Eucaristia: dono, gioia, nutrimento, presenza reale, centro della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 11b-17)

Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Audio della riflessione

A gente che lo seguiva da tre giorni, affamata da svenire, Gesù disse agli apostoli: “date loro voi stessi da mangiare” … e loro che risposero? “Arrangiatevi, ognuno si prenda le sue responsabilità, non devo mantenerli io tutti questi accattoni. Ognuno deve tirar fuori la sua grinta per vivere, anch’io sono partito da niente e ho creato tutto quello che vedete, datevi una mossa! Non ti avremo per caso seguito per dar da mangiare a questa manica di fannulloni che non sono capaci nemmeno di pensare a se stessi?”.

“E’ forse mio questo popolo?” diceva Mosè nel deserto quando non ne poteva più degli sforzi per renderli un popolo e loro continuamente a lamentarsi.

La tradizione secolare che oggi ancora vogliamo rivivere si rapporta – come ci ha suggerito il Vangelo – al momento più drammatico della vita di Gesù: quella cena d’addio consumata nell’atmosfera di un tradimento e nell’anticipo della crocifissione.

“Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.”

“Io sono il pane vivo. Hai fame? Ti senti in corpo un insaziabile desiderio di vita? Non c’è nessuna carne che ti può saziare, tornerai sempre a cercare e ad avere fame. Se vuoi avere la vita, ebbene è qui. Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. 

Nel clima teso e intenso della sua ultima cena tra la constatazione del tradimento di Giuda e la profezia dell’abbandono dei discepoli, Gesù prende un pane spezzato e un calice di vino e dice: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.

Il corpo e il sangue stanno per tutta la persona, nella sua identità e nella sua azione! È il dono – quindi – della sua persona e della sua intera esistenza!

Gesù non sta facendo un bel discorso metaforico edificante, magari in una piazza, utilizzando tutti gli accorgimenti della retorica, ma sta anticipando nel clima di una cena l’estremo dono di sé fino alla morte.

Noi cristiani chiamiamo tutto questo Eucaristia: Eucaristia è questa certezza di aver una presenza, un nutrimento, un centro che ci aiuta a condividere ogni giorno la sorte di Gesù per avere vita.

Mangiare e bere quel pane e quel vino, quel corpo e quel sangue, ci costringe a riconoscere Dio nella concretezza della umanità di Gesù: una vita donata, come tutte le vite, a partire da quelle dei nostri genitori, che hanno costruito le nostre esistenze.

D’ora in avanti il cristiano guardando la croce e facendone memoria nel gesto del pane e del vino, scorge la verità di Dio che è amore, la verità di Gesù che è dono, ma anche la verità di se stesso, la vita che deve a sua volta percorrere: prendere, mangiare, bere, fare memoria … esprimono la profonda condivisione dello stesso destino di Gesù.

Andiamo a Messa per ritrovare la strada della vita, per scoprire dove sta la felicità, per capire il segreto di chi vuol vivere per gli altri, per rivedere e incontrare di nuovo il Risorto.

In serata in molte parti del mondo si fa la processione del Corpus Domini: esponiamo in processione per le strade del paese o del quartiere l’ostia consacrata, sotto un baldacchino per grande rispetto.

La tradizione risale a quel prete slavo che cinque secoli fa, tentato di non credere che quel pezzo di pane consacrato fosse il corpo di Cristo, si reca a Roma in pellegrinaggio a fare penitenza e a supplicare Cristo che gli rinnovi questa fede; al ritorno, confortato della fede ritrovata, celebra una Messa di ringraziamento a Orvieto e qui accade l’inverosimile: l’ostia consacrata si mette a sanguinare abbondantemente e bagna l’altare, i sacri lini che proteggono il calice e il pavimento. Ne restano ancora oggi i lini insanguinati, le pietre segnate con tanto di autenticazione del papa stesso che si trovava – come capitava spesso in quegli anni – in Umbria a pochi chilometri di distanza. Ne nacque una autentica espressione di fede di tutto il popolo e della Chiesa del tempo nei confronti dell’ostia consacrata che facciamo oggi anche nostra.

