della nostra fede, le prove di libertà che ognuno deve affrontare. Il credente sa che un Amore misterioso dirige la storia, anche quando gli eventi sembrano mostrare il contrario.  
I nostri occhi sono miopi, le nostre menti non hanno la lucidità necessaria per capire il disegno di Dio nella nostra storia. Soltanto la fede ci permette di intravvederlo. E Gesù prese con sé Pietro Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto e si trasfigurò davanti a loro, si è dato a vedere per il Signore che egli è. Non han parole per esprimere l’esperienza sconvolgente che fanno di Lui. È bello per noi stare qui. Questo è il mio Figlio amatissimo. 
Torneranno ancora dubbi e prove; infatti, proprio a questi tre si appesantiranno gli occhi e le vite nel momento della prova del Getsemani ma Lui è il Signore e non li lascia mai soli. C’è una comunità cristiana che aiuta noi gente dalle infinite debolezze e illusioni nel trasfigurarsi in speranza? Si, se sappiamo camminare sempre assieme ci dice oggi la chiesa, quando usa la parola “sinodale”.

5 Marzo
+Domenico

Amare i nemici, non vendicarsi mai, essere pacificatori, così sono i cristiani

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt5,43-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste»

Audio della riflessione

Viviamo in un tempo in cui si moltiplicano i nemici. Sarà il terrorismo, saranno le battaglie ideologiche, sarà la fragilità della nostra umanità, ma oggi sembra che l’arte principale sia quella di individuare i nemici e trovare tutte le motivazioni possibili per scatenare una guerra che li annienti, un rifiuto che li anneghi, un porto sempre chiuso. Si ricorre anche alla guerra di religione, alla difesa armata delle nostre identità, che crediamo di rinforzare con la nostra mancanza di umanità. Si inventano guerre sante per dare la stura a tutto l’odio che cova tra uomo e uomo.  

L’amore ai nemici invece è l’essenza del cristianesimo. Dio non ha nessun nemico, per lui siamo tutti figli. Quel Cristo crocifisso e immolato sulla croce era stato visto come il nemico numero uno di Dio ed era ed è il suo amatissimo Figlio. Per rendere lode a Dio, lo hanno ammazzato. Aberrazione dell’umanità, non solo contro di lui, ma quando lo stesso lo si fa per un qualsiasi uomo, per una creatura che è sempre figlio di Dio. 

Non si tratta di sforzi psicologici per mantenere la calma di fronte alle offese o una sufficiente capacità di controllo per non lasciarsi coinvolgere in liti assurde, ma di un modo nuovo di pensare, di mettersi di fronte all’umanità con lo Spirito del Signore. 

Abbiamo bisogno di immergerci nella infinità e gratuità dell’amore di Dio per tutti gli uomini per cancellare dal nostro vocabolario la parola nemico. E’ un continuo e costante esercizio di contemplazione del suo volto nel volto dell’uomo, della sua presenza in ogni vita che ha fatto nascere. Dio non potrà mai ordinare di uccidere. Chi uccide in nome di Dio si è costruito una ideologia funzionale a disegni di potere e trova utile strumentalizzare la fede di gente esasperata dalle ingiustizie o montata ad arte con l’odio per praticare operazioni puramente strategiche, sicuramente non religiose. 

L’amore al nemico non toglie che ci siano leggi che aiutano il rispetto, che controllano i comportamenti errati e definiscono diritti e doveri, pene e riabilitazioni, giustizia nei rapporti interpersonali e sociali, ma tutto questo lavoro ha bisogno di un colpo d’ala, che è appunto l’amore verso i nemici. 

I martiri cristiani hanno sempre saputo perdonare e dare la vita per dei fratelli che li uccidevano, che non hanno mai ritenuto nemici. Questo amore non è opera nostra, ma sempre da invocare da Dio nostro Padre. 

4 Marzo
+Domenico

Se sei in pace con me lo devi essere con tutti, che sono fratelli tuoi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,20-26)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!

Audio della riflessione

C’è sempre una strana tendenza nella nostra religiosità di oggi che è quella di fare della esperienza religiosa una nicchia. Ci sono dei momenti intensi di fede e altri di materialità concreta. Giorni religiosi e giorni atei, giorni di esperienze quasi maniache e magiche e altri di assoluto indifferentismo. Era forse il metodo antico dei pagani che isolavano in qualche spazio separato queste pulsioni religiose, le davano risposta per chiuder un buco che ogni tanto si apriva nella loro esistenza e poi il resto era senza Dio. Così si potevano creare i luoghi delle pratiche religiose, i luoghi e gli spazi di queste esaltazioni, persone adatte e specializzate per questo. Esistono testimonianze storiche imponenti di questo modo di pensare il rapporto degli uomini con la divinità. Il tempio della dea fortuna di Palestrina ne è un esempio macroscopico. Là si andava per dare sfogo al bisogno religioso, al di fuori del tempio si svolgeva una vita laicissima, piena di tutte le ingiustizie possibili. 
Ma da quando Dio si è fatto uomo in Gesù, anche il mondo religioso è cambiato radicalmente. Lo stesso Israele ha avuto una scossa difficile da dominare. Il rapporto con Dio non è vissuto prima di tutto in un tempio, in un luogo sacro, perché è la vita il vero luogo sacro ed è in essa che si deve vivere il rapporto con Dio. Gesù ha avuto il coraggio di cambiare la religione da un rapporto astratto e fuori dal mondo a una relazione che coinvolge tutta la quotidianità dell’uomo. Non ci sono più zone profane sottratte alla relazione con Dio, ma tutto quello che è vita è strada che porta a lui. L’esperienza più determinante della vita sono le relazioni e quindi Dio o lo si inscrive, lo si cerca, lo si trova, lo si ama nelle relazioni con gli uomini, altrimenti è un idolo comodo che ci aliena dalla vera vita.  
Ecco allora il severo, ma preciso insegnamento di Gesù: Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, perché è lì che lo vuoi portare, ma non senza esserti prima riconciliato, tornato umano, con tuo fratello e poi torna a scrivere sul tuo dono già preparato la tua offerta, che è anche di te. È comunione con Dio e tra gli uomini la vera fede, non è inventarci Dio per scavalcare le relazioni umane. Qui sta l’impegno di ogni persona e su questo si è misurato Gesù, tanto da essere per noi, nel nostro mondo di relazioni, il Dio che abita volentieri con noi e non ci abbandona mai.

3 Marzo
+Domenico