Si può essere trasgressivi e sognatori?

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,17-30)

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati.
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno.
Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna.
Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

Audio della riflessione

La trasgressività è quell’atteggiamento che soprattutto provi nel sentirti quasi braccato dalla vita, dall’adulto, dagli anziani, dalle strutture, da volerle infrangere per desiderio di libertà, di vita più autentica. È un atteggiamento che spesso non è capito, sotto cui si nascondono anche debolezze e ingenuità, ma va colto nella sua tensione positiva. In questo senso Gesù è un “trasgressivo”, un giovane che non si adatta all’idea di Dio che i benpensanti del tempo imponevano, al tempio come borsa valori, all’uomo come strumento della legge e non soggetto di un dialogo con Dio.  
Gesù ha preso tante decisioni controcorrente, e sono come boccate di ossigeno in una società del politicamente corretto, perché capaci di ridare al vangelo la sua forza dirompente, che spesso nella vita concreta è stata mortificata. Il sogno è parente stretto della trasgressività. Essere giovani, vuol dire essere sognatori 
Il sogno è sinonimo di libertà, di intuizione, di vedere prima e lontano, di tenacia contro ogni avversità o difficoltà, di non adattamento, di superamento della gravità dell’essere, di superamento dei paletti, di speranza, di vocazione, di progetto, la bocca fino alle orecchie dalla meraviglia, l’amore e le sue sorprese. 
Il contrario è razzolare come un pollo, la legge del più forte, la materialità, l’evidenza, la delusione, l’adattamento, una faccia da bulldog, l’isolamento, la solitudine, vivere nel loculo della tua stanza… A Gesù hanno rovinato il sogno che aveva sempre avuto; glielo aveva insegnato sua madre fin da bambino quando stava a raccontargli una storia completamente diversa da quella che vedeva e che le cronache del tempo facevano capire. Da una parte i telegiornali gli facevano vedere Erode che aggiungeva una crudeltà all’altra e dall’altra parte sua madre gli cantava il Magnificat. 
Ha ribaltato, ha mandato a mani vuote ricchi, ha zittito superbi, ha ricolmato gli affamati oltre ogni misura. Mio padre non è quello che voi dite, non sta dietro l’altare a vedere se gli animali che gli offrite sono zoppi, ma vi guarda il cuore. E gli scoppiò dentro questa certezza. Il Regno è qui, è dietro l’angolo, non è come la contestazione del ’68 o del ’77 o dei no global o degli anarchici. È proprio qui, un investimento unico di tutte le forze del creato che mio Padre ha pensato da sempre. Il Padre è disposto a tutto pur di inaugurarlo e io mi ci metto dentro, costi quel che costi. Se volete stare con me dovete lasciare i vostri loculi, i vostri cellulari, i quintali di gel che avete accumulato sulle mensole dei vostri bagni e buttarvi nella vita. Vi sembrerà di fare poco, di essere solo una goccia nell’oceano. Mio Padre fa il Regno con le gocce.  

22 Marzo
+Domenico

Sano, salvato e testimone coraggioso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,1-16)

Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina?”». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Audio della riflessione