Vogliamo ridire a noi stessi e comunicare a tutti che noi in questo sacramento crediamo, non solo, ma anche comunicare che  l’Eucaristia è dono, gioia e centro della nostra vita … e usando le parole di san Tommaso D’Acquino possiamo rivolgerci a quest’ostia consacrata:

E Ti adoro con rispetto e dignità o divinità qui nascosta, che ti celi veramente sotto questi segni. Se cerchi di vederla, se cerchi di toccarla, se cerchi di gustarla perché ne mangi, i nostri sensi non riescono a dimostrartelo, ma io mi rifaccio con certezza a ciò che ho potuto sentire da quello che ha detto Gesù: Questo pane di vita sono io stesso, questo è il mio corpo e il mio sangue. Sulla croce era nascosta la divinità di Gesù, che si è lasciato crocifiggere, qui è nascosta pure la sua umanità. ma io qui credo che ci sia la sua umanità e la sua divinità e credo e chiedo ciò che ti ha chiesto il ladro che stava accanto a te mentre morivi in croce. Non posso mettere le mie dita nelle tue piaghe, ma io ti credo. Aiutami però a credere sempre di più e ad avere speranza irriducibile in te. Sei il memoriale vivo della morte di nostro Signore, concedi allora alla mia mente di avere ragioni di vita in te e di assaporare la dolcezza di gustarti. Sei come il pellicano che, per nutrire i suoi piccoli, si strappa pezzi del suo corpo col becco, perché anche tu ti cavi il tuo sangue per me. Ne basta una goccia non solo per me, ma per cancellare e perdonare il peccato di tutto il mondo. Allora o Signore alla fine ti chiedo che quel volto che ora vedo solo nascosto da un velo impenetrabile lo possa contemplare nella felicità della tua visione per sempre.

19 Giugno 2022 – Corpus Domini
+Domenico

Provvidenza, non è aspettare passivi, ma un attivo affidarsi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 24-34)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

Audio della riflessione

Possiamo guardare la vita da due punti di vista diversi, seguendo la lettura dell’Antico Testamento e del Vangelo: da una parte una esistenza basata tutta sul calcolo, sulla autosufficienza, senza riferimento che vada oltre le nostre pulsioni e interessi dall’altra una vita di fiducia, di abbandono; da una parte la deriva del potere ad ogni costo, dell’essere legge a se stessi, e quindi della violenza e del sopruso … dall’altra la consapevolezza di stare a cuore a Dio e una scelta di campo.

Non potete servire Dio e il denaro: o di qua o di là!

In mezzo ci siamo noi creature in cerca della luce e della felicità, orientati dalla fede nel Dio di Gesù Cristo, che smette di essere visto come il “vendicatore”, con un linguaggio bellico che traduce le mentalità di un popolo sempre distratto da infedeltà e peccato, ma come un papà, un padre pieno di cure e di attenzioni non solo per un popolo, ma in esso per ciascuna persona.

E’ ben diversa la vita se sappiamo di stare a cuore a qualcuno, di essere amati da Dio, di sentirci nelle sue braccia … se sappiamo affidare a qualcuno le nostre ansie e i nostri progetti …

Non affannatevi, dice il Vangelo: l’affanno non è segno di impegno, ma sfiducia negli altri, incapacità di affidarsi, senso di onnipotenza.

La fiducia in Dio è l’abbandono di Gesù nella braccia del Padre, è tentare tutto quello che è alla nostra portata, non restare comodi ad aspettare, ma nello stesso tempo sapere che c’è un progetto più grande nel nostro, il progetto della felicità di Dio, in cui ogni nostra azione o impegno è collocato.

Tante nostre vite crescono bene perché stanno nel grande piano dell’amore di Dio che non solo ci ha creato, ma ci sostiene in vita, ci ha mandato il suo Figlio Gesù a dimostrare con la croce l’amore senza limiti e ci mantiene in cuore il suo Santo Spirito.

Se abbiamo fiducia in Dio ci si “affina la vista” e diventa più ricco di bontà il cuore! Distogliendoci dalle preoccupazioni per noi si spalancano gli occhi sulle vere esigenze della vita e sulle risorse impensabili che Dio ci ha dato per affrontarle.

“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta …”: è esperienza comune che quando ci impegniamo nel fare il bene agli altri, si risolvono anche i nostri problemi, le nostre ansie e soprattutto gli affanni, perché Dio abita il cielo delle nostre vite e le conduce verso il bene infinito che Lui è.

Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: “La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. È creata « in stato di via » verso una perfezione ultima alla quale Dio l’ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta. Chiamiamo divina provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione…”

La testimonianza della Scrittura è unanime: la sollecitudine della divina Provvidenza è concreta e immediata: essa si prende cura di tutto, dalle più piccole cose fino ai grandi eventi del mondo e della storia.

Con forza, i Libri Sacri affermano la sovranità assoluta di Dio sul corso degli avvenimenti:

  • « Il nostro Dio è nei cieli, egli opera tutto ciò che vuole » (Salmo 115, 3), e di Cristo di dice:
  • « Quando egli apre, nessuno chiude, e quando chiude, nessuno apre » (Ap 3, 7);  
  • « Molte sono le idee nella mente dell’uomo, ma solo il disegno del Signore resta saldo » (Pr 19, 21).

18 Giugno 2022
+Domenico

Occorre sapere di essere e farsi sempre figli di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 19-23)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».

Audio della riflessione

L’uomo, la donna non sono la vita, l’hanno ricevuta in dono e devono alimentarla; noi pensiamo di mantenerla accumulando beni, denaro, cose, senza accorgerci che in questa maniera con questa preoccupazione, che diventa assillo, immola la stessa vita per potersi procurare ciò che dovrebbe garantirla. Infatti chi fa delle cose il suo dio, le stacca dalla loro sorgente che è proprio il Signore e dalla loro destinazione che sono tutte le persone, che papa Francesco chiama Fratelli,tutti. La brama di possedere, di fare un posto principale nel nostro cuore alle cose non è che ateismo pratico, con tanto di idolatria collegata, che fa sparire dalla vita la cosa più bella che può fare una persona: Essere dono. Quel che è accumulato è un furto al Padre e ai fratelli. O il dono resta tale e si fa sempre dono, o diventa furto e richiama furto, subisce cioè quello che l’abbiamo fatto diventare.

Una qualsiasi persona abita più dove è col suo cuore, che col suo corpo. Se si amano le cose che periscono, finiscono, vanno in sfacelo, si va in perdizione. Se invece ami Dio che è vita, dimori in Dio e nella vita. In questa collocazione del sentirsi figli o no si accende una luce nel cuore che da esso esce e si proietta su tutta la realtà. Uno vede con la luce del suo cuore, con l’amore che lo illumina. Il nostro guardare, valutare, pensare, sentire, camminare, fare dipende certo anche dall’occhio, ma soprattutto dal cuore che ci siamo fatti, custoditi, curati.

Allora qui si fa chiara una decisione da prendere: che padrone servire, che scelta fare, bisogna decidere se seguire Dio o gli idoli, non si può tenere il piede in due scarpe. O Dio o gli idoli. Se il nostro fine è Dio, diventiamo come Lui; se è l’idolo diventiamo come l’idolo e ci possiamo permettere di descriverci come saremmo: volto scuro, bocca muta, occhio spento, orecchio sordo, mano chiusa, piede paralizzato, gola serrata e senza suono… Il fabbricatore di idoli, invece di essere figlio del Dio vivente, diventa una statua morta e fredda, un monumento funebre, la maschera mortuaria di se stesso. Senza accorgercene serviremmo l’idolo 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, tutta la vita, certo saremmo funzionari di un culto al lavoro per produrlo sempre e un culto indiretto nel riposo per consumarlo e riprodurlo. La nostra vita su fonda su Dio o sui vari titoli di credito.

Può sembrare esagerazione, ma esistono molte persone che consumano l’esistenza, la bellezza e la sorpresa della vita solo e sempre sull’idolo del denaro, con nomi anche più intelligenti e moderni, ma sempre idolo e prigione è. Il vangelo ci dice chiaramente da che parte stare come ha fatto Gesù.

17 Giugno 2022
+Domenico

La  preghiera che si fa solo a un papà

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 7-15)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.

Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Audio della riflessione

Molti di noi credono di potersi arrangiare da soli … “Noi non abbiamo bisogno di nessuno”. Era la risposta strafottente degli scribi a Gesù: noi siamo figli di Abramo e non abbiamo bisogno di nessuno.

“Io sono autosufficiente. E’ finito il tempo della dipendenza dalla religione. Io sono autonomo, me la cavo da solo, mi arrangio, faccio tutto io, stabilisco io quello che mi serve e quello che mi va bene.”

Nessuno ci deve dire niente, nemmeno Dio! La vita ce la regoliamo noi come vogliamo. Sono IO il dio della mia vita, sono IO che stabilisco quello che si può fare e non si può fare … salvo poi a trovarci soli come un cane!