C’è stato un tempo in cui si leggeva il vangelo come un libro molto bello, commovente, edificante, capace di infondere sentimenti buoni, una sorta di “Cuore”, utile per i bambini e per dare al mondo insegnamenti morali positivi, ma per nulla storico. Quello che accadeva nel vangelo era narrato con molta fantasia e con qualche riferimento essenziale a luoghi conosciutissimi. Il miracolo di quel paralitico che voleva immergersi nella piscina di Siloe e che nessuno aiutava a fare il balzo nell’acqua, era per gli studiosi di questa tendenza proprio un fatto moraleggiante di questi.  
A Gerusalemme non c’era nessuna piscina con portici come si dice nel vangelo. Invece scavi non recentissimi hanno fatto emergere la piscina così come è descritta nel vangelo con cinque portici. Un colpo duro a chi continua a pensare al vangelo come a una favola.  
Il paralitico è lì ad aspettare l’aiuto degli amici, che non ha. Lo incontra Gesù e lo guarisce e gli dice di raccattare il suo lettuccio consunto dagli anni di pazienza e di tornarsene a casa. È un sabato e un uomo che gira caricato di una branda per i vicoli della città vicini al tempio per giunta, fa colpo. Come ti permetti di sabato di spostare letti e masserizie? Ai custodi della legge non interessava la sua felicità di poter camminare, saltare, girare da solo, senza la pietà di nessuno dopo aver sofferto 38 anni di immobilità, anchilosato nel corpo e nell’anima. Doveva aspettare il giorno dopo, come sempre aveva aspettato per tutta la vita?!  Ancora un precetto che allontana dalla esistenza concreta. Qualche volta siamo tentati anche noi cristiani di premettere le leggi alle persone, le formalità al bene concreto, le nostre manie di perfezione al dialogo sincero e al dono gratuito. Se faccio questo poi che cosa diranno? E intanto il povero, il malato, il migrante è lasciato solo. 
Invece Gesù lo fa danzare alla nuova vita. Lui parte, non bada a nient’altro, non si preoccupa nemmeno di sapere chi lo ha messo in piedi così. Ci pensano gli scribi a riportarlo alla realtà con il loro bisturi della legge.  Gli nasce allora in cuore la voglia di vedere Gesù; quando lo incontra gli si affida, lo percepisce come la salvezza completa anche dal peccato e gli diventa testimone coraggioso. Quello che Dio compie nella vita di ogni uomo è patrimonio di tutti, è squarciare il cielo per illuminare la nostra terra spaesata. 

21 Marzo
+Domenico

Giuseppe sarai per Gesù la roccia della sua infanzia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1,16.18-21.24)

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.

Audio della riflessione

Alle spalle della bella e benedetta figura di san Giuseppe c’è il decisivo convergere di Gesù nel progetto trinitario. Si fa in cielo una riunione importantissima: si mettono al tavolo Dio Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. E vedono che l’unica strada da percorrere è di parlare all’uomo in una forma del tutto nuova. Occorre immergersi nella loro vita e da lì liberare e farli crescere veramente liberi. Chi ci sta di noi tre a realizzare questa sorta di nuova creazione?  

Il figlio disse. Eccomi, manda me. Io ci vado proprio molto volentieri; tu, papà decidi quello che vuoi, dobbiamo assolutamente riuscirci non venendo meno a nessun nostro sogno, in cui abbiamo rischiato tutto sulla loro libertà. Io mi terrò sempre in contatto con te. Dio Padre sceglie la madre Maria, ma per suo figlio gli occorre pure un padre speciale, perché il figlio è suo e lì in terra ha bisogno di un padre che tocca, che vede, che ama e sceglie Giuseppe. 

E a Giuseppe, lo sposo di Maria chiede l’impossibile, ma glielo chiede: “Giuseppe, non temere, è da sempre che sto pensando alla tua onestà, alla tua giustizia, alla tua grinta, al dolcissimo amore che ti lega a Maria. Mi ha affascinato la tua delicatissima relazione con Maria. In questo vostro amore meraviglioso, noi, la Trinità, vogliamo deporre Gesù, il Figlio di Dio.  

Quel bambino è la Parola, che era fin dal principio, è il nostro essere persona umana. Lo affido alla tua saggezza, alla tua serena umanità, alla tua forza di padre. Non avrai una vita in discesa, come non la avrà Gesù, ma tu sarai per lui la roccia della sua infanzia e della sua giovinezza. Sogneremo insieme il bene di questo mio figlio, che affido a te.” 