Non è così invece per i discepoli di Gesù: Lo vedono spesso ritirarsi sul monte a pregare. Fa invidia a questi dodici semplici credenti della legge vedere che Gesù, non va solamente al tempio a pregare, ma prega tante volte da solo. Li aveva abituati a chiamare Dio con il nome di Padre, perché voleva che cambiasse radicalmente il rapporto con Dio, che non fosse un rapporto di paura, di distanza, di pur giusta e doverosa adorazione, ma fosse un rapporto filiale. Il cammino annuale che la comunità cristiana ha da poco intrapreso dopo le grandi festività ci porta a riflettere sulla nostra preghiera e sulla preghiera per eccellenza che è il Padre nostro.

A un Padre si fanno tutte le domande più belle, a lui si confidano i sogni, i progetti, le visioni di mondo, le sofferenze. Con il papà qualche volta si ha il coraggio di aprire il cuore  e di far giungere a lui  anche le domande più semplici, quelle che determinano la vita di ogni giorno.

Gesù ci insegna a guardare a Dio così, come un papà, ci insegna a guardare con immenso stupore al suo nome, a immaginare di poter vivere in un mondo diverso che è diventato suo regno, a sentirci sicuri solo nei disegni grandi della sua volontà. E dopo questa immersione nella sua vita ci invita a chiedere  il pane di ogni giorno.

Il pane ti ricorda la casa, la famiglia, la fame, la semplicità, la terra, la sporta cui ti attaccavi, quando eri bambino, il fuoco, il panettiere, quell’odore fragrante di forno, quelle ore dell’alba, la gente che l’addenta, il calore di un gesto di dono, la semplicità e la naturalezza di un nutrimento, il compagno quotidiano di ogni vita, l’elemento necessario di ogni tavola.

E questo pane è prima di tutto Gesù, è Lui, è Gesù Cristo. Lui è il senso, la pienezza, l’intimità, la serenità, la gioia. Lui è la luce di ogni giorno, Lui il dono inestimabile e assolutamente necessario che chiediamo al Padre, ogni giorno, per ogni giorno.. E’ una follia continuare a dire che non abbiamo bisogno di Gesù. Ho bisogno del suo amore, della sua luce, dell’intimità con Lui. Perché Lui è il Dio che non ci abbandona mai.

16 Giugno 2022
+Domenico

Il tuo specchio è solo l’occhio di Dio, non quello degli altri

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6,3-5) dal Vangelo del giorno (Mt 6,1-6.16-18)

Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

Audio della riflessione

Il culto dell’immagine è una sorta di “malattia del secolo”, anche se – per come ce ne parla il Vangelo – è una tipica trappola tesa ad ogni uomo di ogni tempo: fare del bene per farsi vedere, fare gesti buoni per accreditare una immagine bella di sé, fare elemosina per commuovere e ottenere riconoscimento”, pregare per dare l’idea di essere “religioso” … evidentemente soltanto là dove questo atteggiamento è valorizzato … insomma, la tentazione costante è quella di uscire da sé non per altruismo, ma per un bisogno di riconoscimento: Se non hai l’approvazione di chi sta fuori di te non ti muovi, non osi andare controcorrente, tutto deve essere omologato da altri!

  • E’ la tentazione di un adolescente che sta ore allo specchio per immaginare che cosa gli altri penseranno di lui, che non riesce ad andare contro la banda;
  • E’ una vita controllata, senza interiorità, senza spazio intimo di crescita e di dialogo con la propria coscienza, evidentemente, con quel sacrario interiore che giudica la nostra vita nella sua profondità.
  • E’ un atteggiamento subdolo di idolatria, perché si mette al centro se stessi e a se stessi si sacrificano tutti i nostri pensieri e per il nostro vantaggio si intessono relazioni e calcoli … e da idoli, si subiscono i ricatti degli altri che diventano tiranni da servire.

Gesù è di altro avviso: non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra; quando fai elemosina non suonare la tromba, quando digiuni non presentare una faccia triste, ma profumati il capo e le vesti.

Non è l’occhio dell’altro il tuo specchio, ma l’occhio di Dio, quello che ti penetra fin nel midollo, quello che sprofonda nella tua interiorità.

Noi dobbiamo scegliere da chi farci giudicare: non sono le lapidi l’attestato del nostro operare e della nostra vita … quelle servono forse a fare la storia dei grandi, ma non il tessuto d’amore che tiene assieme la vita del mondo.

Siamo sempre chiamati a stare davanti a noi stessi e a stare davanti a Dio: Lui è il nostro giudice, Lui è da contemplare per avere luce e discernimento su ogni nostra azione, Lui è il Signore di tutto e di tutti, Lui è la nostra felicità, Lui è anche la nostra strada della vita.

Lui ha detto: io sono la Via, la Verità e la Vita: non è un riferimento esterno, una indicazione di come orientarci, ma la certezza di una compagnia nell’esistenza di tutti i giorni. E’ il cielo aperto su di noi e dentro di noi sempre.

Affidiamoci oggi a san Luigi Palazzolo, prete bergamasco, “fatto santo” un mese fa, che morì proprio il 15 giugno 1886: lui ricamava quel tessuto d’amore di Dio che tiene assieme la vita della gente semplice e soprattutto delle giovani, cui dedicò molta della sua capacità formativa.

15 Giugno 2022
+Domenico

Il cristiano non si adatta al buon senso, ma ama sempre e tutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 43-48)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Audio della riflessione

Se c’è una maschera intollerabile ai nostri giorni, è quella del perbenismo, del politicamente corretto. Non bisogna stare da nessuna parte, possibilmente sempre in mezzo, cioè né di qua, né di là. Non si deve offendere la sensibilità, non si deve esagerare, occorre tenere i piedi per terra, avere il senso della realtà, regolare la vita con il cosiddetto buon senso.  Religiosi sì, ma non troppo; buoni sì, ma non sempre, altrimenti ti prendono per buono a nulla; convinti sì, ma non senza riserve, altrimenti passi per talebano; cristiani sì, ma trattabili su tutto e per tutti.

La religione cristiana è vista come un galateo che regola la buona educazione. Essere educati in un tempo in cui  tutti si sforzano, e ci riescono troppo bene, ad essere zotici e villani, non è proprio un difetto, ma essere cristiani non è una atmosfera tiepida, non è un aggiustamento per andare tutti d’amore e d’accordo, non è fare la media dei comportamenti e collocarsi sempre in zona mediana. Sono venuto per portare fuoco su questa terra e ardo dal desiderio che si accenda e bruci. Il punto di arrivo dove è? Siate perfetti come il Padre vostro celeste che sta nei cieli. Non è cosa da poco, Gesù non ci chiede il minimo, ma il massimo.

Essere cristiani non è adattarci alla media dei comportamenti delle persone per bene, ma essere in certo mondo trasgressivi.  Non si tratta di dire tanti rosari al giorno, cosa del resto meritevole, ma di far sperimentare a tutti come l’essere credenti cambia veramente il modo di pensare, di vivere, di rapportarsi con tutti. Amare gli amici, fare dei favori a chi ti vuole bene, essere cordiali con chi ti è simpatico, star bene con i buoni, invitare chi ti può a sua volta ricambiare è quello che fanno tutti; amare i nemici, porgere l’altra guancia, rimanere fedeli anche nella prova, amare i figli anche quando ti fanno soffrire, mettere in secondo piano le nostre difficoltà pur di salvare la famiglia, resistere nella fede anche quando non vediamo niente e ci sembra di essere abbandonati…Amare il marito o la moglie anche quando ti fanno soffrire, essere capaci di perdonare le offese..  ecco, questi sono gesti che si avvicinano all’essere cristiani. Oggi o si è cristiani fino in fondo o non val la pena di esserlo.

Solo una vita così porta speranza al nostro mondo appiattito. Occorre però sapere dove sta la sorgente di questa speranza.

14 Giugno 2022
+Domenico

L’altra guancia è da mettere in campo sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 38-42)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio” e “dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».