Ogni amore umano tra uomo e donna chiama in causa l’amore di Dio, ne è una degna, ma velata immagine. È Dio che si dà a vedere nell’intensità di amore tra i due. Per Giuseppe e Maria in questo amore non c’è solo l’immagine, ma compare proprio Lui, la sorgente dell’amore, il suo senso, la completezza, la pienezza, Gesù. Siamo partecipi per la Parola di Dio a questa storia infinita di amore, questo intreccio di volontà e di attese, di dialoghi e di accoglienza, devono caratterizzare tutte le nascite dei figli di Dio.

20 Marzo
+Domenico

Ciechi siamo e vogliamo restare, ma Gesù ci dona la luce vera

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1-41)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: Va’ a Sìloe e làvati!. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane»

Audio della riflessione

È esperienza comune quella di sentirci a posto, di essere sicuri di una cosa, di continuare a sostenerla di fronte a tutti e contro tutti e non accorgersi e non voler capire che abbiamo sbagliato, che non siamo nella verità, che abbiamo torto marcio. Poi magari ci accorgiamo e non vogliamo ammetterlo per salvare la faccia e la falsità, in cui siamo immersi, diventa addirittura una bandiera. Non c’è assolutamente buona fede, ma consapevole errore.  

Nel vangelo questo atteggiamento nei confronti della verità che è Gesù, viene proposto magistralmente in occasione di un miracolo che Gesù fa ridando la vista a un cieco. È Lui che lo vede, è lui che gli fa compiere gesti inusuali, come spalmare del fango sugli occhi, mandarlo a lavarsi. Ci sono tanti episodi nel vangelo di guarigioni di ciechi, ma questo è emblematico per la ricerca della luce della vita, della mente, della stessa verità.  

Da una parte un cieco dalla nascita che sa di essere cieco e che riacquista la vista, ma soprattutto che acquista la vera vista della vita: la fede in Gesù. Alla fine, infatti concludendo tutta la sua ricerca per capire chi fosse colui che lo aveva guarito, restando folgorato di averlo davanti a sé come il Figlio dell’uomo dirà: Credo, Signore!  

Dall’altra parte invece ci stanno i farisei, i giudei, gli oppositori che accampano ogni ragionamento anche di fronte all’evidenza per rifiutarsi di capire, di accedere alla luce di Cristo. Certo per loro era difficile venir meno alla loro impostazione teoretica, studiata, consolidata per aprirsi al nuovo che è Gesù, ma non c’è da parte loro nessuna voglia di mettersi in discussione. In loro possiamo leggere i nostri continui atteggiamenti di rifiuto della verità: chiusura per presunzione, rifiuto ostinato e responsabile, sopraffazione e minaccia.  

È la fotografia della nostra vita, di tanti nostri dibattiti, contrapposizioni, di tante situazioni personali e familiari, private e pubbliche, di tanti modelli comunicativi anche moderni, ma soprattutto di un atteggiamento interiore di attaccamento alla falsità che dobbiamo cambiare. La verità ci fa sempre liberi, è più grande di ogni calcolo. Anche se costa, paga più di tutto, perché ci apre il cielo e fa luce sulle nostre strade spaesate. 

Avessimo questa luce per riuscire a fare pace invece che guerra, ad accogliere invece che far annegare, a fare penitenza dei nostri peccati, anziché vantarci del male, a scegliere il bene di tutti, anziché difendere solo i nostri interessi. La quaresima è una cura anche di questa nuova vista 

19 Marzo
+Domenico

Siamo sempre e solo mendicanti di amore

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18,9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Audio della riflessione

Abbiamo sempre avuto la tentazione di dividerci, uomini o donne che siamo, di dividere l’umanità, la gente, le persone che fanno parte del nostro mondo in due grandi categorie: buoni o cattivi.  

I buoni, evidentemente, siamo noi: giusti, ragionevoli, capaci di osare, attivi, simpatici, con quattro idee in testa e quattro soldi in banca e  

i cattivi, gli altri, incapaci e non solo sfortunati, perditempo, senza regole sociali, maliziosi, una zavorra per la società, una palla al piede.  