Audio della riflessione

Il vangelo è sempre un insegnamento da non trascurare. Tutti ricordano questo brano che ci dice di porgere l’altra guancia e spesso restiamo un poco perplessi. Ma io allora non posso far valere le mie ragioni? Non è un atto di viltà e di debolezza? Uno che ha responsabilità e si lascia insultare o schiaffeggiare non perde la sua faccia di persona responsabile? Mi basta solo presentare un esempio di come Gesù si è comportato di fronte proprio a uno schiaffo che gli ha dato una guardia durante il processo religioso intentatogli dai farisei e dai sacerdoti del tempio. Da notare che questo schiaffo è stato un segnale per tutti sulla fine della intoccabilità del Nazareno. Da quel momento in poi tutti lo hanno bistrattato e percosso. Gesù nella sua dignità non è indifferente all’offesa e parla con chi gli ha dato lo schiaffo e dice: “Se ho detto qualcosa di male, dimostralo; ma se ho detto la verità, perché mi dai uno schiaffo?” E’ sicuramente una risposta che non reagisce allo stesso modo, non è un voler continuare una eventuale lite, ma Gesù si carica della coscienza di chi lo ha schiaffeggiato e lo aiuta a rientrare in se stesso e ad assumersene la responsabilità.

 Se c’è un esempio di come realizzare questo insegnamento e tanti altri del vangelo è proprio sant’Antonio di Padova, che oggi viene celebrato in tutto il mondo Aveva nel sangue l’ardimento dei conquistatori. Un suo famoso antenato era Goffredo di Buglione che fu crociato in Terra Santa. Di fatto si chiamava Fernando di Buglione Aveva in cuore di testimoniare con il sangue il suo amore a Gesù Cristo. Ricordate il suo entusiasmo di voler andare in Marocco, dove erano stati massacrati 5 frati, i cui corpi aveva visto a Coimbra , in Portogallo dove lui è nato. Cambia ordine religioso: da canonico regolare agostiniano, con l’ideale di studiare tanto e di insegnare, si fa frate francescano, ordine che era ancora agli inizi, era in vita ancora san Francesco  e si fa mandare in Marocco per prendere il posto dei frati appena ammazzati. Ma il Signore ha altre mansioni da affidargli; appena sbarcato si becca la malaria e la nave che lo riporta a casa, naufraga a va a finire in Sicilia e da li prende corpo la sua vera vocazione che è stata per tutta la sua vita quella di seminare la Parola di Dio. Diventa un predicatore eccezionale, convincente perché vive quello che dice e perché il Signore accompagna la sua parola, che diventa seme fruttuoso in chi la accoglie e anche in chi la osteggia. E Dio lo riempie di miracoli, tutti orientati a far maturare il seme della parola, perfino nei pesci, negli uccelli, nei perversi e nei sanguinari.

Dio svela il suo amore  misericordioso in tante sue prediche e c’è da divertirsi a conoscere i suoi miracoli.

La sua vita è intessuta di preghiera, di sacrifici, di mortificazioni e penitenze di ogni genere. Un carattere così focoso, come il suo, doveva essere orientato e imbrigliato per servire il Signore e non il suo ardimento o le sue impostazioni di vita. La nostra vita è orientata sempre dal Signore, da Gesù e occorre essere allenati a stargli dietro, ad ascoltare quello che ci suggerisce nel cuore. La famosa altra guancia è tutta una vita di bontà, di perdono, di forza di pace, di ascolto e meditazione della Parola di Gesù, di contemplazione di <lui nei poveri e negli sconfitti dai prepotenti.

Nella nostra vita tutti abbiamo ispirazioni al bene, a fare cose buone, ad essere generosi, ma siamo indolenti; trattiamo Dio come la sveglia che ci fa saltar fuori dal letto la mattina presto: le mettiamo addosso un cuscino, cerchiamo di spegnerla, ci casca a terra, diciamo le prime parolacce della giornata poi arriviamo sempre tardi.

Il Signore non è una sveglia, ma un cuore che batte e ti vuole bene e devi allenarti a capirlo, a seguirlo, a volergli bene, come quando ci si innamora.  

13 Giugno 2022
+Domenico

Siete amici e non schiavi nella famiglia della Trinità

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 16,12-15)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Audio della riflessione

La nostra vita talvolta ha la caratteristica della monotonia; sempre le stesse cose, sempre le stesse persone, sempre le stesse idiozie. Possibile che non ci sia qualche momento in cui possiamo vedere un poco più in là della punta del nostro naso? Gesù sta faticando  a tirar su i suoi dodici fino a farli coraggiosi e intrepidi suoi seguaci, annunziatori della buona notizia, del vangelo. Li vede ancora troppo tranquilli da una parte e ingenui dall’altra. Credono che la rivoluzione di Gesù sia dietro l’angolo. Se a Lui il Padre non ha risparmiato la fatica delle decisioni vere, belle, definitive nel deserto, anche gli apostoli provato il loro deserto quando hanno visto Gesù morire da delinquente e da sacrilego sulla croce. Come hanno fatto a resistere, a non scoraggiarsi, a fare il vero salto nella fede e nelle braccia della grande bontà di Dio mio Padre?