I buoni pagano perfino le tasse, che è tutto dire coi tempi che corrono, i cattivi li dobbiamo pure mantenere noi. I buoni sono educati, hanno un vocabolario con cui ci si può capire, intuiscono immediatamente quel che vale e quello che no. Basta che ci guardiamo in faccia che ci comprendiamo subito. I cattivi invece non riesci neanche a capirli, per quanto ti sforzi, hanno linguaggi anche molto provocatori che ti mettono in difficoltà. Noi non siamo santi, ma almeno siamo furbi e simpatici, loro i cattivi non hanno proprio stile.  

E potremmo continuare ad innalzare il muro tra i buoni e i cattivi fino a portarlo in cielo, tirando dalla parte di questi buoni Dio stesso. Ci ha provato quel benestante, che noi conosciamo come fariseo, ad andare davanti a Dio, a guardarlo dritto negli occhi, a dirgli da pari a pari: “io e te ci intendiamo: vedi quante cose di me ti metto a disposizione? mah, cosa vuoi!?, ti comprendo, o Dio, che sei disgustato piuttosto per tutti quegli altri cattivi, che non capiscono niente e combinano un guaio dopo l’altro, non ci si può proprio fidare.    

In fondo al tempio, appena dentro la chiesa, diremmo noi, c’era un poveraccio, un povero diavolo che è venuto nella casa di Dio per vedere se si poteva rimettere in sella di nuovo; sempre un povero diavolo, ma lui è sicuro che Dio non lo guarda con la calcolatrice, guarito dalla malattia della autorealizzazione, bisognoso di un salvatore. “Non contare le volte che ti ho promesso che avrei cambiato. Sono qui ancora e ho solo te, ti sembrerò un barbone e lo sono, ma sento di avere bisogno di te. 

Il muro che il giusto nella sua superbia ha tentato di innalzare fino a Dio per separarsi dai peccatori si è sbriciolato. Dio sta dall’altra parte, quella cui vorremmo essere convinti di stare anche noi, mendicanti d’amore sempre. 

18 Marzo
+Domenico

C’è un unico modo di essere cristiani:amare Dio e il prossimo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,28-34)

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Audio della riflessione

Non ho mai capito perché molte volte si entra in crisi di fede e di vita cristiana accampando tanti motivi strani: la ricchezza della chiesa, il comportamento dei preti, la severità dei comportamenti, la opposizione politica, la mancanza di modernità, la complessità dei comportamenti che richiede. Ma Gesù ha detto soprattutto che essere cristiani è amare Dio e amare il prossimo. È solo e soprattutto questione di amore. Questa è una affermazione che ci deve mettere il cuore in pace e nello stesso tempo trasferire nella vita cristiana tutte le leggi, i comportamenti, i sentimenti, le intuizioni, le emozioni dell’amore.  

Essere cristiani è essere presi dall’amore verso Dio e verso il prossimo e non separarlo mai. Le separazioni sono tutte un tradimento; molti si rifugiano in un astratto amore di Dio che non tiene conto del prossimo, che taglia fuori tutti in un isolamento che non è contemplazione di Dio, ma adorazione di sé; molti altri invece si danno da fare per il prossimo, ma su un orizzonte chiuso, incapace di dare slancio e apertura all’infinito. Prima o poi è un amore che si chiude su orizzonti ristretti e non permette di volare, di stimare il vero bene dell’altro.  

Se non hai come orizzonte Dio non riesci a fare il bene massimo dell’uomo, ci si adatta troppo ai condizionamenti, si abbassa la guardia. È un esempio di questa necessità quel filantropismo che non bada troppo a limitazione delle nascite con qualsiasi metodo, a soppressione di vite prima di nascere, a limitazioni di fertilità attraverso mutilazioni, a disprezzo della cultura dei poveri… 

Ma Gesù con molta determinazione ci ripropone il grande precetto di Israele, con questa accentuazione sul prossimo che diventerà il distintivo di ogni cristiano. Da qui nasce il perdono, da qui la dedizione fino alla morte, da qui il famoso esame finale della nostra vita. Non mi avete dato da mangiare, non mi avete dato da bere, non mi avete visitato…Quando mai Signore? Noi ti abbiamo adorato, abbiamo cantato le tue lodi, di abbiamo fatto posto tra le nostre case… Quello che non avete fatto ai più piccoli è a me che non lo avete fatto 

La vita cristiana è della massima coerenza. Proprio perché in ogni persona Lui è presente e non ci abbandona mai.  

17 Marzo
+Domenico

Gesù vince il demonio, il grande divisore

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 11,14-23)

In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde»

Audio della riflessione

Nell’esistenza di ciascuno c’è una attitudine necessaria da coltivare: occorre decidere, scegliere, concentrarsi su una posizione e da quella guardare a tutta la vita. Ma questo per noi non è sempre facile o perché siamo di fronte a un eccesso di opportunità di cose da scegliere, o siamo di fronte alla vita, come con un telecomando in mano davanti alla TV in cerca di un canale che ci vada bene e non ne troviamo uno che ci soddisfa.  
Oppure di fronte a una decisione preferiamo tenere il piede in due scarpe. Così hanno fatto i contemporanei di Gesù, di fronte a un segno poderoso: Gesù ha scacciato un demonio? la gente subito si divide.  
Il demonio è proprio un divisore e riesce molto bene nella sua missione di contrastare l’opera di Gesù.  E Gesù accetta la sfida; la vince con le tre tentazioni nel deserto, la stravince con la liberazione dal demonio di tanti indemoniati, la vince al massimo quando il demonio si presenta, come promesso, all’ultima sua ora. 
Il demonio è un nemico attivo, subdolo, capace di colpire e di infilarsi nelle feritoie della nostra esistenza, dei nostri stessi peccati e definire i confini di uno spazio di male che viene governato, proprio da lui. Gesù spoglia satana di tutte le sue armi, che sono quelle dell’avere, del potere e dell’apparire, quando muore, spogliato di tutto, sulla croce. In questo modo restituisce all’uomo ciò che il demonio gli aveva tolto: la sua vera identità di immagine di Dio e la sua realtà di figlio di Dio trionfano ad ogni passo. Lo stare con Gesù è la caratteristica della nostra vita presente e della nostra vita futura.  
Chi non è con Gesù è con il diavolo. Non esiste una terza posizione, una terza possibilità. Vincere lo spirito del male è il primo obiettivo della missione di Gesù per donare all’uomo il suo Spirito di Figlio. Ogni vittoria sullo spirito di menzogna e di egoismo si ottiene solo con la forza dello Spirito di verità e di vita che è dono di Gesù.

16 Marzo
+Domenico

La spontaneità e la norma possono convivere

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,17-19)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

Audio della riflessione

Siamo in un tempo che non ama troppo le norme, le regole. Vogliamo essere noi regola a noi stessi, non ponendocene nessuna perché spesso viviamo alla giornata, navighiamo a vista. Certo, la spontaneità è un grande valore e una grande forza e non deve essere repressa. Perché la vita è spontaneità. La vita tanto più è «vita» quanto più sgorga liberamente da sé stessa, quanto più è audacia ed avventura imprevista, e quanto meno è «borghesemente» indirizzata su vie già sperimentate che danno sicurezza. 

È giusto rifiutare e condannare la coercizione nelle nostre attività. Purtroppo, ci siamo costretti dall’isolamento e dal senso di impotenza che provengono dal vivere in una società come la nostra; è giusto rifiutare e condannare l’attività dell’uomo-automa, attività che si riduce ad assimilazione di modelli suggeriti dall’esterno. È giusto proporsi l’obiettivo di una libera attività del proprio io che sia espressione di tutto l’essere, della personalità e della piena integrazione tra le diverse sfere della vita, intellettuale, affettiva, sensitiva. 