Occorre che si immergano in una visione d’amore assoluta: saper dare la vita per gli amici come ha fatto lo stesso Dio in Gesù. Occorre che vadano oltre la loro mentalità molto ancorata, e giustamente, all’esperienza religiosa dei profeti della Legge, diremmo noi del Primo testamento, che noi chiamiamo antico, ma che sicuramente non lo era certo per loro, perché era la base ineguagliabile della loro fede nel Dio di Abramo, di Mosè.Da Abramo e Mosè occorre fare un salto ardito nella Trinità, nel Padre, Figlio e Spirito Santo

Di fronte a questo amore trinitario e sicuramente con la partecipazione accorata di Maria, regina della pace siamo oggi, festa dell’amore unico e irraggiungibile di Dio, a supplicarla che metta in atto tutta la sua fantasia, tenerezza perché la SSma Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo direttamente concedano il dono della pace tra Ucraina e Russia, tra occidente e oriente, tra Europa e Asia, tra ogni belligerante di questo mondo incattivito, aiutino quelle popolazioni a portare il dolore, a spegnere gli odi, a ricuperare desiderio di comunicare, di sedersi attorno a un tavolo, di regalare pace e non vendetta.

 Preghiamo Dio con l’intercessione di Maria perché questi capi di stato si sentano responsabili del destino di popoli, delle vite di tanti bambini e facciano di tutto per spegnere da persone adulte e sagge risentimento, lotta, bombardamenti e far fiorire l’arcobaleno della pace. Dalle notizie che ci siamo ascoltate con apprensione, sappiamo che alcuni di essi sono disposti anche all’autodistruzione, l’odio che covano è demoniaco. Maria, tu hai schiacciato il capo dell’antico serpente, e sai che è ancora Lui che devi fermare. Regina della pace non abbandonarci. Vogliamo tornare a contemplare l’amore Trinitario scritto nelle nostre vite terrestri.

12 Giugno 2022
+Domenico

Barnaba, figlio della consolazione

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 7-10) dal Vangelo del giorno (Mt 10, 7-13)

Lettura del Vangeo secondo Matteo

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento».

Audio della riflessione

Le nostre giornate spesso sono popolate di messaggi di dolore; le disgrazie fanno subito il giro del vicinato, degli amici, sono proposte con maggior larghezza dai giornali. Sembra ci sia una sorta di soddisfazione per dirci il dolore e la tragedia, molto meno per darci notizie belle.

Per le strade della Palestina invece Gesù voleva che corressero notizie belle, soprattutto la buona notizia, il vangelo, la speranza per tutti, la certezza che Dio si interessa degli uomini e che è disposto a tutto l’amore possibile per ridare all’uomo la serenità e la fiducia nella vita. Li mandò a due a due senza altra preoccupazione che di dire, di parlare, di testimoniare, di far capire che nella vita Lui è la svolta necessaria per un mondo nuovo e che ogni uomo è messo in condizioni di dare sapore all’esistenza, di offrire speranza a tutti.

Siamo tutti un dono di Dio all’umanità e non solo a noi stessi, abbiamo carica di amore sufficiente a salvare il mondo, invece pensiamo di farne calcoli, egoismi, interessi privati. Siamo sale che dà gusto, ma spesso lo perdiamo anche per noi. Quello che abbiamo è tutto ricevuto. Anche là dove ti sembra di avercela sempre messa tutta, dove ti pare di avere fatto miracoli, devi sapere che è Dio che sta alla sorgente di tutto, è Lui che ti ha dato un cuore, una bocca, una vita da mettere a disposizione. Abbiamo avuto gratis e non possiamo offrire a pagamento.

Il pagamento è di vario genere; può essere togliere la libertà di decisione, come fanno tanti genitori nei confronti della scelta definitiva dei loro figli. Può essere una strumentalizzazione ai nostri interessi fatta con i guanti bianchi; può essere un ricatto affettivo. E’ sicuramente la nostra pretesa di giudicare le persone, di condannare, di crederci migliori. Gesù inviò i suoi discepoli per le strade della Palestina per seminare speranza, per dare coraggio a chi soffriva. E’ ancora la nostra vocazione di cristiani per le strade del mondo di oggi, nelle nuove e vecchie povertà, nel desiderio di spiritualità e di vangelo che molti uomini esprimono, nel disorientamento di tanti giovani di fronte ai valori della vita. Tocca a noi offrire il vangelo per il Regno, per dire a tutti che Dio non ci abbandona mai come hanno fatto tutti gli apostoli.

Oggi è la festa di san Barnaba. Nato con il nome di Giuseppe, era giudeo di famiglia levitica emigrata a Cipro. Per questa sua ascendenza levitica era probabile la sua frequente presenza in Gerusalemme. Secondo gli Atti degli Apostoli, non molto dopo l’episodio della Pentecoste, vendette tutti i suoi averi e consegnò il ricavato alla Chiesa cristiana appena nata; dopo il battesimo fu rinominato Barnaba, che significa “figlio della consolazione” o “figlio dell’esortazione”. Fu lui, divenuto un membro autorevole della prima comunità cristiana, a farsi garante di Saulo di Tarso, ex-persecutore dei cristiani recentemente convertitosi a Damasco, che verrà chiamato Paolo.

11 Giugno 2022
+Domenico

Il Vangelo o è una verità d’amore o non è Vangelo

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,27-32)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio».

Audio della riflessione

In tempi di buonismo, ma soprattutto di “adattamento al ribasso”, occorre ritrovare la forza di una decisione di vita coerente, tutta d’un pezzo.

A Gesù l’occasione viene dal guardare a una esperienza che si consuma in un minimo di esternazione: uno sguardo, lo sguardo di possesso di un uomo su una donna. …“Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”: non è l’ingenua meraviglia  di Adamo quando vede Eva e che sfocia in quel meravigliato “Questa sì che è carne della mia carne, ossa delle mie ossa”; non è l’ingenuo fischio del muratore che dall’alto del suo ponteggio non può non fare un complimento alla ragazza che passa … non è l’esaltazione di una possibilità di comunicare, di uscire dalla solitudine, dal guardarsi addosso, per uscire dalla legittimazione di una sessualità ripiegata su di sé o sul proprio sesso … qui invece lo sguardo è di possesso, riduce la persona a cosa! Ti toglie di dosso il vestito e la dignità: è orientare la propria progettualità, che parte dal cuore, a rendere cose le persone.

La prospettiva nuova che porta Gesù è una scelta radicale, mentre noi più diventiamo adulti, più ci adattiamo e conviviamo con la mediocrità! Continua – infatti – Gesù nel suo discorso della montagna: “Se il tuo occhio destro ti fa compiere il male, strappalo e gettalo via. Se la tua mano destra ti fa compiere il male, tagliala e gettala via” …

Dio non ci vuol vedere tutti mutilati … questo capiterebbe se fossimo lasciati a noi stessi! Vuole vedere in noi, e ce ne dà la forza, una impennata di coscienza!

Ma non vi sembra che abbiamo lentamente ridotto il cristianesimo a una sorta di galateo? Qualche giovane non fa mistero e me lo dice con grande candore: “Voi preti quando ci parlate sembrate le nostre mamme: Sta attento qui, non fare quello là, togli le dita dal naso, non mettere i calzini sotto il cuscino, mettiti a posto, spegni sto cellulare, datti una regolata, non farmi stare in pensiero…”

Ma insomma è tutta qui la vita cristiana? E’ un insieme di raccomandazioni? E’ una visione di vita funzionale ad un  comportamento “tranquillo”, a non dare fastidi a nessuno, un comportamento che ci incasella nel quieto vivere, che non scontenta mai o che è qualcosa che ti cambia la vita, che non ti lascia inerte, che non si accontenta di pezzettini, che vuole tutto?

E’ proprio vero! La vita cristiana è esigente, proprio perché la vita è esigente, l’amore è esigente, le persone che incontriamo sono esigenti!

La nostra società sta, forse, perdendo il sapore perché il sale è scipito e la luce è scurita, a meno che il discorso della montagna scavi in ogni uomo le energie impensate che abbiamo e faccia in  modo che le mettiamo in circolo con decisione!

Certo non occorre una guerra per ridarci vigore, ma una pace guadagnata con sudore.

10 Giugno 2022
+Domenico