Ma questa è una faccia soltanto della realtà. L’altra faccia è il rischio di andare «oltre»: di far scadere cioè la spontaneità e l’originalità a instabilità, irrequietezza, disordine ed anche a cattiveria e malvagità.  Da questo rischio ci salva la «norma», la quale dà alla nostra vita un ordine, la inserisce in una sintesi. Gesù ai suoi ascoltatori appare rivoluzionario, ha autorità per andare oltre le mille leggi che il pio ebreo si trovava a dovere osservare, ma sa che nella strutturazione di una propria personalità e nell’edificazione di sè come soggetto umano maturo ed adulto, la legge, le norme, le regole hanno un ruolo ineliminabile: insegnano a non rimanere prigionieri delle proprie pulsioni e dei bisogni immediati e danno, così, l’accesso alla vera libertà, sono il punto di arrivo di una paziente azione educativa di Dio nei nostri confronti. 

La legge protegge il bene comune, ma protegge anche la libertà personale, la quale altrimenti sarebbe soggetta ad ogni forma di violenza, perché il bene supremo per gli umani non è la libertà: è l’amore. E Dio proprio questo è venuto a testimoniarci, per questo non ci abbandona mai e ha posto il suo amore su quella croce. 

15 Marzo
+Domenico

Il nostro debito immane nei confronti di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”.  Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Audio della riflessione

Il debito verso Dio di ognuno di noi peccatori è enorme; l’uomo della parabola del vangelo gli doveva 10.000 talenti. Un talento valeva dai 34 ai 35 kg di oro. Siamo nell’ordine di 350 tonnellate di metallo prezioso. Una colonna di 350 furgoni lunga 3 Km. Un debito impossibile da pagare. Ma è sempre ancora una pallida idea di quello che Dio ci ha dato. Abbiamo bisogno ogni tanto di riflettere sui doni incalcolabili di Dio, gratuiti, che Lui ci ha donato, ma che diventano debiti perché ne facciamo scempio o li usiamo per rivoltarci contro di Lui. Sono i furgoni del nostro tesoro che va restituito al Creatore, che devono trovare la strada verso la sorgente e non verso la dispersione o la distruzione. 
La vita. È un bene senza prezzo. Quante persone avrebbero dato tutto per vivere un secondo in più. Quante persone avrebbero dovuto essere morte invece sono sopravvissute a tutte le malattie e a tutti gli attentati. La vita è sempre dono di Dio. Riflettere su come la valorizziamo, la accogliamo, la custodiamo, la trattiamo, è sempre il primo grande compito che abbiamo nei confronti di Dio  
Il creato, la terra, il sole, la natura, sono il grande contesto in cui possiamo godere la vita, un bene prezioso che spesso è sull’orlo della distruzione per le guerre, è un patrimonio che viene distrutto e inquinato. La creazione è la dote che Dio ci mette a disposizione nel patto d’amore che stabilisce con noi e spesso noi la dilapidiamo stupidamente  
La sessualità: ci ha fatto uomini e donne, ha messo nella intelligenza, nella vita, nella conformazione del corpo, nei pensieri, nelle aspirazioni, negli istinti, il desiderio di incontro, di dialogo, la voglia di stare assieme, la luce che si accende negli occhi, quando ci si vede, la tensione, la ricerca della bellezza, i pensieri inquieti, l’attesa, la musica per esprimere, la poesia per avere parole, tutte insufficienti per dare voce ai sentimenti, alle emozioni, la capacità di generare vita. E noi l’abbiamo avvelenata e deturpata alla grande la nostra sessualità 
La giovinezza: sono gli anni della ricerca, della tensione verso ideali alti; la giovinezza è il tempo di una visione pulita della vita, dell’entusiasmo, dello slancio, della leggerezza rispetto al passato che è di altri; spesso invece è l’età della noia, dello spreco, della cattiveria senza motivo, della distrazione e della superficialità 
Mettiamo su questi 350 furgoni tutto quello che abbiamo ricevuto da Dio 
C’è il furgone della salute, della intelligenza, dell’amore, della capacità di lavoro, del benessere, della pace, della dignità. Questa colonna di furgoni l’abbiamo sequestrata, l’abbiamo fatta deviare nei nostri territori e ne abbiamo fatto scempio. Dio ci perdoni, perché non sappiamo come riconsegnare questi doni o essergliene grati. 

14 Marzo
+Domenico

La fede non è mai una proprietà, ma sempre un dono

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,24-30)

In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret]: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Audio della riflessione

Siamo fortunati, dicono i suoi compaesani, siamo diventati famosi. La città di Nazareth è nota dovunque. Non solo, ma abbiamo lo spettacolo garantito. Tutti sapevano che cosa aveva fatto Gesù sulle rive del lago. Glielo invidiarono tutti. Era come aver padre Pio in casa. Chissà quanta gente sarebbe venuta, quanti affari si sarebbero potuti fare. 
Il loro cuore era indurito. Credevano di aver a disposizione uno spettacolo, non una provocazione alla conversione. 
Aveva cercato Gesù di trascinarli nei suoi sogni, chiudendo quei rotoli della Legge e consegnandoli all’inserviente aveva detto: oggi queste cose si avverano, questo sogno di un mondo diverso di un povero che si apre alla speranza, di un sofferente che salta di gioia io sono qui a renderlo esperienza vera. Ci state? Non è questo che loro si aspettano. È un privilegio da godere che si immaginano di poter ottenere, non una conversione, una condivisione, una passione per i suoi ideali. 
E Gesù viene a contatto con il primo rifiuto; comincia a provar ciò che in piccolo forse anche noi talvolta abbiamo sperimentato. Ho parlato, ho dimostrato il massimo di gratuità e di delicatezza, ho cercato con dolcezza di capire… non solo non mi seguono, ma mi fanno pure del male. Allora Gesù come al solito di fronte alla difficoltà non blandisce, non cerca audience, non mitiga va fino in fondo. 
Ricordate Naaman il Siro, ammalato di lebbra? Potente, autosufficiente, offensivo e sprezzante dice: devo bagnarmi in questa fogna di fiume Giordano con tutte le acque termali, le piscine e le acque cristalline di cui posso disporre nella mia patria?! Invece, come tutti i senza Dio, ha ascoltato il profeta e ha avuto in dono la guarigione, è diventato nuovo. Non soltanto gli ha rifatto i moncherini, ma ha reso giovane tutta la sua pelle e il suo corpo 
Ricordate, la vedova presso cui veniva ospitato Elia? era pure straniera! Non era nessuno, non era l’unica che moriva di stenti. Il popolo di Israele viveva ancor più disperato, ma Dio ha salvato lei. Dio non è legato a nessuna pretesa umana; il suo dono è senza ritorno, ma non può andare contro la nostra libertà. 
È così pur ciascuno di noi. È così per le nostre comunità il dono di Dio la fede non è una proprietà, ma sempre un dono; non si può mettere in banca, non è una assicurazione, una polizza; è una continua ricerca, una domanda, una accoglienza, una disponibilità, ma mai autosufficienza. Quando proponi conversione ti devi aspettare accettazione o violenza. 
E Gesù ha la prova di quel che capiterà più tardi. La strada è in salita. È la salita della quaresima che stiamo vivendo con Lui e che vogliamo condividere. Lo vogliono già uccidere. In questo “passando in mezzo a loro, se ne andò”, che dice il vangelo, c’è la grande consapevolezza di Gesù ed è già prefigurata la resurrezione. 

13 Marzo
+Domenico